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HANDBOUND
AT THE
UNIVERSITY OF
TORONTO PRESS
C>12i>
ARCHIVIO
GLOTTOLOGICO ITALIANO,
DIRETTO
DA
G. I. ASCOLI.
VOLUME QUARTO.
Sl'^^-
ROMA, TORINO, FIRENZE,
ERMANNO LOESGHER.
1878.
Riservato ogni diritto di proprietà e di traduzione.
MILANO, COI TIPI DI G» BERNARDONI.
SOMMARIO.
Morosi, I dialetti romaici del mandamento di Bova in Ca-
labria Pag. 1
Morosi, Il vocalismo del dialetto leccese » 117
D'Ovidio, Fonetica del dialetto di Campobasso » 145
Joppi, Testi inediti friulani, dei secoli XIV al XIX ... « 185
Ascoli, Annotazioni ai 'Testi friulani' » 342
Ascoli, Cimelj tergestini . » 356
Flechia, Del libro di B. Bianchi sulla preposizione i . . « 368
Storm, Etimologie „ 387
Ascoli, Il participio veneto in -esto « 393
Ascoli, Altri ablativi d'imparisillabi neutri « 398
D'Ovidio, Giunte e correzioni » 403
D'Ovidio, Indici del volume » 412
Fondazione Diez » 425
DIALETTI ROMAICI
DEL MANDAMENTO DI DOVA IN CALABRIA,
DESCBITTX
DA
G. MOROSI.
AVVERTENZA PRELIMINARE.
In una rapida escursione, fatta sullo scorcio della passata prima-
vera (1873) per il mezzogiorno della provincia di Reggio di Calabria,
ho potuto toccare le colonie neo-elleniche ivi ancora superstiti. Si tro-
vano esse lungo la fiumana dell' Amendolea, fra la Torre del Salto
e il Capo Spartivento, e son queste che ora enumero: 1. Bova (dai
naturali chiamata Vùa); 2. Condofuri con Amendolea {Amid-
clalia) e Galileiano, suoi casali; 3. e 4. Roccaforte [Vani), e
Rochudi o Rofudi, co' due loro casali Chorio di Rochudi e
Chorio di Rocicaforte. Queste terre, insieme con Africo, che
appare di stirpe come di lingua affatto italiana, oggi compongono il
mandamento di Bova. Una quinta colonia era Cardeto, nel territo-
rio di Gallina, in fondo alla valle solcata dalla fiumana di S. Agata;
ma l'avito linguaggio, ancora vivo e vegeto a Bova e nelle terre
circonvicine (1-4), è pressoché spento a Cardeto, dove soli due o tre
vegliardi, e incompiutamente, lo serbano, ancora. Dei dialetti del man-
damento di Bova, e di quello del capoluogo in ispecie, potei procac-
ciarmi tanto materiale che valesse a darmene piena contezza; ma di
quello di Cardeto non mi fu dato di raccogliere se non scarsi, come-
chè preziosi, frammenti. Ora mi accingo a qui descrivere i primi,
prendendo per tipo il bovese vero e proprio, cioè il dialetto del capo-
luogo. Del cardetano, che ha, in buon dato, sue note proprie e spe-
cifiche, tratterà una particolare Appendice.
Nella esposizione de' fatti fonetici, morfologici e lessicali del bovese
e de' dialetti contermini, mi fermo naturalmente, di preferenza, su ciò
che appare lor proprio, non toccando di ciò che essi hanno comune
col linguaggio generalmente parlato nella Grecia tranne quel tanto
che sia opportuno per mostrar la relazione in cui rispetto a questo
essi si trovano, acciò se ne possa ricavare qualche lume circa le ori-
gini di cotesti coloni. — La voce greca che fo immediatamente sus-
seguire alla bovese, alla rochuditana, ecc., o è la romaica comune,
che do nella sua forma intera e genuina e contrassegno, ove non
ricorra tal quale pur nella lingua antica, con la sigla re, od è forma
romaica teoricamente ricostrutta, e allora la contrassegno coli' aste-
Archivio glottol. ital.. IV. 1
2 Avvertenza pfelimìnare.
lisco. Quando poi mi occorra citare la voce antica, la pongo tra pa-
rentesi.— Le varianti per le quali dal bovese divergono i dialetti di
Rochudi e Chorio di Roehudi, Roccaforte e Chorio di Roccaforte,
Condofuri ed Amendolea e Galileiano, le noto appiè di pagina sotto
i numeri corrispondenti del testo, indicandole rispettivamente per
roch., chor. di roch., rfr., chor. di rfr., condf., amend., gali.;
e insieme colle varianti offro dai dialetti medesimi quant' altro mi
paja giovare alla illustrazione del bovese. — Mi accade poi spesso di
ricorrere alle opere che cito abbreviatamente nel modo che segue:
Muli. ■= Grammatik der griechiscJien vulgàrsprache in histor. entiol-
ckelung di F. W. A. Mullach, Berlino, 185G;- Comp. = Saggi de' dia-
letti greci dell'Italia Meridionale pubblicati dal professore D. Com-
PARETTi, Pisa, 1866;- Oiv. = Studj sui dialetti greci della Terra
d'Otranto, di G. Morosi, Lecce, 1870;- Def^a.^ Neograeca, disserta-
zione intorno alla fonetica del romaico volgare, che il dott. M. Deffner
ha inserito nel 4° voi. degli 'Studien zur griechischen und lateinischen
Grammatik' editi dal Curtius (Lipsia, 1871);- Cypr. = Tx KuTrptaxst, di
Atanasio Sacellario, terzo volume, del quale, seb'bene stampato in
Atene fin dal 1868, solo quest'anno ho potuto prendere conoscenza. -
Le poche voci del dial. di Sira, che allego qua e là, ho io raccolto
dal labbro di un nativo.
Quanto a' saggi di letteratura popolare che da me o per mezzo di
amici ho potuto raccogliere, pubblico de' canti di Bova que'pocM sol-
tanto che non si sono prima d'ora pubblicati; i canti di Condofuri»
di Roccaforte e di Rochudi, tutti inediti, pubblico tutti; come tutti
i proverbj e i motti, la più parte de' quali spetta a Bova e a Rochudi,
si perchè, tranne uno che è riportato ne' Saggi del professore Com-
paretti a pag. 95, inediti anch'essi, sì perchè i più ne appajono di
stampo schiettamente greco.
Adempio in fine a un dolce dovere col ringraziar pubblicamente,
quanto so e posso, la egregia famiglia del dott. Giovanni Viola e il
dotto sac. dori Domenico Puliatti di Bova, i signori fratelli Tropeano
di Condofuri, il signor Antonino Sgrò sindaco e don Giuseppe Cento
maestro elementare di Roccaforte, e il sac. cav. don Giuseppe Greco,
l'ottimo sindaco di Rochudi, che tutti agevolarono il mio compito
con ajuti e gentilezze d'ogni maniera. Particolare gratitudine devo
anche al bravo studente bovese sign. Giuseppe Viola, il quale mi fu
prezioso compagno nella mia escursione e mi ajutò validamente anche
in appresso, nell'opera di rivedere e di rendere in ogni parte sicuro
il materiale raccolto.
DIALETTO ROMAICO DI BOVA DI CALABRIA.
I. Al'PUm FONOLOGICI.
Vocali toniche.
A. 1. Sempre intatto, salvo in vrùpako ranocchio, da vótr- (cfr. à
pórp- e pópTcc/to? Cypr. 255) = fAz^cc/o;. 1. 2. Intatto, salvo in i
jJétto ca.do, anche re. -s^toì (-i'-tw), ove ha probabilmente in-
fluito la vocale derl tema xst-, che si continuava nell'aor. (indie.
éppesa, cong. na péo, iraperat. pése, re. z-zaa. ecc.); e salvo in
ajólupo avena selvatica re. aìyiXwTua; (-m'|). T. 3. Suona i di 6
regola, e pure in esempj dove le colonie otrantine o la Grecia
danno u. Citerò: 7ìiiga mosca re. f/.uya (;xijTa), siko c'jy.ov, aste-
riga penna re. Tvrspouyx allato a T:TEp6ytov (TTrlpuE), liinno verso
[Tijùnno Otr. 100) yuvoi, prozzimi lievito 7:po'(6f/.iov, spondili ver-
ticillo G7:ovSu)^iov, /«VMo foglia o'jX>.ov, p/ra calore eccessivo *-uoa
(-upà), {p^o sonno u-vov. 4. Raro w = u: es^^ tu g'j (cfr. es;!
Otrant. 125, e lo zac. è/.'.o-j [*£t6] Muli. 98), kurùpi vaso rotto,
coccio *)'.op67itov (cfr. xopu7:a 'uSpLa, aràf^va', Cypr. 314), agrii-
staddo gomma che geme dalle piante nostrali re. xpouGr- (x.cj-
crra'XXov), e forse kimi porco */c6[a]viov less. Ma in sarmùra
salamoja non si continuerà Tu del classico àXfxupic, bensi l'w del
lat. 'muria'; cfr. Diez less. s. moja, e aaXajxoupa allato ad àXy.Ooa
nei dizion. romaici. — In azzùnna 'svegliati' la tonica può es-
sersi determinata dall' atona del pres. indie, azzunnào èCuTrvéw;
cfr. num, 21. E. 5. Di regola è intatto. — Per s in a può é
citarsi àndera interiora è'vTepa. Ma àngremma precipizio, àr-
gamma coltura de' campi, tràklima l'atto del coricarsi, apo-
vrcima = * apovràmima risciacquatura, kuzzotràpano schiena
della falce, ripetono Va dalle atone di angremmizzo re. èy-
x.peprCoi (x.p-flpi'(tó), argùzzo spyà^oi, trakléno e traklénome
1. roch. sakkokrévatto 'sacco del letto, pagliericcio', il cui (; = x (/.piix-
Tos) si ripeterà dall' e Dell' àtona di krevdtti -/.px^iziov,
2. chor. di roch. ha Vi cosi turbato che si confonde quasi coU'e: teléffo
raccolgo il filo in gomitoli, re. TuXr/&j (-t'o-aw), ecc.
4. roch. e rfr. ciU'i padre '^y.yyjp- --/.iipioi; cfr. ciiri Otr. 100, zac. x^ou^t
Dcrtn. 301, e il num. 22; condf aJ)J)craa -hov. asteriga.
4 Morosi,
*rpex>aiv(o less., apovramizzo *à-opp£yiji"C(o (da à-óppeyij.a), tra-
pàìii falce Sp£7i;àvtov. 6. Dì ó- = i ho ì seguenti esempj : òtimo
gravida stoi'^.o; 'pronta', òssu dentro sgco ed ózzu fuori e^co, ór-
minga tenia (*eXatv9a), Kaliórga nome di fondo 'Bella-coltura'
(cfr. kalorghia Otr. 159, e re. xaloupyéw allato a x.al'Xtspyico e
xaW^cipyeia) ; per la qual vicenda si confrontino i dial. di Amor-
go, Calimno, Creta, e lo zaconio, in Muli. 92; il ciprio ib., e
Cypr. 345: o^u-vo?, opyojaa, ij.ó(j(ptlov = [x£(7~-, ecc. 7. In animi ar-
colajo re. àvsp/fl avrà influito la tonica della corrispondente voce
■r^ (d'origine greca) de' dial. ital. del luogo: mmulu. H. 8. Di
regola ha il suono re, cioè i: imiso mezzo riaico; (-'->;), iljo
sole r{kio;', sculici lombrico cr/ioi"X-ri-/tiov , alipia verità à.l-hBzi(x.,
nipio infante re. v^-iov (-o;), klima vite ySk%[j.(x., eklirizzo valgo
/^pYi^w, A''jo Sottra S. Salvatore, n. di fondo, re. ayio; Swx'/ipa;
(iTWTYip), ecc. 9. Rarissima V é = 'c\, che nelle colonie otrantine
è così frequente. Occorre in né'po filo, d'accordo col re. yvéOoi
(va9co), e quindi na néo aor. congiunt., nése, nésete aor. im-
perat., nei aor. infin.; inoltre in téddeko tale e tanto *xrìhy,oq
less., e in rèma lido del mare "p-'^yjv.oc (p-/iy{AÓ;). — L'<^ di wa
mapéo, mapésete, mapéi *và (xc/.G-^fro) ecc., aor. cong. ecc. di
mapénno imparo [y.a9aivc-j, e di n' azziporéo, azziporésete, az-
ziporéi *và èC-uTTop-nt^co ecc., aor. congiunt. ecc. irreg. di zero io
so re. è;£6pw, ripeterei dall' e atona degli aor. indie, emàpesa,
azzipóresa. E quanto ad anèforo salita e katèforo discesa, non
li porrei = re. àvYi9- xa^ricp-, ma bensì = àvairp- e xaratcp-, che vuol
dire, per la solita vicenda delle preposiz. àvà y.aTà Trapà ecc.,
(^ = àvà<p- e jcaTacpopov (cfr. àvai^-, x.aTa^opà). O. 10. Di regola è
intatto.- L'^^ di ■^;^^(f^ bue, rudi melagrana, è anche dei re. po6S-
po6Stov = pó§- póS- = pol'S- po'tStov; e così quel di kukitmmaro, cor-
bezzola, ritorna nel re. -/.oujxapov (/-Ó[j.-). Ancora mi son notato:
kiinduro corto x-óGoupo; less., 'piitte donde •nróOsv (e Vùa Bova).
Per Vù di afùda 'ajuta tu' è da considerare Vu nell' atona
{afudào [ioY,9loj); e analogamente per Va di ràkkato, tosse, 1'^
neir atona (rakkatìzzo n. 37). 11. L' é = ó di ézzinio, tardivo.
9. rfr. néma filo, anche re. viaa (\iriu.x) e pj/'to pasta di latte rappreso
(r/i/.T-fl); — rodi, plérosi maturauza rtlrip- (ma cfr. l'atoiia del verbo ple-
rónno e dell' agg, dplero n. 34).
Dial. romaico di Bova, Vocali toniche. 5
è comune al re, s'Itjxo? (ò'(|/-). fì. 12. Si continua di solito per ò. w
Ma è u non solo in gludio '[uovo] covato, imputridito', re. y"Xo6-
Sio; e GyXoóSto; (cfr. xWCo), x.7^oiS-, 'glocidare', quindi 'covare le
uova'), e nelle desinenze, anche re, de' verbi contratti: -urne
-wsi = -wijt,£v -cocTi (n. 275; cfr. n. 42); ma eziandio in kliùma terra
jfi<j'y. (plur. kJiùmafa spazzature), kliiinno sotterro re. -/wv&i
(j(^a)vvup,i), villa zolla *Pa)>^ ([itTAo?); cfr. o6 zacon. = (ó Deffn.293 seg.
Ma l'n di arrùsti, plur. di àrrusto malato appoi^To;, proverrà
dall' àtona; cfr. n. 42. Dittonghi. 13. Non si diverge dal ditt.
re. se non per l'^^oi di ponocéddaro dolor di stomaco (cfr. péo
nòlo; e rékko polipo;, Otr. 101, 3), dove è però da notare che
ceddàri stomaco, */coi)^àpwv less. , ha l' e nell' àtona ; - e ancora
per l'd^ou di àtu cosi, outco;, che però anche altrove mostra l'oi»
turbato (cfr. itu otr. 153; cipr. èVCou, re. zxQ., *ouTcoGt). Di tèsto
tale, certuno, v. il n. 257.
Vocali àtone.
A. 14. Si riduce non di rado ad e. In sili, protonica: iniz. solo %
in ettù costì (cfr. eòtou di Zante e Cefalonia, Deffn. 320) aÙTou,
ed ettùndo cotesto re. aùToóvo to;- mediano, essendo la tonica
un a: lekàti conocchia re. àXs/.- (-/ilaxàTTi), krevàtti letto x-pa-
6àTiov, [jenàri gennajo re. ìavouàpw;], veléni ghianda 13a>.àvLov,
alestdo abbajo ùIcct-xìiù, stennàto casseruola (cfr. GxsyvàTov in
una pergam. greco-italiana del 1097, Trincherà, Syll. graecar.
memhran., Napoli 1865) *(7TapàTov (da cTapo;); e anche es-
sendo àtono pur l'a della sillaba susseguente: Peravivo, n. di
fondo (allato a Vivo), ^napa^t^ov;- inoltre: feni comparire 9avvi-
[vai], kalmneri stoppia *x,a>.ay.ap''ov ; alijerónno incomincio *àp-
j(^apóv(o = re. àp/api'Cw (apyoj). Di rado in sili, postonica: tèssera
quattro, forma del ciprio moderno, Tscrcepac, e dell'antico jonio. —
15. i-v. in spipio spesso '^G-vSioq less., sotto L'influenza del^^
tonico. 16. 0 = 7- in Rokliùdi n. loc. "^PapuSiov, cfr. re. pày-^
14. e ho r. di roch. ò ia hrooàtti (cfr. n. 16.); condf. sovtn «a •= re. e
bov. sar-, strenimnda lampo *à'7Tpayw.., Maddeleni My-'/Sal/ìv/}, scrfó cugino
bov. zarfó *èS,x(h'k'fói; àhjera malamente *'ói-^xpx, gcidero asino re. yxdx-
/3oc; rfr. Perakhorio n. fond., addo per'etttt[no] 'altro che cotesto' (ma
riddo par' emme altro che me), an'lklema orlatura ^xvx-/.'Xxux (cfr, anaJddiso
lo orlo, ant. xvxyIxoì).
[16. roch. spaldssi-hov. spot-.]
6 ' Morosi ,
(payia) 'rupe' (cosi 'Roccaforte' dicesi da' naturali Vmii re. [3o'j-
viov 'monte'; due voci: rakJiùdi e vuni, che nel linguaggio
odierno di queste colonie hanno perduto il loro significato co-
mune); e prima o dopo lab.: zofràta lucertola *(7aupà§a (del dial.
di Sira = re. Gocupa), possali cavicchio TuaaaàXiov, e spalassi spino,
dumo, se è = *àG7ra>.à0iov {molóKji 'malva' ritrova, allato a p.a-
làyr;, anche [lolóy-n e nella moderna e nell'antica Grecia). —
17. u = v., dopo m, in munitàri fungo, re. y.aviTàpiov (cfr. àp,7.-
vìTat); innanzi o dopo 1: kungulizzo solletico (ove è u, per
assimilazione, anche nella prima sillaba) Yapya"XrCco, kuluvrìzzo
insulto (icolaPpi^oi), I. 18. Mutato in e: kreàri ariete -/.pcàptov,
deléguo scelgo ^^[ajX- = SiaAlyw;- pepami palmo OT9ajA-/i (gtciQ-),
sìialestira sarchio (7)ca>.tcT-/ipLov, skotemmò vertigine GTuoTtcp.ó? ; -
téddeko n. 9; «r^e adesso (apx!,), metapàle di nuovo V£Tà--à-
>.'-v; 19. in w: j[)erduèia erba parietaria re. Tusp^ixà/aov (TCspSt>ciov) ;
e vurvupuma sterco di bue *(3o>>^iTivia, ove il primo i si è alte-
rato sotto r influenza della labiale e riuscì alla sua volta ad
alterare il secondo. T. 20. Di regola si continua, come nel
re, pel suono i: sikòti fegato re. gu/.cótìov, fitéguo pianto cpu-
Tzùoì, krifà di nascosto /cpu<pà {-Ti), diverti alveare "xujìéOpiov less.,
éinigào caccio fuori *x.uvYiy£oi, kUrisàfi oro ypuGaipiov (xP'^'^ó?),
piriàzzo mi secco al fuoco *7:upLà'C(o less., zihlirò freddo 4'^x?'^?'
jinnó nudo yuavo';, fìddàói fogliolina c^\jXkixy,iow (cpuXXov), ecc. —
21. Ma abbiamo u dopo o innanzi a lab., in fuskónno cresco
re. ^uG/covco gonfio (cfr. 96(7x.y,), furina frittella *(pupivri less., vw^-
tónno sommergo, con Vu pur nel re. (ìoutco (puOàw), kiippàri
vaso di legno per latte V-u^àptov less., stuppi stoppa, con Vu
pur nel re. GTou-ia (gtutciov), a^^Mwnao è^uTwvéw. 22. Ancora ii,
17. cndf. ArMUftiit r= bov. ^reu- n. 14; e attdluklio gri\\o = h. astàlakho, re.
18. eh or. di roch., gali, e cndf. di continuo e-t: deanistra = hov.
dian- ^SiCKvoiy^'ìpx less. 'regolo di legno con cui i tessitori tengono aperta e
distesa la tela sul telajo'; setdri frumento = b. sit- aiT-, feldo bacio = b. f,l-
fikéoì. Ma roch. téddiko.
19. gali, 'perhicia persico = b. percikia'^ cndf. lijuonlzzi nevica = b. lijon-
21-2. roch. cuvèrti^ gali, e rfr. guX)érti-\), ciò-; cndf. gukìiró = h.sikh--^-
roch. sunnodiàzzo accompagno *(Tuvo(3'£a^w, sunnoriàzzo confino e pascolo sul
confine tra due poderi *auvo/3ta?w ; rfr. Sulimaci e Sulipdri n. fond. = b. SU-.
Dial. romaico di Bova. Vocali dtone : u. 7
dinanzi a l, in fiilupédda fascetto di lana da filare (cfr. re. t^ou-
>.o'j'ptov ciocca di capelli, touIoò-x fiocco di neve [xold-r,]), lutu-
nàri bitorzolo, cioè *tuhmàri (cfr. 'z'Ao;) e limòmulo molino a
vento^ *vMzij.ó[vAr>; (ove però agiva anche la lab.); e dopo s, in
suòla ficaja a^x/Ày., sunnefiàzzi n.32, surào fischio «j-jp^'Cw, sulàvri
fischietto re. cjpijltov. Finalmente ruhanizzo stritolo, con u pur
nel re. óo'j/,- (ó'j-/.-) ; e sufi truogolo, curiaci domenica, g/.-j^ìov e
x.usLy.-/.-;; (cfr. n. 46; Otr. 100, Deffn. 300 seg.). 23. a = u: zarizzo
gratto C'Jvi^^co (vjo.), lastarida pipistrello vu/.Tspi^a. 24. e-^y. se-
kamenó gelso moro Tu/.àj^.'.vov, fermika formica re. iJ.zym^^y.7. allato
a ;j.'jpa-/iy/.',ov (a'jpjj.r,;), cfr. n. 135-6; àJijero paglia (pure Otr. 100,
allato ad àJ'tjuro ; e ciprio) ayupov, pitera crusca (id. Cypr. 367)
re. -tToupa (-iTupov). Ricordo i zaconii ^:vo'ja£vs = Suvàa£vo;, SàxTs^x
:= Sà-/-jXoc, ywjrzKz=y.6T'f}^:, ecc., Muli. 95, Deffn. 294 300. 25. Per
st = 'JT, e 'jO, V. il num. 1 10. - Ma tt (= fi) = 'jt è in e Uh ettundo del
n. 14. 20. Nel riflesso di eùvou/tCw (a tacer di agusto, re. auyou-
<7To; agosto) l'u è caduto: anuJiizzo. Ma muniikMri, maiale,
sarà [Avouy- = '^vo'jy'- = [sjjvouy àp'.ov, con quella vicenda che appare
caratteristica del dial. ciprio (Muli. 90) , dove abbiamo [j-vo-j/J^w
pel solito eùvo'jy- (cfr. Cypr. 343) e Ivjj.voj ■= zlx'j-m. E p.o'jvouyi^o^
fxo'jvo'jyàp'.ov, che occorrono anche ne'dizion. romaici, vi proven-
gono sicuramente dal ciprio.- Di ut, v. il n. 113. 27. L'u di ul
op, suona V, come nel re, ed è un u che a formola interna suol
geminarsi: vlogào benedico sùloyéw, avvìi cortile aò}.iov, p^eu-
vrò fianco •::'Xs'jpóv, àvri domani aupiov, névvro nervo vsOpov; fin
zofróAa, num. 16. 28. L'u di uy. uy;/, u^y, ora cade, come in hàma
caldura /.zuaz e kaméno 'bruciato, misero' re. xau^vivo;, rema-
tiàzzo erutto z^vr^iJ.-, plemòni polmone, pur del re., = xvsup.óv.ov,
zcma e zemadàri bugia e bugiardo re. òfaa e -x^y.^r,; (-U'ky.a);
23. gali, taromizzaro - bov. tiromizz- o trimizzi ^'ultima e poggior qua-
lità di cacio che si fa nel kassdri o cascina (*casearium)' *Tvpouv(^-oOprj-j
ess.; rfr. taroJilidjena = h. tirofaj- grattacacio n. 203.
24. cbor. di rodi., gali, e cndf. quasi di continuo e = u (cfr. n. 18):
pegatéra Hgììa = h. dikliat- {Ovyy.r-),-fesài soffia civtz ecc., telégo avvolgo
= b. tilizzo Tvliyoì (-l'aTi-o), terop'i'jena, ecc.; rfr. e roch. siliaminó, ma ver-
mici re. u.uptjivìy/.iov.
27. cndf. mnvvro -hov. mdvro nero re. «xvoo?, ^uyra = b. «ura trovai re-
yìvpy. (eOoov).
8 Morgsi ,
ed ora si assimila al p-, come nei part. pass, de' verbi in -éguo
(-eóco), per es. fitcmmóno piantato re. ^uteu^.-, pistemméno cre-
duto re. TTKJT&ufjLsvoc, ccc. ; e nei nomi verb. esprimenti l'azione o
l'astratto de' verbi stessi: pràndemma matrimonio ['j]n:àvSp£up.a,
pràstemma scopa (a Roch. 'spazzatura') *T:àGTp£uij.a, fitemma
piantagione (puTEup-a, vasilemma tramonto del sole paci>>£i>p,a,
pistemma 'credenza, credito' TrtTTeujj.a, kùrcmma tosatura /.ou-
psup.a. Cfr. il parallelo che si offre al n. 75. E. 29. A formola
iniziale suol perdersi senz'altro o succedergli un a irrazio-
nale, V. i n. 162 e 169*. Si odono ancora, ma raramente: ekató
cento é/.aTÓv, ecino quello èx.s'ivo;, allato ai soliti katò, cino.
Solo è costante l'è di ennéa nove e di érkome vengo £p/o[/.at:
erkómesta ecc. 30. Mediano; passa in a dinanzi a p: laràn-
ghi arancio re. vepàvr^ov, karparutó fruttifero dal re. y-apTuspó?,
lastarida n. 23 vu/CTspiSa, parpató (cfr. Cypr. 357) TùspixaTw,
sakkarizzo scuoto il sacco Gax,y.£"Xó^(o ; e sporadicamente anche
innanzi ad altre consonanti: lakàni (cfr. Cypr. 323) 'pentola per
cuocervi il latte da farne cacio' };£xàv!,ov, rakjiuddào russo re.
'^oyjxkCio) (piy/o)), trafilò 'curvo, piegato, coricato' re. r^zySkó;,
[matàzzi seta, re. (y.£Tà^tov, trova nel mgr. e piTa^a e p-aTa^a];
trapani falce e trapanizzo Sp£~àvwv ecc.; ammialò cervello
re. p-uaXó; ((7.u£l-) , candónno, allato a cendrònno innesto x£v-p- ;
àlatro aratro (pure Otr. 162) re. àX£Tpov (cfr. c/Xzx^z'm maci-
no); 31. passato in ( sotto l'influenza di attigui suoni palatali
0 palatili: arcinikó maschio àpc7£Viy.ó?, zimhìli doppio sacco che
si pone a cavalcioni della bestia da soma *T^£-tXiov less. , azzi-
listrào sdrucciolo re. ^£yXu'jTpào>, anizzio nipote àv£i|/ió;, aspri-
nàzo imbianco *àG'7i:p£vià*(o), anàsila a ritroso àvàG/.£}^a; cui
si aggiungono céite voi bruciate x,ai£T£ e kléite voi piangete
■/AaiETE; 32. passato in o dinanzi a labiale, in parasogui ve-
nerdì TCapacrx.£'jT, , zoguari giogo ^Euyàpiov, jomònno empio *y£-
ixóvoi (y£p.rCw, cfr. n. 72), zomatizzo riscaldo le vivande, allato
a zéma brodo, re. ^sp.aT- ecc. ; apovromizzo immollo, allato ad
apovramizzo, *à7rofip£yp(^w less., ostro xiQmìco - * oftrò (è/Gpó?);
sinnofo nuvola (ma sunnefiàzzi il cielo s' annuvola) re. guvv£9ov
2&. tU\ parasegui; roch. -a^wi; cndf. -M5r^«^, cfr. n. 14 e 17;- cndf.
porpdééo, rfr. porpató (v. il testo al n. 30), dove sussegue a labiale.
Dial. romaico di Bova. Vocali àtone: e, vj, o. 9
(cfr. auvvécpw ecc.);- e ancora in oddio ghiro zkzió:- (cfr. ò)^eu0£po?
= £.111)0- di Amorgo e Calimno, Muli. 92; e cfr. zac. Deffn. 310). —
H. 33. Ha di regola il suono re, cioè i: pigàdi sorgente T^riyàStov, -n
stimóìii^ trama, tessuto' TT-r.fx-, nistéguo digiuno vr.<7T£6o); inzzilo
bellissimo (stti^'/iIo; 'invidiabile'), mavrópilo Herra nera, umida e
fertile' *[7-aupo--7i}^d;, ecc. 34:. Suona e in es. che per la più parte
son pure del re: ceri cera xvip- e xepiov, jerào invecchio yvip- e
yepà^tó (y/ipàtó), nero acqua vvic- e vspóv, zero duro ^rip- e ^epó?,
plerónno io maturo TiV/ipóvoi (-ów), kamateri giorno di lavoro xa-
l^ocT-zipà ri[x£pa, kamaterùddia 'nuvolette che nelle giornate calde
di estate si alzano dalla parte del mare ed annunziano pioggia
vicina' *y.ocuf7.aTYipo6)^ia, sidero ferro ctSric- e cuìspov, àplero im-
maturo *àx'X-/ipo;, tutti esemplari in cui F vi sta innanzi a p;-
inoltre: angremmizzo precipito re. syx.psy.viì^w (/.pyipi'Cw) col
derivato àngremma; ed emàpesa azzipòresa, allato a emacia
azzipória, aor. di mdpènno zèro, n. 9. Ma in énnesa, aor. di
n(^J5o, si continua rÉ^ = -/i tonico, n. 9. 35. u = 'n innanzi a 1 (cfr.
n. 22): vupulia vacca ^(iouOyi'Xsia less., iw^m 'avversione, odio,
nausea' col verbo zulónno, 'Cvìlia (^vi'Xo:) ecc., Mavrópulo n. fond.,
allato a mavròpilo n. 33. 36. (a^ = '/i finale: iaZa strido "(àV/i
less,, damala giovenca Say.àV/i, villa *^<jìk'n n. 12, kàmpa bruco
re. xàfjL^iYi e y-à[A'>7ia, vràsta febbre cipr. PpaGTvi, i^sto caldo re. *(£-
cT'fl e "CécTTa, skhpra ortica re. àT*Cr/:viSa (x.vuVr,); ma Rómi Roma,
aspri bianca (e 'cenere') re. àcr-p'/i, megàli grande ij.zyà.l-n. —
0. 37. Di rado riflesso per a (cfr. n. 160, 169 e Arch. I 105): o
manakJió solo (cfr. [xavn/ó? Cypr. 336) p.ov-, rakkatizzo tossisco
"Ppoy/.aTi'Cco less., karrastò polverio x-opvia/.TÓ; (/.oviootó;) ; e forse
piazzi fiocco *9'Xo):/Jov less.; 38. i=o, per assimilazione regres-
siva : zihkinia camicia da uomo {zikkìni a Roch.), se è = *t(^o/i-
v(a ecc. less.; 39. e = o, ancora per assimilaz. regress.: ajenneró
34. cndf. khameddó basso ^a^«v)>ó?, Aaww'eweVa fa giorno re v.avet ^iiépx^
Maddaleni MayJa^vjvìi ; a «e vràsta dalla febbre re. «ttò r/jy /3/)à(TTav, «e sjJeVa
stasera re. TauTv;[v] T-^[v][l](77r£/oav, ove f?e è proclitico; mi ivre che tu non
vegga re. 'jv. [>-h 'fi\>p'oz, mi trésese che tu non corra re. va [ih rpé^:n?', cfr. i
num. 18 e 24 in n.; roch. e rfr. kliamiddó.
36. rfr. zénnulo puzzolento *ò?«ivvj>oc less.
37. endf. raghègo io pago re. jooyeuw; roch. Iiharap'ia allegrezza *xa-
/joTTt'a less.
39. rfr. A'jerròkho, Ajelléo, n. fond. (S. Rocco, S. Leone).
10 Morosi,
acqua santa aytov vsp'óv, invece del mgr. e re. ayiaTj/.a (otr. ajóm-
ma). 40. u=o: kuéci acino re. •/.oy.yJ.ov, afudào ajuto pelop. pouOw
(PoYiGfw), hlupànni 'pannilino' dimin. del re. /.[wjXÓTravov, tulu-
pédda n. 22, luvt -r'tci 'guscio, baccello' re. XculEiov (ló^oi), kulu-
vrizzo n. 17, kuriipi V.op-j-tov n. 4, simghizzo detergo re. Toouyy-
(Tooyyi^w), rumbidi raonticello di forma conica *^ouJ^o'Aiov (efr.
re. §ójàp3c"Xov, ant. §ój/,po;, rombo), muskàri vitello p-o'^X"» ^urtali
re. p.o'jpTàpcov (mortarium); vurvupum'a n. 19, viirfuràda cali-
gine *(iopPopàf^a less., doppio esempio; kàvuro granchio re. x.à[^o'j-
pa? (-/càfAopo:), e finalmente vutumo frutex palustris (Po6tou,ov). —
w 0.41. o = f,o, che è la regola; p. e. foni voce owvr, , pimonia bica
di grano Or,f7.covia -ovia, ^omz pane ócoi^.iov. 42. it = co con più fre-
quenza che ne'dial. otrant. e nello zacon.; così alupùda volpe
re. òiìXìXi'TZ'yJ (àlw-r,;), kufò sordo re. /.woó; kouoó; (/.coooc), mw-
diàzzo dentibus stupeo aL;j.wS'.à^w (-lào)), piilào vendo -rrcoXéco,
pulàìH puledro e puddàci uccello re. t^ouI- = xMlàoLov e 7rw).àx.iov,
skuria ruggine e skuriàzzo irrugginisco re. g/.o-j:- (cr/.fopta),
purrò mattino re. Troupv- (-pwivov), arrustia malattia e àrrusto
malato àp^wTTiy. ecc. efr. n. 12; ajùlupo n. 3; -urne -usi = -(»[j.tv
-w(7i, 1. e 3. pi. pres. cong., p. e. na liume, na liusi re. va
luGcoaev, va >.'j(jo'jv, efr. n. 12; — finale: kàtu giù. zaTw, ajp«m«
su sTtàvco, apissu dietro ò-itìo, óssm stm ed ó^;:rit £';w n. 7, ó^te
ouTw:; ma kàotte di dietro v.aTwOòv, ed apànotte, óssotte, ecc. —
43. ^ = co solo in àtrepo {àìitrepo Otr. 162) àv^poi-o:. 44. An-
che qui il solito espandimento in aguó uovo e asti orecchio,
ditt. re. aòyóv e aÙTiov (=wov e où; ònóq). Dittonghi. 45. Iniziali
dileguano, n. 162; mediani, suonano di regola come nel re. —
46. Singole divergenze: i = xi in ciniirghio nuovo re. /.aivoupyior,
efr. n. 31 ; - a = si in zalistiri naspo *è^si'Xr/.T-npiov , efr. il cipr.
à.7ztCkv/Tzov pel re. TuT^'.yàSiov ; - u = z'. in aposurónno faccio sco-
lare i panni bagnati [nv.oioi exsicco) e in lutrujla la Messa (efr.
^.ouTop'/viy. Cypr. 333) >.£'.Toupyi7., allato a Litrivio n. fond., efr.
40. roch. kurraftó = bov. karrastó n. 37 (efr. M = a, n. 17); cndf. dumd-
da - b. ddom- settimana i^Jo/:/-, efr. num. 32 n.
42. chor. di roch. arrostia e arrosto'^ roch, óto.
43. cndf. otesi oùtwo-i'.
46. roch. e gali, silistiri'^ chor. di roch. lutri'jia (efr. lutrikia e lu-
tria Otr. 160).
Dial. romaico di Bova. Consonanti: >«. 11
n. 22 e 35;- e infine: e-oi al n. 13; u = qi innanzi a labiale in
cumùme dormo x.ot[Aào[Aa'., cfr. n. 22.
Consonanti.
K, 47. Intatto, con suono gutturale, innanzi ad a, o (w), ou:
kàstano castagna xàcTavov, liònida lendine re. x.óvi(^a. allato a
xovió; (/.óvi;), kòlo y-oìko;, hiinduro n. 10; lekóti n. 14, plàka
pietra grossa e piatta -kIólkcc, pléko -urne -itsi intreccio ecc.
7w>.£/.w ecc., Uko lupo lù-Ao;. 48. Unico es. di kJi=y.: akharia son-
nolenza, se è *[à]xapta less. 49. Intatto, innanzi a >. e a p : klànno
rompo (xAàco), kladi ramo xXaSiov, klicti chiave ySkzi^iov, kléo
piango vSkcdoì, klópo torco x'XwSw, klupànni n. 40; trakló n, 30,
éklasa ruppi hXy.oy., éklo piangevo {z'/Skvm^) , ecc. ; kràzzo chia-
mo xpà'Coj, kripàri orzo xptG-, kremastó appeso y.^ty.-, krommidi
cipolla /-po[x[x6Siov (-/.pó[i,t;i.uov), krunno suono xpouw; ékrazza chia-
mai sxpa^a, makrio lungo [xa/cpó;, ecc. 50. Solo in gliidio n. 12,
onde gludiàzzo, e in agrùstaddo n. 4, è gl = ySk. Qui è dunque
eccezione ciò che è regola nel re. 51. Ma qui pure abbiam
sempre ng = y/, come è nel re. , benché nella scrittura non vi
appaja (cfr. n. 82 e 102). Cosi : angalia abbraccio re. àyxaliK,
dangànno mordo re. ^ayxàvw (Sà/cvoi) , àngremma n. 6, ecc. ; e
analogamente: en gaio è buono re. slv'xaVJv, me tin gefalih
gàtu colla testa giù re. jxè ttiv -/cs^aV/iv xàrco, p?en gàljo 'più
meglio' 7:'Xi[o]v yJjXk<m, 's Un Olisti alla Fontana (ySkziG'z-'(\, or-
mai ridotto nel bov. a nome proprio). — Ancora e g-/^ innanzi a
(i vocalizzato: guàddo traggo fuori hyJ^cùCk(ù, guénno esco èx^ai-
vw, gualìzzo carreggio re, -/.[ouJI^aXL^oj. 52. S'ha inoltre vf?=*yS
= ■/>§ (Otr. 104): vdérro scortico re. ySépvco (s-/,S£po:)); cfr. n. 74. —
53. di'fo io mostro non dev'essere = *S£i/w = Ssixto (Ssavuiy-t) , ma
bensì una riduzione di *difno (che è dell' otrantino) = Seó/vw
(donde a Roch. dihJio io appajo), come vafo tingo, re. id., kléfo
rubo, ^r//b nascondo, sono riduzioni di va fio, hlófto, krifto,
^y-izzo), xXé-TO), xpuTTTTO). Del •/- di x,T e /.o-, V. il n. 110. KE
KI. 54. Il X di queste formole, qual pur sia la ragione etimo-
logica dell'e 0 dell' z, si fa di regola e: citrino giallo xixptvoc,
cicidi 'bacca, grano, spicchio' re. x-flx.iSiov, doppio es., civérti
48. cndf. aleJihà[n = ho\. [a]lehntt, ah]i('f)[jia-h. aJiàlìpia re, ÌììxO- (x/.uvBtx).
1 2 Morosi ,
n. 20, cinigào ib. , cilia ventre ico-Aia, cino èy-s'ivo;, cinòmio tra-
vaso (x-o',vów), kucci '/.oxyJ.o'j, glicéno addolcisco e glielo dolce
yXu/taivw ecc., f)eléci scure ttsT^sxiov, ?/ci lupi Xu/.oi, cefali --ai testa,
ccW cera /.-/ipiov, còndri innesto xévTpcov, ce '/cai, cé'o brucio y.aiw,
kalocàri estate re. x-aT^o/.aipwv, curiaci e cumùme n. 22 e 46. Cosi
è spesso palatale il /., nelle stesse formole, fra i Zaconj, i Locrj,
gli Ateniesi, i Beoti, i Cretesi e i Ciprj (Deffn. 266). 55. Fanno
eccezione: filikin. S7,eprikéno amareggio *'À:pt/,aivo) = TCtx.p-, allato
all'agg. pricio. E ne'seg, esempj, di formola àtona, il /,, susseguito
da un / sottilissimo, è rimasto come a mezza via tra il suono
guttur. e il palat. : kjeró tempo xaipó; (allato a kalocéri s. cit.) ,
kjiddio curvo, torto x.'j"XVj;; [fendìkji spiraglio nel tetto per dar
passaggio al fumo o all'aria e alla luce = *fendiki = re. «psyytTvi;],
e nella flessione: plékji e plèkjete tcIsz-sis ecc., stékji e stèkjete
re. cTr/,£t; ecc., n'afikji e n'afikjete re. v'àcpix,-/]? ecc., emhìkjina
ed eguikjina n. 283. — Ancora avvertasi lo zz di ézzero = z\ì-
jcaipo; n. 111. 56. Notevole prekópi, albicocco, cioè 'praecoquus'
mgr. TCpar/cóx.xaov Diez less., ma non oserei affermare, senza ulte-
riori argomenti di prova, che qui v' abbia un esempio per la nota
equazione p = Au. 57. È raro il caso di g = -/.'..-: fagàcta bratto
di terreno coltivato a lenticchie' quasi *cpax.-/iàSa, kugàci bitor-
zoletto *x.ou/,/.'.à>','.ov (cfr. kucól n. 54, e Otr. 102). 68. Ma dopo
nasale, come^ = ^, cosi^=c: ongla oncia mgr. e re. oòyyià (uneia),
ungàri uncino (*òyx.iàp'.ov) , me Un gefalin gàtu n. 51, ecc. —
69. Da se procedesi poi a s: sépi copertura c/.s-jtyi col verbo se-
pazzo, as'idi otre àc/iSiov (à(7/-ó;), vosào pascolo "poa/cjàco (pócy.w)
e paravosia i^aisinra., parasogui n. 32; iso ombra re. 'ìg-zm^ [GyJ.v.),
damàsino prugna SafxaTy.Yivóv, kósino crivello /.óocivov (v. Otr.
103, 8).
X. 60. È kli, vera aspirata gutturale, innanzi ad a,o(co),ou*:
kjiàmme a terra x.a[xa{, Kliàraka Burrone n. fond. (/àpoc^),
kUarti carta /apTiov, kUòra paese x.^?°'-» kliórto erba /ópxo;,
55. Per il bovese perciMa persico , che appare di base italiana : e n d f. e
gali, percucia. Ancora cndf. embicina, eguicina;- roch. filicia — h. -iki.
57. g = c iniz.: cndf. guvérti-h.civ-.
60 *. Il gh de' Saggi bovesi pubblicati dal Witte e dal Comparetti non è
altro che uno spediente usato da' nativi per esprimere la forte aspirazione
del X.
Dial. romaico di Bova. Consonanti: 7. 13
khùma e kjiùnno n. 12; kìialào 'rovino, guasto' yoi.\v.bì^ kjio-
ràfi podere Esich. e re. ywpàrpiov, kliorùo contengo ycopsw; là-
kliano cavolo }^àj(^avov, tréhlio corro Tpé^co, rùkjio roba re. §02-
/ov, ecc. 61. Un solo es. di f=/: foréguo danzo -/copsów; cfr.
Cypr. 265: y'Xri^còvt = yXT,j(^- pXin/ojv class. 62. Intatto è ancora
dinanzi a ). e a p: kìilio 'caldo, tiepido' /lió; (^■^ly.^óz) col verbo
kliliéno, eklirìzzo /.pfi^w, klirisàfi /.puc-, Kliriatò, kJiróno anno
ypóv-, klirondò grosso /ovSpó?. 63-4. Ma è k dopo e: askàdi
fico secco l(7/àS-, Paskaìda Pasqua re. naajr-, 'paskàli ascella
l/.x(jyjù.ri, muskàri [J-oa/-; e dopo p: érkome zoyoy.xi. Del / di
y^O, V. il n. 110. XE XI. 65 (cfr. n. 54). Innanzi a' suoni i ed
e, il /^ si riduce a Jl: liinno p^^w, Kira vedova jj\^cf., Mio lab-
bro jtù.0^, Jiiro peggio /eTpov, Rézzo x,s^w, liéri mano /Jpwv (/sip),
paKéno ingrasso Tra/aivco;- oppure a 7i/ (quasi Jis): lijóni neve
y^tóvwv, vrahjóni braccio [ipay^tóv-, nei quali è veramente un j
etimologico; alijéddi anguilla re. àyiX'.ov [z^yzlu;), Jijéri^yi^'.ov
(come hih^i testé addotto) col valore del re. yz^oulio^ manico,
aJijcndra vipera maced. ò/svSpa = èy jSviov- (à'yiSva) ; e sempre cosi
in sili, atona, preceda 0 segua l'accento: lijimòna inverno re.
yzilLOìvxc, Tijer ameno allegro ycctp-, Jij erette io saluto x,y-i.p-, alite-
ranno n. 15, àlijero n. 24, iréJiji e tréJijete Tpé^^ei; -sts, éJijia
versai tyyoT., ecc.;- cfr. s = y ne' dial. otr. 105, ne' dial. zacon. e
ciprio, di Amorgo, Calimno ed Astipalea, ib. e Defi'n. 247. —
66. Un solo es. di p-y^ in mupiàzzo ammuffisco e mùpiamma n.
verb., re. iJ.ou'yy,iaI,oì ecc., rimpetto a mùkJia muffa re. [j.r/jyl'x. —
6.7. Si arriva poi normalmente a si-ayi (cfr. n. 59): sizzo spacco
61. rfr. e cndf. fardo -hov. kliordo; cndf. na /lappò che io mi riscaldi
= b. na klilajìpó i-c. va ^)itizv9w; cndf. e rfr. Rofùdi n. loc. (e Rifùdi
trovo in una buona carta corografica della provincia, di vent'anni or sono)
= b. Roklnidi.- E di certo anche Rondo furi n. loc. altro non dev'essere che
♦Kgv-o^oj/diov 'quel [villaggio] che è vicino a Bova', che ancora è detta Klìóra
città'. Formazione analoga, e ancora con f-x,^ Kataforio-S. Agata (S. Agata
in Kataforlo), fra Gallina e Cardeto, più in giù di Cardato, che chiamavasi
kliorlo (villaggio) nel greco di quei luoghi (laddove Gallina era la hlìóra).
65. gali, lljéri pi. Ujéria mano -ì;joniizi, allato a hjóni, = hov. lijoìiiiSi.
tréi = b. tréhji.
' Kovroxwpi chiamano oggi in fatti un villaggio a cinque minuti da 'Vipv., capoì
(leir isola di Thera (Bursian, Geographie von Griechenland, II 528).
14 Morosi,
«T/^(^w, sinl 'giunco, corda di giunco' cyotvi'ov, sinùri lentisco a;^i-
vàptov, àsimo brutto a'j/np; (7.G/ri;xwv), ecc. 68. Ma -rh- = -^y-:
arkidi òp^^iStov (opx.i;) , come al n. 64 ; e nell' aìijerónno testé
allegato (n. 65; àoy-) deve il p esser caduto prima che potesse
influire sull'aspirata.
r. 69. Intatto, con suono gutturale, innanzi ad a, o {o>), ou:
gàia latte yàla , gónato ginocchio re yóva.Tov, gùlo gengiva
re. youXov; rigào ho freddo ^^y^w, agcqn e agapla amore -ri,
tigcmi padella Tviyàv-, zigó giogo (gen. izp'M) ì^uyó;, trigoni tor-
tora Tp'jywv-, (5/7(5 io èycó; prtp^o ghiaccio r;àyo?, Ugo poco òliyo;,
riga re re. ^-hya;, ^r/'f/o vendemmia Tpuyo; (Tp6y/i), na /"/r/o ch'io
fugga re. va ^jyco, an'igo apro àvoiyco, maga grande yiya:, ?(5^o
parola Vjyo; , trògo e trógusi mangio ecc. Towyoj ecc. ; éfaga
mangiai re. è'^aya , pèlago allagamento Tuélocyo; , éfìga fuggii
re. è'^uya, àlogo cavallo re. àXoyov. 70. /i = y è in kumha tasca
*you[y.7ra = ragr. e re. 7:o6yya, kungulizzo n. 17, splkoma spago,
legacciolo {sfigoma Otr. 167) G(piy[o]|/.a , fiikoma nero fumo (efr.
re. cpouyó; lumiera); 71. kJi = Y in kJiorr'rzzo compro àyopà'Cw;
e in astralàklio rotella del ginocchio àcrTpàyaTi-o?; e ancora efr.
il n. 84 n.; 72. f^y in zaforéguo confesso, da zakhor- r= tlcc-
yopsuw. 73. Intatto, innanzi a "X e a p: glòssa lingua ylóìGccc,
glicàno yXoxatvoj, aor. egl'icana ; grafo scrivo ypà^poi, impf. àgra-
fa; gróppo pugno ypóvOo;; ecc. 74. Assimilato a S in amld-
dalo mandorla àp.uySaXov, Maddalini My.ySaVriVYi ; e all'incontro:
vdérro n. 52, efr. n. 75. 75. Manca il y, fra vocali: in pào
[OJTràyto io vado, [na] fào ch'io mangi [va] «pàyco, come in tut^e
le altre voci del rispettivo loro tempo;- dinanzi a 1: in ligu-
r'iii *yX'j/.up^fCtov = -'jp^'.^ov, dove però non è improbabile un'in-
fluenza dell' ital. Uigorizia, regolizia', e in azzilistrào re. ^ey-
■XuGTpàw sdrucciolo. Per la base y;/., siamo poi alla precisa ana-
logia dell' uy. (vm), che fu considerato al n. 28, dove è anche
da ricordare il n. 52; quindi: dràma covone (f^pày(j,a), pràma
70. cndf. koràzzo - b. khor-'- pendékome mi pento (allato a delégome mi
raccolgo, kurégome mi toso, ecc.), dove il g di -èguome si dissimila cosi dalla
media della sili, precedente;- krambi suocera = b. grambi yy.upp-rì\ ahro-
nlzzó riconosco =: b. annor. *-//3wviToj = '/vw^o-.
71. gali. Menato - b. gón-.
Dial. romaico di Bova. Consonanti: y. 15
cosa Tpàyij-a, spàma uccisione crcpàyfxa, apovràma *apovràgma, da
apovraìnizzo Ti. 32, rèma n. lì;- strammcCda lampo ^àaTfoty^w.-,
animméno aperto ^àvoiyyivo;, delemméno raccolto *^ia>£y[jivo;,
ecc., rimmata 'getti, polloni' re. p-yp--, rémma rutto (è':£'jy;j,a),
prósfamma 'comando, commissione' 77pó<7Tay[xy.. — Cfr. TTpàp-y-KToc
di Sira, e lo zac. ^óaaàp'//.:z = ^suyjx- Deflfn. 252; e fors'anco an-
norizzo yvwpiì^oi. TE ri ecc. (cfr. n. 54). 76. Il y ha in queste
formole lo stesso suono che ha in Grecia, c'ìo'q j: jicli (cfr. ijia
in questo stesso num.) caprio [alJyLSiov, jinéka donna yuvaixa,
jinnó -f^iJ^yó:;, Jitonia vicinato ysiTovia, ji terra yvi, jénome 'di-
vento, nasco' *yÉvo7.7.i = re. yiv-, jélo riso ysXoi;, 'jèro vecchio
yipo; (yfpoiv), jéno io risano uytaivw, ijia (pron. ijghjia, e simil-
mente: jghjidi-'jidi qui sopra addotto) salate uytsix, flojizzo
abbrucio le stoppie ne' campi dopo il raccolto cp^oyCCco; plaji
{plàjghji) campagna in declivio ->.àyi[ov] 'fianco', e similmente
Riji Reggio 'PYiyi[ov], katòji e anóji pianterreno e piano supe-
riore della casa -/.y.Tcóy- e àvwy£i[ov], Ehristójenna Natività di
Cristo Xpic7T0'jy£vva, ecc. — Innanzi alle combinazioni dtone -ia
-te -io -iu, come in. J alò lido [y.ijyuxló; , ajo santo àyio; e ajen-
neró n. 39, 2^^('ja pi. di p?«J^ s. cit., l'jo uy^o; (Oys-.-n:), <^JcìJ?ia
risanai uy.y.va, fójm parole re. lóyia, è lo J alquanto più sottile,
quasi ;, ma non senza qualche lieve strascico di suono guttu-
rale.- Il ci di ortici, quaglia, risponde al /.i di òp-ru/cov che è
pur del re. allato ad òpT^y-, 77. Ove poi preceda nasale, anche
tra voce e voce, suona gutturale pure il y delle formole consi-
derate nel precedente numero; quindi: nghizzo tocco syy^'Cw,
singheni cognato cr'jyysvr.;, spingili stringhi 'roiyysi;; 's ton
ghiaia al lido; ecc. 78. Così anche dopo p, in arghia festa
àpyia; ma cinùrio nuovo re. /.aivojpio; >ta.ivo'jpyio;. V. ancora il
num. 76 in n. ■
T. 79. Di regola intatto, iniziale e anche mediano tra vocali :
tafl tomba *Ta(pLov, tamissi caglio *Ta[7.i'7'.ov, tinàsso scuoto t:-
vxGóco, tèssera 'zìggv.^x, tosso tanto tÓ'to:, tulupédda n. 22, tùto
76. cndf. platéUise tu parli *nly.[/.i]ré-y-ei? (-euet;) less., tróUise tu mangi
T/joV/etj, rimpetto a. piate go e trago, ecc. \ roch. meVia = b. Jm-; e sempre
./ schietto negli altri es. del n. 72: plc'ija, ecc., come in vjénno re. /Syatvw
-^ b. guénno (imperf. cfghcnna; cfr. n. 76-7); cbor. di rocb. vjinnó yu/xvój.
10 Morosi,
questo toOto; (~o"ji:o;), doppio es. ; metapàle n. 18, katurizzo
•/.otTouprCw, pomata 'opere' uomini che lavorano a giornata nei
campi OI(;.aTa, piati pi. piate spalla -e ■:TAàT-/i -ai, màti grem-
biale (a Roch. gonna) Iu-òìtiov, hàiu x-àra), triti martedì re. t^ityi,
pàti dille re. [sìJtvs tyì;, potè allora ttóte; ecc. 80. Aspirato,
come nel re, in mepàvri dopodimani (ty.eTauptov) ; e ancora in
mepému, mepésu ecc. 'con me, con te' *i7.£toci-[xou ecc. 291, e vur-
vitpunia *(^ok'^ixivix n. 19. 81. Iniziale ridotto a media, per dis-
similazione: detràdi mevcoledì re. TSTpàSvi ; - fra vocali: skadà
sterco GxaTa, zemadàri bugiardo re. ^z[ua]ixxi:ÓL^'n;, foràda giu-
menta re. oo^T-TOL, spidi casa re. [óJttcitiov. 82. Sempre è poi,
come nel re, nd-^-^ (cfr. n. 51 e 102): cendào io stimolo xsv-
Taco, andi subbio àvTtov, pendmta cinquanta TCsw/i[x.o]vTa (dove
si dissimila col mantenersi uno dei t), apandénno io incontro
àTiavTaLvw (-àoi), kondó vicino /.ovtó^, panda sempre re. 7:àvT0-
T£?, A'Jo Lavréndi n. loc. S. Lorenzo "Ayio; Laupivrio;, dòridi
dente [òjSóvxiov, -ónc?« = re. -'>vTa[?] desin. del pcp. pres. ed aor.
(p. e. Mónda >'-'XaL0VTa[?], zitionda 'CriT-h'70VTa[;]), -owc^e = -ovrat
-ont/o = -ovTo alla 3, pi. del pres. e dell' imperf. medio-pass. ; -
-?i(Zr- = -vrp- : andrépome mi vergogno èvTpsTuofAai , céndri inne-
sto *)'ivTptov, ecc. 83. Ma dopo p qui è sempre intatto: kJiarti
y^cc^zio^, marti re. ij.ao-io; (martius), kJiórto yó^'^o;, kliortazzo
sazio ppraCco (otr. kor dònno ecc., 105). Cfr. il n. 100 e il 110.
0. 84. Iniziale, è di regola p: pàlassa mare 9àV, pio zio Qswc,
jf)^^o voglio 0£Xco, j^(?ro messe 6£po; col verbo perizio, ecc. ; e così
mediano fra vocali: kripàri orzo x.p'.9àpLov, spapi asta di ferro
c-aOiov, kapiinno siedo x-aOr(w, epélia volli -/ìGiV^aa, mapénno
re. (j-aGaivo), pepéno muojo re, àTuaiOaivco, paraj)òli T^apaOupwv, ?2a
s^fl^J^ó che io stia re. va GTaOo"), kaparizzo purifico xaGapiì^w; tìjpt^-
pana aor. di pepéno, -{pina -ipi ecc. = --/lO-ziv -viO-fì? ecc. desin. aor.
pass., népo vóGco, klòpo vSkà^iù, ecc. 85. (f = 9 in afudào ajuto
[ioT,0£oj (/Zftó Otr. 107), dikJiatéra figliuola OuyaTspa (cfr. n. 71
e 121); dove sorge il quesito se si tratti di aspirazione tras-
posta 0 non piuttosto di una dissimilazione di figure anteriori
con duplice aspirata. E queste figure appunto si ritrovano in
80. cndf. leklidpi ::ih. lekàti\ gali, sipóvlipi scalzi é^uizólvroi.
SI. cndf. delónno avvolgo (bov. tilizzo tu^-), allato a teligo.
84. roch. pigatéra, intatto; vfv. pikhatéra, gali, afupdo.
Dial. romaico di Bova. Consonanti: ^. 17
varietà circonvicine (v. la nota). 86. Nessun es. di t-S- fra
vocali (cfr. n. 92), tranne il riflesso di fiuOàco sommergo, dove è
T pur nel re. p-ouràco -io), allato a [Ìu9- [iouOrCoj. 87. kJi=Q iniz.
(cfr. n. 92): kJiarró impf. ekliàrro confido 0ap^:w, kìiorò impf.
ikliorra veggo Oojpw (Oswpéw): vicenda quasi normale a Cipro,
che ci dà, oltre yap^M e /.woóo, come a Bova, /avaTÓvoi uccido
Oav-, yó.ly.GGx, /à9Pco = 9à-Tw, yzloì^dilcù ecc. (Cypr. 418 seg.). —
88. /*=9: /??i^/ femmina 0r,l'jx--/i, miizzolifia pietruzze tonde e
piatte *{y.o'jT'CoXi0ia, allato a muzzolòpia;- cfr. jP/t;a e fikàri di
alcuni dial. romaici = GviSat e 9'/iz.àpiov Deffn. 254; e a Zante 90-
piSa = 0up- (Cypr. 289). 89. È sempre t lo 3- che sussegue a /^
o 9: e5^(^ jeri /9é?, os^r(5 nemico £x,^pó;, stùiìio faccio cuocere
*£99-nvoj (cfr. l'ant. £99ów; il re. i|>-nva), all'incontro, si rappicca
all'ant. %o), artàrmi n. Ili, sif/ra pidocchio (99£ip), ekóstina
mi tagliai, ekristina mi nascosi, è>cÓ99r,v, £>',pÓ99£v, ecc. 90. Così
è st = G^: evràstina mi bollii £Ppà'79r,v, es/s^e si spaccò £<^/J-
(79-/1, ecc.; ^5fe essere re. £lG0a.i, 'este = -iGQi nella 2. plur. pres.
ed impf. indie, med.-pass. (p. e. andrépeste vi vergognate èvrpi-
TO(J0£); -ómesta = -'j[>.z[g]^x nella 1. pi. pres. od impf. ind. med.-
pass. (p. e. andrepómesta ci vergognamo £VTp£-óp.£9a). 91. E
ugualmente rt = ^B- (a3-): vvdàrtina mi scorticai *£><,§àp9r,v (£;£-
Sàpr.v), ^s/r^i si tirò £a6p9r;, espirti si seminò, si sparse ì<jrdo^-i\,
ejérti si levò 'hyi^Brr, orto dritto òp9ó;; zrta, nà'rto venni ecc.
re. Yil9a, vicenda non ignota al di là dell' Jonio. 92. Rimane
lo 9 di 9p precedendogli vocale: mizhpra ricotta re. ujSCiO^y.,
skiipra ortica *àT!lix,vi9pa ; ma all'incontro: dastilistra ditale
Sa.x.Ti»AY,9pa, in causa del s intruso; àtrepo ('antr.) uomo àv.S-pw-
7:0;; ostro n. 88. 93. /j/j = v5, dove è da ricordare il normale
dileguo del v di v5 fra il volgo di Grecia (Deffn. 276): -àppina
-àppi ecc. = -àv9r,v -x^H; ecc. nell'aor. pass, de' liquidi in -yivw
86. cndf. Mamme = ho\. pclmìne 'forse' *Bó.v,y.u.r,)t less.; e anche tra vo-
cali: estàliina stetti eVtkQviv (ma efilistina èyt^-^9>7v, ecc., cfr. n. 89), apéliena^
aor. di [a]pepéno s. cit. (cfr. cipr. op'Jiyx. pò.ypc - opihy. ]3a0o; Muli. 89; \>iyy
= (izeGów Cypr. 440).
88. cndf. forò, iforra; ma rfr. e chor. di rocb. intatto : /joj'o, iporra;-
rfr. akàffi r: b. ahàppi n. 92 (cfr. Tzx'friux - ixàtì- Cypr. 3G).
92-93. rfr. àprepo;- roch. appliio fiorisco, aov. oppia, x-^OiC/ù ecc. ;-
chor. di roch. akàtti (*akiint-).
Archivio t'iottol. ital.. IV. "Z
18 Morosi,
{zikliràpjìina mi raffreddai, epermàppina mi riscaldai, è'|u/pàv-
©r.v, èOcp[7.àvOr,v , ecc., na zikhrappó, na permappò, va ^u-j^^ca-
0ó), ecc.); allappi spino re. àyx.àO- à-/,à9cov (ày.àv6tov), mippa menta
(aivOx) e kalàmippa '/.y,l7.'j.i^id-/], popperò suocero re. tcsO- (-sv-
Ospó;), grópjìo pugno re. ypóOo; (ypóvOo?) e groppi a quanto sta
in un pugno re. ypo9Là (efr. à09ó; e àOGi'Cw = àvOo; -i^o), ttóQOsv
= -ó02v, Cypr. 370). — In kùnduro VjvOoupo; x.oO- (n. 10), all'in-
contro, dove il nesso non è antico, ma è conseguito per epen-
tesi di n, siamo all'analogia dei n. 88-90, combinata col n. 81;
dove si può confrontare órminga tenia *ilaiy/a = s'Xpv9a (n. 86),
ant. D.y-ivQ. — E rimarrebbe di chiarire il doppio t di putte donde
tA^z-ì, ettùtte di costà aJTo^iOiv, ecitte di là è/.ìlGev, óssotte sawOòv,
òzzotte £;w9£v, apànotte è-ivwOsv, kàotte x.àTojQcv. In apòtte di
qua *à--wS[ó]-9£v, avrebbe il doppio t una ragione etimologica;
e surto cosi organicamente in alcuni di tali avverbj, potrebbe
essersi poi esteso, per analogia, ai residui.
A. 94. Di regola è spirante (cf), e iniziale e mediano tra vo-
cali, con un suono che molto si avvicina a y, e con v talvolta
si scambia ne' circonvicini dial. greci. Citerò dànima prestito
^àv£L(7|jLa, dàstilo dito Sà/.T'jXo;, dizza sete Si^j^a, dénno lego Sivw
{(ìioì), déndro quercia ^i-^^^o^ 'albero',' dònno do *Scóv(o (SiSwy.t);
dòdeka Scó§-; kladi ramo y,\y.^io^, pedi fanciullo 7:xiSiov; damala
^xijAl-fi, dermòni crivello di cuojo Sspu-óvwv; pòdi piede tcóScov,
vùdi e rudi n. 10; ecc. 95. Qui resiste, ed è pure allo stato
di d, il S di 5i7.-: diavàzzo inghiotto *S:arix(oi less., diavén-
no passo S'.a[iatvw, dianistra *^ixw.jP^y. less. (efr. adidzzo tardo
àSstaCw, mudiàzzo n. 42, pòdia, vùdia riidia); unica eccezione:
Ja (jati) Sta (SiaTi), 96. cfr=Sp; dràma xì.11, dràka pugillum
(r^pà^ Spa/.ó;), idroto sudore re. tSpwTa? (ma trapani SpsTràv.ov). —
97. E z = ì in ziìina face *Saivr, (Sai;; efr. il cipr. à^tva scin-
tilla, e il n. 175), e anche in daulizi tizzone *^ooAiìiov, re. Sa-j-
>.iov. 98. In méddipa vespa è m- = t7- = S, v. il n. 94 in nota e
il n. 123. [99. zofrdta = *axuox^x n. 17]. 100. Ma è la esplo-
siva sonora {d), quando sussegua ad altra consonante: avdédda
94. cndf. e gali, vispa -\>o^. dizza, véddipa vespa oéXktOa. {Sélhc-^ in
luogo del re o-«p>j/a), véndro = h. déndro.
986. chor. di roch. sprikhdla freddo = bov. zihlirdda re. ^ny^piSx.
Dial. romaico di Bova. Consonanti: jt. 19
sanguisuga flSfXXa, dclomàcti éSf^oj/.à^iov, raddì ^apSiov; vdérro
yMzvo) (r/.5ipw); prandéguome mi marito u-ocvSpsOoj^.ai, spondili
verticillo aizov^'Aiov, khrondó ^ovSpó?, andrà marito re. àvSpac,
aUjéndra n. 65; kardìa cuore, kardl cardo spinoso (carduus),
porfiaWo (cfr. TvopSzXio;, -fsSw). 101. Espunto in ;:ar/o *ezzadrfó
è^àSsl'po:; cfr. «rm elee, se è da ^àSp'jta (^oO;), e r=-3 in arasti
allato ad agràsti fuso 7.-:à/.Tiov,
n. 102. Sempre intatto, iniziale e tra vocali: panda re. T^àv-
TOTs:, 23n^<^ fame ttsTvz, pètalo ferro da cavallo -é-a.lov, póno
dolore -óvo:, j9m dove [ò]-o~J; metapàle n. 18, ttpote niente re.
Ti-oTs, ecc. — Ma è sempre b dopo nasale, come nel romaico
volgare (cfr. n. 51 e 81): amhéli vite 7m~ì1io-j e Apàmbelo n.
fond. 'Sopra-vigna' *£-àvw-x;x-slov, amhònno urto e simbònno
attizzo *òa-óvoì e 'T'jy.-óvoi less. , lambì traluce Xày.-s'. , kàmba
bruco y.ày,-ri e arìkambo zecca che infesta i capretti *ào';['p',]-
x,afA-o;, ambra avanti £p.-pó; (è'aTìpo'^Osv) ; quindi anche: (iem
&<;a non vai re. ììh Tràysic, kalóm bòdi 'buon piede!' cioè 'il
ben venuto!' re. /.'/Aòv -óSiov, sàm bu allorché re. tìv -o-j, ecc. —
103. a7i = 7.-[o] si riscontra qui solamente nella unione eoU'ar-
tie. : an dò dal, an di dalla, an de mmeri'e dalle parti, ecc.
= *:'.-'zòv, *a-'TYiv ecc.; e sempre quando si vuol indicare pro-
venienza da checchessia. Lo oida 'questi' (Comp. e. xxxv: mbà-
tula 7nu kànni nda displégi, invano mi fai questi dispregi)
non è per aura, ma è un accorciamento di tùnda re. tojvxtx ,
che si fa nella pronunzia per ridurre il verso a misura. E tra
an ed '/--[o] dovremo certamente porre *amp, per un'inserzione
analoga a quella che lo zaconio ci dà p. e. in sàmda - nvAiJ.r.-
Tpov Gx.à'irTp- (j/,YÌ-Tp-, 0 in (7/,i;7.tco = (t-z-itctoì Defifn. 247; e il cipr.
in avSa, come già a' tempi di Esichio, = *àafiSa = xj-a. Dunque
ài7-'TÒecc., onde si viene lucidamente ad am-tó an-tó an-dó
(n. 81). Altri documenti per l'inserzione della nasale mi sono:
amblìci capanna, ricovero in campagna = avh'ci *yJAv/j.o^ e zim-
bili sacco VCs-D.'.ov less. Inoltre: ansénno cresco, di Martano
(Otr. Ili), che mi pare àacp^aivw = a'xxivo). 104. Di -- è da ve-
dere il n. 110, ma qui da addurre il caso di assimilazione che
è in petto cado {-ìt.xoì) re. tts^tco; cfr. n. 25. 105. nn-r,^ in
105. roch. e rfr. kavnó ecc.; cfr. ivi pure: amivdala^ vdomàdi, ravdi.,
nura. 74 e 120.
20 Morosi ,
kannò fumo -/.aTivó;, kannia fuliggine, kannizzo io fumo; e in
azzuìinào risveglio è^uTuvéw; ma intatto, dopo l'accento, in iplo
sonno ij-vov. 106. pl = -l in plàka tavola di pietra 7:là/ia, dipló
doppio SittXó;, àplito non lavato *c/.-!zluxo;, laddove il re. dà bl. —
107. Ma flùppo pioppo, per il -Iojtìttìo? delle pergam. italo-ellen.
del sec. XI = mlat. plupus = pdpulus.
4\ 108. Iniziale, e tra vocali, intatto: fàdi tessuto [u]oàSiov,
filo amico <^ilo;, fénome appajo cpaCvo[j.at, féno tesso [ùjpatvw,
fèrro porto con me cpépvco (-pipw); fitéguo ^utsOw, foléa nido <pw-
\iy., foràda cavalla re. (popàra, foriònno carico oopTÓvoi (-ów);
efànina apparvi è'pàvriv, hufò sordo x-cocpó; col verbo kuféno as-
sordo; ^/a^a scpaya (-ov), stérifo sterile GTÉpicpo;, sinnofo n. 32. —
109. k}i = o, in astàlakUo grillo /.[o'jJrà'Xa'py.; di Suida, re. -y/px; ;
cfr. Pps/o; = pps(po; Cypr. 260, 110. Costante è st, con 5 Inter-
dentale, per ogni cpr di fase anteriore.- I. s^=ant. 9O: stira,
stimio, ekóstina, Christina, cpQeip ecc. n. 88;- IL s^ = ant. uO
oT (re. cpx): stiàzzo appronto *e'jO£ià^oj, re. 9Ttà(^to; ekàstma mi
107. rfr. glùppo.
108. rfr. rasji^i = bov. /as. fagiuolo l'C. fx/ioiiltov.
109. roch. e rfr. iarokliàjena=:h. tirof- num.23n.; cndf. klékho = h.kléfo
rubo *>'j£'j)w = y.),£7rTw.
110. roch. e gali, sempre ft- per lo st bovese di questo numero; quindi:
ftira, ftinno, ekóftina; ftidslo, eknftina, ecc.;- dfto^ aftì, deftéra\- ftéra,
fterò, f tèrra', eftd, vaftisio, leftó; dfto, rdfto, shdfto, strdfti, rifto, kófto,
impf. «/"fa, èra fta, ecc.;- efté, fténi, aftipdo, ale f tdo, ecc ; ddftilo, frdfti,
agràfti, nifta, pléfta, aléftora.- Due sole eccezioni: plékhpra ^nls-^Opx
= ho\. plésta, attdlakìio - h. astdl- n. 110; la prima delle quali si risolve
nella mancata alterazione di ''<-'^{'/^) in cot, e la seconda in un caso di assi-
milazione totale regressiva. Cfr. rfr.
amend. ha fp-: fpira, fpinno, fpidiéo',- dfpo, afpi, defpéra;- fpéra,
efpd, rdfpo, kófpo, ecc.;- efpé, màfjjra, aléfpora, ecc.
rfr. ha fsp-: fspira\- afspi\- fspérra, fspokhó povero tttw^ó?, efspd,
éhofspa, ecc. Ma: oklipó, plétta.
eh or. di roch. ha fst-: f stira, fstinno;- dfsto, def stara;- fstéra,
rdfsto;- efsié, mdfstra, nifsta, ecc.
cndf. h'à pt-: ptira, ptinno;- àjjto, apti, deptéra\- Jìtérra, ejìtd, leptó;-
epté, pténi; aleptdo, sfiptó stretto o-ytxrós (irijity/TÓg); e pur J5^ in sili, àtona :
Ppidzzo; pparó, dpjio, rdjìpo, irapf, dppa, èrajìpa, ecc.; appipdo , doppilo,
agrdppi, alépjwra. Del rimanente, tt in attdlakho, nattó acceso àv«7r-ó?, letto;
e hKt- in akhti, okJitó, kóhìxio ed impf. ékokhta;- cfr. roch,; e bov. n. 104.
Dial. romaico di Bova: Consonanti: (5)t (/.t ecc.), ?. 21
bruciai, ekuréstina mi tosai = *èx.à'pO-/iv *è-/.oupsip9yiv = è/cauO-ziv èxo-j-
p£u9riV, ecc.; àsto egli 'àcpxo? (aù-:ó?), as// n. 44, desterà ^zuzi-
pa, ecc.;- III. 5^=ant. t.t (re. cpT): stima sputo 7T:T6(7(ji,a , stiàri
pala TCTuàpLov, s^(^ra felce (^Tepi?), s^eró ala TjTepóv e astenga
penna *7:T£0'JYa, sterra calcagno TTTspva; es^^ sette s-Ta, va-
sti zzo battezzo pa-Ti"C(o, ^^stó sottile Xs-tó;; «s^o accendo à-Tw,
iràsto cucisco ^à-Tto, skàsto zappo ay,óf.7:xo) , strcisti lampeggia
à(7T^à-T2i, r/sto getto ^(tt-toj, /ìós^o taglio /.ó-tco, cogli impf. asta
érasta éskasta astraste èrista ékosta, ecc. Ancora è ft nell'an-
tiquato kléfta ladro re. xAlcpT-/i;;- IV. s^= ant. e re. x-S- (otr. 9t):
està zyBig, ostro è^Qpó?, dianisira n. 94.- V. s^=ant. xx (re. jr,
otr. (px): astàlakJio n. 109, s^^m pettine x.xivwv (yiizi;), astipào
batto -/.XUTCÌ03, alestào abbajo 6).a/,x£w, ^^'s^/ boccale *(j/'j/>xwv ('|u/,-
x'/ip), os^ó otto òx.xoj; mastra madia p-àx.xpy., dàstilo Sà/,xuXo;,
pràstiko 'provato, eccellente' 77pa.x,xr/.ó?, fràsti siepe mgr. e re.
ooà/{.x-/i;, agràsti àxpàxxLov n. 100, n/sto notte v6/.xa, plésta trec-
cia *7i)^é/.xa (-T,), aléstora gallo (àXé/cxcop). - Cfr. Otr. 101: estóio
arrivo (pOàvco, ed estiàzo ^eòOeiaCoi. 111. r^ (r gutturale) = ^x:
artàrmi antiq. occhio ò(pOà>.[;.'.ov e apo-rtammizzo strego collo
sguardo re. cpQapjji^w = òcpOa)^|xit[oi; fùria mano aperta e distesa
con tutte le dita in atto di ricevere =:*fùfta = rc.(!^o'r/Ta. ^ou-z-xa,
che Deffn. 289, mi par felicemente, riconduce a *~'jx.xr, 'pugno',
dall'ant. tìO;. 112. 9V resiste in dàfìii lauro Sa/pvwv (cfr. n. 26). —
113. z -zz- = ant. e re. ^ (otr. fs): zito legno ^uT^ov, ;2;^no stra-
niero Qévo:, jS^Jio io cardo £aLvw, 2;(^ro so re. ^épco; ^aw«iio vo
scardassando la lana *;avr((o, zarizzo gratto ^uo-fCto (;'j(o), zenia
terra straniera ^svia, ;^er(5 duro ^spó;, bercio vomito è;£pà(o;
ékrazza chiamai £x,p3c;a 'gridai', ànizza apersi *àvrji;a, izzera
sapevo re. vi^supa, épezza giuocai è'-ai;a, dèlezza scelsi Si£>.£;a,
étrezza corsi re. £xp£;a, cogli aor. cong. na kràzzo n' ani zzo ecc.;
^^^e sei s;, ó^^it £;co, ecc. ; 114. Di ozzia montagna, v. il less. —
112. chor. di roch. ddmni = bov. dafni.
113. In tutti gli altri luoghi sempre s", che in sili, postonica è pronunciato
assai forte, quasi doppio: silo, séno, séro; santino, sarizzo, serdo, e cosi:
asunndo ècuttvéw, asilistrdo re. ì^ì^\\>(7t pót.M , seder fó [rfr. sarfó-h. zar fa
£5àc)£>(j)og], aslnta sessanta è?vi[xo]vTa;- metdssi seta re. f^erà^tov, ékrassa^
dnissa, Spessa e na krdsso, n'anisso, na pésso; èsse, óshc 114. osia
= b. ozzia.
'>2 Morosi,
115. z -::;^- = ant. e re, 4* (otr. fs): ziddo pulce ^uXko;, zéma
ósuaiy.a, zófa Crepa tit ^j^-jcpzs, zah'di forbice '\iuli^iov, zikUalizzi
pioviggina <\iiyy.\-, zikliràda freddo re. tj^uypó.Sa, zilò alto ù-J/'/ì-
ló;, zomi pane (]/co[j-iov; <2Z^dri pesce ò'^àpiov, anizzio nipote àvs-
ij^ió;; à;?^^ di (prepos.) *a^j; = àr.[ò] + [s];, dizza sete Si'|a;- azza
accesi atl/K, évlezza guardai, custodii è^Xs^j/a, e ugualmente
àhlazza piansi re. zyXx'Ìjy, (i'/.>.au(7a) , epìstezza re. è7T;tc>T£i|;a (-zj-
ca) ; aor. cong. : tia àzzo, na vlézzo, na Mazzo, na pistéz-
zo, ecc. Un esempio di zz = fc è finalmente ^^2;ero = otr. (^/c^ro
vuoto £'j/-y.ipo,-. - Lo z^'li, e,, è proprio anche del dial. otrantino
di Sternatia (Otr. 102108). 116. sp-=G'^-: spazzo uccido ccpà'Coi,
spìngo stringo a'^l^-^oì, spistò ct^ìktó; (csiy/.T-) ; e anche spun-
gJuzzo invece del solito romaico e otrantino <7pouyyi(^co [G-Koyy-
e cr<poyy-). 117. Mi resta flastimào bestemmio pXa(7^r,[jico, ma
qui ci confondiamo col continuatore neo-latino.
B. 118. Come nel re, non ha il suono esplosivo se non dopo
nasale: limMzzome m'invoglio re. Xijj.t:. (cfr. \i[jJ^z'n.ù^Xi-j^')z'jbì)^
'mhénno entro ììjfpc/À^bì, kómbo nodo /.ófj.po;;- dem bàddo Sèv
^cùCko), ecc.- 119-20. Del resto, pur qui di regola v = ^: vàddo
pàD-w, velàtri pungolo pe'buoi "(islàrptov (pélo;), voréa tramon-
tana Popéa?, villa n. 12; akrivégiio mi faccio scrupolo à/.p^ps'joj,
paravosia n. 59, stravónno curvo crpapóvco, sàvano vestimento
mortuario cà[iavov, kah'vi capanna -/.aluptov, provato pecora "pó-
paTov;- pS: avdédda pSélXa (ma raddi bastone pocjiSiov col verbo
raddizzo, e ddomadi £[^^o[j-àS-);- p^X [3p: si«v/i' spiedo re. coupXiov,
11.5. rocb, e rfr. sempre sp (da sf) = y>: spiddo, spéma, spófa; spalidi,
spikJialuii, spila anima =: bov. ^{/ij y-u^'i, sprikìidda, spilo, spomi', aspàri,
anispio; dispa, ds]oa, évlespa, éklaspa, epistespa.
cndf. sf=-^ iniz. in sili, tonica: sfiddo, sféma {spófa, per effetto di dis-
similazione, in vece di sfófa). Ma quanto al riflesso di -^ iniz. in sili, atona
e di ■]! interno così in atona come in tonica, lo scambio del y coli' aspirata
dentale, sotto V influsso del <r precedente, è continuo, epperò una medesima
persona oscilla nella stessa parola tra sf- e sp-: sfalldi, sfukìlràda, sfilò,
sfila, sforni] asfàri, anisfio ; vis fa, àsfa, cvlesfa;- e spo?ni, aspdri, anispio^
égraspa £7|0ai^a, érispa, epistespa^ vispa.
Al bov. ézzero rispondono normalmente roch. e rfr. esperò, cndf. ésfero
ed esperò; che vuol dire: fc f(; sfece.
116. cndf. sempre sf: s fingo, s funghisco, ecc.
120. chor. di roch. domddi; ma roch. vdom-; chor, di rf. shlzzo.
Dial. ioni, di Bova. Consonanti: v, 23
vràzzo pp3c!^oi, vri'zzo ingiurio opprCw, vréhi piove Ppix,£'., vron-
dài tuona [3pov-:a;- cr^: svizzo spengo re. g^uvcj (Tpévvjy.'-), asvésti
calce àafiiGTiov • - pP: kdrvuno carbone /.àp^o'jvov; ecc. 121-2. Per
(3 in 9, quasi nulla di ben certo: trifo, io pesto, riverrà a tri fio
(cfr. rpi-TYi; ecc.) anziché a Tpi[3o), come /^iJ^^/b a kléfto ecc. n. 53.
Ancora sono da considerare: aftiddo n. 85, vurfuràta less. ; e
l'esempio sicuro, ma 'sui generis', à[fl=[i'k in flastimào n. 117. —
123. E [3 in m non ho se non in mùnevro nervo di bue, che è
il mgr. p.o'jvE'jpov (Du Gange) = [iouv-. 124-5. È ^ vocalizzato dopo
gutturale in guàddo è/.pà'Xlco e in guénno è-/.[3aivw;- gualìzzo
re. y.ou[3a>i^w (cfr. Otr. 102) ci avvia poi al dileguo che è in fleàri
re. (plspàpr,? februarius.
TK (in + k) ecc. 126. Nei nessi yx- yy suol mantenersi la na-
sale: angalìa ecc. n. 50; spunghizzo «^^poyy-, ecc.; plen gàdclio
'più meglio' (re. x/iov /.àDviov). 127. Ma yy. ^^ ^^- cihJiìéddi
n. 65, raJiJiuddào russo *§sy/o'j>.àco (p^y/^w), pleliluru 'più peg-
gio' ':T>>éov yelpov; cfr. re. cc/iliov, ^o/aXi"(oi. 128. Dileguo della
nasale, oltreché in spistó re. gw-tó? (cr(piyx,Tj:), anche in r«A-
katìzzo tossisco *ppoy/,aTrC&j; ed è all'incontro intrusa in angli-
sta chiesa, pur dell' otrant., £x/.Xr,aiz, e forse in smingo mischio
re. cjxiyoi e [7-iayw ('7'jy.[j.iyvvai). Non pongo fra questi dangànno
mordo (otr. dakkànno), perchè, oltre al ritornare nel re. (f^ay-
xàvoj) , è un esempio di lucida e antica ragion grammaticale
(Sxyx.àvM : i'^a/iov : : }va[a.pàvco : eT^a^ov),
TS'. 129. Di regola intatto, e iniziale e tra vocali. Ma le com-
binazioni nia nio niu, con Vi atono, danno qui pure na ecc.
(cfr. n. 149); cosi: asprinàzzo imbianco *y.G-zvnyZoy, velàna plur.
di velàni ghianda p7.Aàv',[ov], klupàna plur. di khtpànni panni-
lino *y.[o}]'ko7:óf^f.o^, petakiina pi. di petakùni less.- Cfr. n. 134. —
130. ^=v: lastarìda nottola vuxTepiSa, larànghi arancia re. vs-
pàvTÌ^iov, limòmulo 22. 131. kl = y.'^: skWpra ortica (/.viSy,) re.
àr'Gx.viSa, cfr. n. 173;- pl = -v: plemóni, pur del re,, polmone
TTveua-; iplo 'jtcvov; cfr. otr. plónno dormo re. 6-vóvcrj, e nel dial.
121. cndf. foria = hov. voréa-^ gali, é faspa = ho-v. évazza 'i^u-hv..
122. cndf. vlastemmào.
123. cndf. kdnnamo = hov. kdnnavo canape (xavvxpo;).
131. rfr. ddfli zzhoY. dafni; e dafrl n. foad. Axyvj'ov.
:? l Morosi ,
zacon.: •j-3s = ù-vov, oltre yoiTrs = x.vT-£c, p7'ihgu = 7:'nyo), Iv.dj^ix^
(^y/pviSa. 132. rr = yj: harrastò polverio re. x.opv.axTÓ; (/toviopxó;),
purrò mattino re. ro'jpvóv; pérro porto via, fèrro, serro tiro,
vdérro scortico, spérro semino, = re. Tùaipvco, oìovo), gìovo), y^épvw,
g-ìovcù; sterra -Tfpva, /%rro forno mgr. cpoDovo; col verbo affur-
rizzo inforno e con zilófurra *;u)vóoo'jpva fascine da ardere nel
forno. 133. Il v è in dileguo o assimilato in angremmizzo n. 34;
cfr. nel volg. romaico /.psaó; -i^co Defin. 275. - E poi sempre dile-
guato il V finale, come ne' volgari di là dell' Jonio, nella declin.
e nella conjug., solo riapparendo allora che la parola seguente
incominci per vocale o per una esplosiva guttur. o lab., alla
qual parzialmente si assimila: an éJii se hai àv z'/j.'-;, san irte
quando venne aàv r.XOe; en eh gaio non è buono Ssv siv'xaVJv^
samì)óte quando mai aàv ttótò, ecc.- E vedi ancora il n. 160.
M. 134. Di regola, intatto. Da mj (-aia-) s' ebbe primamente n
[nj) in *zofihàri *'|o9:atàp'.ov carogna, e poi ng\ zofingàri (cfr.
it. vengo tengo, "venjo *tenjo). 135-6. Passato in altre labiali :
p in paskdli ascella otr. vashàli [y.aa/àlr, ; cfr. r/n^xoy.ov = fj,2-
Taupiov Cypr. 264; f{v) in fermi ka (dove avrà influito il f di
'formica' n. 24 e rispettiva nota; cfr. cipr. papvàpLsvo? = [Ji.apv-
Mull, 90, ^zoaivri = y.zzG- Weigel, ^oi>ppo6Xaxa; = jj.op[jt.ó>- zaconio
DefFn. 310).- Il v di kàvitro granchio, è pur nel re. /.àpoupa^s
xàaopo;. 137. nn = ixv: stennàto n. 15, shanni axxijMrjv scamnum,
Jiìinó yupór. 138. Dileguato in pésti giovedì rzzu.-Trr,- cfr. re.
TTS'pTYi = TTijj.-TX, vj'p'/i = v'j;/.©-^, à'pà>,'.ov = òtx<pà>,- DefTn. 277; a' quali
aggiungo xà-ia di Sira = yJy.ij-'.x.
2. 139. Iniziale, sempre intatto e sordo {g): saln] 'come,
quando' [w]càv, siko cu/.ov, simero oggi (jriy.epov, séhli segale
*Gfx[a]>.iov re. cs/.àV/i , serro oi^vcù ('^jpw), sòma corpo crwfxa, sùrvo
sorba re. GoOp^ov, surào fischio G'yJX,cù\- skiiUci verme g/mIt,-
/,;ov, stari tela t^Tapiov, sfenó stretto gtóvóc, sparto ginestra
c-àpTo;; ecc. 140. Sordo, o meglio geminato, è poi o mediano
ne' seguenti esemplari. Innanzi all'accento: esse, esséna te zgz.
Dopo l'accento: api'ssu dietro b-iaco, tamissi caglio *Ta|xiGiov
(ràjAiGo;), éssu ÌGo\ tósso tógo;, pósso ttógo?; -ipissa = --f\Q't\<yc(.^, des.
di 3. pi. aor. pass., ed -esso di 2. sg. dell' imperf. medio-passivo. -
Cfr. Otr. 112; ed sgctw = £g-w, [à]-o-lc7cco = -dttigw, Cjpr. 282. —
141. re = p'7; arcinikò maschio àpT£V'//.ó;, perei l'anno passato
Dial. romaico di Bova. Consonanti: o-. 25
-£p['j]ai, percikia persico *persikia. 142. Quanto a g scempio
tra vocali, che vuol dire a sonorp (i), egli è sempre incolume,
ove si prescinda dagli elementi di flessione verbale che tantosto
saranno enumerati. Citerò imprima questi esempj: pastina {pa-
saéna) e pasamia ognuno -a re. r.v.ab.^rj.z, 7:y,Qy.<jÀy., krasi vino
re. -/.pac'ov, argasia lavoro campestre joyarriy, , klirisàfl y^iiGy/o'.r,'') ,
artisia 'condimento' che già è in Ptochodromo II 575, re. àpT-jasc
àpTU'jfy.a (Comp. 93; cfr. num. 143), fìsào soffio ^'jcàw, mesakó
mediano re. y.sTia/.óc, ecc.;- cerasi ciliegia jcspà^wv, pràsino verde
7rpà<7ivo;; nésimo quantità di bambagia, lana, lino ecc. che si ha
il compito di Alare ^iaiij.ov less., esic, esi, tu, voi, re. za'j, ìgzì;;
rùso rosso ^oOt^o;, plùso ricco 7:\o'jg\o;.- E passando poi al. C7
di flessione verbale, lo trovo intatto fra due vocali tra di loro
identiche; quindi: àlasa aor. ind. di alànno aro [xkioì), edàn-
gasa di dangànno mordo, ecc.;- fisisi zisi lisi 'pelisi gapisi,
aor. inf. di fisào soffio, zio vivo '(-/loi, Unno sciolgo X'jw, pélo vo-
glio 9éXco, gapào àyx-àco, ecc.;- na fisisi 2. e 3. sg. aor. cong.
va ^'jG'/iG-zj; -■(\, ecc.;- àlese e alésete, màpese e mapésete, 2. sing.
e plur. aor. imperat. di alépo macino àCkiOcù e ìuapénno impa-
ro, ecc.; cfr. -ese nella 2. sg. pres. medio-pass.;- na móso sóso
sikóso aplóso klóso fuskóso, prime sing. aor. cong. di mònna
giuro re. òy.óvoj, sòmio posso re. acóvw, sikònno innalzo re. cr,Aó-
vto, aplònno distendo re. à->.óvco, klópo /AcóOo:), fuskónno re. (pu-
cy.óvco;- ??« kùsiime e rza /^i«5w 1. e 3. plur. aor. cong. re, vV./.o'j-
G6ij;,£v ecc. di ki'mno odo àx.ouoj. Anche è intatto il a di flessione
tra e ed a, che vuol dire nella 1. sg. di aor. ind. come queste
che seguono: alesa emàpesa édesa appesa ezzéresa azzipóresa
efóresa {alépo e majjénno s. cit., dénno re. S£voi, petto re. 7:i(pTw,
zerào [i;];£pàw, *ziporào less., forénno vesto re. (popjcivw). E final-
mente si conserva, tra u ed 2 nell'-ióSi di 3. plur. pres. ind. e
cong. dell' att.; come p. e. in kùnnusi e 7ia kususi da liimno s.
e., ménusi e na mimisi da w^no rimango pivco, gapùsi e né?
gapiusi da gapào s. e, ecc. Ma, del resto, sempre dileguato il -c-
dell'aoristo che fosse fra vocali tra di loro dissimili; come si
dimostra pei seguenti esemplari: {kua, na kid, kùeme odimi
(allato a Mise odi) kiiete;- n'alào, n'alai, n'alàome, n'alàete,
n' alatisi, àlae alàete {alunno s. cit.); 7ia zerào, na zerài ecc. ,
= va zizcxxGO) -r,r ecc.;- ekàpia, na hapio, na kapiume, na ha-
26 MorOEii ,
piete, ila haphisi, = ;/.à9;ca, va x.aGiaw ecc. (kajnnno siedo /.a-
6i?^(o); alia, na lio, na liume, na liete, na liusi, li e liete,
= s>.u<7a, va l'jGoì ecc., T^órjò ecc. [Unno s. cit.); epéUa, na pelio ecc.
= -hOilnnx ecc.; é'im; na i/o ecc., zie ecc., =£'(r,Ga ecc.; egàpia,
na gap IO, gàpie ecc., = riyy.TùX'Ta ecc.; arótia, narotio, arò-
tie ecc., c^ripwTTiTa ecc.;- n'aléo, n'aléi, naléume, n'aléusi,
= '^' òCkiacù ecc. [alépo s. cit.); ?i(2 p^o, na pei (ma talvolta na
pési), na péume, na pensi,- = va tzìgcù ecc. {petto s. cit.);-
émoa, na mòi, na móete, mòe mòete, ^ w;i.w(7a, va òuMGti; --n ecc.,
àfxcùcs ecc. (mónno s. e); 2'soa, na 5Ói (ma: tò rfé ssósi 'il non-
-potere' la malattia) , na sóete, = sTcocry. ecc. (sónno s. e.) ; àploa,
n'aplói, àpice aplóete, = ri-).coc:y. ecc. {aplónno s. e); ékloa, na
klòi, klóe klòete, = è'x.T^wja ecc. [klópo s. e), efùskoa, na fuskói,
fiishoe fuskòete, = èipo'jcx-coca ecc. {fushònno s. e). E cade egual-
mente il (7 dell'-a-jL che s'ebbe nella 3, pi. imperf. e aor.; cosi:
efìsiai *k'^uGriGiy,G'. (scp-javiTav) , elégai *tkiyixGt. (slsyov), ipai dissero
*d-o(.GL (sl-ov). — Normale poi nella declinazione e nella conju-
gazione il dileguo di -:; cfr. n. 133. 143. sm = -G'j.-: azzasméno
s^aycac[7Ìvo? {nazzasméno o piò sia santificato Iddio!), che certo
proviene dal formulario ecclesiastico; addismonào, e addimonào,
dimentico re. à7.r,c[jLovàco; sismàcta 'strappo, fenditura' re. <^x.'cr{^-"
e insieme anasisméno 'stracciato' da anasizzo àva-r/J^co ; sàsma
paura G/.iv.G[j.y. 'ombra', vrisma ingiuria u[ipicr|xa, hataklismata
scompigli ■/.axa/Au'jy.- , kósmo mondo /CÓgjjlo:; mm = G<j.: klom-
méno filato ySkoìGu.-, skotemmó g-aotig^A; ; àr gamma lavorio à:-
•^y.G[j.y., jiriynma giramento yuptcìJia; m = -G<j.-: vraméno bollito
Ppa(7pivoc, alatiméno salato àXariG^x-, kliméno chiuso /cXsicry.-, ecc. ;
stima sputo tzz'jgij.cc, zéma bugia ^^zug^xv., scépama copertura
G-/.ÌT:c(.Gij.y., kàpima l'atto del sedere e la sedia -/.àOicrp-a, vàstima
battesimo pà-T-.a^aa, flòjima (pViyicj/a, pótima bevanda TrÓTtGjxa,
[àrtima cfr. n. 142], dànima prestito ^àveiGij.a; ecc.; v = -c!^-:
previtero prete 7:^zg<^'jtzoo;. 144. Nessuna traccia in questo
dialetto dell' att. --t- = -a-r-, di che nelle colonie otrant. vive
un esempio [acettù ellera -/.iggó;) ; ma sempre ss : cissó, ecc.
z. 145. Iniz. intatto: zàla lo strido, col verbo zalào, CaV/i ecc.
less.; zio vivo (^-^w, zénno puzzo *[ò]'Catvto less., zoguàri giogo
'(suyàpwv, zulia avversione ^rAiac. 146. Mediano fra voc. suona
145. 146. rooh. si: sHtào cerco ?v7T£m, hhoriszome, 'pisziìo, eoe.
Dial. romaico di Uova. Consonanti: a, 1. 27
(U regola geminato come: vizzt poppa re. fiu^iov col verbo viz-
zànno, pezzidi 'grossa pietra che forma il limitare della porta'
re. -s'CouXcov (-£(^a); skotcìzzi 'si fa scuro, annotta' c/.oxà'Csi, sàz-
zo raccomodo tcrà^^c), kjioràzzo compro àyopà^co, kràzzo v-pà'Cw
(imperf. eskòtazze {sazza elìliòrazza éhrazza) ; 'pizzilo ì-'i-
X,r^^o:;, kliorizzome mi diparto yor/ìC,-; svizzo *g,S'j^,6) re. c[36vo:),
ekKrizzo '/^(ì-oì (impf. ésvizza ékhrizza) ; Jiézzo yfCoì (imperf.
éJiezza), ecc. 147. 5S = 'C appare in siàssi sgocciola GTà!^ói e
in p/550 coagulo re. tt-ó'Coì e --óyco; ma son da confrontare tvticgco
allato a -rjyvu^xi e altri casi congeneri nel gr. ant., e in ispe-
cie l'odierno tAìGgo) Cypr. 365.
A. 118. Intatto iniz. : làkhano )và)(^-, linàri lino >.tvàp'.ov, lesto
sottile l£-TÓ;, luiopinàri lupino re. lou-iv-, ecc. ; e mediano in-
nanzi a vocale tonica od atona singola, ne' seguenti esemplari:
khalào yyXkv), éilia v.vXiy., mandili pezzuola re. ;/.avTD,i[ov], ecc.
— 149. Le combinazioni Ha Ho, con Vi atono, danno pur qui Ija
(la) ecc., cfr. n. 129. Cosi angaljàzzo abbraccio re. ày/.aAià'Coi
e all'aor. angàljasa, teljónno finisco t£>x'.óvw (-o'c.j) aor. etéljoa;
màlja, plur. di mali pianura *óij.à'Xiov (cfr. ò[xcù.iy.), stafilja pi.
di stafiddi uva cTa'pjltov, affélja plur. di afféddi lardo affet-
tato re, 9£}j.ov, maridja pi. di marùddi lattuga [Aapo6).iov, ecc. —
150. Del resto, per a scempio tra vocali, s'iia costantemente dd^
cioè quella risposta che sarebbe più legittima, secondo 1' ana-
logia de' dialetti italiani circonvicini, pel doppio II, e quindi in
addo a},Xo; e addàsso y.Hv.GGoì, fiddo o'jàXov, e siéddo mando
oxiWiù, agritstaddo -/.pjTTaD.ov n. 4. Citerò: prikaddida cicoria
re. 7:ix,pa}.iSa (allato a mali s. e.), skaddéguo e pur skaléguo
rovisto ay.yXz'jbì, addismonào n. 143, pizziddào sguscio re. -it-
XXkib>, agriddàci oleastro *àyp£>.à/.iov dal re. àypóXo; (xypiaeXoia),
éeddari *x>o'.'Xàp'.ov less., oddio zkzióc, poddi molto ttoIù, puddàéi
uccello *7vco'Xà-/.iov ; apriddi re. à-rpiALo,- e kiz^iX).- (aprilis), sciddo
cane re. g/cóXo; e Gy,(tHo^ (g/Jj17.1) , stafiddi n. 149); téddico *Tr,-
147. roch, spasso straccio cTrà^w.
149. roch. e cndf. j : tejónno = bov. fé//-, O'o sole f^to? = b. iljo, céja (sg.
céddi) -\)0v. miccéddia (sg. micce ddi piccolo *p.iT?Ato? less.); e così kàjo
= hov. kdlljo.- Ancora ho: cndf. mdjia capelli = b. watZrZi'a re. //aÀXt'a ; cfr.
Otr. 110, Deffn. 258.
150. Aggiungi roch. kììamiddó^ rfr. e cndf. khameddó^ ;^«p.vi).ó;.
28 Morosi ,
li-/.o; less. ; e cosi di regola ne'seguenti sufif. dimin. : -iddi = -ikiov
-•jXcov (si eccettua mandili n. 149); -éddi = -i'k'.ov, onde varéddi
barile re. papfXtov, piséddl pisello re. tzCC.zK'.ov \ -ùddi= -oùliov (ec-
cetto rumhidi n, 40), onde marùddi s. e, sakkùddi sacchetto
re. Ga.y,y,o'jXiov ; dove i plurali, all'incontro, escono legittima-
mente per -ilja -elja -ulja n. 149 (eccetto kamaterùddia n. 34).
Ancora : -ndda = -oìila : manùdda mammina re. p.avo\j>.a, perdi-
kùdda pernicetta re. TCòpStx.oìi'Xa ecc.- Non passa in dd il doppio
Il che surge per assimilazione tra parola e parola: e llàrga è
lontano Iv'làpyz, pie lligo più poco 7vl£[o]v [òjliyov. 151. Alte-
razione affatto sporadica di X in r tra vocali, è in sahkarizzo
scuoto il sacco cra/./.£>.L^(,j. 152. All'incontro è normale il r da
X innanzi a o, p, t (0): derfàci porchette (SeX^àx-iov) , zarfó s^à-
SsXcpo;, vurvujmma n. 19, evàrtina mi misi èpàXOviv, /r^a rAOsc
(-ov); vicenda comune al romaico volgare;- e anche dopo (p e p:
trifopóndiko talpa re. tu'dIo-óvtìx.o; e sulàvri cupaOXiov n. 22.
Nelle altre combinazioni, intatto.
P. 153. Di regola è intatto. Abbiamo, per dissimilazione, 1 = ^
{l-r 0 r-l, = p-p) tra vocali in zalisa radimadia *cupt'7Tpa (cfr.
^'jcTpa) allato a zarizzo n. 23; sulàvri n, 152 (cfr. re. p.à-
XaOpov, otr. màlafro finoechio ixàpaOpov); parafili 'sportello,
abbaino' -ùrapaQupiov, plastrili 'tavola ove si lavora la pasta',
TrXacT'/iptov, murtàli n. 40; e ancora /?^^ = 9pyp, come nel re.,
in fleàri n. 125, gligora prestamente (cfr. l'agg. mgr. èypri-
yopo? da àysipoj ecc.). Si aggiunge da^/z lagrima Sà/cpuov, col
verbo dakUzzo. Ma in podàli fusto della pianta e peduncolo
TuoSàptov avrà influito l'ital. 'pedale', che è nel dial. Calabro; e
in astìili (che non è voce calabra) 'astore' il suffisso romaico
-o'jX'.[o]v. 154:. Esempio affatto sporadico di n = p è lagàni treb-
bia *Xayàpiov (cfr. re. Xayapi'Coi netto il grano). 155. Il nesso <>Tp-
è poi riflesso per un suono che or più or meno s'avvicina a s.
Bene spiccato è lo s ne' riflessi di ^èy.xXàcTpLov empiastro, *^u-
picTTpy. n. 153, *(pXoO<7Tpov 'buccia, guscio' re. cpXouSiov, che suonano
151. roch. siristiri naspo = b. zalistiri n.
152. rfr. tripopóndika: esempio forse di etimologia popolare, con allusione
al 'far buche'; cfr. tripào io buco rpinzóitù,
153. rfr. Gligóri r^vjyó/stos n. proprio; e Gligoràci u. di fondo.
Dial. romaico di Bova. Accidenti genei'ali. 29
ambiasi, zaltsa, fliiso; meno lo è ne' riflessi di àc7Tpà-T£i tuona,
cTTpayyiì^o) strizzo, spremo, gtosooì rendo, re. cxpcóvo) (TTpwvvuix'.)
faccio il letto, T^XacT-ópiov n. 153, 'Say.TuVriTTpa = --'n^^y., sicché li
scrivo: stilasti, stranghizzo, stréfo, strónno, plastrlli, ctasti~
listra. Ad ogni modo, questa vicenda non avrà nulla a fare
con lo zacon. 5 = [c7]Tp- Muli. 96; poiché essa è propria de'dial.
ital. della Calabria, come della Sicilia e della Terra d'Otranto. —
156. Il dileguo del p in akkl'i = aldi 'cassa, scrigno' re. v.^yJJ.o-^
(arcula) e in aJijerónno *7.p/apóvw n. 14, può ancora attribuirsi
alla spinta dissimilativa. In candónno, allato a cendrón7io, in-
nesto --^svTpóvoj (-ów), s'aveva un nesso di tre consonanti sono-
re; e finalmente: sapéno *sapreno, imputridisco, è esempio che
ritorna nel re. (ant. g7.t:^CC,(ù ecc.).
Accidenti generali.
Accento. 157. Si arretra di una sillaba in queste voci parossitone: Accento.
kdtara imprecazione xaxàpa, l'drota pur del re. (65pw; -loto?), sékli
segala n. 139, cefdloma estremità (/.ócpaXitwax) téljoina compimento ,
TeXei'toixoc e mùpiamma ammuffimento re. [jLou/X-'aa-f^a (circa i quali, vedi
il n. 159), Móstra filo, legaccio (/.Xw(TTr,p -%^oc,), apóì'ga propaggine
(àTTop^w^ -wyo?) e kaldmippa xa^aaivOv) ; - e in queste ossitene: khàmme
-/JX.II.XÌ, drdka (Spoc^ -xo;) less. , pira Tiupi; oltre che nel tipo di cui
sono esempj aréo raro àpato?, oddio Vkzióc,, anizzio àv£i|/to? (cfr. il dia-
letto di Patmos e l'antico eolico, Muli. 93), laddove nel comune ro-
maico è all'incontro norma costante che -io[s] -ia passino in -iò[sj -id.
È questa una vicenda che nel bovese non trova riscontro se non a for-
inola mediana in questi pochi esemplari: sdsma (sciasma) GY.ixaiLcc, cóme
xaio[jL«[ e xaio[ji.£v, klóme x^atoasv. 158. Si arretra poi l'accento di
due sillabe, in damdsino prugna re. cxu-xaxyjvov, prdstiko TipaxTtxo;. —
159. Progredisce Tace, di una sili., dalla terzultima alla penult. ,
in: akrivia scarsità, scrupolosità àxpi'póioc, afiidia por^Oeta, apovrdma
(àTOpp£Y[i.a), komda lendine xovtSa, asteriga re. Trrspouya (uTEpu^), vri-
sma uPpiffjjia, gudmma cacciata re. i^^%\]i.% e guémma uscita *£xp-/][xa,
noma ovoaa, (ma Filippo è di pronuncia ital.; la greca è in Petre-
157. rfr. ènnea -hov. ennèa re. èvvtà (jvvéa).
158. rfv. jdstiko utile, necessario {oir. jàst- ghjàstiko), quasi c?£taTTixó?
(cfr. re. eviJftK), zénnulo *ò(;atvrj>ó? n. 35 n.; due voci mancanti a Bova.
169. gali, khumatà = \>ov. hìiiim-.
30 Morosi ,
fìLippo nome di una. fontana pubblica in Beva);- dalla penultima
all'ultima, in akomi ancora re. xxóixi, prosté 'avantjeri' pur. re. "Trpo/-
Oc'; (npo/Oi?); - dalla terzult. all'ultima: traganó 'duro, forte', re. rp.-
vxvo;, znrfó ì\i.o{k-jjo:„ rnkaniki re. ^ouxivtxov (lat. lucanica salsiccia),
aekamenó crujtiatvo?, to imi&'i la metà r,y,t7u;, ecc.- Quanto ad akrivi'a
e ofudia, pajono attratti dalla numerosa schiera de' nomi in -la
(n.l94); cefdljoma, téljoma, niùpiamma ricordano l'accento delle nuove
formazioni sulla stampa di rmtaldmbamma less. da [x=TaXa[j.p7.voj, ka-
nùnimma guardatura da kanundo less., pldtemma parlatura da. piate -
guo less., spùndemma levata del sole da spundér/uo, ecc. kaldmippay
finalmente, segue l'analogia de' composti (n. 229). Le alterazioni del-
Assimii. Tace, nella flessione, concordano colle comuni romaiche. Assi-
milazione.- 160. Effetti di assimilazione parziale o totale appajono
per la maggior parte le alterazioni che le vocali atone qui hanno
patito. E specificherò i seguenti casi, senza presumere che tra il certo
non mi scorra alcun che d'incerto. Assimilazione ad altra vocale:
immediata regressiva parziale in -ed ° -li 18; transultoria regress.
parz. in e ... a <= i ... % 18, = u ... oc 24; totale in a ... a = e ... « 30,
= 0 . . . a 37 ; in z . . . / = a . . . i 15, ■= 0 . . . i 38 ; in e . . . e = o . . . s 39 ; -
progress, totale in ft...a = à...£ 30, ecc. Assimilazione a cons. pa-
lai.: z e £ ed at ne' num. 31 e 46; a cons. lab.: o, it = a a'num. 16
e 17, ■= u al n. 21, ed o = £ al n. 32, w = v] al n. 35, = ot al n. 46. —
Quanto alle conson. , ha luogo assimilaz. regress. parz. di a a 8 in
and- = cciL-K-x 103; e progress, di x, t, ir a nasale 51, 81, 102;- regress.
totale in c^d-^yS 73, e aj38 120, in fiìi^T/ivJ 1^7, ince = v-)c (p. e. ple-
-ccéddi più piccolo TrX£[o]v -xi'XXtov n. 168 in nota), in GO«=vO 92, in
jnm = v-[jt. (p. e. ple-mméga più grande 7rX£[o]v \i.{yx^), in ss '=p(r ndas-
séguo *£VTxpacr(j£uto less.;- progress, tot. in tt'= tzt 104, nn = 7rv 105,
Dissimii. rr e pv 132. Dissimilazione.- 161. Di vocali, oltre éi = ée = ons
160. roch. ajalddi olio s&nto — ó-yiE"^- = xytov È),à(Jtov;- cndf. attdlaklio ecc.
110; avvésti rzhoy. asv-;- gali, e eh or. di roch. évva - bov. égua £Jt/3a
esci!;- roch. scedeffó — bov. zarfó. Sono inoltre, in queste varietà, parec-
chi esempj di assimilazione di sillaba a sillaba, ora per epentesi di
r 0 ^, ora per aspirazione ripetuta. Così: eh or. di roch. plimhlàci = hoy.
glimbàci leandro v-l-ri^ùy.ioij:, roch. arnorisèo e miriipra = bov. annor- e miz-\
cndf. spriklirò = "boy. spriklió;- gali, akhdpia z^loov. akdppia n. 92, spri-
kìidpa = ho\. sprikìidda -^vy^p-, spr ofdpa -hoy. zofrdta., leKhdpi bov. lekdti.
Cfr. Epent. e Metat.
161. cndf. pendékome e pendékonde mi pento, si pentono (allato a de-
léguome, kuréguome, ecc.);- spófa-sfófa n. 115. Questa medesima varietà
mi dà ancora stampa (stàmba) goccia, che sarà difficilmente uno stdmma
{- a-:ir.yii.y.) dissimilato, ma ben piuttosto uno stapma (uto=: yw. n. 75) con
metatesi.
Dial. romaico di Bova. Accidenti generali. 31
al n. 31, non saprei proporre se non e ... a = a ... a 14. Di conson. :
pendlnta 82; e cfr. l'SB. Dilegui.- 162. Di vocale (atona) ini- Dilegui,
ziale; 1." di a, ben raro, com'è consentaneo alla tendenza che si de-
scrive al n. 169: vlik'zo, allato ad avlizzo, suono il fischietto (auXi'^w),
paléno io bagno à-::aXuvto, strdsti e strammdda àffTpdcTrTct ecc.; 2.° di i:
inciti ?aàTtov, sdzzo iffài^oj, stari (tcjxocp-); e il re. drónno sudo (!8poco); —
3." di u: jó figlio uio;, vrizzo uj3pi^o3 ; oltre prandéguo, fddi e ziló^
re. [6]7:avSp£uto, [ujcpiò-, [ùj<|/-/)Xo; ; 4.° di s: vlogdo zùloyioì, kató ixa-
Tov, c'no sxiTvo?, p-^ zzilo {euiC/jXo?), piskopo e^riarx.-; sperino vespro
Iffzep-; nghizzo lyYt^to, ngonatizzo m'inginocchio *ly^ow- , mbénno
£u.8aivw ; oltre stidzzo, gudddo, guénno ejérrome, re. [sjùO-, [èjxp-,
[slyspv-;- z (^ in Grecia di regola) =£;, in zarfó, zalistiri, zèro, ze-
rda, zaforéguo, i^àoeX'spo;, *£^£cXcy.T-/ìptov less., re. i^supco, I;sp7.w, l^x-
yopsuo); del resto a^c- (n. 169); 5.° di vj: merdnno addomestico rijj-sp-,
lekdti riXxxdcTT) , entrambe re; 6.° di o: jjit dove, che {o-ou), sjpidi
(mgr. ba-Kir-), Ugo (oXtyo;), che son pure del re; inoltre: mali pia-
nura *óiji.àXtov, jndn^o giuro 6[Aovto (ojxvuixi), noma ovoiji.k, rigdni òptya-
vov, ^riia agugliata re. otpx, s^eo osso oaxeov. 7." di w: il re. so/'nj
(cbffàv), ecc.; 8.° di at : jaló alytaXoq, Ji'cfi aly^'S- e agrojidi capriuolo,
mudidzzo «t[j.o)ò-, tutti pur del re; 9.® di et: na pò ch'io dica re. vx
[eì]7rS, ecc.; 10.° di ou: cf^ no re. [oùJSs'v, ecc. 163-5. Dileguo di atona
interna.- Della prima nell'iato: mesakó re. [Asaiaxo?, agro- e agra-
(òcypto- òcypta-) ne' composti , come agrómmilo mela selvatica àyptoixv)-
Xov, agrappidéa pero selvatico *àypta7riota; rz<so (^ouato?) col verbo
ruséno arrossisco, plùso TrXouatoi; col verbo plusénn arricchisco, plu-
sdto arricchito, ricco; ta katamtna i giorni critici del mese (vale a
dire i primi, dai quali si trae l'auspicio pel mese intiero) xaT«[ii.r,vtìx ;
cfr. ma una (p. e. ma jinéka una donna) allato a mia (p. e. mian
éga una capra) re. [i-ic;- kUoró 6»wp5. Della seconda nell'iato: Vu-
tdno BoutTocvoi; 243, prèmo primaticcio irptóVao; ; zèro qepw pur nel re.
{ì^eup-)', agridddci oleastro 'àypisXàxtov, aio uccello di rapina che
preda le galline in campagna aixo; aquila, pasdna 142, dómmic do-
162. cndf. disio sinistro àSé'^toq, posepào scopro ixTT07y.-,sipóv lito = hov^
azzip- èguttóXdtos, sidi = \ìov. azzidi re. ò^ù^;- viv. pskotdzzi annotta àna-
0-XOT-; ma oligo = hov. Ugo;- roch. tidé.
163-5. cndf. trdnda zzhov. tridkonda trenta; si '<^v)yì = bov. ioi; ai quali
mal può aggiungersi (malgrado il num. 175) il continuo -5'5'[t'] ^hov. -gu[o]
{féggo = h. féguo ipeuyw;- nistéggo io digiuno ecc. n. 259), che è piuttosto
gg~gv;- inoltre: vdpmo battesimo cfr. re. (SiinTt7[x.x, drsto «òpoxjroi-'hoy.
drrusto. roch. e rfr. akrdzzome ascolto à/.poxi^-; r f r, smidzso somiglio
32 Morósi ,
iému {'^ dósemu dosetému) 'dammi datemi' come nel re.; -«se ■= -a£cry.t
nella fless. dei verbi contratti; adóni, allato ad aidóni, e sempre il
dim. adonàci, usignuolo, ar,oov-; djo Lindrdo n. fond. 'S. Leonardo';
-dme = -ioix.y.i , -cme = -to[).o(.i ecc. nella fless. de' verbi contratti; kùme
àxouoixoct. — Tra consonanti: sklapénno monto le scale ecc. *c)taXa-
-sTTtpoctvw, sarmùra re. aaXa[xoup«; smingo (jixi'yoj ((iu[ji.[xtYv-) , trimizzi
less.; zarfó £;dc5eX'^o<;, spastdte allato a spazzestdte uccidetevi *crcp«-
^y)6aT£, klùzza 207; klupdnni re. xwXouavov, apórga 'aTOp^toya. —
166-7. Dileguo di consonanti.- Nessun es. di cons. iniziale. Di me-
diana: Y tra vocali, v. il n. 75, e aggiungi trafvjùdi 'canzone' col
verbo tra[i)]uddo io canto, re. rpayouBtov ecc., e tì^i[v]idjdzzo less.;-
Y innanzi a X, al n. 75; t: kdotte xàrcoOsv allato di kdtu; 6 innanzi
a [x: klamó xXauOjxo?; innanzi a p: tiromizzaro allato a mizlpra n. 92;-
8 o T innanzi a p, al n. 101; -p-, al n. 125; nasali, n. 128 (133,
138); (7 tra voc. , al n. 142, a aggrupp. a conson. , al n. 143. —
X, in J!>3 ^nnd, pur del re, ■= GeXw vdc, p. e. pe nnd 'rto voglio venire; —
p, al n. 156; e aggiungi: mdparo '=*mdrapo [xàpxOpov finocchio. Nor-
male nella declinaz. e nella conjugazione il dileguo di -v e di -? (cfr.
n. 133 e 142). 168. Dileguo di sili, intere iniz. e mediane, appare nei
soliti sardnta e sarakosti (Tsc-a-apocxovxa ecc.), pendinta (ttsvt//.-), ma
non nel riflesso di TptàxovTix, che è tridhonda; inoltre, per dileguo di con-
son. , in azzasméno n. 143, zarfó, dómmu ecc. n. 165, e in fa fate ^àye
'focy£T£, pdte re. 'jrotyeTE, esempj non insoliti neppure in Grecia. Ancora
ricordo arìkamho n. 103, e l'aversi frequente, innanzi a parola che
incominci per consonante, -u^-usi -oucrt nella 3. pi. del pres. indie.
Prost. attivo. Aggiungi menti. 169. Prostesi di a. Agli es. re. apetdo
volo (7:£'T0[xat), appidénno, allato a pidima (::v]03ct.j ecc.), addismondo
*'kri(siJ,ovi(j), avdédda pòéXXa, qui si aggiungono: Apanajia la Vergine
navayt'ac (allato al cognome Panagia), afféddi cp£Xiov less., afuddo afu-
dia po-/]6£w ecc., anogdo intendo vo£co, anazzia 'nausea' col verbo
anazzéme mi nauseo vauo-ia (-tato), ammialó (cfr. re. ì^xvù.ó'; allato a
jAUàXc^;), astdlakìio xouTÓ.Xxx)a;, astipdo xtuttocw, annorizzo yvtop-, agrù-
staddo xpu(7T-, asteriga 7rT£p- (ma stero 7CT£pov), avlépo pX£7:co; cfr.
cipr. ày^TUTTw, à/vtopti^oj, à/^p-/](^(o; e a Sira: ci.\i.{k%yc/L^ e àcririGa = [xaXày v] e
cTTiOa.- Ma prostetico ci è anche Va che subentra ne' seguenti esempj
166-7. Dileguo del J da g iniziale palatino: roch. inéha -hoy. j in- yv-
vaìxa; cndf. ida ^hoy.jicti re. yt^tov; inoltre cndf. ligora = 'bov. glig-. Di
consonanti mediane: cndf. traudì traudào, apperùa = bov. asUriga n. 3. Ma
roch. tragiidi ecc. e tiromiséipro',- gali, sedarfó = hoY. zarfó; [ajn^dm ni-
pote (eyyovo?); roch. e rfr. [a]mpatikéguo *èu.nxTi/.£Ùo) less.; gali. [a]ì'tici
quaglia = bov. ortici re. ò/stux- (òpTvy-),
Dial. romaico dì Bova. Accidenti generali. 33
ad altra vocale che si è dileguata, come si addimostra dall' aferesi
che appare in quasi tutti o nel linguaggio comune o in dialetti par-
ticolari della Grecia. Al posto dell' s: apdnu IttÌvco, anulìizzo cpvou-/-
= suvou)(^-, alea eXaTa e alàdi olio [IjXxotov, arifi capretto cipr. fit'^i-
{t^woc, Esich.) e arikambo n. 102, arotdo [ejpwx-, aìijéddi re. [àJysXiov
(£Yyr_£Xtov); azz- = ll-: azzimerónni re. [£]^v](X£pov£i, azzunnào [iJquTt-
vew, ecc. (cfr. à^àoEXjpo? di Sira); e analogamente: mig- and- amb-
arg- arm-=ì^Y.- ivr- £[ji.Tr-ecc., come in anglista iy-'ÀX-ficU, angremmizko
n. 5, andrépome andropia £VTp£7roii.ai , ambléko mi azzuffo IfXTrX/xa),
ambró re. ipiTtpo;, argdzzo re. Ipyà^w, armacia less. ; al posto dell'i:
asliddi \<syiù-\ dell' v): aleJidti, allato a lehdti, re. X£xxtv) (iqXooc-); al
posto dell' o: alijéndra vipera re. è';,? Evxpx, apìssu [ójTridw, amUji òvuj^-,
amalo 5ijl-, amjntói'io [ó]p.otà^w, aniolojia voto 5[aoX-; affalo umbilico
(zac. à7:7rocX£) ó{AcpaXo?, arkidi òp"/.io-, af tarmi òcp6àX[xiov, azzidi re. [6]|u3-,
azzeri re. [oj'j^àptov; al posto dell' u: anapukdtu sottosopra àvuTro-
xxTw, apokliondria ^rioy-, apoméno tollero 67:op.£vw, apordo *u:i-5pàoj
less. (cfr. 7;opxco e TroxXtóOw, Cypr. 239), an-i aratro [6]vviov, alestdo
CXaxTsw. 170. Rara, come nel re., la prostesi di £ e quella di o, per
ciascuna delle quali ho un solo esempio : eklirtzzo xpfi^'* (cfr. erapat
= TOpuai, di Sira, oltre i soliti esemplari re.), ed osui ombra (dxia). —
171. Prostesi di conson.; oltre gùlo gengiva {oòlo^), che è re., soli due
es. greci: Uri iride *tpt'ov (tpi?) e lozzó vischio t?oi;; cui si aggiunge
lùcchin'='^ócchiu' de'finitimi dial. ital. (v. Comp. 89). 172-3. Epen-Epeut.
tesi.- Di vocali, tra consonante (r) e vocale, firidzzo ^io scemo di
quantità, di volume ecc.' (yupa-'vw (-àw), miriazzo spartisco [xotpài^w,
e pajon quasi esempj d'f propagginato;- tra consonanti: munuklìdri
n. 26. Di consonante: y tra vocali, in ispecie dov'è od era u {v):
anogdo, cfr. voew; lagoméno ferito re. Xx[^]ciji/.£vo? (Xio^-), omga pur del
re. {\j.utx), parasogui ■Jixpxa/.iur, , aguó re. auyov (w&v); - -dguo '^ -%\h>ì ^
-éguo =• -z\Jo) num. 259;- di y tra vocale e p: agrdsti •=* arasti (otr.
ardfti) re. àòpà/T- (ixpx/.xo;); tra vocale e X: azzìpóglito £;u7roXuTO(; ; -
170. rfr, etùto (cfr. ètolìto? delle isole jonie), che s'accompagna così con
eclno sV.eivoc;- cndf. eurciiio =■ bov. urciiio Ppce!C,'ji-^ e con i prostetico: izénni
- bov. it'nwi less.
172. rfr. trivolopóndika re. tu'^Xott-; bov. trifopóndika',- rodi, hósmio .
173. cndf. /w'o=;bov. jó uió; (od è questo l'antico spirito aspro?);- sugato
= bov. sdv- o-àpSarov;- ^?t'^o = bov. klioo re. /.Xet'yw (/.Xeioj); e cfr. glùppo
- bov. flùppo pioppo; ma s«uii spiedo re. aoyp'kt.o-j e (Toy/V.o-J e azsipóolito
= bov. aò^xjpd^'Z-;- rocb. gridai = bov. rtdc» paz-; e vjinnó nudo yu.uvó?. —
Cfr. il n. IGO in nota.
Archivio plottol. ital., IV. ^
31 Mor.osi,
di ?; tra voc. : travudcio 167; di m tra vocale e consonante labiale,
V. il n. 103; e aggiungerei: zambatdri pastore 'TCaTraxàpT]? less.; di a
dinanzi a 0 e Op, v. i n. 90, 92. 174. Accanto alle vere epentesi, toc-
cherò di d s n interposti fra parola e parola per togliere l' iato ; di
che ho i seguenti esempj : se désto a lui re. al aÒTov (sì; a-), ed è
intrusione che riappare nel dialetto greco di Cargese in Corsica
(Cornp. 80), e pure in qualche dialetto al di là del Jonio (Passow,
Tpay. Rto[ji.. Append.: ffs S auTov, \j.z 5 aurov); jet s dsto per lui oià au-
Tov (cfr. otr. ji'a s dfto, ma s dfto; se però questo s non rappresenti
la prep. '; [dq], sicché ja 's risponda ad un 'per a'); énan dtrepo
un uomo, '«a kalón dtrepo un buon uomo, mian dkliaro dulia una
cattiva azione, ti só'kaman ego che cosa ti feci io, e simili. 175. Di
Oerainaz. vera ep itesi nessun sicuro esempio. Geminazione.- 176, Co-
stante delle tenui e di (x iniziali quando esca per vocale la parola
che precede; p. e. pdo ce kkdnno vado e faccio, téddeko ce ttósso tale
e tanto, légo ce ppdo dico e vado, 's tuti mmeria a questa parte, ecc. -
Per entro alla parola, rara di x: zukkdla pentola re. T^o'jxàXa, sd-
vukko sabucus; di t: vuttónno re. ^outÌoì (PuOdcoj), vuttz botte ^outiov
(jìouTt;), miUi naso re. [xùxr] ; costante di tt: appidi pera amò- (xthov),
appidénno à-7:y)Scicto 169, liuppdri2\, luppindri lupino re. XouTrtv-, éppesa
aor. (ma épetta impf.) di petto 2; e così di v e }j.: panni e klupdnni
re. Tzxvio-</ e xoAoTtàvtov (se pure qui non continui il doppio n etimolo-
gico di 'pannum'), sinnodia compagnia (juvooia col verbo sinnodid'zzo
accompagno; -dnno -inno -énno -ónno = re. -àvco, -ivo> ed -uveo, -svw
ed -xtvw, -ovoj, come in hanno re. xdtvo) (xdtjAvw), kUdnno re. '/ji-^^oì [*-/ói.(à),
pinno TOvw, afinno re. àipt'vw, svinno re. cpuvco, dénno re. Sévw, forénno
re. cpopatvio (ma intatto il v degli antichi liquidi in -svw e degli anti-
chi e pur di parecchi nuovi in -ai'vw, come meno [aevw, perméno Osp-
txQci'voj, pièno e paléno 266, pepéno re. aTiaiOatvw), fortónno re. cpopxovw;-
énnepa impf. ed énnesa aor. di népo\ ammialó à-[jLU£Xo; 169, emme
ed emmd ifxs ed viH'-^^?? kìidmme jv,\u%i, immo re. ripiouv, fóremma cpo-
patfjLQc; -mma^ -7) jjL£v nella 1. plur. aor. pass., per es. efìlhtinima ci
baciammo l^tXrjOvjfjLEv; -ómmo-=rc. -ou[j(.ouv nella 1. sg. impf. indie, att.,
175. rfr. ha continuo un ve epitetico (cfr. il dial. di Citno ap. Muli. 92):
ego edidvasane io passai, de sónno kraiisine non posso tenere, n'alar ghé-
guusine che s'allontanino, akomine ancora; ma, di regola, sol quando la
parola susseguente incominci per vocale.
176. cndf. parasogfjui agguó ecc. -hov. parasogni aguó ecc. (cfr. IG3-5
iu nota);- e}>pclia v^Qé^yjcra;- cssdse-\>Q\. esci re. iaciq.- Ma rfr. ìpora-ho\.
ihhorra.
Dial. romaico di Bova. Accidenti geaerali. 35
p. e. andrépommo mi vergognavo re. lvTp£7:ou[ji.ouv; ecc.- Di g gemi-
nato sono esempj al n. 140; e p gemin. è in l'kìiorra, impf. di klioró
Oitopw. Metatesi.- 177, Frequentissima di p. Il caso piti comune Metat.
ò del r che viene a susseguire la consonante iniziale anziché quella
o quelle che seguon la vocale della prima o seconda sillaba: prikéno,
2orikdda, prici'o, Trixpxi'vw ecc., prandóguo [u]7ravop£U(o, krapisti re. xoc-
TTtffxptov, kropt xoTrpiov, kUrondó jfovSpo?, Tripépi cogn. '©soTTpsTrv)?,
grambó ys^uppo?, trifopóndiko TucpXoTr- (l in r), fledri pur del re. (r
in l\ februar-);- vrupako Birpa/o;, prdstemma *TiÌGxpzv^y. less.- Altri
tipi: lutrujia XstToupvia; agridda argilla ^àpyiXXx, diverti *)cup£Optov
less., tavvró io tiro re. Tpa^w, mdparo {mdrtharo) [xdcpaOpov, oltre purró
re. TTOupvov (upcrilv-), liarvastó re. xopviaxxoi; e xovtapxTOi; (xoviopTo?); ecc. —
178. Esempj di metatesi d'altre conson.: fendikji re. cpeYytTT]?, kùmha
re. iTouyya, e dèli giova = YJtZfii (ocpsXXst). 179. Metatesi dell'aspira-
zione: vrupako pirpa/o;; e vedi il n. 85. Attrazione.- 180, Ab- Attraz
biamo -éri^^^-àrio (-xpiov), cioè l'attrazione romanza e la desinenza
grecizzante, in dinéri denaro re. Svivdcptov, sulcri 'suola, scarpa' (sola-
rium; V. DiEZ less. s. suolo), purziéri polso *pulsarium e luméra lume
(cfr. otr, luméra fuoco): voci tutte d'origine lat. o mlat., ma che que-
sti coloni hanno senza dubbio portato di Grecia, perchè sono estranee
al dial. calabrese. Voci somiglianti s' incontrano infatti anche oltre
Jonio: Travó'piov (Tcavxtptov Du Gange) allato a -Tiavàptov; re. xouvouTOpa
-u'poc zanzariera, ecc., cipr. xsXsptv telajo. Il re. TrXaxsptov, piatto, qui
ivoy a. platteddi.- Notevole l'è di Rodi nei greci ctrepcv acpoyyepiv = airi-
ptov G'^oyyàptov (Muli. 94). Qui intatto sitdri, come kripdri xptO-, pu-
Idri TTcoX-.
177. chor. di roch. agroniszo (cfr. iy po\)iii'C,M Cypr. 278) yvw^-; roch.
potrógalo il primo latte ^r^pMToyxXx ; sprikìió -^-u-^poq , sprofdta - bov. ^o-
frdta 16; ma senza metatesi il riflesso di /Sàr^a^/o?: viiprako; rfr. luturghia
senza metatesi; cndf. s/Jt<runfa = bov. zofr-, setreffó i^xdelrpo?, akroniSSo;
sprigàda re. •^vyrpiSx. Notevoli: rfr. asdimmondo e gali, addimosndo
allato al partic. addimonisméno e al nome addismónima — bov. addism- re.
dl-riry^-. Notevole ancora: roch. vjcnno (s/.jSatvw), imperf. évjenna, im-
perat. évga evgdte (= bov. gucnno, éguenna, égua ecc.), che vuol dire la
stessa metatesi del re. /3yatvw, Cfr. il n. 160 in nota.
180. roch, e rfr.: hjimévi capretto (v. less.), che ricorda in singoiar modo
gli esemplari di Rodi addotti di sopra.
30 Morosi ,
II. APPUi\TI MORFOLOGICI.
IL NOME.
Articolo.- 181. La differenza tra mascolino e neutro più nou
è compiutamente sentita ; e se pur non avviene che io si accom-
pagni agli antichi mascolini, l'o è però frequente co' neutri an-
tichi. Il nomin. fem. plur. è i [r,] come nel re, non e [a'.] come
ne' dial. otrantini.- Il gen. fem. sg. tyì; e il pi, com. to twv si
riducono, ove segua consonante, a ti e io. — L'artic. iudeterm.,
come nel re: éna, mia.
Flessione de' sostanti vi.- 183. Due sole declinazioni so-
pravvivono: la prima pe' femmin., la seconda pe' masch. e neutri
(cfr. Otr. 119), nelle quali si trasfondono anche le voci della
terza antica, fatta qualche riserva pe' neutri in -y. [a;] gen.
-aTo;. Consuonano esse con la prima e la seconda del comune
romaico, tranne che, essendosi qui affatto perdute le desinenze
consonanti, il genitivo e l'accusativo vengono a coincidere col
nominativo.
Prima declinazione. 183. La desinenza del nomin. sing.
è di regola a, cosi per l'a. come per T'/i antico; e dell' -a --vi
sono esempj al n. 36, cui ora aggiungo plésta treccia *-)ì/.tyi =
7:lzy,-:-h, e sakkuràfa grosso ago per cucir sacchi re. (7a/-/.ou3àoYi.
Tutta volta, non è raro Vi^-n atono, come si vede dallo stesso
n. 30; e ancora è in mìtti re. (x'jtti. Anzi abbiamo anche -i--y.\
182. rcli.: resta il -v dell'accus., e pur dinanzi a consonante: me tim mei-
nandù colla sua madre, roch. rfr. e cndf. : sempre conservato il -?, ma
con l'epitesi di un' e: i alése, i kdmbese, re. vj jXaìatj, vj -/.«a-atj; o lagose,
0 milose, ò lóyoi, ò ^ùloz; o lijimónase re. ó ■^^stu.òj-nxi;; emise esise, re. vusìg
s'crstc, emdse esdse, re. vjwàj i'jy.i; ecinose ettilnose, iy.stvoi oc-jzovvoz n. 252, e
per falsa analogia anche egóse esilse, iyó) ì<ju, ecc.; e talvolta, come per assi-
milazione progressiva, anche roch. ecinoso lagoso miloso. L'analogo fenomeno
è nella flessione verbale al n. 271; al che aggiungendosi che questo -se non
appaja in vei"un altro caso, uè resta affatto esclusa l'ipotesi che si tratti di
sillaba meramente epitetica.
183. rfr. ^ésta pasta di latte = ant. ttv^zt-^, perfettamente analogo a plésta
~ v\vArrì. rch.: non affatto insolito, pur nel parlare quotidiano, il genitivo
plur.: to dikhateró twv Ovyxrpòyj, to glossò twv yloìduùv, ecc.; e si notano
de'genitivi, come tom mano, to sedarfudo, senza la normale mutazione del-
l'accento, = re. T&y.* I^avwv, Twv i^y.Sùfòyj; — ma rfr.: i sur fède, genit. to
sarféde, immutato.
Dial. romaico di Bova. Il nome. 37
V. ib., e pùndi re. ■Arouvxa puncta. Ben poche volte occorre,
nel discorso ordinario il genitivo o sing. o plur.; ed è ridotto,
pressoché unicamente, ai proverbj, a' motti, e a denominazioni
antiche, quasi un fossile grammaticale: àìiji tin gardia ti
mmélissa ha il cuore dell'ape (dicesi di chi abbia cuor dolce),
i arghia ton aléo la festa delle olive; lòja io 'jinekò ce por di
to gadarò òlo 'nani trama parole di femmine e peti d'asine
tutt'una cosa, eliji tim hina to foradó ha la fame delle giu-
mente (dicesi ad un famelico), piati ton akharo glossò discorsi
di male lingue (dicesi a chi sparla di qualcuno); del resto, nel
discorso ordinario, si usa l'accus. con la prep. azze di. 184. Il
nomin. plur. re. in -xììz; ha qui due soli esempj: leddàde so-
relle, zarfikte cugine; i cui nomin. sing. son leddà less., zarfi
è;aS£Xor,. Il plur. di ìiidna, madre, è mane (re. aavàSs;). Quello
di melissa è il neutro dimin. mellssia; cfr. re. [j-eIitgwv allato
a \).Ì\lCG7..
Seconda declinazione. 185. Ciò che si è detto del genit.
sing. e plur. femm., va ora ripetuto pel mascol.: nero tu kjeril
^acqua del tempo' acqua piovana, to pigàdi tu iieril la polla
dell'acqua, o potamó tu'jalil minuto il fiume della marina pic-
cola (ma Kliristòjenna Natale = XpiaTO'jy-) ; azzaforia tu liku
confessione del lupo (dicesi al briccone che promette pentirsi dei
misfatti che confessa) , ta pedia ammiàzzu to gonéo i figli so-
migliano a' padri (con genit. in funzione di dativo), riikjio ton
addò rùkjio ton olà roba d'altri roba di tutti, o iljo tu martiu
tripla to ceraio tu vudìu il sole di marzo buca il corno del
bue, ecc.; ma nel discorso ordinario: azze to kjeró, azze to lìho,
's tu gonéu, azze to marti, ecc. Men raro però è nel discorso
comune il genit. de' diminutivi neutri in -lov (che hanno assunto
significazione positiva): i tripa tu klidiu il buco della chiave, to
ambiìddi tu aladiu l'ampolla dell'olio, to flnso tu haridiu la
scorza della noce, ia strazzia to pedio gli stracci de' figliuoli, to
184. chor. di roch, sederféde.
185. rfi'.Khristù n.fond., come a dire 'fondo di Cristo' 'della Chiesa'; roch.
tupiu dello zio; tu leddidiu del fratello, tu klìorafiu del podere; ma tu hjiméri
(non tu Tìjimeriu) del capretto;- cndf. i tripa tu vcrmiciu la buca della
formica, to dèrma tu amiti la pelle dell'agnello.
38 Mol-osi ,
fiJion'o tu Vinii'u il villaggio di Viini o Uocraforte. 18(». Ton-
sorvasi l'accus. plur. masc. boii distinto dal noniin.; ma, al solito.
senza -,-, quando segua parola oho iiu'oiuinci per consonanto. 1^
occorre, oltre elio noi reggimento do'vofln transit.. corno in
aì'ijàiio tu ctpu lavoro gli orti, oapiìo tu hall', amo i buoni,
iuh'iìuo tìis ahìidni odio i malvagi, e delle solite prep. : //.'e' ólu.
con tutti, eoe., pure in loeu."ioni tenij^M-ali: dio kHróììUS apissc.
due anni addietro, lUo rnmus arte due mesi or fanno. 187. Nei
proparossitoni masc. non è costante quel regresso dell'accento
che nel ro. (> noru\ale: atrcpo avGpwroc, plur. atropi; apòstohh
plur. apostoli; amisto malato, pi. (rrì'usti: ma aìKjhclo. piar.
unijheli re. àyyiXo'.; ìnàstora maestro, pi. r/ìàstori ve. •j.x-Tozy.;
kdruro, plr. hàniri ve. xx'io'j:oi, ecc. ISS. Ksempj di muta-
zione tli genere e lU tlessione sono, come noi re. questi ohe
seguono: o lògo ó Xóyo^, pi. lòja e lójatti', o ammiaìò ó p-isXoc,
pi. (a ammialii; o sparo 6 <rr:6:o:, pi. fa spòra: ma stéo òerrlov,
pi. slt'a (re. e otr. stèata'). ÌS9. 1 nomi dal sg. in -a e in -i
(re. -«? -yì;) hanno tutti oostanton-.ente il plur. in -t": ìiìéfla
{o.niì(].) yCkéTzxr.;, Jalota abitante della marina ^aiyiaXoTrc (ctV. -a
eoi. e zacon. = -T;; Muli. PO), zemadiiri, aggett. e sostant.. ro.
vJisfAaxapYi;, samhaUri less.;- plur. kìéfìi Jaìòti semudtìri ecc-
Anche lahi, chiacchierone, fa al plur. lalL — Ma il plur. di
singfieni cognato <rjf(z\r\;, è sinffhemktia, come ìeddc^ less.. fra-
tello, fa ìeddédia.
190. Quanto ai sostantivi della terza deolina.ione a!i:ioa. i
femimli ne son compiutamente passati alla prima, e i masoo-
lini alla seconda. I mascolini re. in -xc qui volgono volontieri
in -o [-o;], di rado in -» [-t»;]: ffonéo antenato re. yovéa^ (-j-ovsic),
HÌroto ì^^oìxcx.q (ù^pws -wtq;), ìimako terra molle, imbevuta d'ac-
qua (l^sijxot; prato), kórako xópatjca^ (jtójjx^, ajólupo odyùxù-x;
186. roch. hdmetg tvs dddtt Hno p-a pèUU no, kdmvsi lesd fate agli altri
quello che voi volete gli altri facciano a voi (sensa prep>osiiio&e) ; - chor«
vU roch.: Kdmete ton addò,., (col genitivo ia luogo tl3U''aeeusatÌTo).
1S9. roeb. rfr. S(^ierf(.kim cxigini, anìspy.ldkì uiptoti, boT. sarfi <mtff5i«;-
cudf. f«ftM«%a = boT. -wJfta.
ISKK rfr. iiim» -hnyt, «tfrofe»;- roch. /ì^ò, eome yyyò? nel iv. (^wyò?), fug-
giasco.
Dial. romaico di Bova. Il nome. 39
(-or!/), jilòni (otrant. jitóno) ysiTova; (-wv); allato ad andrà
àvSpa; (àvYip), Jljùnóna /£ip.(^va; (/£i'/.o>v), e kópona cappone. —
191. Ai re. yilri; (yéXoj; -wto;) riso, yspog (-o)v -ovto:), qui natu-
ralmente rispondono: J<^^o {\}^-j<''ljtt),]àro. Ed entra similmente
nell'analogia della seconda deci, il neutro in -or, come è y^Cko-^:
Jiilo, pi. ta Uili. 192. Degli antichi neutri della terza in -a;
ed -7-, cioè kì^éa x.p£a; pi. kréata, sòma r:Gì[j.y., dèrma, éma san-
gue yX[j.7., nimma bozzima, trimma tritume, krùma suono re.
x.po'jcr|y,a (/.pouy.a) e la infinita schiera di siffatti nomi in [j.y. (pres-
soché estranei ai dial. otr.), nulla è da dire, se non che ben
raramente se ne ode il genitivo (-aTou, alla romaica; anzi ne
ho il solo esempio: i sikla tu galàtu la secchia del latte), e che
il riflesso di /.èpa; corno è, come nel re, ceraio. 193. Le voci
che il bovese ha assunto dal dialetto italiano della Calabria
seguono le stesse norme che ne' dialetti otrantini (Otr. 121j,
colla differenza che i mascolini non grecizzati qui diventano
neutri, serbando però V -i plurale: to guài, to lijùri, io giiviio
il guajo, il fiore, il gomito, plur. ta guài, ta lijùri, ia gùviti.
Formazione dei sostantivi. I. Suffissi ferainili.-
191". Agli antichi nomi in -iv., come jairia ix-r^iy., Amalia, nome
d'una via di Bova ('pianura', ó|7.a.>.ia), fclia amicizia, foresta
vestimento, amolojia àiJ.ok-, fìtta piantagione ^uTsia, non pochi
nuovi si aggiungono, la più parte de'quali nel comune linguaggio
della Grecia non si riscontrano: zulia re. '(-/jlta ('(yìV>:); hjmonia
invernata, fasta fascia, kamasiarta spranga di ferro che porta
la catena del focolare, melissaria sciame d'api; e akrivia, afa-
dia n. 159, klialastaria rovina (cfr. /^AaTTp-ia, Du Gange), ostria
nimicizia (£/Opa), andropia vergogna èvTpo-r,, plusia ricchezza
dall' aggett. plùso Tzlo'jif.o; , limMsiia voglia (cfr. limhizzome
m'invoglio re. "k'.iJ.rJL-) , flastimi'a bestemmia, akìiarìa ed -altri
192. cndf. to skulici tu khumdtu il verme della terra.
194. roch. oltre sinnofia nuvolaglia rrvj-jsfto: e limbisia allato al bov. tim-
bistia, anche agapia amore (bov. ago/pi), hharapia (cfr. yy.fjOTV'j^) allegrezza,
serokjeria tempo duro, cioè secco e sereno (quasi '^sfjo-y.y.ipicf.'), vlójia (b. vlo'ji-
mia), pio far la ordigrlo fatto di plofdria (cioè di crini di cavallo, per acchiap-
pare uccelli), fjacia carcere o volta, ond'esce, regolata a piacimento, l'acqua
derivata da un fiume o raccolta da una o piìi sorgenti per alimentare mo-
lini ecc. , qua.si : ^\)ly./.fy..
i
40 Morosi ,
nel less. 195. Allato ad angalia abbracciamento re. àyx.a)^ia,
racldia bastonata re. pa^f^ia, e dacia morso ((^à/,o;), occorrono
anche angalimia raddimia dangamia (l'ultimo pure otran-
tino e propriam. 'morsicata' re. Say/.a[j.aTÌa) ; e sullo stesso tipo,
derivati da nomi verbali: kanunimia guardatura, da kanùnima
l'atto del guardare; fìlimia baciata, da. filima', katarimia ma-
ledizione, da katàrhna; vlojhnia benedizione, da vlójhna; sii-
rimia fischio, da surima (j'jzv{[j.c/.. 196. Tranne due, cioè si'kosi
'alzata' carnevale cvixwGt; e zósi 'vita, fianco' ^wci;, mutano in
-la tutti gli antichi in -i;: vrisia ingiuria re. ùf^ptcìa, katevasia
tu potamù 'l'ingrossarsi e straripare del fiume', propriamente
'discesa', cfr. re. /.araPacia infreddatura; ecc. 197. Nei nomi di
piante, il solito -la, come in kastania castagno, cerasta cilie-
gio, milia melo [j.r^iy., amiddalia mandorlo àjxuySyAia, suvvia
sorbo re. coupPia {-éa in agrappidéa pero selvatico, e in nomi
di fondi: Miléa, Karidéa RapuSta, e simili; e cfr. Peristeréa,
quasi 'Colombaja', nome di torrente e del fondo rispettivo);
ma quando si vuol esprimere il concetto collettivo, adoperasi
-unia, che ha per base l'antico -wv (-swv), re. -cova;: kalamu-
nia canneto, allato a kala^nòna, da kalàmi; spartunia 'gine-
streto' re. GTiapTia, da sparto; spolassunia roveto, da spalassi
less.; kardunia 'cardeto', da kardi; ma'parunia 'fìnocchieto',
da màparo; ecc. 198. A significare un'estensione piuttosto
ampia di terreno, tutta occupata da una sola specie di piante,
si adopera il suff. -ckta (il quale, del pari che -unia, non è,
eh' io sappia, in questa funzione, del re.) e si riduce ad -à
ne' nomi di fondi: fagàda quasi lenticehiata', campo coltivato
a lenti; Kalamippà da kalàmippa menta silvestre /.a}.afxiv9a,
195. roch. pidimia salto, hov. pidima tt-^S-.
196. roch. cmbasi entrata, bov. émbima; e plérosi maturanza, bov. ^^e-
roma;- cndf. vlastemmasia (per il bov. vlastimia), che par contenere un
vlastimis di fase anteriore.
198. roch. Sparla da spùrio s. e.;- cndf. Skliprd Orticheto da sklipra,
Scinidd da sim'di (bov. sini) lentischio (T-^ohog, e analogamente Agrasiddd
da agrosiddo cane selvatico;- rfr. Akappd 'Spineto' da a7idj)jn, Velond
'Ghiandaja' da veldni, Alifrakd {- *dafnikada) 'Laureto', Lugard 'Saliceto'
(cfr. re. "kvyxpicf.)^ e analogamente Ajendràda 'Viperajo' da djéndra (bov. alìjén-
dra 65); e ancora per nomi di fondi il pi. fem. di forme che appajono agget-
tivali: Kannaveré 'Canepaja', Krijìeré 'Orzaja', Kropané 'Letamajo'.
Dial. romaico di Dova. Il nome. 41
Karidà da karidi xapuS- noce, Vutiimà da vùtumo Po'jto|/.ov fru-
tex palustri», Amiddalà da amiddalo s. e, Marajìà da malga-
ro s. e. ; e analogamente Perdikà da 2'X^'^dici pernice. 199. Con
analogo yalore, in qualche nome di fondo, abbiamo -l'isa, che
dev'essere il lat. -ésa, calabr, -lisa: Sterùsa quasi 'Felceto' da
stéra 77T£pic; Lipaìvisa quasi 'Petrosa' da lipàri; cfr. KyMo^JGv.,
che dev'essere *'A/.av9oriGa. 'Spineto', nome di fondo in una per-
gam. italo-greca del 1053, e My.oy.fìCìax cioè 'Finocchieto' in altra
del 1058, ap. Trincherà. 200. Di gran lunga più frequente che
ne' dial. otrantini, occorre qui poi il re. -àSa ad esprimere qua-
lità di colore, sapore, ecc.: aspràda bianchezza, mavràda ne-
rezza, gliéàda dolcezza yT^uxàSa, prikàda amarezza 7:r/.pàSa,
zikUràda freddo, ecc., tutte voci re. Ma questo suff. vai qui
pure ad esprimere un'azione alquanto continuata, a un dipresso
come V -cita ital., che forse ha influito qui sul greco. Così:
strammàda quasi 'lampeggiata' re. àGxpayfxa, vrondimàda 'tuo-
nata' da PpóvT-ziy.y., patimàda pestata da T^àrxaa, fisimàda 'soffio,
folata di vento' da oÌìotìUm., kamàda scottatura da kùma y.ySJ\Ly.\
e analogamente pimgimrkta puntura. - Ricordo ancora zofràta
lucertola n. 16. 201. -àia. Oltre il re. zukhàla pignatta, an-
che fisàla vescica, re. cpu(7àviov ('puc-ali? ecc.). 202. Il fem. di
pondikó, topo, è pondikàra (quindi trifopondikàra il fem. di
irifopóndiko talpa); di astàlakìio grillo n. 109, astalakliàra',
e son foggiati suU' analogia di mulàra mula re. (xou7.àpy. (al
masc, l'it. mulo; assegnandosi qui il re. mulàri al solo signi-
ficato di 'figlio spurio)', gadàra re. ya.Sàpa, fem. di gódaro asino,
e ìijimàra, fem, di Uimaro capretto (Esich. /eijxapo;). 203. -tra
-tro. Di nuova formazione sono zalisa num. 155, flùso buccia
re. (plo'jSa. 204-5. -ina -ena (cfr. re. zlccoivy. cerva, ecc.; ant.
cuatva ecc.): derfaci'na porca; melissofàjena (quasi -oàyaiva) uc-
cello ghiotto di api, sikofàjena beccafico, tirofà'jena grattacacio
199. rodi. Spartùsa allato a Spartà s. e; Kateferùsa contrada in decli-
vio (cfr. katéforo n. II);- rfr. Donahilsa, dall'ant. Svvx^ specie di canna.
200. roch. 6ulùnàda snooi'fia di ripugnanza (^v?^-).
203. roch. /lustra per il bov. flùso;- gali, pléklipra treccia di fichi sec-
chi, per il hor. plésta 183.
204. cndf. attalohina, b. astalakliàra 202; e i n. di fond. Kòndena, Kus-
zomlttena.
42 Morosi ,
('mangia-cacio'), da'masch. re. [y.s'XtcTo- Gu-^o-Tupo^pàyo;. E qui forse
rivengono anche i nomi di fondi Ariiajena, Flòjcna. 20G. -issa:
jitónissa vicina yetTÓv-, singhénissa cognata Guyyfv-, 207. -nda:
alupùda volpe re. à"Xou7Troìi. Qui spetta probabilmente anche klùz-
za ernia >ìyiV/i; e ancora forse trùa, pure otrantino, 'agucchiata',
re. òrpà. 208. Si è fatto feminile fràsti siepe, mgr. e re. ó 9pà/.-
Tvi;; e rikla oscilla tra 'rosa' e póSov.
IL Suffissi mascolini e neutri.- 209. Fra i sost. masc.
citati al n. 189 è osservabile lalà, unico esemplare che in questi
dialetti rappresenti l'-x; re. dei tanti nomi di professione (^j/oi-
[;.a; panattiere, ecc). 210-12. Noto ancora: pa^opt'ta nonno re,
7:v.7Z7zo\j; (efr. l'ant. aggett. TiaTirTucpo;); s^enna^o pentola, in cui
pajono confluire il gr. crTàf/,vo? e l'it. stagnata; vastistiiri prete
battezzatore, col suff. ital. -óre; laddove in fisatiiri 'canna di
legno con cui si soffia nel fuoco per attizzarlo' avremo -oupwv
per -Yiptov (efr. oir.jalisttiri 'pettine e naspo' =ù(xkiGx- e ^ixhjar-
-■/ipwv), come sovente fra loro si scambiano nel re. -àpiov ed -06-
ptov (p. e. x'/ixàpiov e /c-zi-^Toupiov orticello). 213. Il dimin. lutunàri
'bitorzolo' presuppone forse un positivo lutimi - tulàni (tuIo;) ;
efr. piruni piuolo, re. Treipouv^ov (Tueipà punta), e inoltre lo za-
con. kramln'ini cavolo allato a x.pà[;.[^-/i , e pur l'ant. dimin. ctt,-
0UVWV ali. a -TviGo; (Deffn. 316).
Diminutivi.- L Feminili. 214. -ùdcla re. -ou"Xa è usatissi-
mo : leddùdda sorellina, mistriklda cucchiaino (efr. re. [j.ouGTp-'ov
cazzuola), jperdihiklda pernicetta TrspSf/.oula, asterndda aletta
TTTspouT^a, kardùdda cuoricino xapSoula, nihliudda 'unghietta'
e 'piccolissima quantità di checchessia' (efr. re. vu/wv), ecc. —
215. Meno usato, ma pur frequente: -édda, che è il lat. -ella,
ma tanto divulgato, pure oltre Jonio, del pari che il suo ma-
scolino (n. 220), da potersi dire comune romaico. Es.: alupu-
dàdda volpicella 207, tulupédda batuffoletto di lana ecc. 22, fur-
tédda manatella (re. (^o^y^iy.), miccédda 'piccina' fanciulla 225. —
Nessuno schietto esempio del sufF. re. -irCv. (vedi però il less.
207''. roch. sapisSa per il re. uxnrìlo'. legno infracidito.
210. roch. pappo TzàTZTzoz. — 211. rfr. ta pranddta le nozze, allato al «in-
goi, re. u7rav5^£U|:/«, bov. j^ì'àndemma. — 212. hapistuli sedia xaSi^rvi^jov.
215. roch. e rfr. kaspédda, cndf. kaspédda fanciulla (otr. kafcédda)
less. .s, '^kazzéddà'.
Dial. romaico di Bova. Il nome. 43
s. kazzédda, e i num. 219, 244) e nessuno di -o^irV/ (ma cfr. il
n, 244). Al dimin. re. ^sTaTiouSa, farfalla, risponde qui il posit.
péhujda, cfr. ant. tzìxxIo'^ lamina, re. Tczzcdiov orpello. Neu-
tri. 216. -i[o] -i[o] (-10V -lov) è frequentissimo, ma, come nel re,
con significazione positiva: lièvi mano re. /opiov, manici manico
re. (xavix'.ov, vuth ^outiov, tiri Tupiov, ecc.; e ancora serbato l'-o
di -io, in khorio villaggio /wptov, tiKio muro tei/- argalio te-
lajo èpy-; Kastecjdio, Ceramidio, nomi di fondi. 217-8. Raro
-«Siov: glikàdi vinello dolce, vrastàdi caldajo; cfr. re. [v.avàf^tov
'matereula'; -à-ptov ne' due soliti es. klioràfi '/}oz-, già di Esi-
chio, e klirisàfl oro re. x?^^'' -ó'-P^^^ in pissàri pece, fengàri
luna, kiivàri gomitolo, re. t:icc- «psyy- xouSàpLov; muniidri 17,
luiunàri 2Ì3; zoflngàri 134; e specialmente in voci di prove-
nienza lat.: luppinàri 17G, miistàri (re. [j.oxjq'zoz) mosto, tinàri
tino, jongùri giunco, palatàri palato. 219. Di -kZiov un solo
esempio, nel nome di monte Lestizzi 'lievemente sottile, acuto',
quasi As-TiT^tov. 220. Non infrequente -ecìdi = re. -£>iov (v. il
n.214): var ecidi barile ^«.^ilio^, pesécldi mCil-; miccéclcU 'pic-
cino' fanciullo 235. 221-5. Veri suffissi diminutivi sono -àci:
kugàci bitorzoletto 58, marucìclàéi tu Ujimóna lattughella in-
vernale, fortàci fardelletto, hunc'ici porcellino, adonàci usignuo-
letto, kossifàci passerino -/.oaa^jv^-, arhuràci arboscello, ecc.; —
-ncli (re. -ouSiov, ma specialmente ciprio, Muli. 90): par temidi
re. TvapOsv- mercoreWa; Ji7nbar lidi gobbette, dal ealabr. jYm&w
gibbus; nel eli (re. -ou>.'.ov): sakkuclcU ecc. 150. -uri (re. -06-
o'.ov): cipnri orticello re. >cr,7to6piov, allato a cipo orto y/h~%', wa-
snri spoletto re. ixaao'jpiov ; pissùri less. -uci, il più frequente,
un vero e proprio suffisso greco (cfr. mgr. e re. 7;a>.o'j/.'.ov, otr.
e bov. pallici; re. •/.ouVj'jx.iov, otr. kulnci; Otr. 121), e non già
V -uccio ital., che è -ilzzu -uzza nei dialetti calabresi;- esempj:
leclcliduci fratellino, alognci eavallino, siMiìci cagnolino, hi-
ÌHci labbruzzo, podaliici piedino, inzzùci poppellina, spitùci ca-
setta, krevath'tci lettino, mandùci mantellina, radduci baston-
cino, stennatùci calderotto, morcùci pezzettino 'morsellino'. —
21G. roch. 3Iesa- Katu- Anu-kliorio, n. di fondi.
219''. -t'xjov: rfr. hl'iandici gola, allato al re. ^^avaaztov (cfr, ant yó-it^Qi QCc).
225. roch. paganùci infanto non per anco battezzato.
44 Moroei ,
22G-7. Di sufi", accrescitivi greci non ho alcun indizio. Si dice
perifrasticamente: 'na inégan àtropo un omone (re. àvOpw-apo:),
ma megàli mitii un nasone (re. wjTàpa), ecc.; e qualche rara
volta si adopera il suff. ital, -òne, calabr. -iini: fagùni man-
gione (re. 9aya;). Quest' -za22, col suo fem. -una, piuttosto ac-
cresce e vezzeggia a un tempo: petakimi less., uccellino appena
nato (cfr. nell'ital.: passerotto e simili); zodduna less., ragaz-
zotta; micceddùna (cfr. sicil. piccótta), da miccédda 215. —
228. Finalmente vuoisi notare che i diminutivi in accezione po-
sitiva (cfr. n. 216) qui abondano assai pii^i che ne'dial. otrantini
e forse piili che nella stessa Grecia. Che se qui abbiamo da una
parte: àia sale ala;, éga capra alya {ali), cefali testa (x-s^alr,),
mistra cucchiajo ([j.ócTpo;), lania solco, kànnavo canape (/,àv-
va^oc), skórdo aglio (Tx-oprìov), kàpona cappone, e Trigono (Tor-
tora', nom. di fond.), laddove il re. preferisce i dimin. àla'ziov,
YiStov, y,sipà7.iov, jAuaTpóov, "kaM'jio^, xavvàf^iov, (jy^opSàp'.ov, 7,3C7:o'jvwv,
Tpuyóvtov; dall'altra parte qui incontriamo: mòli pianura, alàdi
olio, mandali chiavistello, mitàri liccio, ambiasi empiastro,
tafi tomba, sufi truogolo, stafidi uva passa, tiììio muro, vra-
Jijóni braccio, sinória Hratti di confine, nei quali non si se-
menta', ecc., a cui rispondono nei lessici neo-greci: ó;j.aAdv,
zkaio^, p,àvSalo;, £'[7,7:)^ac7Tpov, Taooi;, c/Jjoo:, CTy.<pic)a, rely^o;, ppa-
yóìvy.;, cóvopoc.
229. Sostantivi composti. Abondano, e forse più che non
nel comune romaico. Citerò, senza ulteriori distinzioni: mesà-
227. rfr. siddùni cagnottello, col dimin. siddunàci.
228. roch. savana vesti mortuarie, re. (Tx^u-Jty.-^ parànoma soprannome,
re. Tra^avó/i/tov; - rfr. pcrdiJia^ bov. perdikùdda 214.- All'incontro: cndf.
holi, bov. hólo icwXos; siddi, bov. siddo; skordi e pondici, bov. skórdo e
pondikó.
22t>. roch. pardnoma s. e, potrógalo 176, silopótamo legno trasportato
dalla fiumana (^wtemó), Tijeràkona cote manuale (a/v'dni), kuzzopéleko schiena
della scure (peléci), kuzzomàlìjera schiena del coltello [mahéri), stimo-
nikhrondo tela grossolana {Mrondó), sakkokrévatto pagliericcio {krevdtti);
rizàfto radice dell'orecchio (afti), djalàdi olio santo; e i nomi di fondi:
Mesopótamo, Vapikambo 'Campo-basso' {hdmbo);- roch. e rfr. apanóstrata
katóstrata, sopra- sotto-strada;- rfr. andiporta porta anteriore [agrdjidi ca-
priuolo), ecc.;- cndf, siddópuddo catello, unico esempio che in questi dia-
letti rappresenti la numerosa schiei-a de' composti neo-greci in -tto-jXoc 'figlio',
tra cui sono tanti cognomi (KaXoye/sÓTrou^oc, HpiTTÓTrouloc, ecc.)
Dial. romaico di Dova. Il uome. 45
ìiisto mezzanotte [nista notte) re. v.ì^jàvj/.Tov, misimméri mez-
zodì (iméra) if.zGTtu.- ; ponoóéfalo dolor di capo (cefali), pono-
céddaro dolor di stomaco {ceddàri 13); ossukàssar^o interno
della cascina {kassàri less.), tiromizzaro formaggio molle {mi-
zipra ricotta); Jiiljopódaro mille-piedi 'scolopendra' {2')odàri),
arihaìnho zecca che infesta i capretti {kàmba), zilòfurra fa-
scine di legna minute per iscaldare il forno {farro) , mavró-
2nlo 33, kuzzotràpanoò, Jijeromnrf aro less., trifopóndikoll^,
fiddàmbelo foglia di vite [ambéli), kJlamorópi virgulto nano
(-ócó-iov); agrómìnilo 163, agrokrómmida cipolla selvatica {krom-
midi), agrósiko fico selvatico {siko), agrósparto ginestra delle
lande {sparto), agropiccuno piccione selvatico {piccàni, re. ttìt-
'(o'jviov). Ma ajenneró acqua santa 39, si direbbe all'accento piut-
tosto una giustapposizione (y.yio-vepó) che non un composto.
Flessione degli aggettivi.- 230. I feminili seguono la
prima declinazione, i mascolini e i neutri la seconda; sul tipo
delle quali si sono quasi tutti rifoggiati gli aggettivi dell'an-
tica terza declinazione, qual pur fosse l'uscita loro. Gli antichi
in -j; -zix -6 sono qui in -io -za, quasi -s'io; -sìa (otr. -éo -èa,
quasi -alo; -aia) : pallio grasso "rva^u;, vario pesante papOr, gli-
elo dolce y'Xu/.'j:, spnjyio spesso G-y.%; 15. 231. Similmente pa-
recchi degli antichi in -6; (passati forse per -6;; cfr. mgr. aa/.pjr,
od. cipr. <xx>'.p'jó; = y,a-/.ooc) ; makrio, pricio tt-./coó;, kjiddio /-ul-
"Xó;. Intatti: orto b-^^ó; (otr. artéo), apio semplice, dipló doppio,
argo ozioso, non lavorato (detto di un campo), amalo piano,
eguale óaaló; (all'incontro mali piano, tranquillo, comodo, il
quale coincide col iw'di del n. 228, dà la forma avverb. mali
mali 'pian piano, adagio', e presuppone forse un omàlio per
l'antico óy.yj.-h;, come alipio verace è da à},Yi9Yi;, e ijo sano,
pur del com. rom., da ù-fz-Zn:). Sopra questi si foggiano, oltre
mono 'solo, dispari' re. p.óvo; e ;xovo';, e misó mezzo, allato ad
imiso (r,a'.Gu;), come in Grecia, eziandio pilo umido {-r^yXo;) e
kjioló torbido ^(^oXa'io; ; - ma intatto è palèo vecchio -y.lxio;. —
233. Per aypio; selvatico, fuor di composizione, abbiamo qui
agrikò, col quale confronterei dikó dikómmu, re. Si/.ó;, ^'Mj; [j.ou,
nel pronome riflessivo, vedendovi un ì^-./.ó; = l'Sto; 'proprio', piut-
230. roch. filicia femina, bov, jìliLi Orj.-j/.yì;- rfr. varco -bo\. vario.
46 Morosi ,
tosto che l'óìSi/có; 'speciale', preferito dal Muli. 189. 231. Per
à/ap'-? abbiamo àkHaro masc. e fem. 'cattivo -a', come son masc.
e fem. àrrusto appoGro;, "pizzilo zTz'ìQnko;, e ancora, per falsa
analogia, ùjo ayto? (p. e. A!jo Ciriaci Santa Domenica), oltre
stérifo sterile (cfr. òtimo gravida £toi[j-o;). 235. Sopravvivono
'poddi molto -oT^'j;; e méga ;viya;, in luogo del re. p.syàlo;, fem.
megàli. Qui manca il positivo che risponda all'otr. micóó,
mincó, piccolo (cipr. [xìt'Cti; -ta -iv, zac. [j.it'Cs -ta, epir. pT'Ct/.ou-
po'jf^iv, Cypr. 443) ; ma esistono invece le forme dimin. miécéddi
-édda 215,220. Il riflesso di tzx; tzS-gx t^xv è al num. 265. —
236. Il re. /covTÓ; è qui solamente nell'accezione di 'vicino'; per
'corto' è in uso kimduro -i, col quale si confronti il cipr. xouv-
Toupo; nel doppio senso di x-oXo^Só; e x-ovtó;, che mi par felicemente
riportarsi dal Sacellarios al class. /.ó9oupo; 'mozzo', anziché deri-
varlo da -/.ovTÓ;. 237-41. Di aggett. in -nló; nessun esempio nel
bovese; in -spó? -tioó?: drosera rorido, kamaterà [iméra] giorno
di lavoro; in -cotó? (come i re. (a^apcoTÓ? zuccherino, ^syXiKTTpcd-
tù; sdrucciolevole, ecc.), solo karparutó fruttifero, re. x-ap-spó;; —
in -àpn?, oltre il re. zemadàri 189, trovo zondàri vivente, re.
(wvTavó;, Q jer ondar i vecchio, decrepito, re. yspovTa?; in -/.ó?
[-iTt/tó-]: mesakó re. \).zGixy.rjq , potistikó irriguo; pràstiko (che
dicesi del vino eccellente, quasi 'efficace') -pa/,Tr/.ó;; sóliko less.-
242. Ben pii^i abondanti che non nell'otrantino gli aggett. par-
ticip. in -y,zo;. Oltre i soliti jomàto pieno y£[7.àTo; e kliortàto
satollo re. yooTàTo;, trovo qui; zidiàto acido (cfr. re. E'jSócto;,
che è sotto aceto), asprinàto bianchiccio, mesetto mezzo {fsìi-
gàri mesetto ce 'jomàto mezzaluna e luna piena), pleràto ma-
turo, plusàto ricco. Aggettivi verbali di forma antica: àplito
sporco, non lavato y.TvluTo;; e il re. anàlato insipido. Veri par-
234. dkllaro -a.
235. cndf, cecidi ccclda.
237. rfr, zénnulo puzzolento (o?«m; cfr. il tipo ò.kxttìIó? fallace, ecc.).
238. già 11. palijeró grasso, Tra^-J?; - .roch. , rfr. e cndf. kamateri.
240. -dli = -exp-/ìg vedremmo nei roch. protali primo, e padddli sciocco,
calabr. paddéco.
241. rfr. e cndf. jdstiko I58n. ;- rodi, nianakhóliko 'solitario e strava-
gante', misto di it.o-jy.yJz e ixùuyyoliy.óg.
242. cndf. lissàto arrabbiato (^lia-o-a ecc.);- i>fr. aposépato scoperto (àno-
o-z£7rw); djirefto trascurato, quasi à/.ù/jteuTo;»
Dial. romaico di Bova. Il nome. 47
ticipj, ma con significazione d'aggettivi, sono al num. 274. —
243. Aggett. gentili; in -zcano = -['//.i]xvó; (ma ossitoni ancora:
Gallicano n. di paese, Licanó Luciano, Pelikanó cognome):
A'jolavrendicano abitante di S. Lorenzo e Roccaforticàno (che
dicesi insieme con Vunitcmo) abitante di Roccaforte [Vuni)\ —
in -itàno: Rijitàno Reggiano 'Pr,yiTàvo;, Amiddulitcmo abit. di
Amendolea [Amiddalia), RokJmditàìio , allato a RokJiudisi,
abit. di Rochudi, Stelitàno abit. di Stilo {^':'Aoi),Vut''mo = Vuit-
abit. di Bova [Vùa), oltre il s. e. Vunitàno; in -òta [--óiT-n;]:
K ondo fiir iòta abit. di Condofuri, Afrikóta abit. di Africo, Ja-
lòta 189. 24:4. Rarissimi gli aggett. diminutivi: prasinùdi
verdiccio, kalùzziko buonino di salute re. -/.a.T.o'jT^r/.o; ; e non
meno rari gli accrescitivi: rakliùni magro allampanato, dal
re. priyó;. Cfr. i num. 215 e 226-7. 245. Aggett. composti:
stravopódi piedi-torto, kuzzopódi piedi-mozzo, kuzzohéri mani-
-mozzo, kuzzomitti camuso (nasi-mozzo), tutti pur del re. —
246-7. Comparazione. L'antico suff. comparativo -tsoo so-
pravvive qui in un solo esemplare: megalótero, che ha senso
di comparativo assoluto ^un po' grande, piuttosto grande'; e l'-tov
nei due esemplari comuni all' otrantino: kàljo meglio -AxXkiov,
Jiiro peggio /sipov, che del resto non si usano se non accom-
pagnati dall' avv. -"Xsov: plen gàljo 'più meglio', 'pleliliiru 'più
peggio'. Nessuna traccia di suff. superlativo. Dicono: paddi
(-ol6) méga grandissimo, o poddi micccddi il più piccolo, ecc.
Ma persistono i superlativi col prefisso Trxpà, che nell' otrantino
son così scarsi. Citerò: paraméga 'permagnus', molto, troppo
grande, parajìoddì moltissimo, troppo, parali go pochissimo,
troppo poco, e così paraplùso, parastenó, paramàgno, ric-
chissimo, strettissimo, bellissimo, ecc. Il 'quam' di compara-
zione qui si esprime per 7:xpà : ego ime pliiso pie pparà ssé io
sono ricco più di te; em Neh gàljo na pelvJni para na kàmi
mlan àkliaro dulia è meglio morire che commettere una cattiva
azione.
Numerali. 248. Conservasi tal quale l' ant. Tpiàx,ovTcx (re.
TpiàvTa): triàkonda. Gli altri cardinali, come nel re; salvo che
248. rodi, e rlr. Iriditela^ cudf. Irànda;- roch. aèinda i^/ì[y.o]vrc/. ;
rfr, esìnda, eftinda èivr-, o fluida ò/t-, enncindu re. ìwèv/ivtcz. roch, 2^'''^'
tùli n. 2-10.
48 Morosi,
le denominazioni romaiche cedono il posto, al di là del 50, a
delle perifrasi calabresi: irla ventine CO, irla ventine ce dà-
lia 70, ecc. Da kató é^y.-rov a liilji yilioi (o Jijiljàda migliajo),
si procede ancora coi calabr. dio, tria centinàra, ecc.- Man-
cano gli ordinali, salvo 'protinó TrpcoTSLvó;, che fa le veci di
-pco-o;.
Pronomi.- Personali. 249. Non differiscono dai re: ego,
esù, plur. emi, esi, ecc. Notevole la forma organica nell' ac-
cusat. sing., retto dalle solite prepos. : 's emme a me, ja 'ssó
per te, ecc., allato alla re. emména, esséna, che però è prefe-
rita nella costruzione enfatica; emména m'agapùsi òli me mi
amano tutti. 250. Baritono cisto (otr. a fio) 'egli' ajxó;; e si
ode spesso con accezione dimostrativa in ja 's àsto 'per ciò',
allato a ja tato. Notevole ancora manaklióndu (otr. mana-
kJióttu ecc.) 'da sé solo', che qui non trova alcun' altra forma
correlativa, dicendosi a cagion d'esempio: ego manakhó da me
solo, àsti manalil da sé sola, ecc. 251. De' possessivi non
rimane se non 1' vj/'j; fossilizzato in jpatrimó paternostro t.o.-
T'ho-E'^-óg; del resto i soliti dikómmu dikóssu dikóttu, re. Siv-ó;
aou ecc. 252. Dimostrativi: I. tiito -i questo -a, re. toOto; toutvi,
genit. sing. tutù, tuti, genit. plur. tuta; cino -i quello -a èx.ei-
vo; èx.sLvr,, genit. sing. cinù, cini, genit. plur. éinó ; IL tùndo,
plur. iùnda (e qualche rara volta, coli' assimilazione del v al S,
tuddo, tùdda; cfr. Comp. xxv), un 'neutrum tantum', =re. toOvo
To, plur. Touvcc Ta, genit. tuta tu, lutò to; e cosi di solo neutro:
cindo, plur. cinda, re. èx.eivo to ecc., genit. cimi tu, cinò to (il
primo di questi pronomi foggiato per avventura sul secondo;
cfr. l'otr. tunà, genit. di tùtó); III. ettùno -i cotesto -a re. a'j-
Touvo; ecc. (cfr. ettii costi aùToO), ed ettùndo re. a'jTouvo to ecc.
(Muli. 196, Comp. 80), genit. tunù tu, ettunù tu, ecc. 253. Re-
lativi. Il solito é pu re. tuou, cui però sottentra non di rado
l'indeclin. ti (^tì); p. e. hazzédda, esù, ti den éliji ti kàmi 'fan-
ciulla, tu che non hai che cosa fare', cino ti su légo ego quello
che ti dico io, cino ti su zitào quello che ti cerco (cfr. Comp. xvi,
xvii). 254. Correlativi. I soliti tosso tógo;, posso ttógo;; e inoltre
téddeko tale e tanto, che vuol dire l'ant. Tri>v'>,o;, con accento
arretrato, anziché il re. tìto-.o; [tìtyoìo;, t£tìo;, titio;]. 255. In-
terrogativi. Il solito vis, ti, che si confonde coli' indefinito (256),
Dial. romaico di Bova. Il verbo. 49
e pio quale re. •ttto'io; tvo'.óc 256. Indefiniti: ti[s], ne' casi «obliqui
tino (re. Tivà;; cfr. n. 190), p. es. ti imme larga azze tino pen-
séguo 'ch'io son lontano da chi io penso', ^ému me tinòm hai
c'egò su légo ecino pu hànni 'dimmi con chi vai e ti dirò quello
che fai'; tispo nessuno (cfr. Otr. 125), cioè tistìots; e tipote
nulla; tiskandi qualcuno e tikandi qualchecosa, quasi Ti^-jcàcv,-
-Ti; ecc. (cfr. Otr. 126: tikanéne e pukanéne). Oltre kanéna,
genit. kanenù, e il fem. kammia o kàmma, re. xaviva? e x,a[A-
pà, qui occorre, ma non riferito a persona: kàna, non estraneo
pure alla Grecia (cfr. Comp. 97 e xxxiv : senza kàna tortnénto,
hammiam 'bena\ senz' alcun tormento, alcuna pena). 257. Al-
lato a pasaéna e pasàna ognuno, iem. pasamia, re. 7racra£va;
TCaaàva; ecc., anche V màecììn. pdsa: pàsa prdma ogni cosa, ^as«
mena ogni parte (cfr. pàssio pdssia Otr. 126). Nel medesimo
senso di pdsa, ma solo riferito a tempo, odesi kàpa: kdpa mèra
ogni di, kdpa ni'sta ogni notte, kap'óra ogni ora, kapapóssu'^:
ogni quanto?, kapatósso ogni tanto (cfr. kàti, kdi , Otr. 126),
che è y-àGs, accorciato da /.aOiva; (Muli. 216). In luogo del
re. ó Ta^e, -h TaSs (e di ó Selva ecc. degli scrittori antichi e degli
odierni scrittori classicizzanti) usasi o tèsto, i tèsti, già ricor-
dato al n. 13, che parmi essere da tiésto = '^oicf.\iToq, cfr. ettu ecc.
al n. .14.
IL VERBO.
Tema del presente.- 258. Degli antichi verbi puri non
contratti soli due sopravvivono: céo e Mèo, x.aiw e x.>.aiw; meno
quindi che ne' dialetti otr. e nel re- 259. Gli altri conseguono
tutti un tema in consonante, inserendo fra il tema verb. e la de-
sinenza l'uno 0 l'altro de' seguenti suoni: v, g, n, i. I. kUvo
255-6. rfr. pio\s] costantemente per il bov. tì[s], cosi inteyrog. come in-
defin. : pio kanundiì chi guarda? asiporésete pios imme ego sappiate chi
son io; ma tino ne' casi obliqui; roch. e cndf. pj[5j, p. e. pls iseì chi
sei?; e ne' casi obliqui pino, p. e. me pino ì con chi? Si confondono insieme
TToto; e Tt;, sotto l'impulso dell' it. chi. Ancora cndf. pinondeì a quale?
cioè Tace, itoiov coli' antico suff, ^e; e piano, gemt.piunù, per il hov. pio
(cfr. TTotavoO, plur. Trotavwv, Muli. 209; questa paragoge ha il re. soltanto al
genitivo).
258-9. rfr. e cndf. akiio (cfr. bov. kùome)\~ cndf. klir/o = ho\. klioo.
Archivio glottol, ital., IV. 4
50 Morosi,
re. '/.Izlyoì {ySkzii'}) ; II. -('fjuo - -éugo - -suw : Jatréguo laxps'jw, kla-
dàguo /."XaSs'jw, nistàr/uo vtigts'jw ecc. , nella cui analogia entrano
qui pure, come ne' dialetti otrantini, i verbi d'origine latina od
italiana, p. e. sarvéguo saXvo, peìisé gito penso, puntiéguo faccio
punti {ca.\a.hv. pwiti'ju); sebbene questo dell' -é^wo sia un tipo sui
generis, in cui la desinenza riesce ancora preceduta da vocale ;-
III. liìino re. 'Xuóvw (X'jw), zinno re. ^'jvw (^uw), dénno re. Sévoi (pio)) ;
kùnno re. à-/-o6yco (àx.o'jto), ma col rifless. ki'iome, p. e, ego anogào
ti kùome kalà io capisco che mi sento bene; krùnno suono re.
/.pouyw (-/.po'jto) ; - IV. analizzo dipano (àvcc'Xuoj) , dakrìzzo e ha-
talìzzo, re. id. (Saxp'jo) e x.axal'jco), ecc. 260. Pur molti degli
antichi verbi in -àw, alcuni de' verbi in -sto, e tutti quelli in -óco,
subiscono siffatta alterazione, la quale pertanto è qui ancora più
estesa che non ne' dialetti otrantini e nel re- I. Oltre kliànno
(•'yà(o), viz zanno (au^àco), apandénno (à-avTato), hliorténno {/op-
Taoj), forénno (oopiw), dénno (Ssco) = re. )(_avco, pu'Càvw, à(.T:.o:vT7j.^oì,
j^opTaivw, (popaivoi, Sivto, ancora: klànno rompo (/cT^àw), _perdnno tra-
verso (Tvepàoi), alànno aro (cfr. l'ant. àpóco allato ai re. àporpsuoi
àTvSTpsuco, otr. alatréguó), appidénno (-r,Sào:»); e analogam. ^<2-
foréìinome mi confesso, allato alla forma attiva zaforéguo è^a-
yopsuo).- II. Oltre i ve. pagònno (Trayóoi), stravónno {gt^ol^óoì) ,
aplònno e diplònno (a-VJoj e Si-VJw), Jmndnno (yupc^w), sikónno
(c7i/.óco), lestònno (Xeattóoì), mdnno (*ò;xóco r= otAvu^Ai) , 5(5?2no ((7aóa>
= (7w^w); ed oltre karfónno inchiodo, komhónno annodo, fuskón-
no cresco, formatisi sull'analogia di quelli e re. essi pure; an-
cora: 'emhònno simhónno less., vuttónno re. Pootìoj (pu9àw),
aposurónno 46, dònno re. Sww (SiSw[7.i), tikJiónno fabbrico re. tói-
^t(^co (-sw), aìijerònno 14 re. àpj^api^oi e àp^tvloj, zinnònno (gratto)
allato a ;2;m9io259.- III. Oltre i re. adiàzzo, azzidiàzzo, kmn-
hiàzzo, stafidiàzzo, àr^s'.à'Cw, ò^uS-, y.o\jJ^j-, cTacpuS-, ancora : diafàz-
zi less.; e analogam.: vasiljàzzi tramonta il sole, allato a va-
silégui ^cunCk-; kaì^rastiàzzo impolvero re. xopvax.TL^o> (/.ovcoprow),
remmatiàzzo erutto èps'jyp,-, asprindzzo imbianco, kunduriàzzo
260. cndf. alénno per il bov. alànno\- glicónno addolcisco, sprihhónno
l'affreddo; e dclónno per il bov. tiliizo (rulinuM)-^ roch, perdsio^ bov. -anno;
anaklàszo, bov. -ziio; sinoridsSo less., hharapidsSome less.; cndf. j907'-
jjrjó^io, bov. ^jar^jató; sagoriiio, hov. caforéguo:, eh or. di rfr. : sapi^-
zete, bov. sapéiiete — re. c-aKvjyETé,
Dial. romaico di Bova. Il verbo. 51
accorcio (cfr. n. 236), skandaljàzzo scandaglio, irivuljàzzo less.,
skutuljàzzo ve. c/.otóvco, ecc.- IV. anakllzzo orlo (àvajtXàw), tri-
pizzo (allato a tripàd) buco Tpu7:àoi, zanizzo scardasso (;avàoj) ;
vlizzo ccòlko, patizzo (ali. d^. paté) xa-fsoj, ap'picUzzo (ali. ad ap~
pidénno I), svizio re. c^6vw (mgr. g^uoì, ant. cp£vvi»f;.i); e ana-
logam. azzarizzo applico l'acciajo, oltre il re. alati zzo salo. —
261-4. Facilmente intatti, com'è naturale, gli antichi verbi in
-^oì: Rézzo yi'Coì;- miriàzzo spartisco |/.o^pà(^co, sepàzzo copro
crxs::-, sàzzome mi adombro, m'impauro Gy,iccC-, skotàzzi an-
notta (e skotizzome 'mi ottenebro', ho le vertigini), stenizzo
pettino, xTsv-, tiganìzzo friggo Tiriy-, anemizzo ventolo, ecc.;-
pézzo giuoco t:cììC(,oì (aor. épezza), hràzzo invoco x.pà'Cco (aor.
ékrazza). Ma C è riflesso per ss in stéssi gocciola a-zyX.zi e in
pisso re. TTYiCoi (cfr. re. /Awc-croj = -/.WCco e il n.l47). Intatti addàsso
e tinàsso, aor. àddazza, etinazza; ma tilizzo aggomitolo re.
TuXiyoi (T'jliacoj), aor. etilizza. Ka.Gi!^(o trova qui il neutro kapin-
no, io siedo. Intatto il riflesso di -/.IóìBoì: klópo. 265. Dei verbi
in --T0), mutili qui pure: vàfo, pur del re. (^à-Tco), kléfo re.
xXé^w x.T^spyco (-/cli-Tw), /^r//b re. xpupoi xpu^yw (-/.puTTco) ; ma in-
tatti gli altri: ràsfo, skàsto, risto, kósto, re. pàiproi ecc. (pànr-
T(o, ecc.). Mutilo eziandio: difo (cfr. otr. difo e difno] re. Ssi/tco
e ^Ei'/vor, - ant. SòiV.vu;7.t) ; e ancora si aggiungerebbe trifo dal
n. 121. Nessun verbo in -g-zm. 266. Intatti gli antichi liquidi
in -V : méìio p-£vw (aor. emina ecc.), perméno Gspjj.ocivoj (aor. epér-
mana), zikliréno ^"^y^^- ecc.; sull'analogia de' quali si sono ri-
foggiati gli antichi in -jvco, come ttIóvco e izxl'jvco, qui pièno e
paléno (aor. éplina, epàlina); e si ottengono inoltre: aspréno
imbianco, mavréno annerisco, ruséno arrosso, oltre i re. koìi-
déno mi avvicino x-ovt-, lesténo mi assottiglio )^e-T-. Di stèddo
(stello), mando, può chiedersi se vada ragguagliato all'antico
cTiXkbi, 0 piuttosto non sia il re. (jtsXvw con 11= In. È più pro-
babile la seconda ipotesi, e cosi aversi l'esatto parallelo del rr
= rc. pv che è in serro, fèrro, jér rome, spérro -^cz^vto, tuovco (rópo)),
261-4. chor. di rodi, kapénno per il bov. kajnnno. Sul tipo di /.VjOw.
roch. aplópo, diplomo per api- diplònno di Bova; cfr. il re. volòOm allato a
votcpyw e vostra (voioj) e il cipr. '/^j^Om (yr/vcWy.w).
266. Cdf. : kunduricno mi accorcio, por il bov. kunduridiloinc.
52 Morosi,
^fpvco (9spoi), èyspvo[7-ai (àystpco), GTrépvw (a-stpw); e in pérro Tratpvco
(j-aiooj), al quale si aggiunge in questi dialetti: metèì'ro scopo,
spazzo [j-sTaipvw (jASxa+atpw).- Nell'aoristo è regolarmente: ésira,
éfera, espira, épira, emétera, come éstila da stéddo. 267. Le
quali forme ci conducono a qui soggiungere, in via d'appendice,
che nulla di particolare ci offra il tema dell' aoristo. Solo i
seguenti verbi presentano all' aoristo qualche alterazione tema-
tica, ma non punto oscura: azzidiàzzo (160 III), aor. azzidia\
zmnónno, aor. ézzm (da zinno, qOw, 259, III) ; Jerondàzzo, aor.
ejeróndina (quasi da un yspovTy-Lvco) ; mavréno (re. fxaupiì^co) , aor.
rifless. emàvrina ed emavripina', kuféno divento sordo, aor.
ekùfena ed ekufàstina (quasi da kufdzzó). 268-9. Dei con-
tratti in -w da -£w, soli si mantengono parpató Trspi-aTsto,
kJiarró 0app£o), kUorò 6òwp£w, portò t^ovéco, varò Pocpsw, cinigó
•/.wnyioì, Tirato /.paTsw; e tavvró tiro, re. Toa^lw Tpa^àoi. Gli altri
antichi verbi in -fw, salvo i pochi del n. 260, mutarono in -àco;
la qual mutazione, di carattere dorico, è assai comune nel ro-
maico, ma non ritorna costante se non fra i Peloponnesj. Cosi,
agli ant. verbi in -àoK gapdo orfo'--, klialào, jelào ysl-, Jennào
ysvv-, Jerào (yTipàco; re. y^px^oj), meletào leggo (lo stesso signi-
ficato pur nell'otrantino), cendào stimolo (/.svTacj), fìsào oug-,
zikjirào 'j^'J/.p-, pelekào do colla scure, lissdo mi arrabbio Idgg-,
arotào interrogo àpcor-, e aporào less., ancora si aggiungono:
anogào (vosco), atoncio e apotonào à-oTovfw ecc., zitào '('■otìco, afu-
dào ^oTtQioì, alestào u7^a/,TÌw, fllào o'.lfw, metrdo p-s^p-, puldo
•TTwl-, polemdo travaglio, cimento, zofdo J>oo-, parakaldo prego,
diaforào guadagno, rigdo intirizzisco, azzunndo à;ii-v£c-j; e ana-
log. : addismonào, pizziddào, óilcio, re. lyicrp,ovfco, tùitO^sw, /cuXsw
(/.uXico). Verbi in -àco novellamente formati, oltre il re. apetdo
(T^éToy.a.i) , sono: katalào guasto (x.zTaljco) , zitiUdo cerco l'elemo-
sina re. "Ctito'j'Xs'jco, rakliuddào russo re. poj^a}^.i^co, swrao, fischio
cupi^co, ■uoscto 59 (^óc/cco), pordalào re. 7:opS£oi (-fpSco), kanu-
ndo less. Mancano qui affatto i verbi sullo stampo dei re. yy.l-
v(3, yupvco, TTSpvcÀ), ^spvco (ya>.àc.j, (pupàco, TTspàco, £;£pàoj). 270. E
269. cndf. katurdo, bov. -Uso, re. /.xtou/sj^w; jeriào resuscito, risorgo, dal
tema dell' aor. pass, di jérrome re. èyépv- ; tremoldo tremo.
270. roch. dploa, aor. di aplópo re. arrXóvoj (v. num. 261-4 n.);- gali, àhun-
na re. óy-ov/z (/j/.ouov).
Dial. romaico dì Bova. Il verbo. 53
chiuderò con qualche osservazione circa l'aumento. Il tempo-
rale persiste in iklia tlyjx (-ov), trta r^XQx (-ov), ipela r,9óXa (-ov),
l'kua vixoucra; cui si aggiungono: ivra re. r.tlpa (supov) e z zzerà
re. r,^£upa. Il sillabico è nella veste del temporale in ikliorra
(Gìojpso)), isoa sOTOToc ed izzia eCriCa. Il sillabico non è costante
se non ne' verbi il cui presente, o antico, o moderno, è bisillabo.
Così: ékanna da hanno (/.àpco), évrizza da vrlzzo ù[^pi^(o, ecc.
In caso diverso, può valere per l'aumento la vocale iniziale,
qualunque essa sia, od originaria, o venuta in luogo d'altra
vocale caduta, od affatto prostetica (cfr. Otr. 132): óddazza,
aor. di acjdàsso àl7-, àvlezza, aor. di avlépo pi-o), ecc. Senza
aumento: l'impf. asta e l'aor. azza, di àsto accendo k-toj.
Flessione. Sono superstiti, per entrambe le voci del verbo:
il presente, l'imperfetto e l'aoristo dell'indicativo; l'aoristo del
congiuntivo e dell'imperativo; e s' hanno inoltre: l'infinito del-
l'aoristo attivo; il presente e l'aoristo del participio attivo; il
presente e il perfetto del participio passivo (cfr. Otr. 127). Solo
i contratti hanno, nella voce attiva, anche il presente dell'im-
perativo.
Baritoni.- Voce attiva. 271. Paradigma; pres. ind. linn-o
-i -i, -omo -ete -usi; irnperf. : élinn-a -e -e, elinn-amo -ete -ai;
aor. ind. (cfr. n. 142): élia ecc.; aor. cong. na Ho lisi lisi, liume
liete liusi; imperat. aor.: Ite liete; infin. aor. lisi;- particip.
pres.: linnonda, partic. aor. lionda. — Notevole la 3. pi. pres.,
che ritiene l'antico -ouot, non affatto estraneo però al volgo ro-
maico d'oltre Jonio, poiché s'usa a Maina, nella Morea (cfr. B.
ScHMiDT, Bas volksleben der Neiigriechen, 1, 11), a Tera, Nasso,
Sifno, Plomario nell'isola di Lesbo (Muli. 92) e a Sira; e ancora
la 3, pi. impf. e aor., che esce in -a[cr]'., come anche si usa ne' luo-
ghi suddetti e a Cipro: desinenza che penetra in questi tempi
dall'antico perfetto, come anche ci mostrano gli scrittori bizan-
tini (Muli. 15 seg.). — La desin. della 1. pi. imperf. {-amo, come
271. rodi. rfr. e cndf. : linn-ise 2. sing. pres., élinn~ese 2. sing. impf.,
éli-ese 2, sing. aor., conservatosi cioè, in grazia dell' -e epitetica, l'antico -g;
V. il num. 182 n. Veramente ò Unn-ese la 2. sg. pres. cndf., per i atono in e.
La 2. pi. pres. è linn-ite in tutti e tre i luoghi; la 1. pi, impf. elimi-ame.
La 2. pi. impf. cndf. è elinn-ate.
54 Morosi,
nell'otrantino; re. -ay.sv) esce per o, e si potrà disputare se la
determinazione di quest' atona si debba all'influsso del on che
le precede, o non piuttosto all'it. -amo (-amit); la desinenza
della 2. pi. imperf., che nell'otr. è -ato, qui è incolume {-eie). —
Le uscite delle desin. dell' aor. cong. vengono a coincidere con
quelle del pres. indie. La 2. sing. dell' aor. imperat. ò sempre
in -e, la 2. piar, in -ete, come nel re. (v. all'incontro Otr. 135);
quindi: sépae eopri e se^Jaéme eoprimi, pistezze eredi, kràzze
invoca, fòlle bacia, fùskoe cresci, mine rimani, pepane muori,
féi''e, porta, vré vedi; plur. sepciete e sepaetéme, ecc. Il pep.
pres. è indeclinabile, come ne'dial. otr. e tra il volgo di Grecia;
stéko klóncla sto piangendo , stékome trógonda stiamo man-
giando. Cosi dicasi del partic. aor., che non si usa se non nel
perf. e piueeheperf. composti: ékUo gapionda ho amato, ikìia-
mo spàzzonda avevamo, avremmo ucciso. Voce medio-
-passiva, 0 piuttosto riflessiva. 272. Paradigma; pres. ind.
linn-ome -ese -ete, limi-ómesta linn-este linn-onde; imperf.:
ellnn-ommo -esso -eto, elinn-ómesta elinn-este elìnn-ondo; aor.
ind.: elip-ina -i -i, -Imma -ite -issa; aor. cong.: na lip-ó ecc.;
imperat. aor.: list-a list-àte. 273. Il presente non differisce
dal re. Ma l' imperfetto è più vicino alla forma antica che il re.
non sia (£'Xivv-o6|jlouvs, -o'jcouvs -o'jvTave, -ù'j^j.vm^.z -ouaxGxz ed -oucts,
-ouvTavs); e anche è meglio conservato che non nell'otrantino
[elinn-amo -aso -ato, -amósto -asósto -anta). Lo stesso dicasi
dell' aoristo (re, è};'jO--/i/,a ecc.; otr. elist-imo -i -i, -imósto -isósto
-isa). Notevoli le due voci dell'imperativo. La desin. re. della
2. sg., cioè -o'j (ypà'^o'j, ypà^|;ou ecc.) non ritrovo qui se non pei
due verbi kapimio mi metto a sedere e jérrome mi alzo da
sedere, che fanno kàpu ejìru; plur. kajnte e jirite (ma pure
jiràte 0 'jiràsté). Del resto, come vedemmo, le desin. qui sono
•a nel sing., -àte nel plur., precedute dal 0 caratteristico del
passivo, che di rado è intatto, perchè sussegua a vocale, ma il più
delle volte ha il a innanzi a sé, e quindi perde l'aspirazione.
Altri es.: klàppa riscaldati, da jl'.cf.ivoì; kùresta tosati, da x.ou-
peuw; lirista nascónditi, da xpu^rw; azzùnnipa «svegliati, da
272. roch. -ómmasto (eh or. di roch. -ómmasta) 1. pi. pres. ed impf.;-
cndf. -ùmmosta 1. pres., -ómmasto impf. ;- gali. ~ilmmasto impf.
i
Dial. romaico di Bova. II verbo. 55
è;u-véw; andrc'qnpa vergognati, da èvTpsTuojxai ; fànesta, mostrati,
da oaivo|x7.i; jénasta diventa tu, da yiwi/.c(.i; spàzzesta ucciditi,
da G'pà(^oj, ecc.; plur. kUlappàte, kurestàte, ecc.- Il carattere
del passivo è qui dunque penetrato anche nella voce del sin-
golare, com'è del resto avvenuto anche nell'otrantino {grdf-t-u
Otr. 139); e così V -a atono di questa voce, come V -a tonico
della voce plurale {-st-àie, re. -6--7,t£), ci riportano poi all' a or-
ganico di àneva anevàte ecc. (n. 283), ed all'imperativo ita-
liano. 274. Quanto al participio pres. e al perf. , ben di rado
si usano, e piuttosto in funzione di aggett. che non di partic.
veri e proprj. Cosi: kapómeno sedente, seduto, cómeno ardente,
vrazzómeno bollente, cumùmeno o cùmeno dormente dormi-
glioso, e lijeràmeno allegro (otr. e re. / apo'jasvo;) , da kajnìino,
céo, vràzzo, cumàme, /atpoy.a'.;- inoltre; kaméno, letteralm.
'bruciato', infelice re. v.yJj^.-, maramméno appassito, passo, ma-
vroméno, 'annerito', disgraziato, kakoméno mal ridotto, mal
capitato, asméno acceso (da cisto y-roì). Ne' tempi composti,
anche trattandosi di verbi non neutri, si ricorre di regola al
partic. aor. att., anziché al perf. pass.; quindi non solo: cino den
éne értonda quegli non è venuto (v. Otr. 143), ma anche: ego
tklia gapionda ecc. 271, ego iklla àzzonda io aveva acceso,
ego to ékjio kàmonda io l' ho fatto ; ecc.
Contratti.- Voce attiva. 275. I. classe (;àoj). Indie. pres. :
gap-ào -ài -ài, -urne -àte -ilsi; impf. : egàp-o -e -e, -ùmma
275. roch. e rfr.: tragud-ào -elise -ót, -teme -dite -tisi, ecc.;- etragùd-o
-ese -e, -ùmma -ite -ùssa\- che vuol dire, la 2. pi. pres. non contratta, o
piuttosto analogica, e quella dell' impf. assimilata alla seconda classe;- e in-
oltre, qualcuno degli antichi verbi in -àw, p. e. rotdo è/jwt-, pur colla 2.
sg. assimilata alla seconda classe: roti, bov. rotai, cndf. e gali. I. ci.: -do
-dse -di (-de), -drne -dte -dusi. Nel singolare dell' imperf., roch. e rfr.
danno alle volte, e cndf. sempre, le desinenze -inna -Innese -inne: astln-
ninna, asùnninnese, asicnninne, svegliavo ecc. (bov. azsùnno); iz zinna
vivevo, e cosi egdpinna od egdpna amavo, emelétinna leggevo, etrijinna
vendemmiavo, etranùdinna cantavo, efilinna baciavo, ekrdtinna tenevo, epd-
tinna camminavo, ecmninna dormivo, éklenna piangevo (bov. éklo), dove è
imprima da confrontare V-onn- che va per tutto il tempo nella varietà otran-
tina di Castrignano (Otr. 144: agdponna, agdponne, agapónnamo ecc.), e poi
il -V- nella 3. sg. fra' Greci del Mar Nero e i Ciprj (Muli. 278). Ma nel plur. :
amnn-iimma -ite -ùssa; ehrat-ùmma -ite. -lissa.
56 Morosi ,
-àte -t'issa; iraperat. pres.: gàpa gapàte. II. classe (-ico). In-
die, pres.: krat-ó -i -i, -urne -ite -usi; iraperf. : ekràt-o -i -i,
-nmma -ite -ussa', imperai, pres.: kràti krafite. Gli altri
tempi e modi come nel re. Solo è da notarsi che, nella parlata
odierna, l'imperat. aor. {gàpie gapiete, kràtie krati'ete) quasi
sempre ceda il posto all'imperat. presente.- Pertanto, contrae
nel pres., in arabo i numeri, la classe de' verbi in -sw, giusta
il re. e la lingua classica (dialetto attico); non contrae nel sin-
gol. la classe de' verbi in -àoj, e qui sono da confrontare il dial.
tessalo, l'epirot. e i peloponnesj , che non contraggono nella
2. e nella 3. pers.. Muli. 252. Parimenti nell'imperf., la classe
in -ioì contrae, salvo la 1. sg. (e^mto = s/-pàTou[v] ) che è assimi-
lata alla 1. sg. della classe in -àco (cfr. Otr. 146: efilone allato
ad agàpone) ; e all' incontro la classe in -ào) non contrae nel
sg. , che offre il semplice dileguo dell'oc dinanzi all'o ed all's
della desinenza {egàpo = viyà-[a]ov, ecc.) ; ma anch' essa contrae
nel plurale.- La 3. plur. di entrambe le classi presenta quel-
r inserzione {-ay.-) che s' incontra nella bassa grecità dai Set-
tanta impoi, ed è di tutto il plur. nei dial. otr. [agap-iisamo
-usato -tisane; efìl-t'isamo -itsato -usane, Otr. 143) e di tutto
il tempo fra i volghi odierni della Grecia.- Contrae l'impera-
tivo in amendue le classi.- Finalmente va osservato, che gli
antichi verbi in,-iw, i quali qui mutano in -àco (n. 269), ripren-
dono alla 2. pi. pres. e impf. la vocale della classe a cui in ori-
gine essi appartengono: fìlite pres., efìlite impf., da ftlào-^ai-
lico, ecc.; ma non mai nella 2. pi. del pres. imperativo {filàteme
amatemi; come nel sing.: filarne amami). 276. Il riflesso di
'(àw segue nel pres. la flessione de' baritoni: zio zii zii, ziume
ziete ziusi; e solo nell'impf. va coi verbi in -àco, ma con Vi
nella 2. pi.: izz-o -e -e, izumma -ite -t'issa. 277. Il riflesso
di Qzoipiio, cioè kjioró, ha l'impf. a guisa de' baritoni: ikliorra. —
278. Curioso ancora che pur l'imperf. sing. di kléo ySka.io> entri
nell'analogia dei verbi in -àoi: ékl-o -e -e; ekl-ómma {= -éom-
ma), ekléte od ekl-èite, ekl-òssa {= -éossa).- E singoiar voce
è finalmente tàvrktdi tirati (p. e. tnvriddi apissu tirati indie-
tro), dal contratto tavvró 268. Ma non oserei vedervi l' antico
-Bt. di GTviQi ecc. Voce medio-passiva. 279. La differenza
delle due classi s*. riduce nella sola 2. pers. pi.- Indie, pres.:
Dial. rom. di Bova. Il verbo. 57
gap-éme -ése -éte, -ùmmesta -aste -rende; irapf. : egap-émmo
-esso -éto, -mnmesta -aste -imdo; imperat. aor.: gàp-esta, gap-
-estàte. IL Indie. ]}res. : 2^on-éme (-ovfotxai) -ése -éte, -ùm-
mesta -iste -linde', imperf.: epon-émmo -esso -éto, -ùmmesta
-iste -lindo; imperat. aor.: pón-esta-, pon-estàte. Evidente-
mente, la prima classe si è assimilata alla seconda, si nel sg.
del pres. e si in quello dell' imperf., come avviene del sg. pres.
anche nel romaico volgare di Grecia, che ha p. e. Ti[y,-£wjij.at
-S'icat ecc., per Ti[/.ào{xat ecc., sul tipo di ■:raT-sioO[xai -stécai ecc.
da T.xTioiJ.y.i ecc.; ma, al contrario di questo, il bovese, anziché
contrarre, espunge, o almeno par che abbia espunto, in coteste
forme la vocale che sussegue alla tonica: _pon(^me = 7:ov£[o]aai ecc.
Quanto al plur., ho da aggiungere che a Bova stessa mi accadde
raccogliere queste altre forme: egap-epnmma -ejnfe -ejmssa,
epoìi-epihnma -epite -ejmssa, nelle quali abbiamo la caratteri-
stica del passivo e insieme le desinenze dell' imperf. attivo. —
280. Lo schietto tipo di verbo in -àco rimane al riflesso di xo-.-
[Aaoij.ai; pres.: cum-àme -àse -àie, -ùmmesta -aste -l'inde; impf. :
ecum-àmmo -asso -cito, con desinenze attive al pi.: ecum-ùmma
-àte {-aste) -ùssa (e pur con le stesse desinenze suffisse al tema
dell' aor. : ecum-ipiimma -ipàte -ipùssa); imperat. pres. cilm-a
cum-àte, re. •/-oijy.oD y,o'.iJ.7.a~z , allato all' aor. cnm-ijja -ipàte. —
281. Del rimanente, non è raro il caso che verbi neutri o rifles-
sivi, come appunto è /,o'.ixào;j.!Jct, ai quali spetti, per ragione iste-
rica, la veste medio-passiva, scambiino questa con l'attiva, non
solo nel plur. dell' impf. o nell' imperat. pres., ma eziandio nel
pres. indie., quindi: cumùsi allato a cumùnde, poniisi allato a
ponùnde, andrépusi 'si vergognano' allato ad andréponde, jé-
nusi 'diventano' allato a jénonde.
279. cndf.: gap-dme ~dse -àte, -ómmasto -éste, -ónde; allato a pon-ùme
~ise -ite, -ùmmasto -iste -ùnde.
280. roch. : cum-ume (y.oty.-€)y.xt) -dse -di ... -ìisi; ecum-àmmo .. . -ùssa;-
cndf. e gali.: imperf. ecam-inna écùm-innese ecc.; ma cndf. forma più
Tolontieri un imperf. perifrastico, coli' ausiliare stéko e il pcp. pres. alt. del
verbo neutro e riflessivo: ésteka cumimda, ponùnda stavo dormendo, dolen-
domi.
281. roch. cumài e cumùsi 280;- cndf. non solo ponusi e andrépusi,
ma pure eponiai si dolsero, andrapiai si vergognarono, bov. eponijnssa an-
drapljnssa.
58 Morosi*,
Verbo sostantivo.. 282. Indie, pres.: une ise éne, immesta
iste éne\- irapf. : ùmno isso ito, immesta iste issa;- infin.:
iste. La 3. sing. pres. éne, re. tlvt, ritorna tal quale ne'dial.
otr. e trapez. , e non è insolita pur fra gli scrittori bizantini
(Muli. 281 n.). La l. e la 2. pi, dell' imperf. qui si confondono
affatto colle stesse pers. del pres. , come nel comune romaico,
laddove ne' diversi dial. otrantini suonano imosto isosto, imo-
sta isosta, ìmasto isasto (Otr. 145). La 3. pi. dell' impf., così
come Visaìie otrantino, appar più genuina che non l'riTavs del
re. L' infin. (otr. éste) è tal quale il re. slcrOai.
Verbi irregolari. 283. anevénno salgo re. àvaipaivw (àva^-),
imperf. anc'vcnna, aor. ind. anévia (cioè àvéfiiricoc = re. àv£[ÌYi/,a),
aor. cong. n anevio, inf. anevisi (per il ?, ora conservato ed
ora caduto, cfr. il n. 142), imperat. àneva anevàte = re. à'^oii^a.
-òLrt. Analogamente si flette katevénno re. /.aTat^-; ma 1' aor.
di mhénno ày.paivco è all' ind. embikjina, Y -Tixa del re. com-
plicandosi con r -ina = -r,v che rivediamo qui in nota ; e negli
altri modi: na mhikó, mhikì, mhika mbikàte; come anche
guénno re. èPyat'vw (è/i^aivco) fa all' aor. eguìkjina ecc., se non
che nell'imperativo, accanto a gm'ka guikàte, ha pure égua
eguàte, ma nel senso generale di Wàttene, andatevene' \ fe-
282. roch. : pres, imme ise é[ne\ , immasto ecc.; cndf. 1, pi. pres. im-
tnisto, impf. immasto, ma a questo imperfetto sostituisce il più delle volte
quello di stéko: ésteka-^ gali, immosto 1. pi. pres. ed impf.; rfr. pres, im-
mosta, impf. immasto.
' roch.; aor. ind. anévea, katévea, cong. n'anavéo, na katavéo, inf, anevéi^
hatevéi',- émbea^ na mhéo, vnbéi, imperat. émba, embàte;- vjénno, imperf.
évjenna, aor. ind. evjépina, cong.. «a éguo, inf. égui, imperat. évga evgdte
(evgàste) allato ad évva evvdte;- e s'aggiunge un 7ra^oa + ^ta + /3atvw, ma solo
neir aoristo : ^arejdma svenni (il bov. direbbe: 7nurte kakó 'mi venne male');
cfr. ejdina sotto ^pào\ eh or. di roch.: embipina, na mbepó, 7nbepi, mbépa
■mbepàte\ eguipina, na guepó, guepi, guàpa guapdte;- e nell' imperat. di
mbénno e di guénno, con la particolar significazione di 'entra in casa ! ' ed
'esci di casa', in luogo di mbépa e gudpa: sé fa, quasi ETw-at'jSa, e séfa^
quasi £?w-at|Sa (plur. sefdte, sefdie). rfr.: anevénno, aor, ind. anévina (àvé-
/5"'?v), cong, n'anevó, inf. anevi (allato ad anévea, n'anevéo, anevci), impe-
rai, àneva e anèva; e così katevénno; ma mbénno: émbina^ na émbo, inf.
mbéi, imperat. mbése mbésete (allato ad embihjina ecc.);- inoltre: essévina, na
'ssevó, essevi, esseva, essevute, quasi i(T(,ì-é^-/i'j ecc, dove manca la serie pa-
Dial. romaico di Beva. Il verbo. 59
péìio muojo re. y-xidy.ivoì, aor. apépana ecc., come nel re. Qui
manea, del resto, il riflesso di à7roGvr,(7x.w, che vive ne' dialetti
otrant. (pezimsko). afìnno lascio re. à(p''voi, aor. indie, éfika,
cong. nafiko, infìn. afil'ji, ma all'iraperat. à/le afiete {àfim-
me, afietéme lasciami, lasciatemi) cioè il re. à©r,c£ ecc. Il /- del-
l'aoristo qui si limita ai composti di -[iatvco che testé sentimmo,
ad aflnno, e a dònno cui tosto si arriva (cfr. Otr. 131: éfika,
éstika, édika, ivrika, épiaka). vàddo metto ^jcùCKiù (ma in que-
sta significazione il re. usa piuttosto (^à'Cw), aor. att. evala; pass.
evàrtma (àpà>.Or,v) re. £[ìà>.0r,/-a, imperat. vària variate, partic.
perf. varméno, più frequente di valiméno. Così anche guadilo
caccio ìyJ;jóX>xù. jénome nasco, divento, yivoy-ai (r£N), 3. plur.
ìnd. ipres. Jénusi; B.or. ìnà.ejenàsiina^ re. àyivyi/.y. ecc., imperat.
jénasia Jenasiàte. dònno do, re. Sivco (AO) , impf. édonna; aor.
ind. édika, cong. na doso, inf. dòi, imperat. dòe dóete. andré-
pome mi vergogno tvrpsTuofj.at , aor. ind. andràpina e andrayi-
pina, cong. n' andrapipò, inf. andrapipi, imperat. andrùp-ipa
-ipàte. zèro so re. Cspw (£;-sup-) , impf. {zzerà, aor. ind. azzi-
pòresa ed azzipòria, cong. na ziporéo, inf. ziporéi, imperat.
vré vréte (cfr. khorò più sotto) \ érkome vengo i^-/^-, impf. ér-
kommo re. ripyo'jy-ouv, aor. ind. ilrta, pur del re. volg., = rikB<x, ecc. ;
imperat. èia elette (elàste). ékJio ho è'/^oj, impf. ed aor. tkJla ecc.
— pélo voglio Qilo), impf. {pela, aor. epélia, ecc. kliorò veggo
re. 6wpco (Gswpsw), impf. tkJiorra 211 \ aor. z'?;r«, na z'vro o na'-yra,
x'tjn, -yrt^ vréte, re. -/lupa ecc., ed è quanto dire che son forme
che si sottraggono ad sOpiocw, del qual verbo, allo stato sem-
plice, mancano qui del resto e il pres. e l'imperf., come affatto
manca il riflesso di sISov ecc. che all'incontro si continua nei
dial. otr. e nel re. kaptnno siedo (cfr. i re. xà9n{;.ac /.àOop.at,,
allato al transit. x.a0t^oj): imperf. ekàpinna, aor. ind. ekàpia,
cong. na kapò, inf. kapi, imperat. kàpu kapiie 273. céo bru-
cio /.aico, impf. ékasta, aor. ékazza ecc. L'impf, ékasta, e così
forse anche una parte dell' aor. rifl., accenna a una base /caux-
{kaft- kast- n. 110; cfr. il re. /.auxó;, che brucia, e trifo al
rallela che avrebbe a suonare esévina (j^w-) ecc. cndf.: emblema, egui-
Cina, ma na mbéo, na guéo, ecc.
* roch. : séro, impf. (sera, aor. ind. apòrea, cong. na .siporéo, imperat. .^V-
pórese siporésete.
60 Morosi ,
num. 121). Le forme del riflessivo son queste: pres. céoìne céise
célie, ceòmesta ecc., allato a cóme cése cète, cómesta cèste
cónde; imperf. ecéommo ed ecómmo bcc; aor. ind. ekàina re.
è/caórv (:x,àr,v) ed ehàsiina (r/.auOr.v?), cong. na kastó, infin. kasti,
imperat. kàsta kastàte; partic. pres. cóme^io, perf. kaméno re.
y.a-jy.-. hanno faccio re. jcàvco (-/.à^avw) , aor. ékama ecc. Nel si-
gnif. riflessivo adoperan 'jénome. Mèo piango vSk-Ao^ (più soliti
nel re. /-Xxiyco e /Aa'jyw), impf. éklo ecc. 278, aor. éklazza ecc. —
légo dico >.£yw, aor. 2'23a, na tpo, {pi, pé péte, re. sl-x ecc. —
mapénno imparo re. i7.aOy.tvw, aor. ind. emàpesa od emapia, cong.
»ia mapéo, inf. mapéi, imperat. màpese mapésete, re. è'ay.97. ecc.
(otr. éìnazà). meno rimango ed aspetto pivco, aor. emina ecc. \ —
anogào capisco (vofw ; cfr. re. voióvw ecc.), impf. anógo, aor. enóisa
re. svoioaa. omdnno giuro re. ò[xóvw, impf. émonna, aor. ^moa ecc.,
re. (óawva, cóy.wcra. pérro porto via, guadagno, prendo in mo-
glie re. TCaipvw (è-y.ipw), aor. ind. éjyira = re. s-ripa, cong. oia piro
e na paro (p. e. na se pìrune i Tùrki 's fi Turkia ti possang
pigliare e portare i Turchi in Turchia!; na se pari o potamó
ti possa portar via la fiumana ! ), pcp. perf. permeilo - re. 77x0(7.-. —
petào volo re. TrsTaw (-sToaa-.) , impf. epéto, aor. epétasa, re. ì-tzì-
'^vJioL, ecc. pào vado re. [Oj-àyco, impf. ippiga (il re. uTTTYiyaiva e
l'otr. tbhione rivengono all'incontro a 7:r,yaivw), aor. ind. ejàina
quasi sScà|ir,v, in vece del re. 0-r.ya, aor. cong. na pào, impe-
rat. ^^lia eguàste (da guénno) ^ piVm?20 piglio re. Tr^àvco, aor.
épiasa ecc. pinno bevo ttivw, aor. ^p?a, na pio, pisi, pie pieie,
e vorrà dire *episa, di contro a re. è'-isi (i'-iov) ecc. p^i^o cado
re. TTscpTw (-t-Tw), impf. épetta, aor. éppesa, na péo, pési, pése
pesete, pisso mi coagulo, mi attacco, re. r.-h^^oì e Tir.ycù (-ri'7'76j,
::'/iyvua'.) , imperf. épisa, aor. épizza. spérro semino re. a-épvw
(c-etpw), aor. espira ecc.; pcp.. perf. sperméno = re. è-r-apa-. —
s^(^^o sto re. axi-AOì (cfr. scTYi/toc stetti, allato a !.aTTiy.t colloco),
* re eh. metalamhdnno prendo la S. Comunione (cfr. aETa),xw/3av&) ap. Du
Gange), con Taor. secondo la flessione regolare de'baritoni in -anno: meta^
lànibasa.
* roch.: pào pài-se pài, e pàome pàite pausi ^^hov. póme pàté pàsi;-
2. sg. rfr. paese, cndf. pàse; roch, e rfr.: aor. ejdv-ina 'ise -i -imma -ite
-issa;- cndf.: ejàna, ejdese, ejàe, ejàmma ejdte ejàna;- roch. par ejàina;
V. la prima nota al presente numero.
Dial. romaico di Bova. Particole. 61
imperf. ésteka; aor. estàpina, na stapó, stapi, sta state ^ —
spàzio uccido G(pa(w, aor. éspazza, na spazzo, spai, spàzze
spàzzète ; - aor. medio-pass, (rifless.) espàghina od espàina mi
uccisi, na spagò e na spaghistó o spastó, spaghi e spaghisti
0 spasti, spàzzesta spazzestàte o spastàie. trékJio corro Tpé-
yw, aor. étrezza ecc., senza alcuna anomalia, mancando qui
l'aor. £'Spoc[/.a (-ov) che nell'otrant. vige egli solo e nel resto dei
dial. romaici si alterna con sTos^a. trago mangio Tpcóyco, aor.
éfaga, na fào, fai, fàe fàete o fa fate, féno tesso ù'patvoi, aor.
éfana = rc. e att. u!pavoc. fénome compajo 9x17-, aor. efànina ed
efanilnna, na fanó e 7ia fanipó, feni e fanipi, fànista fani-
stàte. fégiio fuggo ©ejyw, aor. é/ìga, ecc. fèrro porto meco
re. cpépvw {('^i^oì), aor. éfera, ecc. stinno faccio cuocere *o6-/ivoi
n. 110, impf. éstinna re. è'kva, aor. é's^m re. ^t.gv., ecc. kjiliéno
riscaldo /l'.aivw, impf. éhlilenna, aor. ékhlana z/lix^v., ecc. ;-
impf. rifless. eTiUlènnommo ed eklilappinnommo, aor. ekjilàp-
pina, na kìilappò e na kjilappio (con un'uscita attiva, come in
n'anevio ecc., appiccicata al carattere medio-passivo), kjilappi,
khlàppa kìilappàte.
PARTICOLE.
Avverbj.- 284. Di luogo, pi* dove, m là, kondà vicino, che
sono re.; putte donde (eipr. tjo'jOsv) ttóOsv; ócfe qua (wSs), invece
del re. èSw; e^</(^ costà (cfr. Otr. 151) aÙToìi; cui si aggiungono
i composti ap%te od apótte di qua (n. 93), aputtù di costà,
apuci di là, onde poi apotteméra dalla parte di qua, letteral-
mente *di qua-parte' (cfr. otr. aputturtéa, quasi àTu'aòxou òpQsa
da questa parte, letteralm. 'di qua-direzione', ecc.), aputtuméra,
apuciméra. kliàmme in terra /aaaL mésa in mezzo, che pur
s'ode nelle colonie otrantine, e qua e là eziandio nella Grecia
in luogo del comune àvàr^.sToc. larga lontano, che va con àlàpya
e àXàpyou (Comp. 89; onde il verbo alarghèguo allontano, da
cfr. col re. àlapyàpw), invece di fxax.pà, cipr. (/.ax.puà, otr. magréa.
284. roch. katuvapd quaggiù, letteralm. 'giù a valle', quasi xarw-jSaOa.
* cndf. : sték-o -ese -e, -ómmasto -stékeste -wst, e analogamente nel pi.
dell'imperf.: estek-ómmasto, estékeste, estékai;- l'aor. estdhena ecc.
62 Morosi ,
Assii 'dentro, in casa' zao), ózzit 'fuori, alla campagna' s^w; 6s-
sotte, òzzotte, da dentro, da fuori, amhró avanti re. £;x7rpó?,
apissu dietro òt^igw, apànu sopra èTuàvoi, kàtu sotto /-àTw; apu-
pànu, apukàitc, di sopra, di sotto, anapukàtu sottosopra re. àvu-
-oy-aTto. péra oltre ^op5'-[v] (che manca all'otrantino); quindi
Oitepàra od odembéra oltre questa parte, ecipéra od ecimbéra
oltre quella parte, ecittembéra da oltre quella parte, dal di là, ecc.
— 285. Di tempo, potè quando, tòte allora, sìmero oggi, àvri
domani e mepàvri posdomani; che sono re. prita prima (efr.
prida Otr. 152), in cui pajono confluire i re. tz^u eTupwra. panda
sempre, re. 7i:àvT0Ta. arte ora (apri), allato al re. Twpa, onde
puéàì^te d'or in avanti, quasi à-o-/.ac-àpTt, col y.v.i pleonastico
che riavremo in pncati 290 ed è in grand' uso ne' dial. otrant.
(Otr. 156). perei e 2^^opérci l'anno passato, due anni fa, ttts-
p'jGt, Tzoo--. tu kjerù l'anno venturo, n. 55. akomi ancora re.
à/tóat. metapàle di nuovo, quasi [j.z'zy.--óCkvi. sirma subito, less.
Mancano le voci greche per 'dòpo' e 'giammai'. 280. Sono
re: pó[s] e sà[n] come, e il suff. avverb. -a, p. es. in fanerà pa-
lesemente, krifct nascostamente, kalà bene*, àkliaro, aggett.
indecl. 234, vale anche come avverbio 'malamente', òtu cosi ou-
Tco; n. 13. 's mia, letteralm. 'ad una', insieme; cfr. il re. \i.ì [uxq,
allato ai più soliti aui/A e {Aa'(t. pareo «eparatamente, un per
uno, singillatim, re. Tzy.oiloì [-x^zv.): pareo para tuto oltre a ciò. —
287. Di quantità, i re. 2^^éo più, poddi molto, tosso tanto, posso
quanto, ecc. Manca la voce greca per 'meno'. 288. Affer-
mazione e negazione, de no {de, daghe, Otr. 155), in luogo
del re. 6/i (il re. S£v [ojSsv] sta solo per la congiunz. 'non') ; —
mane si (quasi: [/.à-vai; cfr. otr. ?'fmme, quasi: oùv-y.à), re. vai. —
fiamme forse ecc., less. an dò, an di, an emména, eccolo,
eccola , eccomi , ecc. , re. [a.]và tóv ecc. ; - ma : aìiii ti mò'kame
vedi che cosa m'ha fatto, al qual mutamento di anà in ami
non è forse estraneo kami, per kanùna, 2. sing. indie, pres. di
kanwiào, guardo, che pure in simili casi s'adopera: kanù to
guardalo, eccolo, ecc.
285. cndf. simera^ re; ettepuì'ró, cttespéra, stamane, stasera, re. aùrù tw
7rou/5vw, aÙTvj T/f éiTzio'x-^ apóspc di sera «Tró-I/c, aféti l'anno venturo re. ifér-zì.
286.* gonatisti, in ginocchio, Comp. i, è uno sbaglio per gonalistà.
286. cndl". otesi (oOrwTt). 'JSS. rodi. ttdé.
Dial. romaico di Bova: Particole. 63
Congiunzioni.- 289. ce e, a[n] se, mi che non, na e ti che,
me àio ti con tutto che, còla anche; che sono re. Ancora è
re: sò.mbu allorché càv 7:01» (otr. sà'p'pìji)\ e poi si aggiungono:
'prita pii (in luogo di ttoIv 7:ou), samhóteti come se (quasi: aàv-
-TirÓTò-Ti) , puccati dacché (à-o-/,ai-Ti) re. à-rzó-:'.. Noto ancora
l'uso di pu nelle seguenti dizioni, per le quali gli otrantini ado-
peran ce: pu óra óra d'ora in ora, lou Ugo Ugo a poco a poco,
pu éna éna ad uno ad uno; e ce usato talvolta in luogo di
ti, p. e. ti só'kaman ego c'è mmu platégui '^che t'ho fatto io
che non mi parli?' (Comp. xi) , od in luogo di nà , p. e. ti su
'péli kaló se kànni ce Mèi ^chi ti vuol bene ti fa piangere', per
il regolare na klàzzi; i quali usi di y,y.i occorrono però anche
nel re, v. Muli. 395 e cfr. Otr. 156.
Preposizioni.- 290. Le solite: èc, à-6, u.ztx, Sia, T^apà. La
prima soggiace, il più delle volte, all'aferesi dell' s ('5); se no,
ha la paragoge come nel re. : se. apó è intatto come prefisso :
apoklòpo ritorco, apojérrome mi rialzo àTcoyspv-, apohànno dis-
faccio, apoklànno interrompo, apokósto tronco y.r:oy.6~zo), apoto-
nào riposo à-oTovéo); intatto è ancora, 0 assai lievemente alterato,
nella composizione avverbiale: apukàtu ecc. 284; ma azze è la
normale risposta dell' otr. ùfse, n. 115; e di an do ecc. si vegga
il n. 103. metà nella composizione: metalàmbamma less., ecc.,
metapàle 285; col t aspirato, nel re. ìnepàvri (asrauptov), e in
mepému con me, mepésu con te, mepétu con lui, mepéma con
noi, e simili (ne' quali è forse piuttosto un ij.ztxì che non u.t-zv.;
quanto al tipo di queste concrezioni, cfr. re. [v.a^ijxou u.vX,ìgo'j ecc.
Comp. 92);- del resto, com'è solitamente nel re, accorciato in
me: pào me ólu vado con tutti, me ton ghjerómmu al tempo
mio ('a' miei tempi'), me mian óra mattinata in un'ora mat-
tutina, di buon mattino, trékllo me ta plaja corro per le campa-
gne, hliànnome me ti strada mi perdo per la strada, ecc. dia
intatto nella compos. : diavàzzo dianisira ecc. ; v. il n. 95. j'^^'^^-
sempre intatto, sia nella compos, : j;ar<2/J^7^ 7:apaO'jpiov, paraspó-
ro, parastenò, ecc., 0 sia isolato, che del resto non si vede se
non nelle proposizioni comparative, n. 217. Le forme re. arcai
289. l'ocli. sàppu.
290. rfr. e rocli. as 0 ìl-i;: s'emmc a me.
64 Morosi,
àvai xaTai [xerai, per à-Tùó avo. ecc. nella composizione, s' hanno
pur qui, ma di rado: aj^epéno àvraiG-, anevénìio e katevénno
àvai^- /.aTatpaivw; cfr. mepému ecc., testé addotti.
Sintassi. 291. Vale pel bovese ciò che altra volta si è detto
a proposito de' dialetti otrantini: è greca la materia, ma ormai
lo spirito è italiano.
III. APPUNTI lESSICALI.
Soao distribuiti ia quattro parti. Nella I.^ registro le voci che si riscon-
trano solo nel dizionario antico o che in questo solo hanno il loro fondamento;
nella II.'''', le voci che non sono del dizion. antico, e neppure del moderno,
ma che in questo ritrovano delle voci aflSni o analogamente formate; nella
Ill.a, le voci di origine latina, che non sono del comune romaico, né delle
favelle italiane contermini; e nella IV.% le voci di etimologia incerta.
avlizzo e vli'z'zo 162.
alddi (anche otrant.) olio, re eh.
ojjalddioYxo santo, roch. aZacZi/jó
ampollino dell'olio. Cfr. il clas-
sico IXdcòtov pauxillum olei. Il re.
ha solo tkxKo^ olio.
aléstora 110, re. xsTstvo?.
amétrito smisurato (àasTpyjTo?).
anakldzzo e andklema rfr. e
roch., anaklizzo e andklima
bov. , io orlo, orlatura (àva-
xMoj ecc.).
apordo, aor. aporia, vengo a sa-
pere, appuro, intendo (*67r-5pàu)) ;
e azzipóresa ed azzipória, aor.
di zèro 283.
apórga 157.
aposurónno 46.
armacia maceria ( cfr. £paocy.£q cu-
muli lapidum).
arte 285.
vurvupunia 19.
jerusia, v. II.
dacia 195 (oàxo?).
derfdci 152, derfacina 204.
diafdgui e diafdzzi albeggia (cfr.
(poco; luce, giorno); re. oioitiÉ^^yzi.
drdka 96.
drdma 75, pur del cipr.
emhónno e simbónno 102 (cfr. zoci'w
percuoto).
zénni 145 e rfr. zénnulo 237 n.
L'antico ò'^co ha il doppio senso
di 'so di buono' e 'so di cat-
tivo'.
kalamónno caccio delle canne (xk-
XaiAOtó). Dicesi del terreno palu-
doso.
cefali 228, re. xscpàXiov.
kldnno 260 kldsma rottura. È pure
otrant., ma nel senso di 'albeg-
gia', quasi 'erompe la luce'.
Móstra 157.
civérti 20 (cfr. xu,8sOpov Esich).
kj iddio 55 e 231.
keréguo governo, curo; viv.jiré-
guo^ aggett. verb. ojirefto tra-
scurato (xupieuoj ecc.).
Dial. romaico di Bova,
cinònno 54.
kuluvrizzo 17 e kulùvrisma insulto.
kùnduro 236 e kunduridzzo 200.
kuppdri 21. Cfr. il class. xuTrapo;
'vas magnuin concavum', piut-
tosto che il re, xouttoc tazza (lat.
cicpa ecc., Diez. s. coppa).
limako 190.
mérmera rocb., animali nocivi
(cfr. [ji.£pa£po? molesto).
opli pedata, orma (SttXvì ungula).
orgdda terreno fertile (òpy^?)-
ónninga 6.
pizhilo 33.
piridzzo 260 faccio seccare al for-
no (Ttupti^co). Cfr. re. TIUpOVOJ.
rè.yna 9.
rùso rosso 163, ruscno arrossisco,
ìntsia robbia. Il re. ha solo §ou-
ciov, uva dagli acini rossigni.
só^20 cndf., conservo (ucó^co); al-
lato al re. sónno, il quale però
ecc. Appunti lessic, II. 65
in questi dial., come negli
otrant., significa 'posso'.
sidri 162.
stém 110.
stérifo 108 e 234.
stigdo pungo, stimolo (cfr. c-t^co,
CTtyaij?, (7TiY[Jt.ac).
tamissi 79.
téddeko 9.
farina 21 (cfr. cpupàw misceo, oju-
py.ii.« massa farinae subactae).
kliamorópi 229 (-^ióttiov).
kìiarapia allegria e Jiliarapidszo-
me mi rallegro rocb. (cfr. yx~
pwTio? laetus).
ìiimaro, rocb. e rfr. : lijiméri,
capretto, fem. lijimdra (Esich. :
spicfo; 5 [Jitxpò; ai;, 5 Iv tw expi
cpxtvo[ji.£vo;, vJyouv 5 7rpwV[ji,o; . y^et-
[jLxpo; Si 5 £v tco y_et[xiJ5vi ).
A/ioW 232.
Òde 284 ^
li.
agraflosidero roch. , verticillo
del fuso, *àTpxy.TO(7t'or]pov.
agro-, in nomi di piante, 198
229.
-dda 198 e 200.
ddiamma tardanza *àÒ£ix(7[x(x •, cfr.
adidzzo, re. àosr/i^co.
-àzzo 260.
amblici 103, amSZtcaiioMe mi ri-
covero.
ampatikéguo rocb. e rfr., cal-
pesto; bov. e re: tzxtCò.
angóni gali., nipote. Il re. eyyo-
vtov è 'zio'; solo il plur. eyyovtx
è 'zìi e nipoti'.
dngr emina 5.
-anno 200.
dplero 34.
opd- pref. verbale 290.
apovrdma, apovram- apovromiz-
ho 5 32.
apoforémata, allato al re. apofória,
abiti smessi; cfr. re. (pops[j(.axa
abiti.
' Le voci seguenti: dia sale (a),a?), andi 82, arj/ì 169, artdrmi 111, hurùpi
4, e lakàni 30, sebbene registrate nei dizion, neo-ellen., non sono re, ma
pi'oprie solo di qualche dial , p. e. del ciprio. Il re. ha per queste voci: a^artov
Archivio glottol. ital., IV.
66
dspri 36.
-àio 241.
'do [-ico] 269.
veldtri 119.
vrdsta 36.
vrastddi bov. , -a/'i rfr., caldajo
(cfr. Pp3c^(o, PpxffToi;, ecc.).
vizzdszo roch. , io poppo (otr.
vizzid'zó), allato a vi'z'zdnno do
la poppa al bambino. Il re. 8u-
X,i\'hì ha entrambi i significati.
Vimoma n. di fondo (cfr. mgr.
PouvofjLa tumulus, Du Gange)*.
galdria animali che somministrano
latte.
jeronddzzo 260 e Jeronddri 240,
re. Y*p^Cw e Y^'p°''' JQ^'u^^o- vec-
chiaja (cfr. yspouTtx senato), re.
Y£pa{jt.a.
guémma 159.
r/Zz'/i^'c^i 217.
diavdz'zo inghiotto ('metto attra-
verso'). Il re. Stapài^w non si-
gnifica, stando ai dizion., se non
'leggo', 'studio'.
dianistra ecc. 18 n.
didstiko 240 ; cfr. otr. just- ghjd- -izzo 260.
Morosi,*
zamlcddri pastore 240. Sarà l"ad-
domesticatoro' (cfr. re. ì^'JcTrtov,
C^^uTiov addomesticamento), piut-
tosto che un *C<3::avtTÌp7]; da Vo-
ltavo; pastore, che è voce romaica
di origine slava.
sèma brodo. Questo signif. ù del
re. J^ou[xiov; laddove C£[xa (pur
class.) vi dice 'decotto, acqua
calda*.
zoguia jugero di terreno, "CeuY^**
zonddri 240, re. Covravo?.
péma lavoratore dei campi, e per
antonomasia: uomo. Deve prima
aver detto 'soldato' e poi 'colo-
• no'; e siamo ai OsaaTa degli au-
tori bisantini, 'le provincie, e i
soldati che vi stanziano.' Per
traslati analoghi, abbiamo in
questi stessi dial. : pezzo (tts^o;
pedone) 'lavoratore dei campi a
giornata', e negli otrant. : po-
lemó (TToXsas'o) guerreggio) 'la-
voro la terra', armata (armi)
'attrezzi pei lavori campestri'.
-ia -imia 194 195.
stìco.
émbima entrata *l[jLpv)ixa, re. sa-
-éno -énno 266.
cparajdjna roch. 283 n., s. pdo.
essóvina ed ezzévina eh or. di
roch. e rf r.,283n.,s.aweuéw«o.
-inno 264. Cfr. stinno 183.
kalameri 14, re. xaXaaoTiTapov.
kamateruddia 34.
kanundo guardo, 'squadro'; cfr.
re. xavsuo) prendo di mira.
karkardo glocido; cfr. re. xapxdc-
Xtov, otrant. krakdli, ranocchio.
' Non s'usa più, qual nome comune; e così è di vuni e rocliùdi IG, ka~
liórga 6, kalojcro monaco, klisti 51, mesuri mediano, sifóni canale, stenó-
mata strette, trigono tortora, cristallizzati anch'essi in nomi di paesi, di
fonti e di contrade; e ancoi"a dei nomi delle porte di Bova: dròmo (strada
maestra), pzr^o^i (torretta), rao (re. /3«yó? scoscendimento?), surlzH{*<!i>vop!.-
Oioj hmite?).
Dial. romaico di Dova,
karparutó 239.
ccfdloma 157; cfr. re. xs^pxXxtovto
ecc.
cedddri 13; cfr. y.ollov cavum e
l'ital. 'casso' per 'torace'; po-
nocéddaro ib.
klùzza 207.
Jiùzzo la parte di uno strumento
tagliente che è opposta al filo,
come la schiena del coltello,
della falce, ecc. Cfr. xoux^x la-
tus, Du Gange; e kiizzó, re.
xouT^o;, mutilo, mozzo.
lagdni scopa di triboli colla quale
si pulisce l'aja, *XaYÌp'.ov. Cfr.
re. XxYapi'^w purgo, netto.
lald 189.
livadidzzo riduco un campo col-
tivato a livddi Xsi^-, cioè a pa-
scolo naturale; quindi 'deva-
sto'.
limbisia roch., -istia bov., 191;
re. Xi';ji7:t(7[jLx.
lutundri 213.
manaklióliko roch. 241 n.
merómmata animali domestici. Il
re. [■fi]w.£pcoi7.x significa solo 'ad-
domesticamento'.
metaldmòamma bov. 159, da me-
talambdnno roch. 283.
metapdle 285.
metérro, aor. emétera^ scopo, spaz-
zo via: *[ji.£Taipvo), che sta a *\i.i-
Toci'pto, come itaipvw a ÈTry.i'poj. —
rmtremma ( e n d f. : mèterma )
'spazzatura'; roch. e rfr.:
'scopa'.
miccéddi 235.-
rtiuzzolipia -ifìa 88.
nésimo 142; cfr. xXwTtaov da xXwOw,
ecc.
ecc. Appunti lessic, li. 67
zalistiri naspo 46.
zalisa 155.
zenoriszo roch., esco dai limiti
dell'abitato, vado in luoghi
inaccesi, *£;-lvoptCw.
serokjeria roch. 194.
silopótamo roch. 229.
-ónno, 260.
ozzia montagna: ó^eta 'l'aguzza',
'il picco* (A-SCOLi). Un *6'|/t7. da
u'|oi;, imaginato dal Pott, e am-
messo dal Comparetti (Saggi, 93)
non è possibile, perchè, lasciando
stare anche l'irregolarità di o^u
atono, V ozzia bov. suona osici
nei luoghi circonvicini, ove allo
4^ non risponde mai s (cfr. n.
113-15).
paravosia 194, pocxvi.
paraspóro seminagione che si fa,
in uno stesso campo, dì vege-
tali diversi.
pcfta rfr. 183 n.
Iteratónno trafiggo (cfr. TTcpiCTo;,
Trspdtco); allato all' intrans, pc-
rdnno, roch. perdszo, 'passo
oltre'. Il re. TrspvS riunisce en-
trambi i significati.
pétudda 215.
pissùri sorta di pianta silvestre
che s'attacca alle vesti dei pas-
santi, da 2'>^sso mi coagulo e mi
attacco 147.
pldstro roch., massa di latte bol-
lito, già assodato o ridotto in
pasta da formaggio; cfr. il re.
TrXasxptflc ecc. Ma in dklastro,
roch. esso pure, 'massa di lat-
te ecc. non ancora ridotto in
pasta da formaggio', si mesco-
leranno "'/irXaTTpov ed *7./.XaaTpov,
68
quasi 'massa non per
rotta'.
pliiséno mi arricchisco e plusdto
ricco, re. TrXouTat'vw ecc.
podarici calcola; cfr. otr. podd-
rica.
pordaldo spetezzo, re. Tropoco e Tiop-
St'Cw; pardo, re. TropS-Ji.
potistikó 240-1.
pùnga roch. (rfr. pùmba, bov.
liùmba) tasca. Pur nell'otr. :
pùnga. Il re. ha solo il dimin.
TTouyyt'ov.
prastikéguo roch., io scopo, re.
7:affTp£U(o (cfr. qui sopra: ampa-
tikéguó); prdstemma 28.
rdkkaio tosse e rahkatizzo 37
(cfr. PpoYX.ta, ppoyxo?).
rdsti cucitura (cfr. otr. rdfti), ^a'|tq.
riskdfto roch. 229.
sakJiukrévatto roch. 1 n.
sapissa roch. 208, re. (jxTiv^Xa.
sklapénno 163.
skutuljdzzo uccido d' un colpo.
Cfr. re. gxotovw.
Morosi ,
anco sinoridzzo son confinante ( cfr.
n. 228).
zdndala stracci, re. ri^y-vx^aXa.
zimh'di sacco largo e profondo.
Cfr. re. t^eV/i tasca.
zùkha pignatta, onde zukkdla
zukkdli = re. T^ouxa zucca, x^ou-
xàXoc T^o'jxxXiov pignatta.
tiskandl, Uhandi, tispo 256.
trakléno, traklénoìne, mi corico,
da trakló re. toexXo;, curvo,
piegato, come il corrisp. re.
zX^yti^wè da TiX-xyto; obliquo. —
trdkliina l' atto del coricarsi e
il tramonto del sole.
tranó roch., adulto; cfr. re. xpa-
veuùi cresco.
trivuljdzzome mi rodo per sover-
chio dolore, mi consumo in
continui e soffocati lamenti
*Tpoj[y]tXid(.(^-, re. Tptoyi^o[jLat.
tiromiszipro roch. (bov. tiromiz-
zaro e trimizzi, gali, taromiz-)
23 n.
fisdla 201, re, cpouaxa.
spipio 15 230; spìpia avverbio: khalastaria rovina; cfr. /aXa^rpia
'spesse volte'.
stenndto n. 210-12.
stimonikUrondo roch. 229.
strofanghia mutamento di tempo
(cfr. re. cjTpo'^iyyx? cardine, ant.
(TTpocpiy? versura).
sikofdjena e tirofdjena 205.
sinérkete viene in mente. Il re. zofingdri 134.
<ruv£p)(_o[iy.i dice 'convengo' e 'ri- zofrdta 16.
senso'. -M^iia 197.
Du Cange.
hjerdkona roch. 229.
hjeromùrtaro pestello del mortajo,
re. y[ou]So/^£'p[ov.
hiljopódaro 229.
ìliro vedovo. Il re. ha solo il fem.
III.
akkU cassa, armadio *àpxXiov (ar- dskla scheggia (astula, Diez s.
cula). ascia), asklizzo io scheggio.
Dial. romaico di Bova,
jongdri giunco.
kardi cardo, onde kardunia 197.
kassdri 23 n.
kh^go lontano; larga, avverbio,
284; e alarghéguo allontano.
lumbriki roch., lombrico.
luppindri 176.
magno bello.
mdtrakìio materasso. Voce ara-
bica; ma qui notevolmente vi-
cina alla forma in cui si con-
tinua nel provenzale {ahnatrac)
e nello spagnuolo {almadra-
gue); v. Diez less. s. 'mate-
rasso'.
misitémmata mescolanza di fru-
ecc. Appunti lessic, IV. 69
mento, orzo, fave, ecc., onde si
fa il kurddi less. iv.
palatavi 218.
pinnuldria (pur otrant.) palpebre.
piato discorso, platéguo discorro,
lat. pla[c]ito-, Arcb. I 81.
pùdda gallina ^^ re. opvtGx. 11 re.
TTouXoi è 'cornaccbia'.
piirziéri 180.
skuddi collo; parrebbe uno *<7-xoX-
Xoov da 'collum'.
Sideri 180.
spezi cndf., pepe ('spezie').
sfritta camicia da donna ('stricta')-
tindri 218. -
trimodia tramoggia, sicil. triraoja^ .
IV.
amlìia riccio della castagna, *òvu-
yt'a?; l'aut. orj\ ha, tra gli altri,
il signif. di 'operculum conchy-
liae'.
aria elee num. 101.
afféddi lardo. L'etimologia piti
probabile parmi quella proposta
dal Comparetti (Saggi, 92)^ che
lo fa = rc. cpAiov 'fetta', il lardo
usandosi affettato; cfr. il tose.
affettato (Comp. ib.), e la fed-
d'.lta (da fédda, che forse è *fet-
tula', come spddda, cioè 'spalla',
è 'spatula'), di tutti i dial. me-
rid., per 'salame'. La voce re.
per 'lardo', cioè XapBtov, s'ode
qui solamente a Condofuri:
lardi.
akliaria sonnolenza, ^àxacptoc? Cfr.
il class, xapog sopor, e i re. à:ro-
xocpovco, aTroxàpojuLX , mi assopi-
sco, ecc.
vupulia vacca, ^fjo'j^r^v.x 'bue-
-femina'?
vurfurdda nebbione denso e basso;
da popSopo? lordura, quasi 'aria
lorda, torbida'?
jendònno io acquisto, mi procac-
' Le voci di origine latina, o di comune patrimonio romanzo, che queste
colonie hanno comuni con la Grecia odierna, sono: azzàri àr^àXtov, krapisti
•/.aniarpiov, lardi (cndf.), manici fj-X'jMryj, mandùci [xxvr lo-j, murtdli y.oupri-
jOiov, mustdì-i p.o{ia-To;, oncfia 58, palùci, panni (cfr. klupdnni 40), pezzi ttet^i'ov,
pilndi 'puncta' ttov-jSx^ saitta (spola), fasta, flasi fldT-zUov, furro yoùovo? (già
mgr.), onde il verbo affurrizzo inforno; siJda (sit[u]la; cfr. óskla qui sopra).
Voce latina mi pare anche lania solco, re. Ixvipto-^ [lania: Wnea.: : faxia
^«(rztà: fascia).
ciò. Il Compareiti (89) pensa a
xepoatvttì. Ma piìi probabile mi
sembra un *[o]ia-£YW'^<^'v'<^> mal-
grado i num. 95 e 128.
zdla lo strillo, zaldo io strillo.
Il class, ha C^^Xv] procella, ^x-
Xt'Cto procellis agitor; il re.: ^àXv]
procella e vertigine, ^aXt'i^w muo-
vo, assordo, introno; e riuscia-
mo poco discosti dalle signifi-
cazioni bovesi.
zundri ciglio della montagna, di-
rupo: Cwvàptov (cintura)?
Jìdmme 'forse, probabilmente'. Nel
re. s' ha , con questo valore :
Txxa.
izza goccia; forse un' t'^ta-^ class.
i|;tà(;, come il re. Iixiov è'^cy.ix
Morosi,*
kunédda,T^orco, ecc. ; liunagrihó,
cignale. È forse /««ni t= xu[a]viov,
da xuxvo? caeruleus, ater, cioè
*il nero', com'ò per antonomasia
chiamato quest'animale ne' dìal.
ital. mcrid. Cfr. il n. 4, e l'an-
tico lacon. xouavac^ [jleXccvx Eìich.,
oltre lo zacon. xou(Ì-y.vs nero,
DefFn. 294.- Fuor di Dova, è
il solito lijiridi xotp-.
kurddi pane nero e grossolano,
fatto di misUémmata (less. in).
Forse *<7>ctoptxotov, quasi 'pane
fatto di scorie, di avanzi, ecc.'
Q a auto al dileguo di a-, cfr. lo
zacon. xoupiòt , sterco, che il
Deffn. 308 felicemente deriva
appunto da orxojpt'oc (qui skiiria).
kanmlia (otr. kamùla) nebbia. La kddé fratello, leddd sorella. Sa-
ranno semplici vezzeggiativi, da
mandarsi con XaXa; XxXi, onde
si chiamano in Grecia l'avo e
l'ava. A Cardeto, Ielle è lo zio,
e per 'fratello' e 'sorella' vi si
hanno le solite voci greche, che
il bovese pili non serba se non
mutile nei composti zarfó zar-
fi, £;Qc3£Xcpo; e^xos'X©-/].
base sarà ancora xxujxx; v. ka-
matcrùddia al n. 34.
hazzédda {oiv. ha fé è dda) fanciulla;
forse : kapsella, da xo}- = xottitì^-
(cfr. re. xoTTsXXcc e xo:rtTCx); o
kor[i]zclla ■=■ xoptxt^ouXy. (v. Comp.
90).
zódda fanciulla. Non è voce ca-
labra. Forse è [mi]zólla, che ò
quanto dire [xtr^ouXx, piccina, luddùfero bruscolo, peluzzo, bioc-
con suffisso calabrizzante. Cfr. coletto di cotone, di lana, ecc.,
céddi cédda 235 n. che vola in balia del vento.
Tiondoférro ritorno. Dev' essere mdj)a corba.
*xovTo-'.p£pvto 'mi porto vicino, miócuna briciola, onde miccund'z-
mi riconduco'. In questi dialet- zo sbriciolo. Cfr. miccéddi ecc.,
ti, tps'pvto si fa sinonimo di iratp- n. 235.
v(o: ferro ja ta fdttiamu, vado mài rfr. nonna, roch. madre. Il
pe' fatti miei. Quanto alla com- re. ha [xaTa nonna.
pos. con xovTo;, cfr. i re. xov- murtizzo sonnecchio; cfr. cipr.
■ ToxpxTw trattengo, xovtoitcóvoj sto [xwpxt'vto -£uw -t(7[A£vo(; ecc. (vapxto)
per arrivare; ecc. e [ji.wpt(7(7oupa(v(xpxyi). Si aggiunge
hùni, fem. hùna, dimin. kundéi e il frequentativo murtidddo.
Dial. romaico di Bova,
petakiini uccello di nido. La base
sarà quella del re. icsTaxTìg? ecc.
piazzi batuiFolo di lana, seta, ecc.,
fiocco di neve: cpXoxxiov?
plètora palo maestro della siepe;
e dicesi anche di chi sta dritto,
'impalato'.
pio fari roch., crine di cavallo:
*7:ojXo'^o[PJaptov? Cfr. -wXoc pul-
lus in primis equinus, onde il
re. TTwXxfcov TTouXàptov pulcdro,
e cp&p-/] juba, coma. Per la qua-
lità del composto, cfr. il re. ^ou-
pQuvóxpiyoi setola di porco. pZo-
faria 194 n.
rùmbo vino cotto.
sirma subito. Sarebbe mai: crupaa,
quasi 'tratto', per imitazione dei
modi ital. 'di tratto, d'un trat-
to', ecc.?
sóliko ragazzo. Lo ayo del class.
G'/ohx.ói; puerilis, ineptus, ecc.,
dovrebbe darci sko, n. G3-4.
ecc. Appunti Itìssic, IV. 71
S2'>aldssi roch., bov. spoZ- IC; cfr.
il class. à<nràX3c6o; gcnus vcpris.
stoli fiato (propriara. quel movi-
mento di contrazione e dilata-
zione che fa il petto respirando;
cfr. i termini jatrici àvaaroXi],
xaxKiTToX-j^ , 8ta<7ToXv]); stoljdzzo
io fiato.
zargdra veleno. Nulla avrei di
men rimoto del cipr. '\^/y\, cret.
ij/ocxà, TTDcpov oapiji.3C5ct Cypr. 423.
zikkini roch., bov. zikkima, ca-
micia da uomo; cfr. re. xi^o-
y/yioi; T^o)(_tvo;, di stofi'a di lana,
e T^o'/^a ap. Du Gange: 'indu-
mentura ad thalos usquc dcrais-
sum apud Illyrios'.
zimamicU (otr. fsalammidi, fsam-
midi), ramarro.
vidta sempre, continuamente. Non
ò voce calabra. Ma pare dal-
l'ital. via, preso in senso av-
verbiale '.
IV. APPUNTI STORICI.
I precedenti paragrafi ci hanno mostrato che il dialetto di Beva e
le varietà contermini coincidono in sostanza col linguaggio comune
* I dial. di Rochudi, Roccaforte e Condofuri hanno ancora lo seguenti voci
non comuni con Beva, che non é forse affatto inutile qui registrare;- roch.:
al)pisSo fiorisco àvO-, anasihónno allevo àvao-vuc-, anevàsH lievita re. àvat^-,
anóstrata e katóstrata (comuni con r e f.) n. 229, at^rustdo mi ammalo ào'ow-
cTÉo), astenàsio gemo ctev-, vclàs.zo belo /3e^-, ji terra y.ò', émbasi (bov. óm-
bima), iarónno 'rendo compatto, indurisco' re. ^a/s-, imero domestico >7a-,
pardnoma 229, pótama il volo (re), savana vesti mortuarie o savanónno io
vesto ecc., sindoni lenzuolo, sinno fia 194, figo 190 n, flohia povertà tttw^-^
kliamiddó (comune con cndf. e rfr.) ^a^avjXós, Mandici 219 n.; rfr.: djlrefto
241 n., aféti (comune eoa cndf.) 285 n., curi 4, néma 9, p[o\skotàz3Ì an-
notta dnocr-/.- (bov. shot.), pranduta 211, rùmma filo re, spòra sera ian- (bov.
vradla), stenónno restringo ttev-; c a d f. : amjrimmóna di nascosto (bov. krifn),
72 Morosi ,
della Grecia odierna, come già sin dalla metà del secolo scoriso aveva
aflermato il Mazzocchi, toccando per incidenza di f|ucste colonie nel
suo commentario alle tavole di Eraclea^, e come, al principio di que-
sto, senza conoscere il lavoro del dotto archeologo napoletano, aveva
confermato il "Witte^. Ma quando si considerino piì; dappresso queste
parlate, si trova pure che dal comune romaico esse differiscono in
parecchi punti e in punti di non lieve momento. Or queste differenze,
che in ispecie sì avvertono nella flessione del verbo, qui più fedele
al tipo classico, o dipendono dal numero cospicuo di voci antiche
qui ancor vive, che sono spente nella Grecia, conferiscono a questi
dialetti un cotal grado di anzianità; e il fenomeno non è punto sin-
golare, poiché si tratta di una propaggine, che ha ben dovuto intri-
stire, ma che d'altra parte non ha partecipato a quei graduali de-
perimenti che il tronco pativa dopo il suo distacco. Questo color
d'antichità è però alquanto meno spiccato nel bovese di quello che
sia nell'otrantino. Così, i nomi con suffisso diminutivo, ma con si-
gnificazione positiva, sono di gran lunga piti abondanti nel greco di
Calabria che non in quello di Terra d'Otranto; e la formazione dei
nomi semplici e dei composti, e anche la loro flessione, ci offrono,
pel greco Calabro, degli elementi e degli usi, che rimangono estranei
all'otrantino e sono all'incontro in pieno rigoglio nel comune romaico.
Ma non porremmo fra i criterj di preminenza cronologica l'aversi
ora il 5 con suono esplosivo nel greco d' Otranto, mentre è fricativo
in quel di Calabria e di Grecia.
Ciò posto, in che tempo saranno esse venute nelle presenti loro
sedi le colonie Calabre, della cui origine, come di quella delle colonie
otrantine, tace affatto la storia? Qui imprima risponderei, mirando
al punto oltre il quale non si abbia a risalire, aver io per fermo che
vi debbano esser giunte dopo il secolo X. La quale asserzione, a
dir vero, non ha per sé delle prove certe e apodittiche, ma pur si
fonda sopra un argomento che io debbo stimar sicuro e che vedrei
rinfiancato da ulteriori indizj. Il mio argomento ò questo. La fonda-
dinató forte Svv-, disio sinistro ài-TsHtóc, Mufio stolto y.ov'fog, lipiméno dis-
graziato ).u7r-, mantéggo indovino ptavT£'J&3, ragìiéggo pago /o'oysuw, simcra
285 n., skdsJiO crepo re. (7xà?&), sUlmba (bov. izza) 162 n., liérome mi ral-
legro ya.!,p~.
' V. il mio articolo: Ricerche intorno alla origine delle col. gr. della Terra
d'Otranto, uell'Arch. per TAntropol. e la Etnol., voi. I, pag. 326.
^ Si vegga il bel lavoro intorno al dial. greco di Bova, che il pr. Astorre
Pellegrini viene stampando nella Rivista di filol. e d' istrus. class, di Torino.
Dial. romaico di Bova, ecc. Appunti storici. 73
zione delle colonie otrantine va appunto riportata intorno al secolo X
(Otr., 186 seg.); se quindi, confrontata colla lingua delle colonie otran-
tine, la lingua delle Calabre, secondo che testé accennammo, porta
l'impronta di una minore antichità, non sarà illegittimo l'inferirne
che queste siano venute fra noi alquanto piti tardi di quelle. Ecco
poi gli altri amminnicoli di prova. Le voci ìndtraklio, materasso,
e lardnglìi, arancio, si devono agli Arabi. I Greci calabri non le
lianno nella forma che i dialetti italiani loro potevano offrire; par
quindi che le abbiano portate seco dalla madre patria, e ciò impor-
terebbe che l'influsso arabico si fosse in questa sentito prima della
loro partenza ^. Ma di cotesto immissioni arabiche nella Grecia, nes-
sun vorrebbe ammetterne prima del secolo X. D'altra parte, come
'la prugna' si chiama da questi coloni damdsino, che è pur la voce
del comune romaico (oaaacrxvjvov) e probabilmente ricorda il tempo
della potenza degli Arabi nella Siria, a Damasco; così il frutto del
fico d'India è detto dai coloni medesimi: tùrko. Pur questa voce
dev'essere portata dalla madre patria; nella quale perciò, all'età
del distacco dei nostri coloni, dovevano essere ben conosciuti i 'Turchi',
se dal nome di questi si chiamava il frutto di una pianta, che dalle
contrade a loro soggette (nell'Asia Minore) trapiantavasi in Grecia.
Or tal fama e potenza non può attribuirsi ai Turchi (selgiucidi) se
non dalla fine del sec. XI 2.
Ma, se dobbiamo ritenere che la venuta di questi coloni sia se-
guita dopo il sec. X, volgendoci ora all'esame del tempo oltre il
quale non si possa discendere, diremo intanto, che dev'essere seguita
ben prima del XVI. Poiché è menzione di queste colonie nel libro
de antiquitate et situ Calabriae, dell'archeologo calabrese Gabriele
Barrìo, pubblicato a Roma nel 1571 ; e il Barrio non dice che fos-
sero recenti, ma lascia anzi supporre che gli paressero una conti-
nuazione delle antiche colonie della Magna Grecia; talché il Fiore,
nella sua Calabria illustrata (Napoli, 1773), in cui attinge a larga
mano dal libro del Barrio, chiaramente dice (I, 162): 'La Calabria,
altre volte tutta greca, oggidì tutta latina, se non sol nella sua parte
più australe, da Reggio a Gerace, conserva alcune terre grecite,
cred'io, per argomento di quello che in altro tempo ella fu'. E ci-
' Miglior forza avrebbe per vero questa considerazione, se mdtrakho esi-
stesse anche in Grecia, dove non s'ha se non p-cxrxpx;, «borra 0 cimatura
grossa', termine mercantile di assai dubbia età.
^ Pur questa considerazione avrebbe maggior forza, se tiMio si dicesse per
'fico d'India' anche nella Grecia; ma non si dice, per quanto io sappia.
74 Morosi ,
tate ancora lo parole del Barrio, ricorda l'idioma greco di liova
'per tanti secoli ostinatamente rattenuto'. Non ò dunque ammissi-
bile che i nostri coloni siano venuti sol qualche mezzo secolo prima
che il Barrio ne avesse e ne desse contezza. D'altronde, e le tradi-
zioni orali di questi Greci sono mute affatto, così intorno al tempo
della loro venuta in queste contrade, come intorno ai luoghi della
Grecia ch'essi hanno lasciato; e i nomi che essi danno, così alle
regioni incolte, ai monti, alle valli e alle acque, come agli appez-
zamenti del terreno coltivato e ai paesi stessi ove hanno stanza,
eccettuato forse Bova {Vùa), son tutti greci: due cose che difficil-
mente si spiegherebbero, se la loro venuta fra noi fosse antica di
appena quattro o cinque secoli. Si aggiunga che di parole turche
non appare la menoma traccia in questi dialetti^. I quali invece
portano evidenti segni dell'influenza profonda che le contermini par-
late italiane hanno sopra di loro esercitato, come sarebbero in ispecie
le vicende, certo d'indole piU romanza ed anzi calabrese che non
romaica, a cui andavano soggette le vocali fuori d'accento, e inoltre
il mutarsi del XX in dd : prove non dubbie che questi coloni hanno
dovuto per non breve tempo convivere cogli abitanti di schiatta ita-
liana'. Neppure si può ammettere che il tempo della loro venuta
abbia a farsi discendere al secolo XIV ; poiché non troviamo nello
loro parlato queir abondanza di tracce venete che vi si dovrebbe
rinvenire, so tardassimo il loro distacco in sino a questa età; anzi
di tracce venete non ne abbiamo affatto, all' infuori dell' -èri di dinéri,
sulóri, purzidri, num. 180, circa il quale ò da vedersi l'Archivio
* Un canto (Comp. xxxvi) che esprime l'odio profondo dei Greci contro i
Turchi e vive tutt'ora nella Grecia, non fa prova che questi Greci abbiano
soggiaciuto alla signoria turchesca. D. Domenico Pulialti, dotto sacerd. bovese,
così me ne scrive: ^Quei che mi han i^ecitato questo idillio, o romanza che
voglia dirsi, mi assicurano di averlo appreso da un certo prete di Bova, il
quale, nella occupazione militare (francese) del Regno, emigrò, stette molto
tempo in Sicilia ed asseriva di essere stato anche in Grecia. Ritornato qui,
vestiva da prete greco.' Infatti, alcune delle voci romaiche che in questo
canto ricorrono, cioè reomopillla, aborchindi, cclopidi, pardsciaguo, amorfo
e pelicadùci, sono ignote ai bovesi, come sono a loro ignote, o del tutto o
nella forma in cui vengono date, non poche delle voci romaiche e quelle di
origine turca (fiséchi coltello [?], zibùcM pipa, duféchi archibugio), che Tomaso
Morelli cita ne' suoi brevissimi Cenni storici intorno alle col. greco-cai., e
che molto probabilmente egli ha avuto da qualche bovese ch'era stato in
Grecia, il quale, per certa boria di'campanile, alle voci romaiche cadute in
disuso 0 non mai usate a Bova, sostituiva le voci di comune romaico.
Dial. romaico di Bova, ecc. Appunti storici. 75
yloltol., I 393 ed altrove. All'incontro vi abbiamo voci o formo di
tipo romanzo, sconosciute al di là dell' Jonio, che i nostri Greci non
possono quindi aver portato dalla madrepatria, ma devono aver preso
a prestito, ne' primi tempi del loro soggiorno tra noi, alle finitime
parlate italiane: voci e forme, che ben prima del secolo XIV, e già
almeno nel XII, hanno dovuto cedere il posto alle voci e alle forme
che risuonano nel calabrese odierno. Così piato discorso e plateguo
discorro, less. iii; clunùca {cumicchia calabr.) 'conocchia o frasca tra
i cui ramìcelli il baco da seta intesse il suo bozzolo' *coluc[u]la;
jìlùppo (rfr.), fluppo (bov.), r/lùppo (cndf.) pioppo (cfr. pluppi del 994
= póp[u]li MuRAT. Antich. ItaL, II 2035); fiocca chioccia (calabr. vacca,
abruzz. fiocca); àscia less. iii. Si aggiunga, e sarà per avventura
l'argomento più importante e conclusivo, che alcuna delle voci ora
citate, e qualche altra analoga, e parecchie altre voci, sì di origine
latina e sì di origine greca, qui esistenti, ma non appartenenti al
comune romaico, si ritrovano, quasi coll'istessa veste o col signifi-
cato che qui hanno, in pergamene greco-calabre anteriori al sec. XIII
o di pochi anni posteriori. Sono: plùppi (tiàoutioi , dell'anno 1124),
akJili cassa (ipxXa, àpxXov, 1124), lenzùli (Xevxì^ouXtov 1158), stritla ca-
micia da donna ((TxpiTTx 'strophium' 1212); vnjna valle ([iaOsix 1053),
stenndto pentola (aTEyvà-ov 1007), ócfdloma estremità (x£cpaXtóur.ocTcc ver-
tici 1141), artista condimento (àpT-/](7ia, da correggersi in àprutita, 1187).
Così dicasi di parecchi nomi di fondi (cfr. p. e. Ceramidi, Vundci,
Kropané con K£pa[j.tot 1053, Bouvàxt 1127, KpoTrav'^ 1217); o dei suf-
fissi formativi di nomi di fondi: -i (cfr. p. e. Silipd, Krommidd con
^ìitXtTià 1176 e Kpoauoà 1125); e -oZax (cfr. il num. 199); e di parecchi
cognomi (cfr. Spanò, Romèo, Pdikanó, Melalirino, Melissdri con ISttx-
vo;, 'PojixaTo;, IleÀtxavo;, MsXa/pivo;, MìXtddàpT); 1053, 1145, 1164, ecc.).
N(j consegue che questi dialetti hanno strettissima attinenza col co-
mune romaico del sec. XI e XII, qual doveva essere in uso in colonie
bisantine della Bassa Italia, a queste nostre anteriori o coeve, e ormai,
da molto o poco tempo, quasi tutte scomparse. Inoltre, nelle stesse
pergamene, dalla metà dell' XI alla fine del XII secolo, il nome di
'Reggio' è sempre grecamente 'Prjytov genit. rou 'Pvjyt'ou, e PrjytTàvot
il nome degli abitanti, come appunto ancora si dice da questi coloni:
Riji e Rijitdni. Ma, dal 1194 in poi, accanto a toìì 'P/iyto'J, trovo
anche xotj 'Prlycou, che, se non ò un errore di scrittura, accenna al
Riìjiju del calabrese odierno. Tutto questo c'induco dunque a credere,
che lo stabilimento delle colonie greco-calabre risalga al sec. XI o
al XII. Ma più probabilmente avremo a porlo in quello clic non in
questo. Poichò imprima siamo in diritto di ritenero, che nel sec. XI,
76 Morósi ,
cioè appena un secolo innanzi che apparissero i primi monumenti let-
lerarj della lingua neoellenica, quali son le poesie di Teodoro Ptocho-
prodromo (Muli. Gr. 73), il linguaggio comune della Grecia si trovasse
giù. nelle condizioni in cui ne si presenta in cotesti dialetti. D'altra
parte, scarsissime e quasi impercettibili essendo nella poesia popolare
di queste colonie, come in quella delle colonie otrantine, le vestigia del
verso politico, ci sarà lecito inferirne, che, allorquando queste colonie
si partirono dalla Grecia, tal verso non fosse ancora divenuto di
uso generale, non ancora veramente politico o nazionale, com'era al
tempo di Ptochoprodromo. Poi, in un diploma del re Ruggero II, man-
cante bensì di data, ma ad ogni modo non posteriore al 1154, anno
in cui il detto re Ruggiero è morto, fra i villani da lui regalati a
un monastero della Calabria, trovo FpviYopto; pouxàvo; e NtxyÌTy); ^ouTdcvo;.
Or qui pouTàvo; non può essere altro se non l'aggettivo gentilizio, an-
che oggidi usato a Bova, per 'Bovese', come pyiytTàvo?, c-TsXtràvoi;, y^pa-
xtTocvo?, (7c|37]p[Tàvo;, dello stesso diploma e di altri dello stesso re,
significano 'abitanti di Reggio, di Stilo, di Gerace, di S.'' Severina';
e ci assicura, credo, che Bova già era allora abitata e da gente
greca. E d'altronde il fatto che son tutti greci, come già dicemmo,
i nomi dei paesi e de' fondi, oltreché una prova della vetustà di
queste colonie, è argomento a farci credere, che questa contrada
fosse vuota, o quasi vuota, di abitatori, quando i nostri Greci vi
approdarono. Or qual è il tempo in cui è più probabile che tal con-
dizione di cose vi si avverasse, e quale è la particolar giacitura
delle sedi di questi coloni? A cominciar da questa, se si pon mente
al fatto, che i paesi, da loro abitati, non istanno già sulla spiaggia,
comoda e] ferace, del mare, a cui pure son tanto vicini, ma sì in
vetta a. colli elevati e di malagevole accesso o in fondo a valloncelli
remoti e quasi tagliati fuori da ogni commercio umano, si vien di
leggieri nell'opinione, che, preoccupati dal pensiero della loro sicu-
rezza, i nostri coloni abbiano avuto cura di stabilirsi in tai luoghi
onde potessero scorgere o dove non potessero venire scórti dalla
parte del mare. Un fondo di Roccaforte è detto ancora al dì d'oggi
Saracèna; di una battaglia tra Saraceni e Bovesi narrano le tradi-
zioni del popolo essere stata teatro 'al tempo de' tempi', una contrada
ancor chiamata Pólemo (Guerra); e ai Saraceni le stesse tradizioni
attribuiscono la rovina di un castello che sorgeva a ridosso di Bova
e di cui poche reliquie nereggiano ancora sulla estrema cresta del
monte. Or che questa regione sia stata per molto tempo bersaglio
alle feroci scorrerie di que' valorosi ladroni, nessuno ne dubita. Dalla
metà del IX alla metà del sec. XI, vanno piene le cronache della
Dial. romaico di Bova, ecc. Appunti storici. 77
Bassa Italia delle loro gesta esiziali. Possiamo quindi ben credere,
che in tempi siffatti questa regione rimanesse deserta dagli antichi
abitatori italiani. Ma non è ammissibile che proprio allora qui tras-
migrassero, o fossero qui trasportate, delle colonie greche. Bensì, un
po' più tardi, quando non solo tutta la Calabria, ma e tutta la Si-
cilia era venuta in dominio de' Normanni, alla fine del secolo XI;
quando le incursioni de' Saraceni erano finite, ma non cancellato
ancora ne' sciagurati popoli, che n'erano stati vittime, il ricordo di
quelle e non morta la paura; ricordo e paura, che da' pochi super-
stiti della vecchia popolazione, indigena, si trasfondevano nella nuova,
straniera.
Or quali motivi hanno potuto sospingere questi coloni dalla Grecia
in Italia? La Bassa Italia, al finire del sec. XI, era per l'impero
d'oriente affatto perduta. Questi Greci non possono quindi essere stati
spediti dagli Autocrati di Bisanzio, come furono probabilmente gli
otrantini sull' altra punta della penisola, per ripopolare il loro Tema
di Longobardia e per farne puntello alla lor vacillante dominazione*
Che spontaneamente sieno qui emigrati, neppur si può ammettere,
dacché, rassodatasi la monarchia normanna, ogni legame coU'Oriente
veniva rotto dalla sospettosa politica degli Altavilla. Non possono
dunque esser altri questi Greci che i discendenti di alcuna di quelle
torme di infelici, che, duranti le feroci guerre di Roberto Guiscardo
e del figlio di lui Boemondo contro Alessio Comneno nella penisola
greca, dal 1077 al 1085, furono da quelli strappati a' focolari do-
mestici e trascinati in Italia. Non è improbabile però, che le primitive
colonie siano state in seguito accresciute da profughi delle colonie
romaiche della vicina Sicilia, oppresse e disperse da' Normanni, dopo
il vano tentativo da esse fatto di ricongiungersi colla madrepatria *.
Ma più probabile ancora si è, che sieno venute ingrossandosi negli
ultimi anni del regno di Ruggiero II, dopo la sua corsa vittoriosa
attraverso l'Epiro, l'Acarnania, l'Etolia, la Beozia e la Morea, nel
1147, onde si sa che a migliaja ei trasse schiavi in Italia gli abi-
tanti. Da cronisti bisantini si apprende, che Ruggero in ispecie tras-
portasse in Italia dei tessitori di seta, da Tebe e da Corinto, fra i
quali molti erano ebrei. Ora, e l'arte della seta, ancora non ispen-
tavi affatto, era a Bova un dì fiorentissima; e un intiero quartiere
di Bova, chiamato Pirgoli, era abitato da Ebrei, che certo non vi
dovevano essere venuti di loro talento, non offrendo Bova per la
' Cfr. Otr. 210; Zambelli op. ivi cit. 153 e 183; De Blasiis, La insurre-
zione pugliese e la conquista normanna nel sec. XI, Napoli 1873, III 355.
78 Morosi,
sua postura niuna comoclitcì di traffici; ma trasportativi a forza.
Qualche non lieve clifForenza che ancora sopravvive tra le parlate
di queste colonie, sia ne' suoni, sia nelle forme o piti ancora nel
lessico, non ostante la convivenza di forse otto secoli, ci fa anch'essa
sospettare che non provengano intieramente da una stessa regione
della madrepatria. Confermano il sospetto i nomi di parecchi loro
fondi 0 di parecchi fondi de' vicini paesi, non ha guari greci ancor
essi, di S. Lorenzo, Bagaladi e Melito, che accennano, come sembra,
a luoghi diversi della Grecia; quali Déri (Belo?), Arkadia, Mantinéo,
e perfino Kandia e Cipri; e fors' anche alcuni de' cognomi, poiché,
allato a Kotronói, Bruzzaniti, Miserafiti^ Pelikanó, Tropedno, Ste-
ntano, che richiamano altri luoghi della Bassa Italia, sedi ancor essi,
non c'ò dubbio, di colonie bisantine (Cotrone, Bruzzano, Misórrafa,
Pollica, Tropea, Stilo), troviamo: Fiati (forse *<!>-/] pocx-/]? Tebano, efr.
<I>-/,pa = 0?,pat, n. 87), Autelitdno (forse *AÌTwXcTavo<; oriundo dell'E-
tolia), Khrisóo (XpuaaTo?, di Crise?) Messimo MsaavjvxToi; Messenio),
Minniti {*MalviT-/]? Mainotto?), SkiipelUi (*>-xo7r£XiT7]? di Scopelo). Sif-
fatti indizj , e le particolari attinenze che questi dialetti presentano
in primo luogo colle parlate odierne del mezzogiorno della penisola
greca e ]5oi con quelle della Grecia insulare^, ci porterebbero a con-
chiudere, che la popolazione di queste colonie si componga di un
triplico strato: il primo e fondamentale, raccolto in sullo scorcio del
secolo XI dalla Morea; il secondo, verso la metà del secolo XII, dalle
contrade poste intorno all'istmo di Corinto e dalla Beozia; il terzo,
non sappiamo come, né quando, ma certamente prima che il secolo XII
finisse^ dalle isole, e segnatamente da Cipro.
V. SAGGI LETTERARJ.
Sì per la forma e si pel concetto, i canti di Bova e delle colonie
contermini sono ben lungi dall'avere la importanza di quelli che si
odono tuttodì nelle colonie otrantine. Per lo più altro non sono che
versioni o parafrasi di canti calabresi, de' quali riproducono il metro.
Del verso nazionale de' Greci odierni, cioè del verso politico, appena
' Cfr. per queste attinenze i uum. 4, G, 9, 12, 14, 24, 32, 40; 54, G5, 75,
88, 103, 131, 1G9; 213, 235, 271, e 275; e per le attinenze col ciprio in par-
ticolare i num. 1, 4, 9; 24, 26, 30, 37, 46; 61, 65, 87, 93, 100, 136, 140, 147,
169; 224, 235, 271, e il Icss.
Dial. romaici di Bova ecc. Saggi letterarj. 79
ò qualche indizio in cantilene fanciullesche e in motti proverbiali
(cfr. B., 1, 2, 4, 5). Non inutili a chi nella spontanea letteratura po-
polare studia il pensiero e il sentimento morale del popolo illetterato
riesciranno i proverbj, nella più parte de' quali spicca una vera im-
pronta di originalità.
A. Canti.
1, Beva.
Magni kazzédda, me kànni pepàni,
na peparli me kànni esù, Imzzédda.
sa Tume tunda lucchìdcia kanunài,
mu serri tiri rjardla me Uh gordedda.
Sa mmu, platégui, pèzzi ce jeldi,
to j(5co mu kdnni ti alupudédda.
ma Cini iméra kali èlijì na érti,
na su Siro to éma sa mmia avdédda
I.
Bella fanciulla, mi fai morire,
morire mi fai tu, o fanciulla, [guardi,
quando con codesti occhietti tu (mi)
mi tiri (dal petto) il cuore colla cordi-
quando mi parli, scherzi e ridi, [cella,
il guoco mi fai della volpicella.
ma quella giornata buona ha da venire,
ch'io ti succhi il sangue come una mi-
gnatta.
II.
Ep{issezse o kjeró pu ego s'egupo, Passò il tempo ch'io ti amavo,
c'esù, kazzédda, esvàrie^MC m'emména; e che tu, fanciulla, ti sollazzavi con me.
èpiase ce mu épire to piato;
platégui ton addò ce den emména.
ego ólo ton gósmo eparpdto,
to eparpdto ja na ivro esséna.
arte mupai ti esu mutezze stàio:
c'egó cóla emvitezza tin géra.
prendesti a levarmi la conversazione;
parli agli altri e non a me.
io tutto il mondo avrei camminato,
l'avrei camminato per vedere te. [zione:
ora m'han detto che hai mutato condi-
ed anch'io ho mutato il sembiante.
III.
Invano colle buone mi vuoi pigliare:
questo cuore non ti perdona,
non sono canna che io vada dove tu vai,
non sono foglia che tu mi muova.
[ja] tàndo peccato esii 's to nfórno ^^rh', per codesto peccato tu all' inferno vai,
ce 0 cunfessùri manco se ssnrvégui. o nemmeno il confessore ti assolve.
Mbdtula me to kaló péli me piai :
futi kardia de ssu to perdunt'^wt.
'n imme kaldmi c'egó pdo pu pài,
en imme fiddo c'esù me laojégui.
esii perdiino emména en ezitdi,
ce manco o paradiso se delégui.
Esu, kazzédda, l'isc sa signùra,
ja nndropi dcm bérri pinnacchic'ra ;
tu perdóno a me non cerchi,
e nemmeno il paradiso ti accoglie.
IV.
Tu, fanciulla, che sei come una signora^
per vergogna non porti cappellino,
80
Morosi ,
c't'/yì'(ombiisto[sejnza/iamm«afintiira; ed hai il corpettino senz' alcuna fiata;
's to p(5tto5M hrati ti ttabaccbióra.
tosso niegàlì éliji ti vrangatùra,
pu senza miccio àsti ti luméra;
den éhììo ivronda mai tùndi sciagura
ja posso ego ehanùnia 's kàpa mèra.
nel tuo petto porti la tabacchiera:
tanto grande hai la statura,
che senza miccia accendi la lampada;
non ho visto mai codesta bruttezza,
per quanto io abbia guardato in ogni
parte.
V.
Ti éne brutto tilndosu casali !
mancu giannddde cantc'^'Mit ti spéra:
i pudda stéhji óssu 's to gaddindri,
ce 0 aUstora c^niégui a mala péna:
irta 's ti sempurtiira ce sondàri :
diafdzH ce skotuSSi m&ija 'mména.
pu na érti i mòrti na se pari,
ce òli na squeté^^M azz'esséna.
Com' è brutto codesto tuo casale !
nemmeno le rane vi cantano la sera;
la gallina se ne sta dentro al poUajo,
e il gallo canta a mala pena:
venni in sepoltura ancora vivo:
non fa mai giorno né notte per me.
possa venir la morte a portarti via (o
brutto casale),
sì che tutti si liberino di te.
VI.
Vréte ti éne brutto tundo pafsi!
màncu zomi den ékhuja na fasi!
en òli tosso tosso famigliùsi!
màncu khórta kliorùsija na vrdsi.
pósi 's to piskopo na to dói ['nan] tur-
nlsi
c'è tto to dònni ja mi kdmi nterési.
jati ótu epeliane i plusi
ja i malapàsca na tu kaparisi!
Vedete com'è brutto codesto paese!
non hanno nemmen pane da mangiare !
sono tutti tanto tanto carichi di fami-
glia!
nemmeno erbe trovano da far bollire.
vanno dal vescovo acciocché dia loro
un quattrino,
ed ei non glielo dà per non far danno
(alla sua borsa).
poiché così hanno voluto i ricchi,
che la malapasqua li scortichi !
2. Condofuri.
VII.
Ego érkome apissu 's tin oplissu. Io vengo dietro alla tua orma,
haspédda, ti pai panda panda arràssu; fanciulla, che te ne vai sempre (da me)
hàm,e cùnto ti imme to siddissu: fa conto che io sia il tuo cane: [lontano;
's tim bórtasM de ssónno érti na klàspo, alla tua porta non posso venire a pian-
gere,
m{anicanamukdme[se] to slcuddissu, sicché tu mi faccia una culla del tuo
collo,
na me n&chéspi Ugo na mi Icrdspo. e mi culli un poco acciocché io non
guaisca.
Dial. romaici di Bova, ecc. Canti di Condofuri. 81
iósso ékho na kàmo na su érto aplssu, tanto ho da venire dietro a te,
manalii na mu ipise: émba óssul che da te sola tu m'abbia a dire: en-
tra dentro!
Vili.
Sfiddo pu na só'mbi óssu 's t'apti,
na kdmi zàle na se kt'iso ego,
ce na su pài òli i akol;
ce pu na só'mbi óssio 's t'ammialó 1
'gó su'pa mi jirisi kataci:
c'esù mupe ti en immo o protip,ó,
schiatti na mi mu kdmese paddi:
na mi kliarri ti panda se gapó.
Ti possa entrare un pulce dentro all'o-
recchio,
sì che tu faccia strida che le oda io,
e si che te ne vada tutto l'udito;
e ti possa entrare dentro al cervello!
io ti dissi che non ti aggirassi laggiù :
tu mi dicesti che non ero io il primo
(tuo amante),
dispetti non me ne far molti:
non ti credere che sempre io ti ami.
IX.
Khórista e' èia, ti ékho ego tiapdo:
a Jjpéli nà'rti, na mi adiai pléo.
e m,megdli i strdta ti éklio na pdo,
ce an esu den érkese, ego kléo.
pidnno to màuto, io vdddo, ce pdo,
na se 'pantio se kammd Jitonia :
's ole te ribatédde kanundo
cessina e sse kìioró 's kaìnmd merla.
Partiti e vieni, che io ho da andarmene :
se vuoi venire, non indugiare più.
lunga è la strada che ho da camminare,
e se tu non vieni, io piangerò,
piglio il mantello, me lo metto, e m'in-
cammino,
per iscoutrarti in qualche vicinato:
a tutti i veroni guardo
e te non ti vedo in ninna parte.
X.
Pos sónno ego pidki faji na fdo ?
kdtu e mmu péli pd'i i dacia,
pidnno to manto ce guénno na pdo,
pdo na tin ivro se m,ia meria.
te kaspédde ole ego te kanundo :
m,e ole ecine de hlioró kammia.
metapdle tin ivra, e' ego pdo
arte na cumipume Ugo 's mia.
Come posso io pigliar cibo da mangiare ?
giù non mi vuol andare il boccone.
piglio il mantello ed esco per andarmene,
vado per vederla in qualche parte.
le fanciulle tutte le guardo:
fra tutte quelle non vedo niuna (che sia
la mia bella).
di nuovo l'ho trovata, ed io me ne vado
ora che abbiamo a dormire un poco in-
sieme.
XI.
Kaspédda, ti cumdse manalii,
ego cóla cumdme m,anahlió.
sfiddo na su émbi óssu 's t'apti,
na hdmi èdle na se ktiso ego!
ùspe sprikhdda na su guci i sfUii !
Fanciulla, che dormi sola,
io anche dormo solo. [recchio,
ti possa entrare un pulce dentro all'o-
si che tu faccia strida che le oda io!
dal freddo ti possa uscir l'anima!
Archivio glottol. ital.. IV.
82
jati en irtese pu immo ego.
an érkeso, esónname smipti
ce kdììii prdma ti sèri o piò.
Morosi ,
poiché non venisti dov'ero lo.
se venivi, potevamo metterci insieme
e fare una cosa che la sa Iddio.
xir.
Me partia de Bova 'na mattina
ja mian arràta t' ikha jenaména.
— damme 'na vota d'acqua, gioja mia,
na palino ta ììiljamu kaìnéna —
«che t'aju a dari ca aju la spia,
ti pdsi ce to légusi ti mmdna ? »
— pe' li spijvìni Idssa fóri a mmia :
piUte T^asséguoegó, mdlja ta kdnno. —
Mi partivo di Bova una mattina
per un fallo che (vi) avevo commesso.
— dammi un sorso d'acqua, gioja mia,
ch'io bagni le mie labbra riarse —
« che t'ho da dare, che ho la spia,
che vanno e lo dicono alla mamma?»
— per gli spioni lascia fare a me :
per dove passo io, (tutto) appiano. —
XIII.
Aspe póssu lipiniénu éìlji 's to hósmo
ego a pléo me ga pélo na krastó.
ripdo t'dlljero 's to rèma ce mu pdi kdtu,
ce tonaddó to chiummow ansiimmégui;
addi frabbich^^MM spitia 's ta zundria,
e' ego 's to mali de ssónno tikliói;
STpveméggu dddi lipdri, eguénni sùco,
c'emména eslcches[)e cóla i funtàna;
kanundo ja dnu, to ùrio tramute^^Mj,
hanundo k}iam.mé, de hììoró ti stràta;
' gó hrd'zzo to foria ce de ffesdi;
krdsso to Ilici ce i bbàmpa sbiziete;
pdo 's to nférno ce o Jùda me gudddi;
kràzzo tim mòrti ce drrusto jénete.
jati i sórtamw de mm,' afuddi,
éKho na kdmo vita disperemmcni *.
Di quanti disgraziati ci ha al mondo
io il più grande voglio essere tenuto,
getto la paglia nel mare e mi va in fondo
e agli altri il piombo viene a galla;
altri fabbricano case sui dirupi,
ed io nel piano non posso murare;
altri spremono pietra e n'esce sugo,
e a me mi è seccata anche la fontana;
guardo in su e il tempo si stravolge,
guardo a terra e non vedo la strada;
invoco borea e non soffia;
invoco il fuoco e la fiamma si spegne ;
vado all'inferno e Giuda mi caccia fuori;
invoco la morte e malata diviene,
poiché la mia sorte non mi ajuta,
ho da fare una vita disperata.
3. Roccaforte.
XIV.
Pùcc[a]ti 's tim bórtasM érisa to lue- Dacché alla tua porta gittai l'occhio,
ólata'passemménatasdimmónia. |chio, tutte le cose passate le dimenticai.
i ùmbra i dikisu m'épiae ndo lùcchio, l'ombra tua mi ha preso dall'occhio,
c'égó esuperespa ola ta demónia. ed io superai tutti i demonj (rivali).
ma sirma pu su mó'piae to lùcchio, ma subito che tu mi hai preso l'occhio,
eh gdnnija m,md piène i cirimònia: non fanno più per noi le cerimonie.
m'èdesejapdndaesùmetiindo\ùcch.iOt mi legasti per sempre tu con codesto
occhio, [demonj.
ja na schiatte'sjjwn' ola ta demónia. acciocché crepino di dispetto tutti i
' Tutta questa curiosa filastrorca non è altro che la traduzione libera di un canto
calabrese.
Dial. romaici di Bova , ecc. Canti di Roccaforte.
83
XV.
Na mi kdmise dubbj apdnu 's emména,
ti 0 lagose o dikómmu de mmanchégui;
piste guo t'imme férmose ólo esséna;
hanése ta pensérimw pische^iw'.
ta sitdriamu éne ola delemména,
ma énammu oftró [me] perseguite^^Mi;
sitàrim,mu ise esu,pu kdnnija 'mména;
oftrómmu e àcino pu se pretend^^wf.
Non far dubbj sopra di me,
chò la mia parola non fallisce;
credo di essere fermo tutto in te;
nessuno i pensieri miei li pesca.
il mio grano è tutto ricolto,
ma un mio nemico mi perseguita:
il mio grano sei tu, che fai per me;
il mio nemico è colui che ti pretende.
xvr.
Esù ja agapi i dikimmu ise òssu,
e ego an dom bàtri en éklio libertàti.
sa 0 prama depende^wi dse tóssu,
e ssónnise kratine iniquitatì.
a ssóise trattenessi akomin' óssu,
fórci alarghéguusine i sceleràti;
ce sirm.a sirma me porise ambróssu,
ce tòte mu ngrunlzzi im buluntati.
Tu per amor mio sei dentro (chiusa a
forza in casa),
ed io da mio padre non ho libertà,
quando la cosa dipende da tanti,
non la puoi ritenere una iniquità.
se puoi trattenerti ancora dentro,
forse si allontaneranno gli scellerati;
e subito subito mi vedrai innanzi a te,
e allora mi conoscerai la volontà.
XVII.
Tòte s'afinno sane pu apepéno,
ce pio se kanundi toii ghjeró Tchdnni:
a su platégui kané dópu ti apepéno,
ingiuriane emména mit den gdnni.
'gó spere guo dipòi ti imme kliuméno,
nemménu na mu kdmisen' angànni;
ce pos ego esséna imm,e deméno,
emména éliji nà pdri ola ta aflfànni.
Allora ti abbandonerò quando sarò mor-
e chi ti guarda il suo tempo perde : [to,
se ti parla qualcuno dopo che io son
ingiuria a me non me ne fai. [morto,
io spero che nemmeno dopo che io sarò
tu non mi farai inganni; [sepolto,
e come io a te sono legato,
a me mi hai da levare tutti gli affanni.
XVIII.
/ cefali mu petti dse prikdda,
pu i kard'iamu éfere ja 'sséna.
òli é\ì'i\u na rukaniusi lijjdr[i]a,
ma hanése lipdria san emména.
pòssa prdmata epàtespa ego i mdvra
ola ta fèrro apdnumu gramména.
o esu kondoférri 's ti Limmiira,
o ego pdo ce klidnnome ja 'sséna.
La testa mi casca dalla amarezza,
che il mio cuore ha sofferto per te.
tutti hanno da masticar pietre,
ma nessuno pietre come me.
quante cose patii io la sventurata
tutte le porto su di me scritte.
0 tu ritorni alla Limmara, [tua.
o io me ne vado e mi perdo per cagion
XIX.
/ mdnasu na mbéi na se kldspi,
ti éhji tin gefaline tripiméni.
La tua madre entri a piangerti,
chò hai la testa bucata.
84
ce pio sónni ta ólasu mai gràspiì
ce òse póssus ise fagoméni!
àvri 0 pappussu ta certa na su aspi,
ja na kliapi to émasu, o kakoméni !
[spi,
mepàvri mbàra i mànasu [na] se kld-
an aìcomi den ise apepamméni!
Morosi ,
e chi può mai tutte le cose tue scrivere ?
e da quanti sei divorata? [candele,
domani possa il tuo nonno accenderti le
perchè si perda il tuo sangue, o mal-
vagia!
posdomani nella bara la tua madre ti
se ancora non sei morta! [pianga.
XX.
Prikdda pio ka[la]léghi na dmvài,
ja posso edic'wasa ego o mavroméno !
pu 's ti spiMssu enan garfi na 'mbéi,
jati parakali nd'mme khuméno!
pakaméno 's tin anca na se dei,
jati ékamese emme 'ssonariaminéno!
ma strammdda apdnotte na katevéi,
[na] ton dikóssu kdmi ólo sapiméno!
Chi bene dice (di te) amarezza inghiotta,
quanta ne ho inghiottito io lo sventurato !
possa nell'anima tua un chiodo entrare,
poiché preghi (Dio) ch'io sia sepolto!
possa il diavolo alla (sua) gamba legarti,
poiché hai reso me pazzo!
un lampo da sopra scenda,
che ogni cosa tua faccia in polvere!
XXI.
[E] mraanché guo na su doso ti risposta,
ti mókamese mia poddin grudfli.
mu irtane graféssu me tim Bósta,
's ti mèra pu ise esu miVse fidili;
ma 's tim bórtasw ekatévinane appósta,
ce de mmu éstilese manco 'na sedili.
plem brita su ma ékame[se] ti sòsta,
ce drte me kratisi ja 'na spondili.
Non manco di darti la risposta,
che me ne facesti una molto crudele,
mi vennero tue lettere per la Posta,
(in cui mi dicevi) che, nel luogo dove
sei, mi sei fedele;
ma io alla tua porta scesi apposta,
e tu non mi mandasti nemmanco una
prima tu mi facevi la corte, [sedia,
ed ora mi tieni per un fusajuolo.
XXII.
[7] kaspédde pu gapilsi ta pedia
pd[si\ 's ti funtàna na kanunipusi:
jomónnusi to petto dse stuppia,
na ta pedia dèe afte limbistusi:
to vdddusi poddé 's ti fantasia :
sirma sirma pe' nna prandeftiisi :
a sorta te afuddi ce i filia,
to pidnnusi to aspdri ce jelùsi.
Le fanciulle che amano i garzoni
vanno alla fontana per ispecchiarvisi:
si empiono il petto di stoppa,
acciocché i garzoni di loro s'invaghi-
se lo ficcano molte in fantasia: [scano:
subito subito vogliono andare a nozze:
se la fortuna le ajuta e l'amicizia,
lo pigliano il pesce e se la ridono.
4. Rochudi.
XXIII.
Piscilo m,dna ce piszilo cari,
pu ehdmai ti ppiszilo kaspédda !
ii'rai ce limbistissa an do asturi.
Bella mamma e bel babbo,
che hanno fatto la bella figliuola!
videro e s'invaghirono dell'astore.
Dial. romaici di Bova, ecc. Canti di Rochudi.
85
ti su ekàmai ta arhtdrmia ótu céddia.
imme gargùni ed 's to Kondofùri;
s' eszitia, ce en ikìia ecinda c&viéddia:
ce j'àfto to ipa ego tato tragùdi,
na gapiune òli téddeka miccédda.
poiché t'hanno fatto gli occhi cosi pic-
io sono garzone là di Condofuri, [cini.
t'ho cercato (in moglie) e non ho avuto
codesti panieri (regali di nozze):
e per ciò l'ho detta io questa canzone,
acciocché amino tutti una tal fanciulla.
XXIV.
Esil, kaspédda, pu ise 's to pardnu,
plen aspri ise esù para to hjóni:
ce pos embénni 's to ar gatto ce féni !
ce pòsse manij^^Mi to veléni !...
's to kósmio ise panda gapiméni,
s'avlépu san i gatta to plemóni.
0 tu, fanciulla, che sei in alto,
più bianca sei tu che la neve:
e come entri nel telajo e tessi!
e come maneggi V ago ! . . .
al mondo sarai sempre amata:
ti guardano come la gatta (guarda) il
polmone.
XXV.
Kremdnnete o Hjo jà to paradiso,
ce pòi slcotàsii san érkete vrddi:
'gó séro ti su Idmbi ettiindo viso,
ce to péttosw Idmbi sa fengdri:
's ti pórtasM na érto na kapiso,
ini mo^éspo dse tundo limitari;
ce a mmu kdmi pina ce a ssu szitiso,
dómmu, ja to peó, éna kurddi.
Il sole è appeso per il paradiso,
e poi si abbuja quando vien sera;
io so che ti brilla codesto viso,
e che il tuo petto brilla come luna:
alla tua porta possa io venire a sedermi,
e non ismuovermi da codesto limitare;
e se ho fame e se (qualcosa) ti cerco,
dammi, per amor di Dio, un panetto.
XXVI.
0 spiddo pu s' edàngae 's t' afti
su ipe légo pu to sèri esù:
ipe mi afikese paralisi:
dddo su deli gJiiréguo per'ettù:
0 lógomu énas éne ce i spilli;
ce i kardiamu me serri vidta ettu.
ce an de fférro 'sséna òde 's tim moni,
na mu minu ta stia 's tu potamii.
Il pulce che t'ha morso all'orecchio
t'ha detto una parola che la sai tu:
t'ha detto che non ti lasci venir meno:
altro io non ti cerco fuor di questo :
la mia parola è uno e (uno) il mio animo;
e il mio cuore mi tira continuamente
costì,
e se io non ti porto in moglie qui nella
(mia) capanna,
mi possano restare le ossa nelle fiumane !
XXVII.
Ego s''egdpo pùcca t' isso cédda,
ce drte e mmu guénni pléo an di har
dia :
deméno va' éliji me halih gordédda,
de ppiànno abbénto dse kammia me- non piglio riposo in nessuna parte
esù (se ma pisiilo miccédda [ria. tu sei una bellissima fanciulla,
Io t'amavo da quando tu eri piccina,
e ora non mi esci piti dal cuore:
legato mi hai con buona cordicella,
86 Morosi,.
ja ^sséna prépi ettùndi jitonia. a te conviene codesto vicinato.
na pràma pélo: na isso alùpudédda, una cosa voglio: che tu sia volpicella,
«a mtl'pis' éna lago dèe filia. [e] mi dica una parola di amicizia.
xxviri.
An ■fiere ti hanno sa éne arghia,
ja na kdmo esse na piàise péna.'
kllorisSome ce pào 's tin anglisia
ce vdddo ta pie rrùkìia anasiména:
san érkome, deléguo ola ta kliortia,
purverédda ta hanno ola ja 'sséna:
ótu éhlio na su hdmo tim mdjia,
na mi gapisi ddclu par' emména.
Se tu sapessi che cosa faccio quando è
per farti pigliar pena! [festa,
mi parto e vado alla chiesa
e mi metto i panni più logori:
quando vengo, raccolgo tutte le erbe,
polvere le faccio tutte per te:
cosi ho da farti la magia,
che tu non abbia ad amare altri che me*
XXIX.
Èia, kaspédda, ce pdme ""s to plima. Vieni, fanciulla, e andiamo al lavatojo.
ti to vrastdri su to pérro ego,
ti s'afuddo ce kànni to apovrdma:
ce ja ti ppina dfi na kdmo ego.
ti strittasu dspri dspri vdddo 's to
kUma,
su ti hanno dspri pos en' éna aguó :
an den érti, stilemuti mia furina,
ti trÓQO ce san érke\se\ se khoró.
che la caldaja te la porto io,
che t'ajuto a fare la risciacquatura:
e per la fame lascia che faccia io.
la camicia tua bianca bianca metterò
(ad asciugare) alla frasca,
te la farò bianca com'è un uovo:
se non vieni, mandami una frittella,
che io mangio e quando vieni ti veggo.
XXX.
Ego to ipa ti éne hjeì ó khaméno,
ti su hombónni pi su traguddi !
en ola san 'na cipo jenaméno,
pu érhete o potamó ce to kììaldi.
ótu imme ego sventuremMi^wo ;
ego kìéo e' esii panda jeldi:
dfimme addónca ja disperemm^no,
ti ego petto pdnda mésa 's ta guài.
Io lo dissi che è tempo perduto,
che tu lo canzoni quello che ti canta !
gli è tutto come un orto beli' e fatto,
che viene la fiumana e lo rovina,
così son io lo sventurato :
io piango e tu sempre ridi :
lasciami dunque per disperato,
che io casco sempre in mezzo a' guaj.
XXXI
Spérto m,e to kósmio esiX na pdi,
me to voréa na kdmi sinnodia!
appodenóssu den eguénìio mài,
fina pu eplaté gnome is mìa.
de dfike, de afinni na mu vrdi
to éma pu edeléfti 's tin gardia:
tòte s'afinno esséna ja na pdi,
sa tt' dndera mu guénnu an di cilia.
Errante per il mondo possa tu andare
colla tramontana a fare compagnia!
di qua dentro non uscirò mai,
finché non discorreremo insieme,
non ha lasciato e non lascia di bollirmi
il sangue che (mi) si è raccolto nel cuore:
allora io t' abbandonerò, te, per andar-
mene,
quando le intestina mi usciranno dal
ventre.
**
Dial. romaici di Bova, ecc. Cauti di Rochudi.
87
XXXII.
To séro, to séro ti e mme gapdi,
pistéspi e ssónno pléo 's tih ghitonia:
su me tus àddu pészi ce jelài,
e' emme e mmu diliis' òli tih gardia.
{pela v'idta na érto eòi pu pài,
na su riso pràma 's ti podia :
^na pràma manakhó me trivuljdi,
ti de khoró àse 'ssé oli tin gardia.
Lo so. Io so che non mi ami,
credere uon posso più al vicinato:
tu cogli altri scherzi e ridi,
e a me non mi mostri tutto il cuore,
vorrei continuamente venire là dove tu
vai,
per gittarti qualcosa al lembo (della ve-
una cosa sola mi strugge, [ste):
che non vedo di te tutto il cuore.
XXXIII.
Khoristina an do spiti mian iméra
ja ma kaspédda pu iklia gapiméni :
jdvina Mónda vidta òli ti spéra
ja mian errata pu iklia Jenam,éni.
«dómmu napio - tis ipa appodembéra -
tin glòssa na palino pu e kaméni!
hanuna tuta ddklia, tiitì céra,
ti kardia mi mu afiki pepamméni ! »
Mi partii dalla casa un giorno
per una fanciulla che avevo amata:
andai piangendo continuamente tutta la
per un fallo che avevo commesso, [sera
« Dammi da bere - le dissi di qua -
ch'io bagni la lìngua che è riarsa!
guarda queste lagrime, questo sem-
biante,
il cuore non lasciarmelo morto ! »
XXXIV.
Kali spéra su légo e' ego pdo; Buona sera ti dico e io me ne vado;
ma siilo péna 's tin gardiamu pérro, una sola pena nel mio cuore io porto,
ti pdo Idrga dse tino gapdo, che vado lontano da chi io amo,
pdo larga dse 'ssé pdnda pense^rMo; vado lontano da te (a cui) sempre io
penso:
ettùndi ikóni de tto sdimmondo, codesta imagine io non la dimentico,
stampemmenz 's to péttomw ti fférro: stampata nel mio petto la porto:
's ton iplomu to nómasu strigdo, nel sonno il nome tuo io grido,
nifta e' iméra pdnda suspire^MO. ' notte e giorno sempre sospiro.
Esù, kaspédda, pu éklie fa fila,
kanùna ce vré pis ambróssu pài:
risetu 'na lógo an di kardia,
ti e ppepamméno 6' esù to jertdi:
kdmeto, an do gapdi; ma amartia!
sipórese ti plen e ttu dia fai.
vré ti to pérriisi 's tin anglisia,
's ecindi tripa pu tóssu khordi:
eci to klivu me poddd klidla,
XXXV.
Tu, fanciulla, che chiudesti le orecchie,
guarda e vedi chi innanzi ti va (portato
a seppellire):
gfttagli una parola dal cuore,
che è morto e tu lo risusciti:
fallo, se lo ami; ma peccato!
sappi che più non gli fa giorno,
ve' che lo portano alla chiesa,
a quella buca che tanti accoglie:
là lo chiudono con molte chiavi,
Morosi;
eclttenóssu ilen eguénni mài'
esii pu pài ce érkese spipia,
ìisetii ajenneró, an do gapAi.
di là dentro non esce mai:
tu, che vai e vieni spesso,
glttagli dell'acqua santa, se lo ami.
XXXVI.
An ise filo, dómmu ti lledddssu,
ti òli mu légu t' imme singhenissu:
t' iméra su ti ppérro ce a spdssu,
ti vradia hondo fèrro 's tin avlissu.
ego de ssónno pléo \na\ stapó arràssw:
Icdmeto ja to piò ce ja ti spiMssu.
ce an de to Icànni, t' dndera su spésso,
su to légo ego ti kìidnni ti soissu.
Se (mi) sei amico, dammi (in isposa) la
tua sorella,
che tutti mi dicono ch'io son tuo co-
gnato :
il giorno te la conduco a passeggio,
la sera ritorno al tuo cortile,
io non posso più starmene lontano:
fallo per l'amor di Dio e per l'anima tua.
e se non lo fai, le budella ti straccio,
te lo dico io che perdi la tua vita.
XXXVII.
\E\ttilno, Icaspédda, de ssu prépi ja
andrà ;
Icàljo navri tin glòssasu kaméni.
esù ise sa ma pérna 's ti curlànda,
cino éne sa mmia scarpa saroméni.
to sù'pa ego ce su io légo panda:
kondàtu dilìji hira nincoméni.
to hàljo éne n' addàsise poràndà,
ti ettùndo Jìéma de ssu prépi esséna.
Costui, fanciulla, non ti conviene per
marito;
meglio è che ti trovi la lingua bruciata,
tu sei come la perla nella corona,
colui è come una scarpa tacconata,
te l'ho detto io e te lo dirò sempre:
vicino a lui pari una vedova affogata.
il meglio si è che tu muti porta,
poiché codesto contadino non ti con-
viene a te.
XXXVIII.
Ipiria éne o pie ccéddi an da puddia
ce kanni ti ffoléa me kliurkliuràta :
to kalocéri pài 'ci' 's tin osta,
to hjimóna katevénni òde kutu:
paréguusi ti ppldka ta pedia:
limhiszete e' embénni eòi 'pukàtu.
ótu kdnni, ce ja imiso dacia
afinni to skudddcitu anukàtu.
Il rigogolo è il più piccolo degli uccelli
e fa il nido con pagliuche :
l'estate va là alla montagna,
l'inverno scende quaggiù:
apparecchiano la trappola i ragazzi:
e' s' invoglia ed entra là sotto,
così fa, e per mezzo boccone
lascia il suo colluccio sottosopra.
XXXIX.
Kald kììorddti pu éne òli i massari/
'mbénnu kliarapiméni 's ti dulia;
pàsi ce kdnnu mdgno to kuràdi,
i jinéka na fai ce ta pedia :
deléguondo éna viàggo to vdomddi:
Che gente ben pasciuta che sono i mas-
entrano allegri al lavoro ; [saj !
se ne vanno e fanno bello il pane,
onde mangi la moglie e i figli:
si raccolgono a casa (dalla campagna)
una volta la settimana:
Dial. romaici di Bova ecc. Proverbj di Bova. 89
vidta Ichorddtin éhhic tin gilia: sempre satolla hanno la pancia:
ce a 0 piò to donni ce sitàri, e se Dio dà loro anche del grano,
cumùnde squetemmént ti vradia. dormono senza pensieri la sera.
•
B. Proverbj.
1. Bova.
1. To kaló 's to kalò tréllji.
II bene al bene corre.
2. Azzasméno na éne o pio - sa ssu stéddi to kaló.
Lodato sia Iddio - quando ti manda il bene.
3. 0 la ta kakà 's tin glijerusia - 's tin ghjerusia ola ta kakà trékìxusi.
Tutti i mali nella vecchiaja - alla Tecchiaja tutti i mali corrono.
4. Pdsa prdma 's ton ghjeróndu prépi.
Ogni cosa a suo tempo sta bene.
5. Kalómiro ti gapdi tom bappùa 's to spltindu.
Beato chi ama l'avo suo nella sua casa.
6. Delészete ta hivia 's tih ghitoniasa.
Cogliete le bucce (cioè: prendete moglie) nel vostro vicinato.
7. Ti prandcguete me ti lìira - o en ilìe mài jinéka o en éUji mira.
Chi si sposa colla vedova - o non ebbe mai donna o non ha sorte.
8. Ta pedia ammiàzzu to gonéo.
I figli somigliano ai padri.
9. Gramhi ce pepjìerd - kataklismata poddd.
Nuora e suocera - scompigli molti.
10. Ti cumdte ine pedia jérrete haturiméno.
Chi dorme con fanciulli si leva da letto scompisciato.
IL 'S to spidi pu traguddi i pAdda deh gó.nni mài iméra.
Nella casa ove canta la gallina non fa mai giorno.
12. Tis énan addo miisson efilài - messèri ce tim mdna addimmondi.
Chi un altro viso bacia - babbo e mamma dimentica.
13. Ti pdi amalo - pài kaló.
Chi va piano - va bene.
14. Arotónda arotónda pdo ja ola toh gósmo.
Interrogando interrogando vado per tutto il mondo.
15. / éga 'jenndi - ce o jidi mungrìe.
La capra partorisce - e il capro ha le doglie.
16. Rukìio ton addò - rtiklio ton oló.
Roba d'altri - roba di tutti.
17. léro éne cino pu apcpéni o tino pu de ssónni pléo.
Vecchio è quegli che muore o quegli che non ne può più.
18. Pèzzi paddi, lójata poddd, dulia Ugo.
Giuochi molti, parole molte, lavoro poco.
19. Me pòrta ce porànda mi vali hanéna ta ddstila.
Tra imposta e stipite non metta nessuno le dita.
90 Morosi ,
20. Ta gudi ti ziikha ta zeri i mistra.
I guai della pignatta li sa il mestolo.
21. Ciula f dndera 's Un gilia - ékhusi ti {pi.
Anche le budella nel ventre hanno che dire.
22. San éliji to iigò 's to shuddl - o serri o so fi. •
Quando hai il giogo sul collo - o tiri o crepi.
23. Ta zita ta strava ta suzzi to lucisi.
Le legna storte le raddrizza il fuoco.
24. Kàpa kómbo érkete 's to sténi.
Ogni nodo viene al pettine.
25. 0 piò na sas avlézzi an de fràste ce an du kléftu.
Dio vi guardi dalle siepi e da' ladri.
26. Na sas avlézzi o piò - an don dkharo hjeró - an di lissa to siddó -
ce an di glòssa to jinekò.
Vi guardi Iddio - dal cattivo tempo - dalla rabbia de' cani - e dalla
lingua delle donne.
27. San o piskopo pindi - manaklióndu 's to villo pài.
Quando il vescovo ha fame - da sé al molino va.
28. 0 [nò édike tin arrustia - ce tih ghjatria.
Dio ha dato la malatia - e la medicina.
29. I jinéka éne sa tto kaldmi: tini hérri pu péli.
La donna è come la canna: la porti dove vuoi.
30. 0 sìddo pu den alestdì dahgdnni hrifd.
II cane che non abbaja morde di nascosto.
31. Forese s'cùndo ton ghjeró.
Vesti secondo la stagione.
32. Ti féni me tin nista de kkdnni zikkinia.
Chi tesse di notte non fa camicia,
33. Kdnni pléo mia jinéka 's t' arg alio par d katò '5 ton agrdsli.
Fa più una donna al telajo che cento al fuso.
34. 'jS ti mastra ce 's to plima annorizzete tin gìiinika.
Alla madia e al lavatojo conoscete la donna*.
35. Ti purrizzi ti ppurri diafordi tin intéra.
Chi si alza presto la mattina guadagna la giornata.
36. A ppéli na kdmi dulia poddi - jérta sirma ti ppurri.
Se vuoi fare lavoro molto - alzati presto la mattina.
37. Ti se gudddi an do mdli, spdzzeto.
Chi ti trae dalla campagna (dalla condizione di campagnuolo ) , ucci-
dilo.
38. To zilo to kliloró - su vlizzi ce hànni hanno.
Il legno verde - ti cigola e fa fumo.
* Gli Otrantini dicono invece: A ttéli ti ghinéca na annorisi - désti to
Unno ce cuccia na ftisi: Se vuoi conoscere la donna - dàlie il lume e le fave
da arrostire (prov. inedito).
Dial. romaici di Bova, ecc. Proverbj di Bova. 91
39. Tis éhji kassdri en apepénni an di ppina.
Chi ha cascina non muore dalla fame.
40. An do ossukàssaro en éne kliméno, i lùcchi ton drógusi.
Se l'interno della cascina (ove si conserva il cacio) non ò chiuso, gli
occhi lo mangiano.
41. Ti den éliji fùrro dikóndu, de to khorténi to 2 orni.
Chi non ha forno proprio, non lo sazia il pane.
42. Kàljo krommidia 's to spldimmu ka gliela 's to spidi ton addò.
Meglio cipolle in casa propria che dolci in casa d'altri.
43. Zomi azze faci se kdnni kumbiài ce apokumbiài.
Pane di lenti ti fa e ti rifa indigestione.
44. Na mi fai tra ti de ppéli skóto.
Non mangi loglio chi non vuole capogiro.
45. An den éliji kassarina. - e' esù péli na guàddi tim bina - vale fagàde
's tin gaslna.
Se non hai cascinetta - e tu vuoi saziare la fame - metti campi di fave
alla Casina (metti, cioè, a cultura utile tutto il tuo terreno).
46. Mi véli vupulie - 's tes argasie.
Non mettere vacche - nei colti.
47. '5 t'argdmmata mi vali vupulie - an de ppéli na klidi te dulie.
Nei colti non mettere vacche - se non vuoi perdere le fatiche.
48. Ti kdnni kamateró ce de ssikónni to zimma - pio afinni ìjo, pio kdnni
trimma.
Chi fa lavoro di campi (cioè: chi ai"a) e non alza il giogo - quale (zolla)
lascia intera, quale stritola.
49. Ti me vupulie aldnni - poddi karpó d'en gdnni.
Chi con vacche ara - molto grano non fa.
50. Ti den eskdsti ce den gendrónni, tróglii agrappidd ce zomi ti gin.
Chi non zappa e non innesta, mangia pere selvatiche e pane di terra.
51. Tis espérri 's to jendri - de kliori poddi sitdri.
Chi semina nel gennajo - non vede molto grano.
52. An den eskdsti ce den gladégui ton ambéli - tróji fidddmbelo ce de
sta fili.
Se non zappi e non poti la vigna - mangi foglie di vite e non uva.
53. Tis espérri 's to argo - tróji kliórto, den garpò.
Chi semina nel campo non lavorato - mangia erba, non grano.
54. Tis espérri 's to pilo - klidnni ti dulia ce ton garpó.
Chi semina nel terreno pantanoso - perde la fatica e il frutto.
55. Ti próma spérri - próma serri-; ce an espiri kripdri, gudddi tim bro-
tini pina.
Chi prima semina - prima raccoglie ; e se semini grano, sazj la prima
fame.
56. San éhji avldci, su légo: spire, spire! - ce sam bai pilo: sire, sire! -
Quando hai solco, ti dico: sémina, sémina! - quando (il terreno) va
molle: raccogli, raccogli!
92 Morosi ,
57. Sparo ce skalestira san evréhji.
Seminagione e sarchiatura quando piove.
58. Khornfi an d'iljo e ppànda karpayutó.
Podere al sole è sempre fruttifero.
59. Khoràfi an d' iljo ce potistikó - su 'jomónni to spidi azze kaló.
Podere al sole e irriguo - ti empie la casa di ben di Dio.
60. Kassàri kassàri - kassdri ce lindri - ma an den éhji nero - hànni
dìijero, den garpó.
Cascina cascina - cascina e lino - ma se non hai acqua - fai paglia,
non grano.
61. Klioràfia me khalipd - klioràfia traganà, khordfìa kald.
Terreni con rovi - terreni forti, terreni buoni.
62. Orgdde ce marmasele Icldnnu to iigó - o en ékhu avldci o pdi pilo.
Terreni argillosi e terreni sassosi rompono il giogo - o non hanno solco
0 [la terra] va molle.
63. Kropia paddi ce Ugo nero - kdnni dìijero méga, lighin garpó.
Letame molto e poc'acqua - fa paglia molta e poco grano.
64. Fitezze sucie, a pjjéli-na fdi hjimóna ce kalocéri; - ce a mia ford péli -
fitezze ambéli.
Pianta ficaje, se vuoi - mangiare inverno e state; e se un sorso (di vino)
vuoi - pianta vigna.
65. Céndroe ton agriddàci ce tróji aladikó.
Innesta l'oleastro e mangi (cibo) condito d'olio.
66. Trigo stafidiaméno - krasi glielo; - dplero stafiddi - kdnni azzidi.
Vendemmia stramatura - vino dolce; vendemmia immatura - fa aceto.
67. KUórto dzze potamó - Ugo tiri ce paddi orò.
Erba di fiume - poco cacio e molto siero.
68. Drdma pu dem bari de sse khorténi.
Covone che non pesa non ti sazia.
69. Kredri kaló kdnni kalón arni.
Ai'iete buono fa buon agnello.
70. Kiina palila - den gdnni parkia.
Troja grassa - non fa porcellini.
71. Ti péli muskdri kaló, na mi arme zzi tim bupuUa.
Chi vuole vitello buono, non munga la vacca.
72. Próm,on arni, prómo cerato.
Primo agnello, primo corno.
73. Gdla paddi - Ugo tiri.
Latte molto - poco cacio.
74. / éghe pdsi pdnda 's ta zundria.
Le capre vanno sempre ne' precipizj.
75. Lirri ti ppurri - cénda 's ti mmoni; - lirri ti vvradia - cénda 's tin dulia.
Iride la mattina - affrettati al casolare; - iride la sera - affrettati al la-
voro.
Dial. romaici di Bova, ecc. Proverbj di Bova. 93
76. Sperino rodino - o varca o nero.
Vespro rosso - o tramontana o acqua.
77. Kamulia ti ppurri - sti "mbénni óssu 's asti.
Nebbia la mattina - ti entra dentro all'orecchio.
78. 0 iljo tu martiu - tripdi to cerato tu vudiu.
II sole di marzo - buca il corno del bue.
79. KcUjo i mànassu na se kldzzi - para 's to mmdrti na pài na skàzzi.
Meglio la madre tua ti pianga - di quello che tu vada in marzo a zappare^
80. Kdljo i mdnassu na se kldzzi - para o iljo tu ìnartiu na se Icdzzi (na
se vdzsi).
Meglio che la tua madre ti pianga - di quello che il sole di marzo ti bruci
(ti tinga).
81. Fengàri tu martiu fengariaméno - en ezz irete ti kdnni.
Luna di marzo lunata - non sapete che cosa farà.
82. Fengdri prasinudi - vréhji sirma.
Luna verdognola - piove subito.
83. Fengàri dipló - kùcuddo o nero.
Luna doppia - gragnuola o acqua.
84. Vréìiji san o pio péli; ce sa ppéli o [jìó, òli i d'ji afudùsi.
Piove quando Dio vuole; e quando vuole Dio, tutti i santi ajutano.
85. Kamaterùddia 's ti ppdlassa - nero 's tin ozzia.
Nuvolette al mare - acqua alla montagna.
86. San da kamaterùddia anevénnu an di Jìpdlassa ce kànnonde vronddde
an des ozzie - m,i guikite an des ainblicie.
Quando le nuvolette ascendono dal mare e si odono tuonate dalle mon-
tagne - non uscite dalle capanne.
87. San da sinnofa pàsi ja dnu - to nero érkete ja kdtu.
Quando le nuvole vanno per su - l'acqua viene per giù.
88. San ghiomónni an do mmisimméri ce strdsti an dò llibbici - tni guikite
an don amblici.
Quando si annuvola da mezzogiorno e lampeggia da libeccio - non uscite
dalla capanna.
89. San da provata pézzu ce kdnnu signàlja - Jénonde pélaga ola ta mdlja.
Quando le pecore scherzano e fanno starnuti - diventano laghi tutti i
piani.
'JO. San da provata trógu paddi - mi guikite an di m,moni.
Quando le pecore mangiano molto - non uscite dal casolare.
91. Nero tu pratiljuni - Incisila ólo ton gósmo.
Acqua di giugno - fuoco per tutto il mondo.
92. San gdnni vronddde poddé, mi sastite : kdnni pléo vronddde 's to ha-
laceri ca 's to hjimóna.
Quando fa tuoni molti, non ispaventatevi ; fa più tuoni d'estate che
d' inverno.
03. a' stri tu hjimóna, sinnofa tu halocéri, lója to jinekó ce pardi to gadaró
-ólo 'nam brama.
94 Morosi,
Stelle d'inverno, nuvole d'estate, parole di donne e peti di giumente - tut-
t'una cosa.
di. San evréhji me ton iljo, prandéguoìide i alupùde.
Quando piove col sole, si sposano le volpi.
?5. 0 voréa survfii to éma.
La tramontana succhia il sangue.
96. San evréliji ce kdnni voréa - cóla 's to spidi su vlissu ta stéa.
Quando piove e fa tramontana - anche in casa ti fischiano l'ossa.
97. San embénnu i hamuUe, o kjeró guénni.
Quando entrano le nebbie, il (bel) tempo esce.
98. Protiljuni, storojùni - éne krevàtti pàsa kafùni.
Giugno, luglio - è letto ogni fosso.
99. Sa lìjonizzi 's tin ozzia - i liei ìcatevénnu 's tin gambla.
Quando nevica alla montagna - i lupi scendono alla campagna.
100. 0 lago ti vvradia - guénni 's tin g ambia.
La lepre la sera - esce alla campagna.
101. Jaló - jeldi alo.
La marina - sorride a tutti.
2. Roccaforte.
102. Pio kdnni kaló - éliji kakó.
Chi fa bene - ha male.
103. Piò péli haló - na kdmi kakó.
Chi vuol bene - faccia male.
104. Pio se péli kaló se kdnni ce kléi - pio kakó se péli se kdnni ce 'jeldi.
Chi ti vuol bene ti fa piangere - chi mal ti vuole ti fa ridere.
105. / glòssa stéa den éliji - ce stéa kldnni.
La lingua ossa non ha - e ossa rompe.
106. To pòdi pu poddi porpati petti ce klànnete.
Il piede che molto cammina cade e si rompe.
3. Rochudi.
107. Émoe to celo me tin ghi - mi jenasti prdma na sas porepi.
Giurò il cielo colla terra - che non vi avvenga cosa che vi possa già-
vare.
108. Ègua 's to dónnonda - m.i pdi 's to szitonda.
Va da chi dà - non andare da chi cerca.
109. Pos éne to klima-péli to pallici.
Com'è la vite - ci vuole il palo.
110. Pos éne i èga - érkete i lijiméra.
Com'è la capra - viene la capretta-
Ili. 0 protdli - éne valènti o padddZt.
Il primogenito - è un valentuomo od uno sciocco.
Dial. romaico di Bova ecc. Proverbj di Rochudi. 95
112. 0 pàtri tróji tin agrésta ce to pedi mudiàszi.
Il padre mangia l'agresto e al figlio gli allegano i denti.
113. I pùdda kànni ton aguó - ce o aléftora karkarài.
La gallina fa l'uovo - e il gallo chioccia.
114. Karkarimata poddd - Uffa aguà.
Chiocciate molte - poche uova.
115. Poddd scrusci - llga karidia péttusi.
Molte crollate - poche noci cascano.
116. To vùdi kratéte an do cerato ce o dprepo an do llógo.
Il bue si tiene per il corno e l'uomo per la parola.
117. To vudi de pplatégui jati éliji glòssa klirondi.
Il bue non parla perchè ha lingua grossa.
118. 0 gddaro fèrri to klìórto ce tino to tróji.
L'asino porta l'erba ed esso se la mangia.
119. Spófse, gddaro, simero - tti dvri su fèrro khórfo.
Crepa, asino, oggi - che domani ti porto erba.
120. Pése me to gddaro, ti se tavvri me tin giida.
Scherza coU'asino, che ti batte colla coda.
121. To pedi pu péli na kldspi - me tim mdnandu na pdi na pési.
Il fanciullo che vuol piangere - colla mamma sua vada a scher-
zare.
122. Pi cumdte m,e pedia - me spiddu jérrefe.
Chi dorme con fanciulli - con pulci si alza.
123. San o ftoklió to pluso afuddi - o pakaméno jelài.
Quando il povero il ricco ajuta - il diavolo se la ride.
124. 'S tu ftoklkl vr éliji 's ton alóni.
A' poveri piove nell'aja (nel granajo).
125. Pis embénni 's to potamó - o to perdnni o to stavró.
Chi entra nel fiume - o Io passa o la croce (cioè: se vi cade, più non
si alza).
126. Sa dispdise, égua 's to potamó, de 's to gridci.
Quando hai sete, va al fiume, non al ruscello.
127. San o dprepo pindi - troji ólo ti kanundi.
Quando l'uomo ha fame - mangia tutto quello che guarda.
128. To kaló spomi guénni an di mmdflra.
Il buon pane esce dalla madia (cioè: è il casalingo).
129. Kuni tu milindri - siddi tu sambatdri.
Porco del mugnajo - cane del pastore (stanno bene).
130. Ti ppurri purró - ti vvradia aporó.
La mattina (alzati) presto - la sera (va a letto) presto.
131. Parasogui- pò dia f di, ti khori.
Venerdì - come fa giorno lo vedi (pronostichi, cioè, come sarà tutta
la giornata).
132. San e spriklU i ji - de kdnnise jorti.
Quando è fredda la terra - non fai festa (d'inverno, cioè, si stenta).
96 • Morosi ,
C. Scherzi e motti.
1. Bova.
1. Fengdrimmu, fengdrimmu - hjerétamu tus A'jummu,
ìijerétamu to Kliristó - ce ólo to Kìiristianó.
Luna mia, luna mia - salutami i Santi,
salutami Cristo - e tutti i Cristiani.
2. Ce pdlassa pu pàlassa:
an en glielo, diavdseto - an cm hricio, zerdseto.
E mare e mare:
se è dolce, inghiottilo - se è amaro, récilo. [Dicesi lavando ad alcuno
gli occhi malati coll'acqua di mare.]
3. Prita pu s' iklia - ti kalón iklìa ì
drte pu e ss' ékìio - ti kahón éklio?
Prima che ti possedevo - che bene n'avevo?
ora che non ti possiedo - che male n'ho? [Dice chi dee lasciar cosa
che poco gli premeva.]
4. periete ce aloniete - ti o lijimónas érhete.
Mietete e trebbiate - che l'inverno viene [cantano le cicale].
5. A ssu poni i cilia - tdvriddi ina radala.
Se ti duole la pancia - bàttiti con bastoni.
6. Mi me 'righisi - ti s' enghlzio;
a me nghi - se tiganìszo.
Non mi toccare - che ti tocco ;
se mi tocchi - ti friggo [dice la padella].
7. Pos {ora kdnnonda ékama.
Come vidi fare feci [dice chi è rimproverato di qualche cosa malfatta].
8. San evala clumìca 's to skulicimu, evróndiae.
Quand'ebbi messo la frasca al mio baco da seta, ha tuonato [quand'ero
già presso a cogliere il frutto delle mie fatiche, avvenne cosa che
mi mandò tutto a male].
9. Kììori ecino pu pai jiréguonda.
Vede colui che va cercando. [Dicesi a chi desidera conoscere od avere
qualcosa e non si adopera a tal fine.]
10. Mi piri, mi feri.
Non levare, non aggiungere (per dir di due cose che si somiglino come
due gocce d'acqua).
11. Jirie, klóe.
Gira, torci. [Val quanto: 'e dalli', alludendosi alla donna che fila col
fuso].
12. 'S to civéì'timu kdnno ti pélo.
Nel mio alveare faccio quello che voglio (cioè: in casa mia).
Dial. romaici di Dova, ecc. Scherzi e motti. 97
13. Esmistisa stérifa ce galària.
Andarono confusi animali sterili e animali fecondi di latte. [ Dicesi di
una miscellanea di cose buone e cattive.]
14. A mme gapài, den gìidnni tìpote.
Se mi ami, non perdi nulla (dicesi a chi nella nostra amicizia trovi il
suo tornaconto).
15. Tu 'mbike io ziddo 's t'asti.
Gli entrò il pulce nell'orecchio (gli sopravvenne difficoltà impreve-
duta).
16. Ego deìì gumbidéio na su to ìneletio.
Io non mi faccio nodo alla gola a leggertela (non ho difficoltà a spiat-
tellarti le cose come le sento).
17. Meletdi panda 's éna aliarti.
Legge sempre in una sola carta (di chi pensa e dice sempre le stesse
cose, o non ascolta paréri diversi da' suoi).
18. E'ìiji maddi ja zzdni.
Ha lana da scardassare (di chi è in mezzo a guai da cui egli solo dee
procurar di cavarsi).
19. E piae to partenùdi.
Ha pigliato la mercorella (di un itterico, perchè la mercorella ha i fior^
gialli).
20. Éhji tin gardia ti mméddipa, ti mmélissa.
Ha il cuore della vespa, dell'ape (di chi è duro o è dolce di cuore).
21. Ton efàgai me tu lùcchiw.
L'hanno mangiata cogli occhi (di una cosa bella ed appetitosa).
22. Ton aportammiai.
■ Gli hanno fatto il malocchio (la jettatura, direbbesi a Napoli ).
23. Kannietéto me ton àjonaléa.
Fatelo coir ulivo benedetto (cioè toglietegli di dosso l'influsso del mal-
occhio, col bruciare dell'ulivo benedetto).
21. Ta pidnni t'aszdria.
Li piglia i pesci (d'un furbacchione che corbella 1 sempliciotti).
25. Ben éne suléri ja to pódimu. - Etróvezze to suléri ja to pódindu.
Non è scarpa pel mio piede (non è ciò che mi conviene). - Ha trovato
la scarpa pel suo piede.
2G. Kiinni oló to liko te ffoné.
Ascolta di tutti i lupi gli urli (di chi crede e dà importanza a tutto
che gli vien riferito).
27. sdzzete an din osiandu.
Si adombra della sua ombra.
28. Gudle ettùndo gìia.vnéddi, ti e ssu prépi.
Cavati codesto farsetto, che non ti va bene (a chi finge di essere quel
che non é).
29. Ekdvloe dzze zihhrdda.
S'è fatto d'un pezzo dal freddo. *
Archivio t'iottol. ital.. IV. 7
98 Morosi,
30. Su (Irónnu ta dóndia.
Ti sudano i denti (a chi con gran fatica ha fatto piccola cosa).
31. ]\hi apetdi i hardìa.
Mi vola il cuore (per l'allegrezza).
32. Ton edelézzai me ton ajólupo, ine tim mìppa.
L'hanno raccolto coli' avena selvatica, colla menta (di uno che a stento
s'ò potuto tirare a qualche convegno, alludendosi alle api che hanno
sciamato e si richiamano coU'agitare de' fasci di avena selvatica o
di menta limoncina).
33. Ehji te ppine to foradó.
Ha le fami delle giumente.
31. Azzaforia tu Uku!
Confessione del lupo (per dire: 'non credo al pentimento che professi').
2. Rochudi.
35. To spoldssi appiè: o liko sónni fai tim indnandu.
Lo spino ha fiorito: il lupo può mangiare sua madre (dicesi quando
avvenga cosa di grandemente sti'aordinavio ; quasi a dire: se è av-
venuto questo, non c'ò più da meravigliarsi di nulla).
3G. E ssinnofia. È nuvolo (rannuvolato, di mal umore).
D. SlMILITUDINL
Bova.
1. Makrio sa mmla sarakosti.
Lungo come una quaresima.
2. Stéko sani bóte ti me Sematiai.
Sto come se m'avessero scaldato al fuoco (sudo molto).
3 Ton ekdmai san do lindri.
L'hanno fatto come il lino (l'hanno macerato colle busse).
4. Tóssi tóssi sa mmeUssia.
Tanti tanti come api.
5. Irte sa mmia strammàda.
Venne come un lampo.
6. Vari san ala.
Pesa come sale.
7. Zulemméno sa mmia hórizza.
Schifoso come una cimice.
8. Appidénni san dlogo, san astdlaklio.
Salta come un cavallo, come un grillo.
U. Mu stékji san o arikamòo 's t'asti.
Mi sta come la zecca nell'orecchio (diccsi di un importuno)
10. Mu aurvdì lo éma sa mmian avdédd.a.
Dial. romaici di Bova ecc. Similitudini. 99
"- Mi succhia il sangue come una mignatta.
1 1 . Pinni sa vrupako.
Beve come un ranocchio.
12. Pidnni sa zinna.
Piglia fuoco come una face (di chi va subito in collera).
13. Zénni sa skórdo.
Puzza come aglio.
14. E'jenàsti sa ito zalìstiri.
S'è fatto come il naspo (di uno che è divenuto magro stecchito).
15. Pidnni ti paravosìa san da provata.
Piglia il pasto come le pecore (di un ingordo).
16. Pài san do animi ti mmagàra.
Va come l'arcolajo della strega (di un irrequieto).
17. Stékji sa mmia vrondl, sa mmla forcala, sa 'na ortici.
Sta come un tuono, come una giumenta, come una quaglia (di uno ben
pasciuto).
iS. Stékji san do azzeri 's to nero.
Sta come il pesce nell'acqua (cioè, a tutto suo agio).
APPENDICE.
DIALETTO ROMAICO DI CARDETO CALABRO.
ì.
1 punti, nei quali il cardetano discorda insieme dal re. e dal bo-
vese, in tutto o in parte, son questi che ora si espóngono:
A. Fonologia.
Vocali toniche.— 10. 12. Tutta propria di Cardeto è la costanza
<lella vicenda ù^ó ed l'c^óì, che a Bova e nella vallata della Amen-
dolea vedemmo solo sporadica: 10. lilu'^ ò'Xo;, tissu ed ufsu (cfr.
hov. 6: óssu ed ózzu); ptitte, viidi, rudi, kukùmmaru; inoltre: piedi
piede TOÒt- e tripudi treppiede, prilpissi *-:rpo7r£p[u](7i, prùvatu Trp&paxov,
f/ùnatu Y^'^'^cTov, akiini cote à/covi-, lisùni neve /tovt-, vilùni psXovi-,
sindiini <7cvòovt-, lismtinisa i'X-/\<j[i.6'j-r\ay., -ìinnu '=' -ó^m (-ow), p. e. in si-
kùnnu (77)y.óvo), tiljùnnu teXsiovoì, dn'cnnu sudo top-, ecc.; stùma ctoux,
' Si avverta, che alla voce cardetana faccio succedere la romaica comune
immediatamente, cioè senza coutrassoguarla colla sigla re.
100 Morosi,
cùminii xxtoasvoi;, Jiadliàminu xot.(}óij.zwq, spamlmmisla o"j)a!^o|X£Oa, afsi-
lìùlitH scalzo £;u7roXuTo;; ihùfsami ijcù'j/aasv ecc., dùndi [ójoovxt-, spùn-
duhi tJcpovouXoi;, liihnhu xo[/.po?; jii u'eoì;, pMwdi/cM ttovtexoi;, aguil aùyov,
i^òt^jf CuY°^' hioidi'i xo^ióc,, uriti òpOo?, /iz</2i stoutpoq, aderfù àòsXcpo?, stravic
(TTpaBo;, sikaminil cruxiav^vo;, j)zttom2t ttotsculo;, /iaZiì xaXo;, diplù otTxXo?,
/.;;7r2'6 xx^po?, piddììirù TcsvOspo;, wrii opo?, gramhù yaappo?, ecc. — Si
oscilla tra d ed zi; quando trattisi di o innanzi a p scempio e compli-
cato: kóraku xopaKxc, kórika cimice (bov. kùrizzo,) /-opt?, gììórtu
■/opro;, spórw e spùru cTropo?, skórdu e ski'trdu cxopSov. — Sempre in-
tatto To' in /t5_(/w Xoyo?, gììrónu ypovo;, fóssw e pòssa tqqoc, e ttoo-o?, e
in /ja^d ÉxaTov, maljó [j.uy.Xo;, e n?rd vspov {ajonniró acquasanta, J/a-
vruniró 'Acqua-nera', nome di un torrentello, nelle cui vicinanze la
tradizione narra che sia avvenuta un tempo una grande e sanguinosa
battaglia). 12. ùde qua (wgì) e cqn'tde di qua, trùgu Tptóyoi, sikùtl
cuxojTi-, alimi àXtóvt-, S'unnu cwvoj, gìlunnu e gìiùma (pur bov. klitlnnu
e klìuma), gapilmmisfa ày'XTZM[j.c(ìx , ecc.; wa sikiisu vx c-/i)cioc7w, ecc.;
gapit oì'(ci.t:m , patii TrarS, ecc.; 2^i( ^Y^, Zfl^<« Xayw?. Intatto l'w in
óra ójpot, gjióra y/ipoc, glòssa^ e in rdpa virgulto (pw'l^), dódika otóo£y.3c,
lìsimóna ystjjiCvai;, /Kó oxto'j.
Vocali atone. — All'è re, o bov. risponde costantemente i, all'o
risponde u. — 29-31. i^^e: iéi iv-zi , igii 12, mme.£[Ji.£, issé èas, z^i
£C3~;, ilho iXcto?, ecc.; sikdli asxàXc-, midlidvri [xsOxupt-, cifah' (xs-
tpaXv)), flivàri cpXsjìipy)? (februarius mensis), s^m?« gtsvo?, piléci nelix.'.-^
villini 10, mirla parte, luogo, [jLeptà, dlìirizu Ospi'i^o), piddliirii 10;
eji'rivva giravo eyupsux, e7«r/a sXsya, éklifsa à'xXs'j/a, évrifsi i[^^t\t, dni-
mu avEixoi;, mé^n'wima (cfr. métremma bov. less.), priipissi 10; pendi
TrsvTs, tt'puti TiTTOTE, pézumi TiaiCou-óv, ikùfsami exo'l/aasv; jazW tikiSi-,
awwé>tMw e kativénnii àvxcp- xaxaipxt'vco, épifsa ÌT,y.\.\x^ i Jinékisi •(] yu-
vaixEi;, akràzumi àxpoxi^oaat, curniimi xoiijLw[ji.oct. Parimenti: mi [X£[Tà],
<2S, <£ (bov. igs, ifc) Tsa?[Tx.(;], c7 xat, voci proclitiche; p. e. 9ni m^m ìms
adlìrùpu con tutti gli uomini, 's ^i dUigliat crisi alle figlie '? txì? 6u-
yKTe'pat;, fìtéwu tis amiddali'si pianto i mandorli 'fuxsuw xaT; àauyox-
Xtat;, emw ci tutu quello e questo. Quindi anche i in iftiindo,
likdti ecc., in kridri, pidììann, sikaminà, éfsiy in óiril e nirò^e bov.
di eftundo ecc. (cfr. bov. 14), di kredri e pedliami (cfr. bov. 18), di
sekamenó (cfr. bov. 24), 6 = e bov. e re. in vermici (cfr. bov. 24),
c'er^' e nero (cfr. bov. 34.). Intatto il suono romaico innanzi a p
in sillaba postonica: pitera (bov. 23 e re. [Tiirupov] ), àpleru (bov. 34),
dfseru vuoto suxatpo?. 40-1. il^o: icmuluji'a voto 5t/.oXoytx, ufsia (bov.
less. o*c/a), tir^Jó 10; kuzzi' , kanwiii, ytiuskari, kdvuru (bov. kucci,
kanundo ecc.), drukkdli oopx-/c'.-, fliijt'zu tpXoyii^w, sAw^tui axordci^st,
Dial. romaico di Cardeto, Vocali Ioniche. 101
putaniH 10, ajunniró aytov-vepov, lismtmù Xvi(7[xovw, kundu 10, saragu-
sti quaresima [T£i7](7apaK0(7T7ì, furdda cpopó,TX, furti cpopxt-; imputi s. e,
h'gu [òJXt'yo?, sdvatu (jàB^aTov, ecc. Intatto solamente l'o finale pre-
ceduto da vocale o dittong'o tonico: stéo [óJctteov, pléo TtXsov, pìciléo
■aaXcao?, pricto (cfr. bov. 230-1), i7Zt'o 29-31, ecc.; 42. tte w: wm?*
tò[xo?; alupùda, skulici, pula, drrustu e gligura, pur bov.; rutiì iptorrò,
rupdci piccolo virgulto (cfr. rópa 12), funi cpwv/i, lìsinmm'a /stacov-,
dliimunia Ov) [xwvi'oc, aZtmt'i'M àXcovi^w, fsumi ']^M[n-, kuli •/.mH-, gliurdfi
ywp-, dUurévvu *Otop£Uto « Owpw, doppio es.; wa Zt'sw V7. Xuaoi, ecc.; oltre
pdnu, apissii, lissii, nfsu, pur bov. Ma: pdo [u]-KÌyoì, kUo xÀauo. —
20-22. Altro de' tratti distintivi del vocalismo cardetano può conside-
rarsi l'wt^u atono fuori della influenza di consonante labiale che pre-
ceda o sussegua all'i» medesimo e di s che gli preceda o di X che gli
sussegua: zugù (bov. zigó) e glucio (cfr. bov. 230-1: glicio)'^. Così
dicasi della frequenza di ju, <= u, che appare non solo in curaci (bov.
curiact), ma eziandio in juri'zo cerco *Yioup- 1= y^P''''^ (hov. j ir-); jum-
mii yuavo? (bov. ji'mnó), allato SLJiìumiinnu yu[j.vovco; e dìisuru oi.yypov
(bov. dHjero). Nell'analogia di curaci', anche curdzi xspiai- (bov. ce-
rasi) e curam'idi xspxu.- (bov. cer-), e gurri ciocca di capelli, se que-
sta voce è, come pare, da 'cyrrus'. A cotesto jz< suol precedere, come
si vede, consonante palatina, e susseguirgli r.
Consonanti.— L'aspirata gutturale e l'aspirata dentale si pro-
nunziano distintamente sonore: g]ì e d]l (quasi d'z). GO-2. gìidnnu
)(àvco, gliòrtu, gììùnnu, glìùma, glìrónu, glìrundric, mugìilddi muffa
*[i.ou'/\xùi-; égllu £/_w, mdtriglìu ecc.; — dlìdlassa, hridlìdri, vadìiia,
jìedliénu, mddììaru [xacpaOpov, édììela rfizXa. ecc. 64 e 88. Lo scambio
di / e di 0 con 9, ha talvolta luogo, ma soltanto, come sembra 2,
innanzi a un i atono seguito in origine da altra vocale pur atona,
quando trattisi per conseguenza di y+j e di 0 +_;'; quindi: asfdfì
spica i(Jxiyiov; e akdfft spino àxcicOO- ày.àvOcov, sfldzu apparecchio *£u-
Ouài^oj. Ma rimane il suono gutturale in gìiurcvvu ^(^wpeuw (cfr. bov. 61)
e il dentale in dllarril e dlìurévvu (bov. 87: kliarró e liììoró). Nes-
sun es. di J) = x. Il riflesso del bov. mujndzzo [j.ou)(_[X]ià(^co {QQ)) è qui
mugììldzu }j.ouyl[i]iì^o). 65. Del resto, hs'= y innanzi a vocal pa-
' lu dàftulo dito fJaxTuXog e spundulu 10, I'm^u sarà dovuto, come in attà-
lugllu (bov. 110: astdlalcUo), alla influenza dell'it finale: vicenda calabro-
-sicula.
^ Non posso dare questa regola come assoluta, perchè insieme con glirun-
dru per yovSpòc mi venne udito anche fundrù, Cfr. pure, a pag. 114 n.", il
nome di paese Mosórrofa.
102 Morosi,
latina: lisfra, lisiru, liséri, ìlsuni, lìsimóna, ìisin'di /otptòt-, pahsio
Y Tiayu?, tiììsio izijiov\ elisi ^x^tq, tréììsi Tpa/st?: 76. Il y è Spirante
3 negli stessi casi in cui e tale a Bova. 94^. Così dicasi del o, eh' è
anzi scambiato colla spirante labiale in véllidlia vespa {oéXkic). — Ma
Z=S in due es. sporadici: Idfri òàcpvi- e drukkdli óopxàSi- (se in que-
fi st' ultimo non sia da vedersi uno scambio di suffisso). 119-122. Sem-
pre spirante e sempre sonoro il p iniz. e tra vocali; quindi anche
avudliihu *po[y]]OLCw (bov. afudììdo). Ma di una vicenda che nel bo-
vese non appare, cioè di i = pj, ci sarà esempio ìir'izK. nascondo, cioè
*xpupjwarc. xpópyoi, xpupw (xpuTiTw)*. 131. Oltre iplu, anche Idfri
Lv s. e. 133. Costante mm = p, di che Bova ci offre un solo esempio.
Così: angrimmizu (bov. id.),jummù yupo?, skammi ffxaixvt- (scam-
num), kammù fumo *xa[xv- = xaTivo; e kammia fuliggine, kmmnizii,
u, fumigo; afsimmu *£^u[av- ■= I^utcvw. 134-36. Intatto \x. anche in ma-
(. skdli e mimi' ci (bov.: paskdli\ fermika, vermici). 139-142. Inal-
terato il <7 dinanzi a conson. : skutdzi^ stùma., spi'cndidu, maskdli s. e. ;
askìx, àffxo;, astdfì 64, 's tih ghi alla terra \ t>,v ^r^v, ecc. Ma è ge-
neralmente riflesso per s il C7 sordo cui sussegua un i (piti di rado
il a cui sussegua un é): s isd a voi \ s^a;, sitavi ctr- (e Scitaril,
cognome), st'deru cri'S-, singhem' Gvyyt^r,<;, simbénnu (cfr. bov. sim-
hónnu less.), stmma (cfr. bov. si'rma less.), sikaminu 10, sikùnnn,
c-vjxdvw, sivncru a"-iij.-, isu. eguale iato; e isdzii- uguaglio, i lési le olive
vj IXaTat?, w ^7jMs'^ il sole 5 riXto; (dov' è -; + i epitetico ; cfr. pag. 86 n.) ; -
fsillu 'i^uìloq^ fséma •]/£[u(7]aoc, fsilisl <}ux.'^, fsiglìrdda 4"^XP~» ^<^ skdf'si
VX (jx'Jc'Iri? --{1, w« vléfsi VX pXs'ivi? -t), na Ai^/isn vy. xo'|y]? -■(), cvafsi à'fix-
tj/E? -£ , eplstefsi £7i''crT£ua-ói; -s , ecc. — Cosi : fsilu ?uXov , fsénu ^cvo; ,
afsi'di 6;uot-, afsipùlitu 10, e afsimmu 133, metdfsi [j.£Tà;t-, na vrófsi
VX Pp^v), wa tréfsi vx TpE^y); -y) ; ésfafsi £(7cpx;£; -s, épifsi £-xt^£i; -£, ecc.^;-
arsiniku e pèrsi, cfr. bov. 141. E analogamente è riflesso per ;? il e-
sonoro dinanzi ad i: mizaku [X£C7iaxo;, mizimméri uls-j/jiì-, krazi xpxo-i-,
iiz £<7£T(;, cwra^i'a e curdzi x£p-, piasi 7ciy.<js, na mi kldzi non romperò
VX [i.>i xXàtjvi?, de ssunnu gapizi non posso amare Slv <jojv(o àyxizr,<jzv/,
elisi na pézi hai da cadere l/st; vx -ìtrvi;, wa vni /£W;ji non udire vx
ixY) àxoucrii;, ri«^M {^oiiQioc,), plùzu TiXouato;, ecc. Ma all'incontro, ove
si tratti di vocal diversa: san [u)]ì;àv, soma, suvli (7ou[ìXz'-; fsalidi J^xX-,
fsumt 'l^o-xj.-, dvafsa spx'^a, wa skdfsu vx cxx'^oj -ouv; fsanizu (cfr. bov.
113: ^an-), na fsunmsumi vx £;u7rvr|(7a)[X£v, afsaderfi't I^-ìòeXco;, ésfafsa.
' Cfr. Aso. Fono?., 140-1.
- Circa le reliquie delle antiche forme di infinito nella conjug. dei diaL
romaici dell'Italia merid., cfr. Otr. 176.
Dial. romaico di Cardeto. Consonanti. 103
è'<jipa^a, ecc., clie sono esempj di e sordo; e pasdna, glirisàfi, estl] épiasa
pigliai, chiùsa ruppi, dppisa caddi, ckusa udii, ecc. — E anche risulta
da questa esposizione, come a Cardeto non dilegui mai il g nei casi in
cui dilegua a Bova. 146. Come il a sonoro, cosi passa in z anche lo C
^ cui sussegua i{e): zio, zévvu e zivvdri 160, e vizi; mirzirta [xu^y;Opa,
puì'Zi'mi 7rpo(^u[jLt-; krdzi xpy-Cót? -ti, glirtzi )(pf|(^ìt? -et, pizilu [Im^-riloQ),
lisézi y/^'"^> ^cc. All'incontro: rizdci radichetta ^tC-, krdzu xpà^oi
-ouv, gìirihu. /p'^^co -ouv, ecc. 148-152. wr=X in andfri, che s'ode À
insieme con Idfri 94, e in allidìiinù rosso (p. e. tu allidliinu tu agguù
il rosso dell'uovo), cioè *elipeló = lpu^pói; (cfr. kinipó carestioso àxptpo?
Otr. IIP ^); 23r, /r (hov. pZ, /Z) = 7tv, tpv: prigaljdzu affogo Trvtyou- ttX, <pX (rrv,
pt7.(^w, primuni polmone 7rv£uiji.ovt-, e Idfri andfri s. e. (ma iplu 131). — ^v)
148-50. Appalatinato il X scempio in maljó [xuaXo? (se pur non si tratti
dello y di *mjaló trasposto dopo il X) e il doppio in aljuné aljimia -^-^
un altro un'altra *àXXov£va? àXXviixtoc. Del resto, è intatto il doppio
X, e antico e seriore: alldvvu àXXàffo-w, Ulto, pulii, gfiamillic, vdllu
e gudllu, fillu, véllidlia; -illi ed -élli -élla, ed -l'clli -itila, suffissi,
p. e. in miccélli piccino, jinikélla donnetta, sakkiilli sacchetto, per-
diMlla pernicetta, ecc. (cfr. bov. adddssu, oddio, puclcli, hlìamiddó', e
vdddo e gudddo, ficldo, méddipa, -iddi ecc.). ■ 153. Un X (geminato
per una vicenda in questo dialetto e a Bova divulgatissima e non
affatto ignota neppure al comune romaico) = p abbiamo in allidhin',
e in prigaljdzu s. e. — È riflesso per f il p innanzia e, in afsinikil
àpcEvtx&i;, più comune di arsiniku 139 (cfr. afsinikó, ed insieme af-
cinó afgmó àp/tvw Otr. 167 e lll'^); e per questa via è assimilato
alla sibilo-palatale seguente, in pissikia persico, missinia mortella
*tji£p(7[vioc e prapissi 10 (come allato di ifsé II § 110 e di uf^ia [bov.
less. ozzia] si ha pure issé e ussia); assimilato, per la via appunto
di f, alla seguente labiale in si'mma (bov. less. sirma).
Accidenti generali. — 160. Costante l'assimilazione di g o. v
(=u e p) susseguente, della quale nelle altre colonie (a Roch.) tro-
vammo solo qualche lieve indizio. Così: parasuvvi ^*-ugvi (bov. -ogui) j^ggin,;!.
Trapacxcuri ; zévvu e zivvdri (bov. zéguo, zogudri) ^c.u^((a -ipi-, févvu
(bov. féguo) ozu^m, dulévvu (bov. deléguo) or/kijuì, armévvu (bov,
-égud) àp;;.£Yto (àij.£AYt»j), éwa evvdte {égua egudte bov. 283 s. guénno).
Unica eccezione agguù {aguó bov.) auyov. 177. Normale può qui j^igt^ij.si
dirsi la metatesi nel tipo pel quale il bovese non ci dava che il solo
» Veramente,. sono esempj di dissimilazione, che ricordano molte analogie
romanzo; p. e. i mil. navéll 'vasca di pietra' labello- (avello), sinivélla cer-
vello, tinivéUa trivella; cfr. Arch. I 513 532, Diez P 204 223.
104 Morosi*,
civérti; così: arguvélanu ghianda Silvestro ^àyptopàXavov, argàtti {agra-
sii bov. 100), mir^irtal46;- e nel tipo che aveva pel bov. l'es. tavvró;
così: liurvdtti (bov. krev- e kruv-) xpajBxxi-, ngurmidi xpo[jL[i.uot-, pur-
zimi 146.
B. Morfologia.
Nome. — 182. Conservato non solo il -g originario, come vedemmo
accadere alle colonie della Amendolea, ma eziandio il -v, quando se-
gua parola che incominci per vocale, o in pausa, come sarebbe alla
chiusa di un verso o di una frase (efr. n. 271). Laonde, non solo: i
jinékisi dgììari le donne brutte -^ yuvoixe? *v.-/a.poi.iq, ic urtisi aspro il
siero bianco 5 opo? àsTipoi;, u iljusi irte 5 r^lio^ r|XOc, u hjirnsi éguike
il tempo è uscito 'si è rasserenato' 6 xaipo; £>cpr,x£, a minasi arti un
mese or fa sva? [xv^vxq apxt, a lìsìmónas apfssu un'invernata addietro,
dulévvu ti lési colgo le ulive oiodiyto toT? eXaTat?, ejendsti uà ji'isi ò
nato un figlio; na ddftulu lift usi un dito sottile, igù {mmii muna-
gliusi io son solo; {mrnusta imisi siam noi /ifxsT?, isti izlsi siete voi
i<7£t? (e, per falsa analogia, altresì: ì'mmu igiisi son io, Izi isiisi sei
tu), éni u jussasi è il figlio vostro 5 vlóqav.^, én énasi è uno s'va?, den
en ici kancsi non c'è là alcuno xavì'[va]?, éni aftilnusi è costui au-
Touvo?, ecc.;- ma eziandio: na sikun dspru un fico bianco, ^na pidin
dgliaru un fanciullo brutto: den e krazi ma neróni non è vino ma
acqua, na pulii munagliuni un uccello solo, tu fudi e stentini il piede
ò stretto, i piUla kdnni tun aguuni la gallina fa 1' uovo, f stazi tu
kuguni acconcia il giogo; den e niró ma kraztni non è acqua ma
vino, na mi pài na pézi tu pidini non vada a cadere il fanciullo, na
mursuci asse fsumtni un pezzettino di pane, tu dlatrii den elisi nini
l'aratro non ha vomero [u]vt[o]v, velanimmeru ghianda domestica ^oc-
Xavtv7i[ji.. — Qui adunque non solo è conservato il -v del suffisso di-
minut. neutro -tov, che a Bova e nella Amendolea è caduto, ma eziandio
il V del positivo neutro (-ov) e dell'accusativo masch. , caduto nel
quotidiano linguaggio in tutti gli altri dialetti greci. E qui pertanto
si sente ancora la differenza formale dell' accus. dal nominativo, la
quale in tutto il resto del dominio romaico 1' uomo del volgo piti non
sente ^. 230-1. Notevole che la forma originaria riappaja in glikd,
* Questa consei'vazione del -v finale è così straordinaria, che può dar luogo
al dubbio che sia illusoria, che qui, cioè, in verità si tratti del -ve epitetico
famigliare a parecchi dial. romaici (efr. Muli. 92, Otr. 117» e anche il dial.
di Roccaforte, bov. 174 n.). Ma cóntro la supposizione che si tratti di un'epi-
tesi, sta il fatto che il -ni cardetano non ricorre se non quando la forma esca
Dial. romaico di Cardeto. Flessione. 105
prikd, neutri phu\ di glucfo e priéio *-{k\iy,{>oc, *7rpiKi)o:; (yAuxu;, Ttt-
xpo?). 25G; Peculiare a Cardato: aljunc aljimta 150. La stossa apo-
cope di aljune è anche nel riflesso di xxvsvx; : kayró.
Verbo. 261-5. Ricompare il tema verbale in alldvvu cangio e ti-
ndvvu muovo, cioè *alldguo *tindguo, n. 160, in luogo degli antichi
e re. àXX- TiviuaM (àXXay- Tivxy-), come in flldvvu proteggo e tilhvu
avvolgo '=*fìldguo *til(guo, a' quali rispondono infatti i re. cpuXxyw e
TuXtyw (cpuXàaffw, TyXtffcw).- Per xXwOw, i Cardetani dicono Jdiinnu */cX(ó-
\oì; per xoTtTco: kunnu, cioè *xo^vco = xottvoj (cfr. dinno, di Sternatia, fra
le colonie otrant. = oaccpvw [di'fno degli altri dial. otrant.] = osixvw [-vu[jm];
Otr. 171). — Per xpÓTiTto, già vedemmo kHzu 119-122. Del resto,
pressoché intatti : vdftii e kléfta pdcTUTOj, xXeTiToj. — Notevole inoltre :
kdftu, brucio, *xauToi = xai'co, il quale spiega l'impf. bov. ékasta^*ékafta
(cfr. bov. 283 ^céó'). 270. Perduto affatto è l'aumento temporale:
dkunna, dkusa (bov. zk-); ed esunna, csusa (bov. fs-), impf. ed aor.
di sùnnu crwvoj. 271. Come a Rodi., Rf. e Cndf., è qui pure pre-
servato il -? della 2. sing. pres., irapf. ed aor. indie, att., col soccorso
di una vocale epitetica {-i): pfnnisi tzìviiq, élijisi IXsyó?, nistifsisi ivu-
c-T£u<T£;, ecc., cfr. 182; e ancora il -v finale della desinenza re. della
3. plur. pres., impf. ed aor. att.: cgìiimi 'i/ovv, igliani sr/av, ilisani
IXuffav; e della 1. e 2. sing. impf. del verbo sostantivo: immunì, tssuni:
sempre ne' casi indicati dal n. 182. - Nessuna traccia delle desinenza
delle 3. plur. pres. (-usi) ed impf. e aor. {-asi) che trovammo a Beva
e nella vallata dell'Amendolea. 275. Quanto ai verbi in -sw, con-
traggono sempre in tutte le persone del pres., come a Beva e nel-
l'Amendolea; ma i verbi in -octo, che là omettono la contrazione in
tutte tre le pers. del sing., a Cardeto nella 1. si contraggono : gajìu
(bov. gapdo) àyaTrdcw. Qui si termina in -unni (cfr. -one Otr. 14G-7)
la 1. sing. impf. att. di entrambe le classi ; quindi gdpunni Tiyà7r[a]ov,
ipdtunni I7:ó.t[£]ov; e anche éklunni, cfr. l)0v. 278. 282. La 1. sing.
e la 1. plur. del pres. del verbo sostantivo si confondono con quelle
dell' impf. : immuni sono ed ero, immustu siamo ed eravamo. 283. No-
tevoli, tra gli irregolari, i composti di pai'voi: mhcnnu entro, guénnu
esco, anivénnu salgo, kativénnu scendo, i cui aor. sono émbika ° i\i.~
firixa, éguika ° l\jyriy.ot., anévika e katévika àvs'p- xaTs'Cirixoc, in luogo dei
bov. embikjina ecc.; e inoltre: kadìlénnumi siedo xàOo(j.at (bov. ka-
Jn'ssu), aor. kadìiinisa.
anche in origine per -v. Per iOep^à^Aj-n, a cagion d'esempio, non si direbbe
mai idliermàddìuni, ma sempre idhermàddhi.
106 Morosi,
Avverbio. 2S4-5. Peculiari a Cardeto: ivimésa in terra *iy.ci^ia(/.
(efr. Otr. 151'-) e purrd di mattino *7roupvà.
C. Lessico.
Non ricorrono, o non ricorrono talquali, nel bovese e nel comune
romaico, le voci che ora seguono:
abhdla zitella, che altro non pare se non *à(^u[Y]ocTa ~ rjX,u^^oc, innupta,
col suffisso -ilo? -ii% comunissimo in romaico (cfr. bov. 211).
arttka pernice = re. optu-j- opru^ctov, bov. artici.
vrundia tuono; *PpovTcx, re. e bov. Ppoviv].
fjYiitdri vertice, cresta, quasi yaixàptov, da yaiT/] chioma? Ricorre /at-
TocptoY, col preciso significato che mostra a Cardeto, in una
pergamena greco-ital. del 1099, dettata nel circondario di
Palmi, in provincia di Reggio; v. Trincherà op. cit.
jónda fuoco; *[ai]Y>,r)£VTa 'lo splendente'? Cfr. il re. cptoTtdc, e il cipr.
Xa[ji.7rp&v.
kiiz.zu piccolo.- Si scosta per lo k, oltre che per l'accento, dal re.
xouT^o;, bov. liuzzó, mozzo. Un aggett. sostantivato è kilzba
fanciulla, come il bov. e anche cardet. miccélla.
laguri zwni ho i sintomi del vomito; è da raccostarsi al re. Xv^{yt.iiì^o)
(Xuyyaivw) singhiozzo? Cfr,, per il p del suffisso, il re. Trvtyou-
pix^w, cardet. prigaljdhu affogo, da Trvi'yw.
lutizu libero: *l)cXuTtCw? Cfr. y^y^ovw ^ ixXur-.
tnita volta, fiata, p. e. mian allim mlta un'altra volta.
mugììlddi muffa; re. e bov. \i.o\jy\%.
nddma insieme:. *£v tw 'é.]x%. Cfr. antdma Otr. 153^.
rópa virgulto (pw^). H bov. ha la forma diminut. nel composto
kliamorópi.
(tarimi ocpOa^ixc?. Il bov. ha il diminut. artdrmi'^.
' Non sarà affatto inutile il conoscere le voci cardetane che occorrono nel
comune romaico, ma non nel bovese: djéra cielo dyipx^ = àépy.;; aderfii -i
fratello, sorella; anagiilia nausea e anagidévvumi mi nauseo dvxyovlix -d'Co-
IJLCct- nrtima, allato ad artisia, condimento a^0Tu[(7]|7.a; askiniàa cistica dri^r/.vtSx
(y-vt^v?); dilani morte Oav/j- driikhàli capriuolo 3opy.ioi~i krapi verro vM-jtpi--^
krupia concime y-oirpia (bov. kópro)', ngrastuméni gravida èy/cccjzpMiiéy/ì
(bov. 6: ótimo); pagusia TrayMcrta (bov. pàgo)\ pntu impalcato, soffitto Tràro?;
prigaljdzu s. e. less. ; sulavrii fischio (cfr. re. (jikiy.vpt.'C^w^ bov. aviti iu less.) :
traji caprio rpayl-'^ travvi toro zy.uri- da rxvpog.
Dial. rom. di Cardeto. Concordanze col bovese. 107
IL
Del resto, in tutti gli altri punti, in cui il cardetano discordi dal
re, concorda egli col bovese o coi dialetti a questo contermini; come
ci mostrerà la rapida rassegna che ora segue.
Fonologia. — In. arguvélanu 117. 4- isn, agri' stalla; e inol- (^^ {,
tre JH <= u, non solo in curi, pur cndf., ma eziandio in llsùnnu io verso
'/yvoì. 5. dndera; e dfseru auxatpo? (bov. 115 ézzero). 6. -il i
( = bov. -d) = -£: {i5$x>^, ecc. 9- nédliu ecc. 11- éfsimu ecc. — r^, 6
14. i (>=bov. 6)-= a: iftùnchc, likdti, jindri, vikmi, lift a; e matrigliu ^
(bov. less. Ili mdtraklio). lG-17. fsufrdta, munitdri; e vrumémc
bollito ppa[(7][jL£vo? (bov. vram-). 21-2. sufi; e sulavrù. 32. pa- u
rasuvvf, jumdtu, ufpru; e fungdri luna '-peyT' {^oY.^feng-) , mugdli, ^
femin. di méga, [jtsydcXv] (bov. meg-), dulévvii (bov. 18: delcguo). —
33-5. pugddi e zulia-, ma, per l'influenza dell'i: vudìiiUa ='hov. vu- v)
pulia. 5-1-5. e, salvo, come a Bova, in kjiru xxtp&s. 57. fagdda\ y.
e gurri I 20-2; cfr. gaéra a pag. 113. 59-67. ix^^^^j parasuvvt, ecc.; (j,,^
e dsimu brutto a<7/7][jLo<;. 63-4. shddi, ecc.; ed érkumi^ ecc. — ^.y py
71-85. Aspirato il y di àyopài^w e GuyaTapa: gliurdiii, dliigliatéra. — -,
75. pdo, fdo. 80. medlidvri e medliému ecc. 93. middììa , ^ùZ- x
dìiiru, ecc. 94 n. v n^ o in vélUdlia. 103. a^'t^- ^ «tt't-. 109. aftó- vO, 3
lugliu. 110, IV, V. j'fie (iyS'ic;), ufpril, ddftulu, mdftra ecc., cfr. ^ ^t; (-.1-)
roch., e qui il n. 113. 111. apw'tammi'zu\ e arti orecchio *àa)Tt ^
^^auTt-, cui ancora si aggiunge, in diversa formola: armimi ancudine
*à'-py.-à/a- = àxijLovc-. 113 (cfr. 110). Qui il cardetano combinasi col-
l'otrantino. Abbiamo: fsilu, fscnu (otr. fsilu, fsénu), e altri es. al Accento
n. 142 del § I. 157. Intatto l'accento in gUurio, ^o^ptov, pedfa Tiat-
ot'x, ecc. 160. Assimilaz. di vocali e di conson. come nel bov. e in Assimilasi
particolare rr<=pv: férru cpspvco; ftérra Trxspva, ecc. — 160 n. ììiir-
zirta |/.uCr,Opa, e glirundrù /ovopo?. — 162. Dileguo di voc. iniz. come Dilegui
nel bov., ma con qualche maggiore frequenza: strdfti (bov. strdsti),
e pdnu £7r(xv'.o, Iddi olio e ladikù orciuolo dell'olio èXxo-, rifl ept'tpt-,
ftd ir.x'j., e vdomddi settimana epòoj/.-, skddi i-^y-j ftó oxTtó e fto-
méri ottava, spazio di otto giorni, ftarmii ocpOxXij.o? (bov. alddi ecc.,
arifì, eftdj oftó, ar tarmi). 1G3-5: agrihnmulu', e curaci xupiaxr, ,
trdnda Tptx[xo]vTa,, maljó (cfr. jjiaXi zaconio^) jxuocXog, onuglildzu [j-ou-
yXiài^w, vragìlóna braccio pp7.-/ic.jvx;;- atù, aduni;- Pervóli, nome di
' Vedi M. ScHMiDT, Tzalionisches, negli Studien zur lat. und gricch, gramm.,
ed, dal Curtius, voi, III, pag. 350.
108 Morosi*,
fondo, ITsptfiù'Xt-; trimizù 168. saragiist'] ed il, allato a tide (wùc),
p. e. èia ù vieni qua; haytù guarda tu [r=kanuna)', aljuné o kané I 250;
Prostesi stri (bov. less. hi: stritta), vrundd tuonata ['= vrunddda). 1G9. Al-
quanto più rara clie nel bov. : avudllizu { bov. afuddo , attdlugìlu
(bov. astdlaJilio), agrustallu, avlépu, e aménu [/.svoj; ma:»j3i7M, pidu,
lìsmumi, niigt'i, malj 6, '='boy. apetdo, appidénno, addismondo, anogdo,
RpRntcsì ammialó. 172-3. Di vocale, in munuglidri , e in askinida ortica
àT^[t]xvtooJ (xvtSy)); e di y in ojéra I less. n., oltre che in nugu vos'w^
Jdigii xAst'to, akùgu àxouw; e in agguù, parasuvvi , zévvu ecc. § I IGO,
Oemin. ove pur SÌ propaggina, come nel bovese, Tu. 176. Di ti: éppisa sTie-
(ja, ecc.;- di v: glidnnu /àvw, pinnu ttivw, dénnu osvoj, farliinnu cpop-
Tovw ecc.;- di (x: immd £[j.£, glidmme yaaai, i.mrntfni 7][ì.o'jv, ecc.;- di
(t: m^, t<ssM, tóssu (bov. ess^, dssw, <(5ssm), ecc.;- di X: illio, gliamilltc,
stafilli (bov. oddio, hUamiddó, staf/'ddi), ecc., e allupùda àXouTiou; —
Metatesi ^ ^^ P" édliurra (bov. ikliorra). 177. A pricio e grombù si aggiun-
gono: krapi, travvi e ngrastuméni I less. (ma viceversa: p^7ra=bov.
285 prita-, e putrinii TuptoTstvo;); e a litrujia (bov. Zwir-) si aggiunge
drukkdli oopxdcot- (ma viceversa, I 177). — Notevoli inoltre: garùdi
yaòoupt- (ma Gddaro, cognome) e grunizu yvwpii^co; dgulu cavallo aXo-
yov; e adakapénnu inghiotto xaTa^aivco, in senso transitivo, come pur
Attraz. s' usa svidu nei dial. ital. merid. 180. dincn e sulén.
Nome Morfologia. — 183. i'aZa, rmsto, ecc. 188. Zd^w, plur. Zor/a (bov.
lója , re. Xoyia); adérfù, plur. aderfìa; e ftarmù 6(p9aX[AOi;, plur. /ìar-
9Mia. ISd. kléfta. 190. jitónu yilxo^xq, ecc.; e kóracu IO. 194.200.
220. 223. Frequenti qui pure i suffissi feminili -t'a : vmndia I less. ecc.;
e -à<fa: fagdda II 57, vrundd\dd\ II 168; e così ì dimin. -olii -élla
(cfr. 1 150), -ùci: sulikùci ragazzino, ecc. — Raro, come a Beva, -uri :
Verbo nianùri manico (se non è da manubrium) e garùdi II 177. 230-1. ^Ztt-
cio, pricio, ecc. 258. Unico verbo puro: kléo xXai'w, 259. I. kligu,
pur cndf., e akùgu àxouto; IL -évvu (bov. -éguo)^-tuM, p. e. pi-
stóvvii 7ct<7T£uco, nistévvu vvjTTsuw, ecc. ; sull'analogia dei quali si for-
mano i verbi nuovi : dììurévvu vedo *Otop£uw ■= Owpw, murrévvu II less. ,
e anagulévvumi àvaycjXtà^oixat; e sì flettono, come a Bova, ì verbi
d'origine straniera, p. e. platcwu discorro, pensévvu penso, ecc. —
Verbi nuovi in -ai'vw -à(^io -iJ^w sono: simbcnnu e aplénnu (bov. sim-
hónno e ajdónìft)) ; aldzu (bov. aldnno), tiganidzu (bov. -izzo), pri-
galjdzu 1 less.; cendizu e avudìuzu (bov. 268-9 cenddo e afuddo), e
ftizu sputo iTTuti). 273. Pur qui in -Ose e -^Ox la 2. sing, imperat.
medio-pass. : fsùnnidìla svegliati, ndrdpidìla vergognati, dvlefpa guar-
dati, Je>^e/7)a diventa tu, gìildddlia riscaldati; salvo, come è pure a
Bova, in Jmt e kddìiu, da jérrumi e kadìiéwnimi. 275. Non con-
Dial. romaico di Cardeto. Concordanze col bovese. 109
tratti nel singol., eccczioa fattca per la 1. pers. indio, att., i verbi in
-7.0);— inserta la sili, -gx- nella 3. plur. imperf. att. degli stessi verbi
e dei verbi in -£w : igapùssani i/japàssa amavano, ipuniìssani ipunùssa
si dolevano. 279. Foggiata la fless. del pres. e dell' imperf. medio-
-pass. de' verbi in --iw sull'analogia di quella dei verbi in -;w : gapémi
mi amo, come punérni mi dolgo; igapémmu mi amavo, come ipunémmu
mi dolevo. 283. Convengono coi bov. gli irreg. : jénunii, aor. iji-
ndstina\ dónnu, aor. cdiha^ dìiurcvva (bov. kìioró), imperf. édlìnrra,
aor. tvra; fséru (bov. zèro) aor. ifslpórisa; pdo, imperf. ippiga, aor.
ejàvina. 288. jnant? sì, de no. idO. dfs, dfs'^v.Tz\', ìnedìiému ecc. particole
Lessico. — I. Le voci antiche che sopravvivono a Bova e non più
nel re, si riscontrano in buon dato pur nel cardetano: aria, arti, vél-
lidlìa, cifali, kldnnu,[Txlinduru, ude (bov. ode), pizilu, ri fi (bov. ari fi),
rapa, rùzu (bov. rùsu), sincrkete, tamissi, f tarmi't' [hov. artdnni),
ftéra (bov. stéra). IL Così dicasi delle voci d'indole romaica, che
vedemmo peculiari ai dial. del territorio bovese : Iddi e ladikù II 1G2,
ampatiTxévvu, artisia, vadììia, veldtri, vrastdri, vudììilia, kanumc'^,
óifdluma, mdtrigllu, micóélli, mitcrru e métrimma, ufsia (bov. ozzia),
' Veramente, questa voce non è propria, com'io credevo, dei soli dial. ro-
maici d'Italia. Vive anche in Grecia, e ricorre in uno dei canti cleftici rac-
colti e pubblicati dal Passow {Tpy.y. poìu. CXLVI: "Eva? tòv allo -/.y-vovn
/.' £vaj TÒv aA)iO lé'/ei). Traggo questa notizia da una recensione de' miei Studj
sui dial. greci di Terra d'Otranto, pubblicata nel Centralblatt del 13 marzo
1873, recensione che ora soltanto mi cade sott'occhio. Accetto senz'altro la
spiegazione che l'accurato critico propone delle due voci asl-ddi fico secco
e godéspina sposa (circa la seconda delle quali, ebbi il torto di pubblicare,
a insaputa del prof. Ascoli, un' ipotesi da lui messa innanzi, molto dubitati-
vamente, in una sua lettera confidenziale). Davvero devono esse ricondursi a
i-jy^xììi- e ad oìy.oSéfTTìOfjx: spiegazione, che del resto mi era già suggerita
fin dui 1871 dal dott. Deffner, nella monografia che ho spesso citata nel pre-
sente lavoro. Non credo però che l'etimologia di kanonó 'io guardo', proposta
dallo scrittore del Centralblatt, cioè /«jMond = */.^.v^vow, per assimilazione di
T a V, = /.y.zxjùù, sia da preferirsi a quella da me proposta {kanonó da zavwv,
come l'ita!, 'squadrare' da 'squadra'), ch'era del resto implicita in una dello
note di cui il prof. Comparetti ha illustrato i suoi Saggi dei dial. greci
dell'Italia merid. (p. 94), ove a confronto della voce greco-cai. cita la re.
■/.y.^iiiM 'prendo di mira'. Non credo sia preferibile alla mia, non fosse per
altro, perchè i dial. greco-otrant, possiedono un composto di vow somiglian-
tissimo a quello supposto dal critico, cioè madanoó mi pento //.erayoéw, ove
il T non ha sofferto l'alterazione, d'altronde affatto insolita iu codesti dialetti,
a cui egli imagina che andasse soggetto /.scTxyooJ.
110 Morosi,
filtra (bov. 2^7^ jìrUa), spidlUo, fsufrdta (bov. sofr-).- III. ìdrgu,
màgnu, imlla., skulli, stritta, piatii, e platévvu, Idunùha e fiiippu, di-
nari e Sideri. IV. dhdmme, zàla, Jaini, kunduférru, lille lilla zio
zia (bov. leddc leddd), murrévvu (bov. murtlzho), piazzi, si'mma (bov,
sirma), salikélli (bov. sóliko), sfaldssi (bov. sjwl-), zikkima, viàta. —
Ritornano infine a Gardeto quelle particolari significazioni che le voci
romaiche hanno assunto nel bovese: dgliaru (òt/ocpt;) cattivo (cfr. bov.
less. I); amartémniuì guai a me! (cfr. bov. amartia disgrazia, guajo),
amblékumi mi 'azzufi"©', aspri cenere, zéma brodo, dUéma uomo (cfr.
bov. less. II), ivra vidi (cfr. bov. 283 s. kìioró), tu hjiril l'anno ven-
turo (cfr. bov. 283), 's tu mali alla campagna (cfr. bov. less. II 'mali').
III.
Ora le concordanze son tante è tali, che non ci è lecito dubitare
che il cardetano abbia col bovese, e sopratutto col rochuditano *, di
gran lunga più stretta attinenza che non con qualsiasi altro dei dia-
letti romaici fin qui conosciuti. Dobbiamo anzi dire senza esitazione,
che il dial. di Cardeto e quelli di Bova e della vallata della Amen-
dolea dovettero essere un tempo una sola e medesima favella. Ma,
ciò posto, come si spiegano le differenze, pur non poche e di non poco
momento, che tra questi e quello intercedono? Sono esse rampollate
spontaneamente a Cardeto, fuori della influenza di alcun altro dia-
letto romaico? Non è possibile. Siffatte differenze dicono che il car-
detano s'accosta ai dialetti peloponnesiaci ancor più che non facciano
il bovese e gli altri a questo contermini. Non solo infatti le concor-
danze coi dial. peloponnesiaci e in particolare col mainoto e collo
zaconio che avvertimmo nel bovese e ne' dialetti della Amendolea
(v. p. 78), ricorrono generalmente anche nel cardetano (salvo che in
questo la 1. sing. pres. indie, att. de' verbi in -àw non si contrae, e
non ci si hanno casi di P[tJ]'={J<- e di g dileguato fra vocali); ma le
medesime concordanze riescono anzi nel cardetano maggiormente av-
valorate, sia perchè son rese piti evidenti e più sicure da più ricca
o più conclusiva copia di esempj, sia perchè si ricompiono quando a
* Rochudi è, tra le colonie amendolesi, quella che meno dista da Cardeto.
Ne dista, per la via mulattiera delle montagne, di sette od otto ore di cam-
mino; ma un tempo le doveva essere grandemente ravvicinata da ciò, che
tra la valle dell' Amendolea e quella del S. Agata, come ci accadrà di pro-
vare in altra occasione, sorgevano altro colonie romaiche, che ora sono
estinte.
Dial. roaiaico di Cardeto. Riassunto. ' Hi
Bova e nella vallata dell'Amendolea sono appena adombrate, e si ri-
ducono a regola costante quando lù devono solo ritenersi come ap-
parizioni sporadiche. Sì vedano infatti segnatamente lo vicende: w = 6
II 4 (cfr. zacon. d;sua opu;, mùha [jLuTa, ekju stu iau ecc. Deffn. 294,
341); é°^ II 9 (cfr. zac. v£5ouavr,0w ecc. Schm. 349); te ^6 ed w
I 10 12 (cfr. zac. «TTouixa, ttousc = moa., irpouccta ecc. Muli. 95 seg. ; zac.
ópouasvi, yÀ'jxouTepe, l^ou, ttou, xxXou, 5pou, 6x OsctjLaacToÌj ecc. t= Spcófxsvo;,
yXuxtóxepoi;, syo), Tito;, xaXwi;, 6pai, Oì Oxu[Ji.«(70w; e anche yoìJpa e ypeuffo-a
= ytópoc yXcÓg-ctx id. ib. ); it e ju'= u atono I 22 (cfr. zac. Couyo, xoupa-
x7. nr^uyo?, xupiaxv^, ecc., Schm. 351; e óngjuma è'vòuixx DefFn. 310); u^o
ed w atoni I 40 e 42 (cfr. zac. pouOou, xouptaXou ecc. ^ po[v]]Ow, xpoxa-
\^X,i^ì Deffn. 311; vi cpu^ou[j.iV, oxc-ou, otu'c-ou, Stou, O'àyxTiv^ou ecc. <= vz. cpuytij-
;7.3v, £.';co, OTrtffw, ot'3(o[[/.t], O'àya7rr,cto, Schm. 392 ecc.) '^ ; — /is- ° / + j I 65
(cfr. zac. i'iie = xpi/s ecc. Schm. 357), e il caso di metatesi I 177 (cfr.
zac. xoupxaXou, xapòtii^o'j ecc. >= xpoxxX- xpa5- Deffn. 311, Schm. 355). E
anzi non è povero il cardetano pur di tali concordanze collo za-
conio, che al bovese e a' vicini dialetti rimangano estranee affatto.
Si considerino in ispecie: z^^'] I 119-122; 0 pronunziato dz I 62,
suono molto affine allo zacon. c7(ir) = 0; s<=r: I 139-142 (cfr. zac. séu
<=axÌM, ecc., Schm. 357), ;j = C e a sonoro I 142, 146 (cfr. zac. zestó,
zugo ecc. ■= (^saxo?, ^jyo? Deffn. 248) \\ qW appalatinati anche innanzi a
vocal non palat. 1 148-150 (cfr. zac. àXXtS alibi ° àXkx Schm. 350), r^X
in pr, fr (=*':tX, *(fX) = 7:v, cpv I 131 (cfr. zac. xpTTrs, Xatppta, uTrps, Tipty-
you a xvT-n-s?, ooccpvt'òa, uttvov, Tiviyio Schm. 355). — È vero che lo zaconio
non ha mai, come ha il cardetano, w ■= o finale, sì tonico, sì atono, e
che al cardetano mancano quasi affatto le note distintive dello zacon.
nella flessione dei nomi e dei verbi, ma è ad ogni modo innegabile,
almeno per ciò che spetta a' suoni, una parentela assai stretta del
cardetano collo zaconio o con qualche dialetto allo zaconio molto
affine. Onde bisognerà, io credo, conchiudere, che nella composizione
della lingua di Cardeto siano entrati due elementi diversi: un elemento
principale, che è lo stesso linguaggio che si parla ora a Bova e nella
vallata della Amendolea; ed un elemento accessorio, che è lo zaconio
od un dialetto allo zaconio molto affine; il quale non ò stato così
pienamente sopraffatto dal primo, cioè dal bovese, più rigoglioso e
robusto, da non serbare qua e là abbastanza cospicui i tratti distin-
tivi della sua origine.
' L'?' = £ atono è senza dubbio il più dello volte dovuto ad influeuza del
calabro-siculo.
- Figura iuteruicdiu fra lo /ty di Bova e IS s zaconio, ci[uio e otrantiuo.
112 • Morosi,
IV.
Di qui verrà pur qualche lume alla storia di questa colonia e delle
due vicine di Mosórrofa e di S. Agata, lo quali, a memoria d'uomini,
un sessanta o settant'anni or sono, parlavano ancora generalmente
il greco, e, per testimonianza de' vecchi di Cardeto, per l'appunto
l'idioma stesso che va ora morendo, per non dir eh' è già morto, sulle
labbra eziandio dei Cardetani. Dovremo ammettere, cioè, che la po-
polazione di queste colonie si componga, come la loro lingua, di un
doppio elemento : che il nocciolo primitivo sia di coloni venuti dalla
stessa regione della Grecia, probabilmente dal settentrione o dall'oc-
cidente del Peloponneso, e nel tempo istesso che i coloni i quali abi-
tarono Bova e la vallata della Amendolea; e che intorno a questo
nocciolo sia venuta più tardi a raccogliersi una colonia novella, de-
rivata dall'oriente o dal mezzodì dello stesso Peloponneso, dall' Ar-
golide, o, come sembra ancor più probabile, dalla Laconia. E in vero,
che queste colonie sieno della medesima età di quelle del mandamento
di Bova, pare abbastanza provato e dalla strettissima parentela che
corre, come sopra vedemmo, tra le rispettive favelle, e anche, se
non erro^, dal fatto, fin qui, ch'io sappia, non osservato da altri,
che ad una di queste colonie della vallata del S. Agata, a Mosórrofa,
appartiene una delle pergamene greco-italiche pubblicate nel Syllabus
graecar. membran. ecc. del Trincherà (Napoli 1865); la quale vi fu
dettata dal tabularlo del luogo nel 11222. Q\xe poi altri coloni siano
• Circa la quistione, se l'appartenere una pergamena greca ad un luogo
della Bassa Italia possa valer come prova che un tal luogo era un tempo abi-
tato da gente di origine greca, cfr. Otr. 206, e una recensione del libro di
Spir. Zambelli intitolato "iTalosXV/jvf/.i ecc., che ho pubblicato nella Rivista
critica napoletana, voi, I, p. 361.
^ Il luogo, in cui la pergamena fu scritta, è %w^« twv Mecrwv, come ap-
pare dalla data. Che questa 'terra dei Mesj' non sia Mesiano, in provincia
di Catanzaro, come l'egregio editore delle pergamene suppone, riesce abba-
stanza chiaro dai fatti che ora espongo. Innanzi tutto, il notajo e stratego
TWV IMecrwv qui dirime una controversia insorta fra un tal Teodulo, preposto
del monastero di S. Nicola, e un tal prete Teodoro De Chalco, intorno alla
permuta di certi fondi, uno dei quali era posto sul fiume Gallico (et? tòv
-oraptòy Toù yxllUov). Ora nessun fiume di questo nome io trovo in prov. di
Catanzaro, ma bensì uno in prov. di Reggio, nell'odierno comune di Gallico
(mandamento di Villa S. Giovanni), vicino appunto a quello di Mosórrofa. In
nn' altra pergamena poi, data a Reggio nel 1257, tre fratelli 'della terra de'
Dial. romaico di Cardeto. Appunti storici. 113
venuti più tardi ad ingrossare la colonia primitiva, è posto, mi pare,
fuor di dubbio da un fatto glottologico, dal rimanere cioè intatto a
Cardeto il doppio X, che a Bova e nella vallata della Amendolea ha
subito la influenza del calabro-siculo e si è mutato in del. Di vero,
se le origini di Cardeto coincidono con quelle di Bova e della Amen-
dolea, come si spiega questa conservazione del XX, la quale fa sup-
porre elle questi coloni abbiano vissuto minor tempo dei bovesi in
mezzo agli abitanti di schiatta e di lingua italiana, e ne abbiano
quindi meno dei bovesi risentito la influenza? Non altrimenti, che
supponendo siano stati i cardetani piìi tardi rinsanguati e rinvigoriti
da nuovi profughi della Grecia, e la loro favella perciò ravvivata
da un innesto originale, che la fece meglio resistere all'invasione
dei dialetti calabri italiani.
E in che tempi hanno potuto stabilirsi qui i nuovi coloni? Forse
ce lo dirà la voce gaéra, affatto ignota al calabro-siculo, che i Car-
detani usano per 'sedia'. È questa una voce della vecchia lingua
francese {chayere 'sedia' ■= cathedra, Diez, less. s. 'chaire'), che occorre
altresì nel dialetto ciprio (cfr. Cypr. 430 'i), la quale indicherebbe, che
i novelli coloni fossero partiti dalla Grecia quando già vi si era sen-
tita la influenza franca, buon tempo, vale a dire, dopo la fondazione
Lagodari nella giurisdizione dei Mesj' (/.arof/ot ^w/st'ou lxyoSxpò)v, Six-^pxT^-
(ì£oì; Mscrwv) vendono due porzioni d'una lor casa posta 'entro i confini della
terra degli Erasf (eì; tvjv zoTroOsTty.-j ^w^t'oy twv ipy.'ri'jyj). Ora del y^wpio-j
ly.yo^y.póì-^j non trovo oggidì niun indizio, ma il ^w/stov twv ipx<jiòiv altro non
può essere se non l'odierna terra di Aì-asi (nel mandamento di Reggio), con-
finante appunto con quella di Mosórrofa. Quanto al nome odierno della '^tei^a
dei Mesj', cos\ detta o perchè trovavasi a mezza via tra le altre due colonie
di Cardeto e di S. Agata, o piuttosto perchè s'adagia a cavaliere delle due
vallate del S. Agata e del Calopinace , non mi par difficile che il %w/3« (twv)
McTóJv abbia dato luogo ad un composto *M£cr&j^«^z, onde in questi dialetti
romaici si potè avere Mosófora (cfr. bov. 32,61 e 61 n.; card. 117, I 14); e
poi, per metatesi e raddoppiamento del p: Mosórrofa (cfr. bov. 176, 177; card.
1130, 128).
* Certo il ritrovarsi questa voce pure a Cipro non è argomento che ci porti
ad ammettere una immistione di elemento ciprio a Cardeto, come a Bova.
Chi ci assicura che questa voce non si oda eziandio sulla bocca dei Pelo-
ponnesj, delle cui parlate abbiamo tuttavia così scarsa notizia? Nò più con-
clusive sono le concordanze d'altra .specie che facilmente si avvertono fra la
parlata di Cardeto e quella di Cipro; imprima, perchè di gran lunga sono
inferiori, e per numero e per importanza, a quelle che intercedono fra Cipro
e Bova, e poi perchè coincidono quasi tutte con quelle che già riscontrammo
fra il cardetano e lo zaconio.
Archivio glottol. ital., IV. 8
114 Morosi,
dell'impero latino a Costantinopoli e dopo lo stabilimento della si-
gnoria dei Franchi nella Morea e a Cipro; e saremmo condotti, con
tutta verisimiglianza, verso la metà del secolo XIII.
Che intorno a questo tempo ci siano state delle cause, e delle cause
potenti, che abbiano valso a sospingere una parte degli abitatori del
Peloponneso fuori della loro patria, non si può mettere in dubbio. In
nessun tempo questa infelice contrada è stata così scossa e sconvolta
come nel secolo XIII (dacché i Veneziani e gli avventurieri della quarta
crociata ebbero acclamato Baldovino di Fiandra imperatore a Costan-
tinopoli), duranti le guerre devastatrici che imprima vi si combatte-
rono tra i Franchi e i Bisantini, e vi finirono collo spegnersi della
dominazione di questi; poi tra le signorie franche e le signorie pae-
sane, che vi pullularono in séguito; e infine ancora tra i Bisantini
e i Franchi, dopo che Michele Paleologo ebbe assunto l'impresa di
ristorare nella penisola orientale l'impero romaico. Di tali avveni-
menti, piti di una volta la Zaconia, e la regione circostante, fu il
principale teatro, fino a tanto che il Paleologo non venne a capo di
strapparla, nel 1258, al signore franco della Morea, Guglielmo De
Sablit^. Un'altra causa di emigrazione possono essere stati i rigori
e le vendette che il Paleologo esercitò, come parmi di poter racco-
gliere da scarse e oscure notizie di cronisti bisantini^, contro quelli
tra i popoli peloponnesj che di buon grado, o almanco non reluttanti,
si erano acconciati alla straniera dominazione e l'avevano pur anche
servita coli' armi. Niceforo Gregora. infatti ricorda che Michele Pa-
leologo, riavuto il trono de' suoi padri e tolta ai Franchi l'Eubea,
armò una flotta di sessanta triremi, la cui ciurma era composta quasi
per intero di GasmuU o garzoni nati da nozze di uomini Franchi con
donne Romaiche, i quali avevano dei Franchi in gran parte ereditato
l'indole e i costumi; e dice che in compagnia di tale milizia era una
schiera di Laeonj, poco innanzi venuti dalla Morea alV imperatore,
che il volgo con voce corrotta chiamava Zaconj. Ma che questi Za-
conj non fossero andati a Costantinopoli di loro voglia, bensì con-
* Cfr. Epam. Stamatiades, Ot KaTa),avoi h t-à 'AvaroX-^ ecc., Atene 1869;
p. 215.
* Cfr. MuLLACH, 0. e. p. 102-3. Il quale, se ben intendo, ritiene i due cro-
nisti, che tosto citiamo, come i primi che facciano menzione dei Zaconj. Ma
il fatto si è che già Costantino Porfirogennito ne parla, Cerim. II, 49, come
di gente che forniva all'impero delle truppe leggiere e irregolari, insomma
degli scorridori. Cfr. Alfr. Rambaud, L'empire grec au dixième siede, Pa-
ris 1870; p. 238, n. 5.
Dial. romaico di Cardeto. Appunti storici- 115
dottivi a forza, è chiarito da Giorgio Pachymeres, secondo il quale
jo stesso imperatore disciolse in Costantinopoli la milizia dei Gasmidi,
soldati 'giovanilmente audaci e rotti al ladroneccio', alla quale ap-
partenevano non pochi Zaconj, ch'egli con lor donne e figliuoli aveva
dalla Morea trapiantato sul Bosforo. Finalmente si sa che il Pelo-
ponneso ha ricevuto dopo il secolo Vili una continua e grossa im-
migrazione di Slavi 1, i quali andarono restringendo in limiti sempre
più angusti il territorio abitato dai Zaconj, tanto che questo nel 1293
era dai Veneziani chiamato semplicemente 'Sclavonia de Morea'; e
una tradizione, ancor viva tra i Zaconj, afferma che la lor patria
primitiva trovavasi più in alto, sulle montagne, donde in una guerra
furono respinti-. Or dunque, conchiudendo, non credo improbabile che,
poco oltre la metà del secolo XIII, una mano di Zaconj, perseguitati
e dispersi dai governanti bisantini (perchè indocili e riottosi, o per-
chè, come par più probabile, al tempo della invasione franca nella
Morea, si erano chiariti per i novelli signori s), o incalzati dalia
invasione ognora più irrestibile degli Slavi "i, abbiano cercato un ri-
fugio in questa parte della penisola italiana, ove forse non era loro
ignoto che altri Greci avevano trovato una seconda patria, due secoli
innanzi.
* Cfr. HoPF, Griechenland im mittelalter und in der neuzeit, nelI'Encicl.
di Ersch e Gruber, voi. 85, p. 96 seg.
- Cfr. Bern. Schmidt, Das volhsleben der neugriechen tmd das'lielleni-
sclie alterthum, p.l2, n.
^ Nella Zaconia era la baronia Franca di Uxthx^x. Cfr. Stamatiades o.
e. 210. Non è a tacersi, a proposito della invasione slava nella Zaconia, che
slava sembra appunto questa voce di Passava.
*^Una colonia zaconia vede B. Schmidt, o. c. ib., nel villaggio di Ts-àxw-
va; neir isola di Candia (eparchia di Selino) ; e la connette colla invasione
slava nel paese dei Zaconj. — A Cardeto, come a Beva e nella vallata della
Amendolea, voci di origine slava non s'odono, se non forse zambatdri pastore
(v. sopra,''p. 66 b). Ma che i Zaconj non siano un popolo slavo, come parecchi
illustri etnologi sostengono, e che anzi degli Slavi neppur abbiano di molto
sentito la influenza, è abbastanza provato dai suoni e dalle forme della loro
lingua, la quale tra le parlate romaiche è quella che più ritrae dalla lingua
antica (cfr. Schmidt o. c. ib., e Millach 104). E nessuno, a più forte ragione,
vorrà credere ciò che il Geldaet [The modem greeh language in its rela-
tion to ancient gree\ Oxford, 1870, p. 124, 123), traviato da fallaci analogie,
infelicemente imagina, che cioè il linguaggio zaconio sia 'un ibrido prodotto di
greco e di semitico'; il che ci porterebbe a concbiudere che i Zaconj siano usciti
da una mescolanza di Greci e di Ebrei o di altro popolo della costoro stirpe.
116
Morosi, Dial. rora. di Cardeto. Testi.
V.
E'ia kdtic, jinéka, an du pararne;
'na lóf/u égliu na sii'pu igù u màru;
de fsdru igù na zàsu pu e' nna kdmu;
den immu madìiimménu jurnatàru.
parpati'i trdnda milja tin iméra,
ci vidta immuri ambrii 's tim gapitana.
pu i dilani nd''rti na lutisi imména!
ti légu ti e' nna gìiuristùmi nddma.
Vieni giti, o donna, dall'alto;
una parola ho da dirti io lo sventurato;
non so io a vivere come ho da fare;
non sono abituato (a fare il) lavoratore a giornata,
cammino trenta miglia il giorno,
e sempre sono innanzi al capitano (al capo dei lavoratori),
che la morte venga a liberarmi!
le dirò che abbiamo da partire insieme (che io voglio morire).
Marti kdfti - ti frufti.
Marzo brucia la siepe.
Hsilja furila, hsilja dérnata.
Mille carichi, mille legature. [Quanti più uffici e dignità,
tante piti si hanno e cure e noje.]
Errata-corrige.
Pag.
3,
linea 24
20,
» 16
23,
» 13
25,
» 29
30,
» 27
32,
leggi *apovràgma.
» 89.
» TK (n + k ecc.).
» *zipordo less. I 'aporào\
27. Si cancellino le parole seguenti: in ss = p^r ndassé-
guo=:*ivzap'j(.7(jìii(o less.
5. Dopo à/o'Jw si aggiunga: Per u in dileguo, cfr.
num. 28.
IL VOCALISMO
DEL DIALETTO LECCESE.
DI
a. MOROSI.
Pur non tenendo conto delle colonie straniere che la Terra d'Otranto o
Provincia di Lecce racchiude, romaiche nel circondario di Lecce e albanesi
in quello di Taranto, non si può dire che in tutto il resto ella parli il dia-
letto istesso del suo capoluogo. Perfin la campagna ond'è Lecce immediata-
mente ricinta, o il suo circondario, ha delle note idiomatiche sue proprie
almen per ciò che spetta alle vocali fuor d'accento. Come più dal centro ci
dilunghiamo verso gli estremi della provincia, più le differenze crescono di
numero e di gravità. Nei circondar] di Brindisi e di Gallipoli, le parlate sol-
tanto de' distretti che confinano col circondario di Lecce ritraggono nel loro
tutt' insieme i lineamenti distintivi del tipo leccese; dal quale tuttavia or qua
or là dissomigliano nella determinazion particolare non pur delle vocali àtone,
ma eziandio delle toniche. Le parlate dei distretti più lontani (Maglie, Ruffano,
Presicce, Gagliano, Poggiardo, Tricase e Alessano, nella regione del Capo
di Leuca, su quel di Gallipoli ; e Ceglie e Ostuni, in quel di Brindiài) insieme
colle parlate del circondario di Taranto (eccettuati solo i distretti di Grot-
taglie, Manduria e Sava) più non si possono dire leccesi.
Mando innanzi lo spoglio del solo dialetto di Lecce, non toccando degli altri
della stessa provincia o dell'altre provincie meridionali, fuorché dove sia stret-
tamente necessario per chiarire e confermar qualche fenomeno che in quello
occorra; e a speciali Appendici riserbo la esposizione delle varietà offerte
dagli altri luoghi della provincia, per le quali il leccese, in ordine almeno
al vocalismo, viene graduatamente a sfumare da un lato, per il Capo di Leuca,
nel tipo delle estreme Calabrie e delle isole; dall'altro, per la minor parte
del circondario di Brindisi (Ceglie e Ostuni) e per la maggiore del circon-
dario di Taranto (Mottola, Castellaneta, Ginosa, Massafra e Martina), nel tipo
barese, il quale alla sua volta, attraverso alla Capitanata, digrada in quello
degli Abruzzi, intorno alla Majella e al Montecorno
Il lavoro che qui presento è frutto di ricerche fatte da me sui luoghi me-
desimi consultando i parlanti e spogliando le seguenti scritture: 1." Puesei a
lingua leccese di Francese' Antonio D'Amelio, pubblicate a Lecce nel 1832
e ripubblicatevi, con qualche aggiunta, ma non ben correttamente, nel 1870^
presso la Tipografia Salentina;- 2° Canti popolari delle provincie meridio-
nali raccolti da Antonio Casetti e Vittorio Lmbriani (due volumi dei Canti e
Racconti del popolo italiano pubblicati per cura di D. Comparetti e A. D'An-
cona), Torino, 1870-72;- 3." abondanti .saggi di canti, proverbj e novelline
Archivio glottol. ital., IV. ^*
118 Morosi,
ia dialetto, che mi venne. fatto di procacciarmi da parecchi punti delia vasta
ìrovmcui.
Rispetto alla disti'ibuzion della materia ed alle trascri/.ioiii, è quasi inutile
avvertire che mi sou attenuto, per ^quanto l'indole del dialetto da me preso
ad esame il comportava, alle norme che ci ha segnato il primo volume di
questo Archivio,
Vocali toniche.
A.
1, Dinanzi a consonante scempia e nella posizione debole, in-
^1 (f tatto: ala, àru aro, àcu ago, àpu ape; stàiy fai, anomale, -are :
cagliare ecc., chiàe chiave, fame, -àme -amen: rame, ntràme en-
tragno ' ecc, pace, -ahi -ala: spergunitu -a svergogn. ; sale sai
e salit, mare, làu lavo, casa, niunu, cita cadus, càpu, frate (fra-
tello), cràpa capra, ecc. Quindi anche nàta nàti io nuoto tu nuoti,
cfr. Arch. I 506. 2. Alterazioni di ragion comune: railu mila
melo -a = màlus ecc. (cfr. num. 10); e liégru légra allegro -a
= alacer ecc. — In dia davo e stia stavo, h \xn i = é à\ prove-
nienza analogica. S'aggiungono: ippn ebbi, sippi seppi (cai. e
sic. àppi, sappi). 3. Da davo- si viene, per *clauu *cl6a, a
chiuéu, onde chiéu (num. 37). 4. Singolare Vo di sòme stra-
mina (sarmenti), poiché ripugna insieme all' a della formula
-ame in ogni altro caso costantemente mantenuta (num. 1), e
al fatto generale, che in Lecce e nella campagna circostante
ci pos. nulla vediamo poter sulla tonica la lubial che la segue ^ 5. In-
tatto l'a di posiz. latina o romanza: àgghiu allium, àrveru al-
bero, padda palla, sàrvu salvo, carne, ràsta glastra, chiànca
(banco da macellaio e pietra sepolcrale) planca, edclinza bilan-
cia, sdngii, chiànta pianta; acca apium, pàgghia palea, làzzu
laqueum, ràgga rabbia, ecc. 6. Anche Va delle furm. A'LS-
A'LC- ecc., che nelle parti australe eJ occidentale della pro-
vincia sì colora in o (cfr. 'Appendici' I e III), è intatto nelle
' Seppure non è un 'oentrdme' (cfr. éntre ventre ed entrisca num. 31).
^ [Anche To' per Yd di 'fame' è solitario nel portoghese e alti'ove (v. per
es. Arch. I 288); ma è un esemplare in cui Va si trova anche preceduto da
labiale. G. I. A.]
Vocalismo leccese: à. 119
normali riduzioni leccesi àus- due- ecc.: fàusii , sàusu; fàiice,
educe (calcio e calcina), cdugi calcai (calzoni); àutii, àugu io
aìzo, duirit; cdudu, Catdudu. 7. -ARIO -ARIA.- I. Intatta
la tonica e periato l'i (ed è il caso più frequente): pàriL pajo
(coppia) Asc. I 295, aculdru agorajo, pandru paniere, gaddinàru
(pollajo), farndru (vaglio per la {Q.v\nd.); puddecdru poUicario-
(dito pollice), senndru genn. e frebbdru febbr., quadardru cal-
derajo (zingaro), massiru, mulenàru raugnajo, trappilàru (co-
lono che attende al irappitu (frantojo delle olive), ecc. \pagghidra
pagliajo, quadàra cald., pisdra '^pinsaria (macina per pigiar il
grano), attàra quasi 'gattaja' (buco praticato nel basso della
porta pel quale passa il gatto), massdra, mulendra, ecc. —
II. Attratto Ti dietro la tonica; onde imprima: -A'IR-, fase che
ancor ci si mostra in un esempio: djera aja = *aria (che s'ode
nel Capo di Leuca) = area; quindi: -MR-. Ma in questo secondo
caso è da avvertire, che nella figura mascolina conservasi an-
che l'i organico, e, giusta il num. 55 (cfr. Asc. I 484), s'ha
il dittongo: panièri (regalo che si fa in occasione di fiera),
allato a p)andru s. e; cernièri (luogo ove si cerne il grano),
murtiéri mortajo, fuculiéri (fabbricatore di fuochi d'artifizio),
chianchiéri *plancario- (macellajo) e uccèri beccajo, surtiéri
solitario (scapolo)';- filerà (fila), ìnanéra, manièra (coperta
da letto), andéra bandiera". 8. Intatto Va della form. ASJO,
' La figura mascol. -ièri, che nel toscano divide il campo coU'altra -iéro
e che nel lece, come nel calabr. e nel sic, domina sola, dev'essere da una
forma già antica .ERIUS, in cui di buon'ora il suffisso -ius siasi contratto
in -is: contrazione non infrequente già nel lat. (^;fr. D'Ovidio, Origine del-
l'unica forma flessionale del nome ital , e Mussafia, Roinania, I 498) e dal
lece, offerta pur in altre figure, p. e. Vrcisi Blasius, Ntóni Antonius. — [Cfr.
ToBLER, Gótt. gel. «nj. , 1872, n. 48, p. 18'J9-900. G. I. A.J
* Qui porrei anche céra (sembiante), pure ital. e grigione, cioè kera (ant.
ital. chiéra, ant. frane, chicre, raod. frane c/iérc ) = kaira = karia = mlat. e
spagn. port. prov. ccira (/.i^z?). La fase kaira è ancor mirabilmente conser-
vata nel napol. cdjera di malacàjera mala cera, brutto ceffo, pezzo da galera.
[Intorno a codesto gruppo di voci, era ben legittimo di non rassegnarsi a
tenere per definitivo ciò che il Diez ne diceva nella seconda edizione del suo
lessico (s. cara); ma non toi'nava poi tanto facile, a ogni modo, il dir di piìi
e di meglio di quel che facesse il Maestro.
La nota del Morosi meritava d'esser conservata, in ispecie pel nap. mala-
120 MoiOi:!,
non solo in àsii basiiim, càsu caseum, ma pur in ceràsu céràsa
-càjera (oltre il quale s'avrebbe, del resto, sempre nel napolitano, anche il
semplice edira, edera, e forse pur càjera\ Flechia), forma che può parer
cotanto favorevole alla sua congettura d'una base car-ia che fosse larga-
mente diffusa per il mondo neo-latino. Giovava però che insieme ci fosse ad-
dotto qualche altro esempio napolitano per -djera = -aria, anziché -èra come
in lettera ecc.; sebbene non repugni l'ammettere un esito diverso tra base
bisillaba (*càrja) e base plurisillaba (lectarja ecc.). Ma quant' altro è
parso al Morosi che concorresse a persuadere la sua ricostruzione, o non
regge a martello, o almeno incontra difficoltà non lievi, come tosto vediamo.
Prima intanto sia notato, sulle generali, che lo stesso ctirja, o come a dire
il postulato del Morosi, non debba parere cosa ben cauta, poiché non è già
lecito d'imaginare la derivazione oziosa per -io -ia dovunque ci torni comodo
e anche da basi che non ci resultino latine. Poi avvertirò, che lo schietto
eara ritorna anche nel genovese {caa), ma che l' attribuirlo senz' altro al basso
latino ('mi.') sulla fede dell'unico esempio che il Diez ed altri riportano e
giustamente valutano, è un cadere in quell'abuso dottrinale di forme comun-
que pescate, che minaccia di nuocer tanto alla severità de' nostri studj. Fi-
nalmente premetterò, che di un aat. it. chiera, non so donde ricavato, io non
mi fiderei in alcun modo.
L'ant. frc. chiere ha piena ragione anche dal semplice cara (Arch. Ili 71),
e non deve quindi andar disgiunto dal prov. cara. Come poi si verrebbe da
carja all'it. cera (ciera), come cioè si dichiarerebbe la consonante palatina
di questa forma? *Precària (*pregària) dà preghiera, e così calcarla
dà a più dialetti calcherà (v. Arch. I 545); vi abbiamo perciò mantenuta pe-
rennemente la gutturale. Imagina forse il Morosi un così antico internamento
dell'i nel nostro esemplare, da essersene avuto CAIRA e poi C^ERA e il C
di CJE ridotto a e sin da età latina (cfr. il caso di laq[u]eo- laccio, e simili,
e più specialmente quello che è considerato a pag. 352 e 524 del I voi. del-
l'Arch.)? Io di certo non vorrei negare, a priori, un tal processo (v. Arch.
I 484-85 n.); ma, nel caso concreto, mi limiterò intanto a notare, che di qui
verrebbe un nuovo argomento contro il supposto che l'ant. frc. chiere si com-
bini, per *carja, col nostro ciera; poiché, data la molta antichità della evo-
luzione CAIRA CERA ecc, antichità che bisognerebbe supporre anche per aver
ragione del e delle forme ladine, avremmo piuttosto ad aspettarci un francese
giere. Ho, del resto, appena bisogno di soggiungere, che fo quest'osservazione
senza però dimenticare l'it. arciere allato all'ant. frc. archier (arcuarius ar-
carius), uno de' più cospicui esempj ai quali si potesse riferire la mia nota
che testé citavo. Ma non è poi il solo e che nelle forme ladine possa far con-
trasto all'ipotetico *carja. La voce soprasilvana, almeno a vederla scritta,
Vocalismo leccese: d. 121
ciliegio, ecc. 9. Un'alterazione sporadica in a, dovuta al nesso
ammette questa ipotesi {-era risponde in quell'idioma così a un lat. -aria,
come a un lat. -era) ; ma non l'ammette più la voce engadinese, che è cdirat
e non è diversa da quella che significa 'cera delle api' e legittimamente ri-
sponde, nello stesso dialetto, al lat. céra.
I varj riflessi ladini, d'altra parte, e 1 riflessi che occorrono in tanti dia-
letti italiani {venez. giara ^ ecc.), conti'astano grandemente, per il semplice
fatto della loro esistenza, all'ipotesi del Diez, già per sé molto stentata, co-
m'egli medesimo doveva sentire, che l'ital. e il lad. cera venissero di Francia,
altro cioè non fossero che riproduzioni dell'ant. frc. chiere; comunque resti
sempre assai probabile, che il far buona cera, usato da classici autori italiani
nel senso del mod. frc. faire hoyme chère, venisse eficttivamente di colà. Co-
munque, ei fu appunto uno de' riflessi ladini, cioè i' engadinese caira , che
m' ebbe a condurre alio stesso pensiero cui arrivava per altra via un altro
studioso italiano, citato dal Diez nella terza edizione del suo lessico (la ci-
tazione vi è imperfetta; è Lorenzo Litta Modiguani, che scrisse intorno a
cera nella 'Nuova Antologia' di Firenze, novembre 1867); al pensiero, cioè, che
r it. ciera, e le altre forme neo-latine che vanno con esso, abbiano a stac-
carsi da cara e farsi dipendere dal lat. cera. Senonchè, io naturalmente non
mi poteva fermare a parificar senz'altro l'it. cera o ciera (venez. giéra, friul.
^iére) al semplice lat. céra, còl quale nell'ordine fonetico non si concilia.
Dovremo veramente risalire a due diverse basi latine: céra e cèrea (ceree,
cerew imagines). Dalla significazione, già traslata, d' 'imagine', 'ritratto', si
potea facilmente venire a quella di 'fisonomia', 'aspetto', 'ciera' ; o anzi si sarà
avuta la più diretta successione: céra, colore a cera (sciolto nella cera), co-
lorito, ciera, come trovava il Litta Modignani; dove, per la ragione storica
della base aggettivale {cerea), si può a ogni modo confrontare, fra i molti
esempj: nivea (nivja) che dà il frc. neige ecc. li solo céra potè bastare fra'
Ladini e al significato proprio (cera delle api) e a quello d" 'aspetto', 'ciera',
come si fa manifesto per l' engadinese càira {ai = é), che era testé citato e
s'adopera anche nella denominazione caira dals oljs, sopraciglio (Carisch),
quasi 'colorito degli occhi'. Nella Toscana, all'incontro, e in più altre regioni
italiane, la forma semplice (lat. céra, tose, cera, ven. gera) rimase limitata
al valor di 'cera delle api', laddove la forma aggettivata (lat. cèrea, tose, cera
ovveramente ciera, ven. giéra) rimase alla sua volta circoscritta alla signi-
ficazione d' 'aspetto', 'sembianza', 'aria del volto". Quanto alla ragion fonetica
del primo riscontro, sarebbe superflua ogni parola; e quanto a quella del se-
condo (cer-ea cer-ia), basti qui ricordare f,era e viera (feria, viria; cfr. Arch,
I 488). I prodotti dello due diverse basi, venuti, sin dai primi e legittimi
differenziamenti fonetici, alla condizione di due diversi elementi lessicali il cui
1S2 Morosi,
palatile susseguente, ci offrirebbe Va della forra. AC'JO in mi-
nézzu miniézzi io minaccio, tu minacci '.
E.
Lunga.- IO". Dì regola, riflessa per i: mie me, tie te; tila,
candì la, {mila, v. num. 2), siì^a, eira, chireca chierica, na-
clnrii nauclerus (il capo dei lavoratori al frantojo, che diconsi
trappitàri ed anche marenàri), -ire -ère: aire habere ecc., rina
arena, ina vena e avena, chinu chÌ7ia plenus -a, sina strena,
astimu bestemmio Asc. II 147, imu -émus: ienimu ecc., alice
(acciuga), f'tci fice feci -it, -?7ut = -etis " : aitiu habetis, ecc.,
cr/ia, r'de, ecltu aceto, trappilu trapetum num. 7, -ilu -etum,
suffisso di nomi collettivi di piante ecc.: lellu olivetum, camiUu,
preulHu pergul-, ecc.; iridici e sidici, cridi crìde credis -it,
munitula monedula % -la -ebam: ala habebam ecc., slu se-
nesso etimologico non era più sentito, poteroii poi andare incontro, in deter-
minati dialetti, a divergenze piìi gravi. Cosi nel milanese, che al C del lat.
CE può rispondere per e, i, z {cent cercà^ semi, cinta e zintd entrambi per
'recinto', quasi 'cintata', séner e zéner entrambi per 'cenere'), s'ebbe dall'una
parte sira e zila, cera ( it. cera; i = c. Ardi. I 250), e dall'altra: cc'a ciera-
Analogamente nel bergamasco: sira zira cera, cera ciera; cfr. berg. cerf gerf
cervo, ced cedi cedere, gemi. E nel piemontese: gira cera, cera ciera, cfr.
Ardi. II 129. Sarebbe questo anche un notevole e specifico esempio per la
categoria delle divariazioni fonetiche applicate ad ulteriori scernimenti ideo-
logici (cfr. Arch. I 549 a, II 468^). All'incontro, dov'è costante un identico
riflesso di codesta consonante iniziale, entrambe le voci naturalmente con-
suonano: toso, cera e ciera o cera; sicil. eira e cera; ven. gera e giera; friul.
gere e giere, G. I. A.]
' In cunlriéslu il contrasto, del contado, avremo iè = c = ai; quindi -iéstii
■=.-cstu — -àistur= -àstio. [Questa ricostruzione, già in parte infirmata nel-
l'aggiunta alla nota che precede, non mi può parer felice. Avremo qui un é
di posizione, affatto legittimo. Degl'intrecci di contestare e contrastare
si vegga intanto: Rajna, Contrastare, contastare, nella 'Riv. di fil. rom.', I
226-34. G. I. A.].
* \-Ui-u deve sicuramente ripetersi da -iti-vu, col pronome pleonastico, dove
son da confrontare, comunque l'aggiunzione non vi torni superflua, le sec. pi.
sicil. e napolet. sul tipo del sic. purtàstivu portaste, con le quali concordano
nello stesso leccese: enistiu veniste, ecc., n. 31. G. I. A.]
' Ma facctula (beccafico) richiama ficèdiila, che appunto occorre allato
a fìcédnla.
Vocalismo leccese: e, 12S
bum. 10*. Ancora: 'parile, e, nel contado, apltu abìete-, v.
Asc. I 15 n. 10". E parimenti: -25- = -ENS- Asc. I 19 n.: tur-
n'ise turoriense- (moneta tornese), mlscpa'ise, Icccisu (pietra 'lec-
cese' da costruzione); sisi sise scesi ecc., Usi fise tesi ecc.; pisii,
e pisulu = tose, pegola, wpisu appeso, spi'su, ecc.; a' quali esempj
ap-giuM^'O dal contado: py^isì prise e defi'si defise, co'pcp. jonsw
e defisu ecc. \ E qui però da notarsi che, se il contado è sem-
pre, senza eccezioni, fedele a questa vicenda, altrettanto non si
può dir della città, die oggigiorno, in grazia della influenza
ognora crescente del tipo napoletano pur ne' dialetti del versante
adriatico, tende a sottrarvisi, quando la forra. -ENS sia il suf-
fisso derivatore di nomi di patria, perchè in tal caso, nel piar,
soltanto, se la parola cioè finisca per i, si ha regolarmente -Z5-;
nel sing., finendo la parola per -e, si ha -es-'. Leccése, allato a
leccisu testé cit., Francése, Ngrése Ingl., piar. Lcccisi, Fran-
cisi, Nfjrisi. Cfr. num. ^V" in n. 11. Es. di è che non passa in i:
ire iréde tres; -èie di fìdéle, crudèle; véru -a, -cnu di serémt,
tarrénu terr., elénu ven-; e putéa bottega; alle quali voci però
il contado, come Calabria e Sicilia, risponde con i: tri (e cfr."
anche il lece, iridici num. 10"), fidile, crudile, de bbtru sinnu
di vero senno, surinu, iarr- iirrinu, vai- vilinu. — Inoltre:
wugghiére muliere-, cujéiu quieto; e fér[i]a, munastériu, mi-
siériii, chésia , ov' è da considerare la vicinanza del^^ (cfr.
ScHUCH. vok. I 468, Asc. I 423 488, III 8). - In pésu pejus, può
vedersi assimilazione a mégghiu melius Asc. I 313, 111 8. —
In tutti i quali esempj, s' ha la pronunzia e, tranne che nel
primo {tre), che è un caso di e all'uscita. Ma e ci danno al-
l'incontro: quaréla o qualéra quer. , quaiéla cautela, spéru
spiéri io spero ecc., e quarémma quaresima. I primi tre ponno
dirsi es. comuni, e l'ultimo, pel quale non saprei senz'altro
affermare l'efficacia della posiz. romanza (cfr. num. 17 e 40),
troverà un correlativo nello nzómma del num. 50; onde -émma:
-imma (cfr. cai. e sic. coraisema)::-6mma: -umma.
Breve.- 12. Rimane intatta quando la voce vernacola esce è
' Sole eccezioni: pénzu pienti io penso ecc., e sénzu plur. sénzi (nel con-
tado, siénzu -i), che pajono voci non bene assimilate in nessuna delle ro-
manze, ove se ne eccettui lo spago., che ha séso nell'accezion di 'cervello' e
il port. che ha shn '.senso'.
124 Morosi ,
per a, e od u che risponda ad o di uscita latina, o sia epite-
tico: èra àraiiu\ féle, màretu méreta merit-, mènda mènde,
leu lèa lev-, tene tcìienu, némida nèmule anemon-, me nnècu
m'annego, sècutu sèciita io séguito ecc., retila rèule regula*ae,
mèlu mète io mieto ecc , arrètu e derétu -retro, loède, lèpure
lepre \ Passa all'incontro in iè {je a forraola iniziale) quando
la voce vernacola esce per i o per u che non risponda ad o di
uscita latina e non sia epitetico (ed è insomma Vu che risponde
all'-o tematico del latino): Jt^ri tu eri e jèri beri; mièreti tu
meriti, e così: lièi, tieni, te nnièchi, siècuti tu séguiti, riéuli tu
regoli, mièti; mièdecu (cfr. n. 55) mièdeci raedicus -i, piedi,
lièpuri^. 13. Per amore di eufonia, non ischiuso il ditt, in
voci proparossitone, quando nella sillaba che segue immediata-
mente alla tonica s'oda un i (/) organico o seriore (cfr. Diez
P 152): mpèriu imp., remédiu, presèpiii (e cfr. munastèriu ecc.,
al nura. 11). 14-. E neppur s'ode, o meglio si discerne, quando
all'è preceda una palatina od una palatile: céfalu mugil cepba-
' jéu, ego, può parere un'eccezione; ma anziché Vi del dittongo {je da ié),
■vi dovremo riconoscere un J prostetico. Occorre, in effetto, jéu^ allato ad éu,
anche là dove non si conosce il dittongo dell' e o dell' o, come, per non uscir
dalla provincia, nel Capo di Leuca.
* Codesta legge della dittongazione leccese dell'i' e pur dell' ó' (v. il n. 37),
nella quale è particolarmente notevole l'influsso dell'-i neo-latino, riscontrasi
eziandio in tutte l'altre regioni dell'Italia meridionale che pure ammettano
il dittongo, escluso quindi il Capo di Leuca, le estreme Calabrie e la Sicilia,
le isole Eolie e Procida nel golfo di Napoli. Quanto alla ragione del dit-
tongarsi dell'c e dell'o che si trovino nelle descritte condizioni, mi par sia que-
sta: che, riuscendo difficile alla glottide degli Italiani del mezzogiorno il pas-
saggio quasi immediato e repentino dal suono largo dell' e e dell'o allo stretto
dell'i e dell' w, sia stato d'uopo agevolarlo, col chiamare in ajuto della tonica
la vocale stretta a lei piìi affine, Vi in ajuto dell' <;, Vu in ajuto dell'o. Gli
immediati continuatori di e e di Ò venivano ad essere così ié ed uó. Ma il
suono del ditt. uó era ancor troppo largo rimpetto a quello dell' -i e dell' -u, e
il passaggio dall'uno all'altro ancor troppo dovea stuonare al finissimo orec-
chio leccese, onde si restrinse ad uè.- In fondo, in questa legge della ditton-
gazione è da vedersi nuli' altro che un effetto della grande potenza di assimi-
lazione che è propria dell'-w, e specialmente dell'-z, in tutte le favelle romanze,
e s'esercita non solamente sulle voc. atone, ma pur sulle toniche, e fin sulle
consonanti; potenza eh' è nel leccese, almen sulle vocali, mirabilmente con-
tinua e regolare. [Qui parrà opportuno che sia ricordata la nota apposta
a pag. 15-16 del I voi. dell' Arch. G. I. A.]
Vocalismo leccese: é. 125
lus, séhi gelus, sénneru generus. 15. z'm = EO : miu mia, di.u.
Ma all'incontro: mdii raéa, déu e pardéii perdio, del contado,
e il lor plur. nello stesso dialetto lece: mèi miei e mie, dèi,
fanno qui sospettare influenza della lingua letteraria (cfr. tut-
tavolta il num 29 e insieme il num. 47). IG. Singolare è déice
decem, quasi con un'anticipazione dell'? {-e), agevolata proba-
bilmente dalla conson. palatina.
In posizione - IT. i anche per è venuto in posiz. romanza ^ pos.
(cfr. il sicil., AsG. II 145-6, e il calabr.): crippi crevi, inni veni
(cfr. ital. crebbi, venni), simmenu semino, racimìnulw, endina
Yindemia, crisu cred[j]o, sicca sepia (ma rezza reticella, allato
a rlte num. 10; e cfr. quarémma num. 11). 18. Ed eccoci ai
casi di i-Q delle form. ELL, ESC, ed E + N complic, pe' quali
il lece, appar nelle condizioni del sicil. (cfr. Asc. ib): stidda^,
isca, criscu crisere, diselli (io desto, de-excito); ntinna ant.,
pinna co' diminut. pinniila e pinrailu, pelo della palpebra, e
col verbo spinnu', n-zinzulu , che, come l' ital. cénco, riverrà
a *centjo-, cento -onis (cfr, fiézzu, foetor) " ; minchia mentula,
^/nc/iz?i dò delle busse, se è un *tent[u]lo, quasi, con una cotale
ironia, Wo tasteggiando'; indù vendo, sindu de-scendo, e, dal
contado, prindu. 19. Ad influenza del vicino nesso palatile
si dovrà Vi di nina, allato a nénaru (ingegno vivo e raalizio-
setto), e di desprizzu , allato a priézzu pretium, e non già
ritenersi, come a tutta prima si potrebbe credere, qual conti-
nuatore della pronunzia chiusa che ci era segnalata ne' mlat.
'inginua' e 'prit[i]um' e in alcuni de' lor riflessi moderni (cfr.
ScHucH. vok. I 396 418) ^ 20. Finalmente in ritlu derittu
* Fra stidda e V-rdd- del num. 22, tramezza àèddu; ma il napoi. ha bielle
e il calabro-cosent. biéddu.
^ [Giova determinar bene, che qui sarebbe supposta una derivazione per -io
dalla forma nominativale (cento; cfr. p. 120 n.); e mi par sempre uno stento,
malgrado fiezzu, che già il Flechia riconduceva a *foet-io {Riv. di fil. ci.,
II 191), e mal si adatta per avventura, pure in questa regione, alle basi con-
getturali foeti[d]o- foeti[d]are. G. I. A.|
' [Quanto ai riflessi moderni, bisognerebbe scerner quelli in cui l' z appunto
dipende dal nesso palatile (cfr. Arch. I 172-3); e quanto al ''mlat.', devo, una
volta per sempre, rimandare all'avvertenza che ho fatto qui sopra (p. 120 n.)
e svolgo altrove. G. I. A.]
15() Morosi,*
non si dovrà veder un es. della vicenda -Ut- = ECT, che appare
sporadici nell'ital. {ritto e diritto, despitlo, 'profitto), nel napol.
[titte tectus) e in qualche dial. sicil. {pi'ttu jiectus, piitini yec-
tine-), e troverebbe un riscontro nel nilat. erictus Schuch. ib.
333; ma si dovrà piuttosto raccostarne Vi a quello di ndrizzu io
dirizzo. 21. L'è [)a.ssato in a, in tintu io tento e nel contad.
stantii stento; a' quali andrinno compagni i du»^ nomi di città,
già abbastanza antichi, Taràvtu -entum, e Utràntu Iljdrentum
('civitas otorantana' nelle Carte del X seo.) \ 22. Del resto,
Ve di posiz. se^ue l'analogia dell'e (num. 12). I. érta érte erct.
= ere('t-; -édda -cdde -ella -ellae: rendinédda -e rondin., ecc.;
•pédde, cwvpéddu -édda -éddanu compello (io importuno con
ni(dte e affollate dimanrle), ecc.; tèrra -e e suftérru -erra -er-
rami; féi'i'e (bolle), sérvu -e, io servo eco , érsu -a io verso ecc.,
smérsa -e *ex-inversa (rovescia ecc ), pèrsa -e, pérseca pèrse-
che, ntérna -e int., èrme verinen, mmèrtecu -a -anu *invertico
(io ribalto) ecc., pèrta -e ap., tèrza tertia, pèrdu -e -enu -ere
perdo ecc, sèrpe, èrva herba, lègga -e leggiera ecc. (cfr. Asc.
II 147), mprèsssa -e impr., réslu -a io resto ecc., rèsta -e agrest-,
està veste, èstu éste està io vesto ecc., fenèsa -estra, lènta -e
(allentata, molle), parénte, senta -e -a io sento ecc., ménta,
cuntènta -e cont., dènte, éndu sufF. del gerundio: credéndu,
sapèndu ecc.; defèndu -e -a, té7idere, mpèndere im-pendere,
' [L'è di posiz. che passi in a, mal saprebbe ammettersi in questa regione;
e si crederà, ben più facilmente, che tàntu stantii serbi sotto l'accento Va
da e che si sarà prodotto nelle forme dalla prima àtona (quali sono, per esem-
pio, le basi stentare stentai stentato; cfr. il n. 70). Analoga e ancora più
ferma sentenza si vorrà portare intorno all' a della seconda sillaba di Taràntv,
considerandosi come questa sillaba riesca àtona nella pronunzia sicuiamente
storica che sempre è nell'it. Taranto (lat. class. Taréntum)', come del pari
troviamo l'accentuazione italiana Otranto allato al lece. TJtràntv, nyl quale
esempio, del resto, non so neppure se si tratti d' un'antica e (Hydi'untum)'
L'acce'nto di Taranto e Otranto mi ricorda poi quelo cha si continua in
Tèi amo e Tèrni, e contrasta egli pure, e pur con formidabili effetti, alle ra-
gioni del latino classico ( Interamna ). Abbiam noi in codesti nomi di luogo,
il cui accento resulterebbe di quartultima mora (Turentum, Interamna), dei
nuovi argomenti per quel periodo in cui l'accento latino non era peranco
stretto alla legge che più tardi lo governa, oppur dobbiamo pensare ad al-
teramenti che l'accentuazione latina subisse nella pronunzia degli indigeni
che non erano latini? Starei piuttosto per la prima sentenza. G. I. A.]
Vocalismo leccese: è. 127
péccu -a, spàflit -a asp, pèzza, manza mezza (mfìrlia), sètte
septem. — II jérlu -/, nièddu -i aneli-, cast'éddu, cestiéddu, ecc.;
piéddi le pelli, cumpièddi (tu importuni), e cosi suttiérri, fiérvi,
siérvi, jérsi; jérsu jérsi il verso ecc., smirrsu -^, pièrsu -i,
piérsecu -ci, nfiérnu \\\L , jérnu hibernum (tempus), tirrnu.
piérnu, piériu -i, piérdi per.li, sièrpi, liéggu -i, ìvpriéssu -i,
miéssi Me ine.ssi' (il mese di luglio), i/e riàsii tu resti, riès'u -i
ap^rpsto -\, jàsii le vesti e jrsfi tu vesti, t/às/u testum (coccio),
siiésli. dìèsli, Uéntu -i e lal'éntn -?, parianti, siénti, cunfiénlu -i,
dienti, deficndi ecc., piècchi, lié'fu -i il letto ecc., piéltu pectus,
spiétti tu aspetti e respiètfu despièffii; criàtlu crep'tus (cre-
pato). 2:^. Nella form. -ENTO -ENTI, a cui preceda immedia-
tamente un m, ori'jrinario o seriore, non si svolge il ditt., se
non nel caso che la sillaba tonica sia preceduta da più d'un'àto-
na: pnrlamiéntu, suramiéntii ginr., mmescamiéntu m'^scolam.,
cangnmiéntu, testami(hitu,astemiéntif, bastim., senfemiéntu.cce-
demiénfu 'uccidimento', e, dal contado, pnlemiéntu palm. Che
se all'incontro la sillaba tonica fosse la seconda o la prima della
parola, vi si avrebbe e: laméntu, parménlu palm., suméntu
jum., iurméntu, muméntu, cumméatu convento, plur. sumén-
ti ecc.; tie mménti tu ui venti, ecc. \ 24. Quanto a mégi/hiu
meli US, supérchiu , pruébbiu proverb , ssémpiu esempio, spéc-
chiu, écchiu vecchio, cfr. il n. 13.- 2"). E clr. il num 14 circa
gli es. seguenti: -icéddu -i -icell-: acèddu ac.'dcU uccello -i, ca-
nicéddu (cagnolino), suricédd i (topiilui i) ecc.; céusu gelso, cér-
ru, cérvu, tìe cerni (e cernijéntu 'cernivento' cioè fannullone),
cértu, ngénzu incenso, céntu, nnucénti innoc, argéntu. '^G. Voci
non bene assimilate, perchè, come pare, entrate nel dial. in età
recente: sérvu il servo (detto di solito criàtu MI creato', il servo
nato e allevato in casa), etérnu, mudérnu mod,, cumpréssu
complexus (complessione), unéstu, hon., miidéstu; ed éccii ec-
cum (pel quale più comunemente si dice i\ idi\ vedi, p. e. ilii
eccolo!).
* NoteTole qui la concordanza del leccese collo spagnuolo. Dice lo spagn.:
fallamiérdo (f'illo), parlamiénio, abaxiamiénto abbass., cumenzamiénto, su-
frimiénto (pena.), seguimiénto, ecc., aUsito a torménto, convènto, moménto ecc.
[ma anche aliménto e citniénto].
128 Morosi,
T.
I Lungo.- 27. Se si prescinde da qualche lieve eccezione di
cui si tocca al num. 29, intatto sempre: fllu, -ire: ferire mu-
rire ecc., acantia *vacantiva (fanciulla da marito), ccisu oc-
cisus, adcUna gali., essica vex-, maritu, eddiculu bellico, ecc.
Quindi anche frlddu frigidus (ital. fréddo ecc.) cfr. Asc. I 20',
i e spìiu ant. alt. ted. spiz (spiedo). Breve.- 28. Pur di re-
gola mantenuto; dia dies, f ìlice, pilu, 'pira e piru, me nive-,
risu, sìnu, cinere, tunu timeo, chicu plico, j9^'c5, ci'cere, ligu,
di'setu digitus, site, itru vitrum, pudditru *pulidru Asc. I 18,
{di ide vides -&t,piidere, desipulu (garzone apprendista). —
29. Lungo o breve che nelle origini fosso. Vi passa in e [e)
quando un'altra vocal. palat. immediatamente gli sussegua: zéi,
plur. di ziu thfus plur th^i (cfr. sèi plur. di siu ragazzo), ed
-éi = \e in fuseiéi plur. di fuseiia (blapta) fugit/va, e nel plur.
de' femin. in -la: massaréi masserie, mbriacaréi quasi 'im-
-briacherie' (stoltezze), pueséi poesie, malancunèi, huséi bu-
gie". 30. Es. comuni di ì in e [ic) sono: nziémi in-simul Diez
less. s. insembre (ov'è da aggiungere il sicil. nzcmmula)^ e
m-méce invece, che s'ode allato al più comune n-càmmiu in
cambio.
t pos. In posizione.- 31. Intatto: iddu idda illuni illam, inchin
impleo, imbrece; quindi: sigghiu lilium, figgimi figghia filius
-a, ina vinea, sina simja, lizzu licium, nei quali è un latino
i; semigghiu somiglio, migghiu milium e mlllium [middi mille),
dechìddecu *titillico (solletico); -idd- -ili-: angidda anguilla,
armuUdda *an'mulilla (animella), frangìdduiv'mgìWns, capiddu,
' [Ma la ragione dell'i lat. è anzi smarrita nei continuatori neo-latini di
frigido-, secondo TArch., I 20 84 174.J
2 Pare anzi che questa vicenda si estendesse in addietro più di oggigiorno,
e valesse ancora quando Vi trovavasi a contatto con altra vocale, specialmente
con M, udendosi eziandio: siirge ulatéu quasi 'sorcio volativo' (pipistrello), e
nel contado: frvttu perniate u fr. primitivus (pi'imaticcio). Altro esempio ne
vedrei in Icune, contad. liune ligna, non ostante niuru nigrum. Ma in riénu^
origanum, si tratterà di rzVntt per rienu da rianu\ cfr. i contad. nìru e Ijùne
pei lece, niuru e liuve testé citati, a tacer di esempj tose, come siéno sleno
siano, diéno dleno diano, aviéno aviauo avevano, ecc.
' [Ma ora vedi Fi.ech. ed Asc. uell'Arch. II 407 454 n.]
Vocalismo leccese: i. 129
jancuUddu -a (bianchiccio -a) ecc. ; -issi -l'sse -issem -isses ecc. :
faclssi facessi; -isc-: entrisca *ventrisca Diez IP 389, Frangi-
scu Frane-, tutiscu tedesco, ecc.; piscu e pi se; -isti -istiu -isti
-istis: enisti enistiu venisti -istis; quistu -a *eccu-ist-, zsta -a
visto -a, canisu canistrum, caplsu -istrum, «'ncw inci vinco -is,
cìncu qainque, lingua, inti viginti, siccu -a\ -icchj- ic[u]l-:
ricchia auric- orecchia, furmiculicchia, sicchia sit[u]la sec-
chia; passaricchiu (passerotto), surgicchiu (topolino), tendic-
chiu (distendo adagio adagio, stiro), fissu -a fix-, enditta vin-
dicta, sìtlu -a strict-; -{zia -izza -itia: ngurdizia ingordigia,
heddizza bellezza, ecc. ^ ; littera (dell'alfab.) , iziu vitium e
mmizzu avvezzo, isu Isa video videat; issu issa ips-, scrittu
-a, cippu (salvadanajo). E s'abbiano ancora: sinnu senno e
friscu fresco, oltre riccu comune coU'ital., antico-alto-ted. : sin,
frisc, rìchi -. 33. Es. di i in e, quasi tutti di ragion comune,
sono: maraégghia -a viglia, e trégghia triglia Tpiy/.ri (contad.
-igghia), nèrvecu (*nìuricu) mi annerisco, nfgrico, allato a niurit
nigrum; cércu circo ^ Erogene la Vergine (cfr. Schuch. vok. II
58; ma qui forse non è voce indigena), àrde, plur jérdi vir[i]de-
(cfr. Schuch, ib. II 29; ma calabT. e sicil. irdi); mésu maésii
maestro, riésu (suppellettile, inventario ed ordine della casa)
cioè Registro', dov'è però in fondo un'^ etimologica (regestum;
cfr. Schuch. ib. I 369), menésa minestra Diez less. s, v. ; trénta
triginta, allato ad inti viginti; cuménzu; tròzza *trichja Diez
less. s. 'treccia' (ma calabr. e sicil. tri zza); mpréttu mpriétti^
quasi -*in-fricto ecc. (io stimolo, cimento, ecc.; circa fr in pr,
cfr. spriculu minuzzolo *s-friculo, venez frégolo ecc.); ^^'^^^'^
ist'ips- (ma calabr. e sic. stissu). E qui ancora s'accolga V-étlo
dei diminutivi: ramarétiu (ramer. rosmarino), sunéttu son., cuz~
zéttu (testolina) da còzza 'coccia', crapéttu capr., e U^ummétta
' Oggidì va però sempre più invadendo il campo la figura della lingua
scritta, -ézza.
^ Per Vi di liccu., io lecco, posson darsi varj molivi; v. Diez gì. s. 'lec-
care', aggiungendovi la corrente latina: Ungere *li[n\ctare , Arch. I 305 n^
[Ma sopratutto va badato al tose, lecco.]
' Senza voler contestare questo riscontro, noterò, per incidenza, che ce - eie
= q[u]e sarebbe normale nel leccese, e quindi foneticamente assai bene am-
missibile : cérco - quaer[i]co.
130 Morosi,
tromb., sacchétta, ecc.; nella qual serie, il siciliano oscilla fra
i ed e. E ultimo sia: schéttu schietto, la nota voce germanica,
che è schitlu negli altri dial. meridionali. 33. Allato al ca-
labr. e sic. jimmu immii, gobbo, s'ha sùmmu nel leccese; ma
Vi e Vu s'incrociano per questo esemplare sin dalle forme fon-
damentali (gibbo gimbo ecc.), e resta solo notevole che il leccese
rifletta una palatina dinanzi all'ita
0.
L'ungo.- 34". w. uva hora, ùi voi, nui noi; skle, sulu -a,
diilu (io riquadro le pietre), suturi, antiq , sorores, dulùre du-
lùri, me ìinamùru ra'innam.; mura (frutto del rovo; morum);
-Ù7'a -ùru, -Oria -orlo: mangatura -oja, pastura -oja, caatùru
quasi 'cavatojo' (cilindro di ferro per bucar i maccheroni), pisa-
tùru quasi 'pigiati^jo' (pestello del mortajo), renatùru 'arenatojo'
(polverino), muccatùru (moccichino); scrùfa, iùfu tophus (ti^fo
anche nell'it.); rùsecu rosico, eziùsu -a vitios-; curùna, patrùna,
canzùne, temùne, purmùne, masùnu mansione- (covile), dùnu
e perdùnu io dono ecc., ]}àmu; [sùca soga , tuja doga]; ùce
voce, cùsetu, quasi 'cogito' (pensiero, cura, fistidio), ùtu votum,
nepùte, nùtu nodus, scùpa, tlùvre e nel contado ttru ottobre ^ —
34*. Analogamente: t«s = ONS: cùsu consuo cucio, scùsu scusa
ascoso ecc., respùsi respùsera risposero ecc. 35. Decisamente
aperta è Vo di no (e con -7ie epit., nòne), la quale sol nella pro-
clisi, divenendo atona, suona u («'fr. num. 11"); e ancora s'ec-
cettuano: cunzòlu cunzuéli io consolo ecc. (cfr. spagn consuèto,
e quaréla, cuatéla al num. 11; ma per converso il sicil. cuìi-
' Qui avvien di ricordare, per ragione di analogia fonetica, il leccese fùn~
getu, floscio, allato al nap. fucete, ma sicil. sfincetu, it. vincido.
' O^igidl s'inclina a non dar 1*46 alle forme OR ON se non quando la pa-
rola fluisca per i o per u (cfr. i nu. 33 e 10 ). Co?l nelle Pue^ci a lingua
leccese del D'Amelio, al s ngol., coll'o i seguenti nomi: arìióre^ unóre, span-
dóre splend., terróre, serióre (e nóre nóreta il padre, il padre tuo), petióre
pict., regóre rig-, Sarvaóre, sarmóne serm-, 'ttenzióne attent-, ducazióne
educ-, passióne, farcene baie, spotturróne ( urlone nel petto), purmóne; e
coU'm trovo solamente: sudare, te 'nnamira, teszùne tizz-, patr 'ma. Ma nel
plur. sempre u: culuri col., (ìàri ecc. — Aggiungerò che per 'padre' i con-
tadini dicono nóre e per 'madre' nùra.
Vocalismo leccese: ó. 131
sulu) ; ndóru nduéri io odoro ecc. (cfi*. spéru spiéri al num. 11) ;
éu = i.(éii uovo, plur. óe, che è l'esempio di ragion comune, come
hanno larghe attenenze anche i tre seguenti: nómu noraen,
nóhbele, cómu quoraojlol; e finalmente nfócii nfuéchi io af-
fogo ecc., dove però trattasi di 0 = a.\i (subfóco, fauce); cfr.
n. 59. 36. Voci senza fallo d'origine letterata: grória gì- ed
ettória vict-, cleótu dev-, sarcedóte sacerd-.
Breve. 37. Rimane intatto quando la voce vernacola esce ó
per a, e ed u che risponda ad o or di uscita latina, o sia epi-
tetico (cfr. n, 12): ómu homo od ómmene, antiq., homine-, 7nói
mo[do] (adesso), sóla solea, ólu ola ólayiu io volo ecc., ole ólenu
vuole ecc., se dóle, stóra storea, fóre (che richiama 'foras', non
già 'foris'), sóru soror, core, nóa nova, móu móe ìiióere mo-
veo ecc , óe bove, rósa, sónu -a sono -at, trónate tonitra, bòna -e,
ómmecu -a vomito ecc. (cfr. Arch. I 527 n.), sócii sóca joco -at,
cócu cóce coquo ecc , sócra, róla, potè -est, próu ^oróa prob-., —
Passa air incontro in uè quando la voce vernacola esce per i
o per Vu che risponde all'o tematico del latino (cfr. n 12); ma,
nella parlata odierna, il dittongo si assottiglia ad e, quando non
sia o non sia stato immediatamente preceduto da conson. gut-
turale 0 labiale: uéli tu voli, uélu il volo, nei tu vuoi, te dèli
ti duoli, ciièri i cuori, cuèru coriura, néu nei novus -i, muéi
tu muovi, lièi i bovi, séni tu suoni, sénu il suono, trénu to-
iiitru, huènu -i, uèmmechi tu vomiti, nèoimaru glomus (cfr.
Asc. II 424), sechi tu giuochi, sècu il giuoco, cuéci. tu cuoci
e cuècii il cuoco, puéi tu puoi, rélu rotolo (peso), nnièdu mo-
dus, 2^rèi tu provi. InS. Ma entra nell'analogia dell' o, Vo del
neo-latino -iólo -la^t. -éolo^: figghiulu figliuolo, falaiiru e /"a-
raìdit *favareolo- (baco roditor de' legumi e specialmente delle
fave), latlaridu dente lattaiuolo, pennaliiru guanciale di piume,
Turchiarùlu, nome loc. , "Torculareolo, resiqyhiiUu orzajuolo,
piriilu *pireolo (pinolo), pasiilu fagiuolo, canulu, pinùlu, lan-
ziilu lenzuolo, fcrrezziilu ferricciuolo, Puzzuli Pozzuoli, rgiilu
orciuolo, currisùlu correggiuolo, peiùlu *podiolo (colonnetta,
' Questa è vicenda comune a tutti i dial. ital. merid., e a torto lo Schu-
CHARDT, Zeitschr. f. vergi, sprachf., XX 283 seg , vede ne'naiiol. filiùlu, fa-
sulli ecc. un affilamento del dittongo (uo) che ò offerto da' riflessi italiani.
o pos,
132 Morosi,-
paracarro); e, passando al nome di chi eserciti qualche pic-
colo commercio: fugghiarùlu 'fogliajuolo' (ortolano), aquariilu
acquajuolo, ecc. Cosi è anche nel feminile in caggida caveola
(gabbia); ma del resto, regolarmente: scalóra scareola, ana~
róla bagn., fumaròla, ecc. Laonde Y ù è costante solamente
allora che la parola finisca per i o per u (cfr. la n. al n. 34 e
il n. 10).— Ancora è eccezionale il riflesso di 'morior', in quanto
vi si oscilla tra muéru e móni (cfr. n. 43). 39. Non pre-
sentano dittongo le seguenti voci non latine: stròlecu astrolo-
gus, arrófalu caryophyllon, còfanu cophinus (tino pel bucato),
e mònecu -achus.
In posizione.- 40. Di conformità col sicil. (Asc, II 14G), VÒ
venuto in posizione romanza vi mantiene il suo legittimo riflesso
(n. 34; cfr. n. 17): pùrpit poìypas, sùrge sorice-, tiittu totus (cfr.
mlat. tuta ecc. Schuch. vok. II 114), cutùnu cydònium, citcchiu
cop[u]lo (appajo, accoppio), col nome cùcchia (cfr. mlat. cupla
Schuch. ib. 108) e coU'aggett. cùcchiu (vicino); chiùppu piop-
po \ 41. Ma pur qui, come nel sicil. (Asc. ib.) e nel Calabro,
non iscarseggiano i casi di u^ó di posiz. latina (cfr. n. 18), in
ispecie dinanzi a R e N: cùrcu corico coU'co; n-titrru terreo
(torrefaccio), cui si può aggiungere ìi-fiirra fodero, ^oi. fòdr
DiEZ less. P 183; poi: sùrvia *sorbea sorbum (cfr. GoOifir/ in
pergara. greco-ital. dell' a. 1154, ap. Trincherà op. cit. in nota);
fùrsi forsit, dùssu, mùsu muso {mùssu nel contado), sùrsu,
iùrnu tornio, fùrma. Iurta v. Arch. I 548 h, citrte, ncùrtu
(spingo il gregge nella corte);- canùscu cognósco (Asc. I 31);-
pùs tu ^os[ì]tu.s empùstu compito imposto; col quale manderemo,
oltre il german. rùstu arrostisco, anche custa constat e respùstu
risposto (v., più giù, il rifl. di 'respondeo') ; - nùnnu -a nonnus -a
(nel linguaggio fanciullesco 'signore, signora')'"; - (ùnte, frànte,
ntkntu atton[iJtus (balordo), pùnte, ciinte com[ijte-, cùntu il
* Cfr. fl'tppo delle colonie romaiche della Calabria; TvlriUTn^ot in una per-
gam. greco-ital. del 1124, ap. Trincherà, Syllabus graecar. membrcDiar., Na-
poli 1865. Notevoli poi i riflessi che risalgono a ploplo, cioè alia figura col
l anticipato e insieme conservato al posto suo (cfr. fiaccola flacula, Asc):
abruzz aquìì. jóppiu, donde s'arriva al norcino óppiu.
^ Singolare l'a da o in ndnni nonni, avi, onde nannùseni bisavi e 7ian-
nuércu orco, nannórca orca. [V. la n. a p. 126.]
Vocalismo leccese: d. 133
conto e il racconto \ 2^'"^''"^" P^'O'^^P^"» ncùni^ra, frimda e frùnza,
tùndu tondeo, scùndu absc-, respùndu. 4-2. Del resto, in ana-
logia del nura. 37: I. osse ossa, óne onine-, [de-joói], fógghia,
ógghiu voglir», ógghia la voglia, cógghiu coglio (colgo), spóg-
ghiu, me dógghiii, dògghia la doglia, mùcide, mmóddu -a im-
mollo -a, òtu io volto, 'na óta una volta, fòrfece, mózzecu -a
morsico ecc., tòrnu -a, dórmu -e, pòrca, tórta -e torct-, fòrte,
mòrta -e, la mòrte, pòrtu -a, scòrga, mòrda -e, còrda, n-còrdu
-a accorilo (uno strumento musicale), róssa -e gross-, pòzzu -a
io posso ch'io poss-ì, tòsta (dura), nòsa -e nostr- e òsa -e vostr-,
mòsit io mostro, mòsa la mostra, hesòìia, lònga lònghe, spónza
spongia, cònzu -a io concio ecc., sònnu -a somnio -at, tòccu -a,
cassa coxa, nòtte, còtta cocta, zòppa. — II. égghiu oleum, értu
hortus, érgu horueum, éssu ossum, écchiu écchi oc[Ujlus -i;
séggklu lolium, fuégghlu faégghi folium ecc., cuégghi tu co-
gli, scuégghiu scop[u]lus, muécldi molli, mmuédcU tu immolli,
cuéddu collum, fuérfeci, miiérsu -i morsus 'pezzo', muézzechi,
tèrni, cuérnu -i, dèrmi, puércu pmcrci, fiiérti, muértu-i,pnérti
* Se pure nel significato di 'racconto' non risalga a ^convento (cfr. neo-
-ellen. y.o3h~y. -li'Cr,), alban. -/.ophoi, rum. cuvtmt), nella quale ipotesi la to-
nica vi può essersi determinata dall'atona dell'infìn. cuntórt; = *co[n] ventare,
come anche in mprùntu io impresto, allato all'infinito onde deriva, che qui è
mpruntdre, v. Diez, s. improntare. Si avverta intanto: 1.'^ che il prov. e il
frane, distinguono anche foneticamente le due voci (prov. cotn'ar e compie o
comte, frane, compier comtev e comp'e 0 cornee =: computare ecc.; prov. contar
e conte, frane, conler e conte, narrare ecc.); 2" che il lece, adopera cioìildre
nel secondo significato in modo così assoluto, che deve ricondursi ben più
ragionevolmente a 'coaveutare' che a 'computare'. Eccone degli es., che traggo,
fia mille, da una mia raccolta di canti pop. della provincia: Cu la 'mia Bédda
nu cce ccilntu 'n'ara colla mia Bella non ci discoloro un'ora; Mo coi bbinni cu
ccunlu a la mia Donna or che venni a parlare alia mia Donna ; Ci bbue' ccilnti
cu mmie divèrse fiate se vuoi discoi'rere con me ecc. [Quando il lece, ahitu
rispondesse a 'con-vento', non s'avrebbe già a discutere sul minuto particolare
se egli abbia 1' (^ da 0 per via diretta 0 non piuttosto per la via dell'infinito
cuntdre = 'cuventare' ; ma si tratterebbe d' una figura nominale tolta di peso
dall' alteratissima figui'a dell'infinito; poiché il diretto riflesso di 'co[n]vento'
avrebbe ad essere coniméntu 0 cu[v]éntu. D'altronde, la diff"ereuza fonetica,
che è ti'a comte e conte ecc., non potrebbe giovare all'ipotesi che fa cuntu
= 'convento", se non quando fossa mostrato che il frc. conte 0 l'it. [rac]con~
tare ecc. possano ugualmente ricondursi a 'convento' ecc.; alla quale dimo-
strazione non credo che nessuno si vorrebbe avventurare. G. I. A.]
Archivio glottol. ital., IV. 10
ti
71 pOS,
?31 Morosi,
tu porti, e put'rtii il porto, cuérpu, scuérgu (sinon. di scòrga),
miiérdi, n-cxiérdi, réssu -i, puézzi quasi 'cha tu possi', téstu 4,
nésu -i e uésu -i, mitési tu mostri, réspu, bes'^nii -i il biso-
gno ecc., léìKju lénghi, ciiénzi, sénni tu sogni e sénnu il sonno
e il sogno, iéccìii, cruéccu uncino (cfr. Diez less. s, eroe, e più
specialmente l'Arch., I 181), téssecu tox-, nuétti le notti, cuéttu
-/, zéppu -i. 43. Abbiamo in uéttu octo, un'eccezione analoga
a quella che vedemmo in muérii al n. 33. 4-4, Non ditton-
gano: còccaln (cranio), sòdu sol'd- (quieto, fermo), ccórtu ac-
corto (scaltro), Rònzit Orontius.
U.
Lungo.- 45. Sempre intatto: chiù cìiiùi plus, va uva, ùnu
una, màlu] -vra: cuselùra cucit.,ecc. ; siiruiwvo, tniiru, dùru;
fùsu, sùsu, sils- sursum; lima, fùmu', ìucculu bruco, salute;
-ùiu -ùia: ferùtu ferito, eiita bevuta ecc., summiiiu gobbutn;
spùtii, cùpu. — Breve. 4-0. Intatto: sic sura, cu cum, addù
de-ddu ad- de- ubi; ula gola, fiileca, petra-piimmece, cucùm-
mere, tùmmenu tumulus (misura di capacità po' solidi), nùce,
C7'ùce, sùu jugum, fusi fugis, jjùtu io poto, liqm; ùtru otre
(cfr. Diez P s. u, e Arch. I 185). 47. Quando, o dalle origini
o per dileguo di conson., trovisi Vu a contatto con vocal sus-
seguente, muta in o, che anche può passare in dittongo, come
fosse un o primario (n. 37 II): fai e fuéi fui fuit, e fuémmu
fuimus; chiòe pluit, dòi due (e, nel contado, rói grue), sóu sóa
suus sua e sòl sui suae, e così tóu tóa e tòi\ góa ju[v]at. góane
ju[vjene-, [tròa trovo].- Cfr. il n. 29. 48. Non peculiare al
lece, è Vo di nóra (=it. nuora ecc ) nurus.
In posizione. - 49. Intatto: ùrtcmu ult-, ursu, una, ùntu
ùnta; nùddu niidda nullo -a (nessuno -a), piirvere pulv-, duce
dulce-, miitu multus, cùrpa culpa, sùrcu sulc-; tùrre, fùmu,
fùrca, mùrca am-, cùrtu, sùrdu, trùbbu turbidus, fùscu, mùsca,
aùstu agosto, mùstu, cùnu cuneus, pùntu, n-zùna axungia,
jùnda *flunda (fionda), mùndu, rùmpu io rompo, chii'anmu
plumb-, ucca bucca; cunùcchia, fenùcchiu; ssùltu exsuct-, frùl-
tii, \fùsu fugio], stùppa, restùccu stoppia, si'itfa subta. 50 (cfr.
n. 32 e 37). In o: fklda = M\si (fretta), v. Diez s. follare;-
Vocalismo leccese: u, ecc. 135
stuélecu (stup'(lo), se ha per base 'stult-' (stolt-);- descòrru e
dt'scuérzu discot-ro -orsi), allato a currii ciirsn; ntòrzu ntuérzi
*inturgi[djO ecc. (io gonfio)- Jósa giostra;- ónza uiicia (e, nel
contado, n-zónza axangia);- nzòmnia in-summa, e tròmma
tromba (cfr. quarémma num. 11);- stozza e stuézzu 'pezzo,
brano' Asc. I 36 n. ; - nfròttula (in frotta; Diez less. s. fiotta). —
De' quali es-^mpj, fócìda, nzómma, trómma, posson dirsi di ra-
gion comune; e per culónna, che a loro s'aggiunge, giova im-
prima ricordare come il lat. arcaico 'colonna' suonasse tuttavia
nella becca della plebe romana a' tempi del grammatico Probo,
e più specialmente giova richiamare, insieme colla particolare
concordanza di più vernacoli (Flech. II 399), lo stesso it. co-
lónna, allato ad autunno, alunno. 51. Comune col sicil. è Vi
di rindina (sic. rinnina) rondine, del contado, lece, rendinédda.
52. Riflesso per u nelle voci pienamente romanizzate. Oltre
i soliti ùrsa borsa, tùrsu torso, tùnnu, rutta grotta, cito: citd-
dùra collura (panet-o rotondo e crosta del pane), e turnu timo
selvatico. 53. Seguono gli esempj in cui s'ha e come da i (y)
in posizione: méndula àa'jyf^àXr, (cfi*. Schuch. vok. I 219); Lécce
Lypiae; e col dittongo dell' e secondaria: sìéstu [l'JGzóg) st'sto. —
5i. Finalmente ammàce, it. bambagia.
Dittonghi.
tE. 55. ié, e: siéculu, niéii naevus ; célu e cécu cfr. n. 14;
riécu reca graec-, 'prémiu (cfr. num. 13, se pur non è voce di
origine letterata), prédecu priédechi; - hh'réu hebraeus. Cfr. il
num. 12, e anche il n. 7. 5t). i: sudili, pi. sudéi. cfr. num. 15;
nglnu, tose, incino *encaenio àyx.y.iv- cfr. n. 19. (E. 57. cféna
Asc. I 67 ; - 58. e: fétu flèti foeteo ecc. e fiézzu foetor ; me péntu,
te pienti \ AU. 59. Prescindendo da cute e cùda, che rispon-
dono a 'còte-' e 'coda' già latini, pur qui si contrae in o, dal
* [LascicUido questo secondo esempio, che è di posiziona nto-latina, è da
notare, circa l'i.; io di fleti ecc., come l'Italia sia concordo nel farci arguire
piuttosto 'faetor' ecc. che non l'ortografico ^foetor' ecc. Vedi, per la corografia
del dittongo di (ìcto, Flcciiia, Iliv. di fil., I 09. G. I. A.J
13(3 Morosi,
quale o secondario, s' ha poi, nel verbo, anche il dittongo del
Ti. 37 II: còsa; repòsu -uési, gódu guédi (cfi*. n-fuéchi al n. 35) ;
(5rM, tresòru, pócii^; póeru & poni pauper; nósu inchiostro. —
00. Intatto solo in càulu (contad. còlu), làurii (contad. lóru);
oltre Pallili. 01. Perduto il primo elemento del dittongo in
chiudu (ma cfr. Arch. I 499); e il secondo assimilato alla con-
son. che segue, in nàssia nausea. 62. AU romanzo, ove se
ne eccettuino palóra parola e sòma, rimane inalterato: àula
bajula (balia), duca oca, ràiihi gra[c]ulus, fàu fa[g]us, fràula
fra[g]ula, ùunu agnus, tàula ta[b]ula; o può qui ricordarsi an-
che il nura. 6.
Vocali atone.
A.
63. Di regola intatto, quando non sia originariamente inizialo:
malàtu, paìHa pareva, caatùru num. 34, panarli num. 7, la-
méìitu, devaccire de-vacuare (vuotare), lacerili (muscolo del
braccio), attia batteva, cadia cadeva, capiddi -illi; tagghiàre
tagl., caddkzzu cavalluccio, martedìa, ncrastàre incastr. ,
cliiangia piangeva, derlampàre lampeggiare, ecc.; e dopo l'ac-
cento: mdndahi ;j.àvSa},o;, sccirdalu, càmrnara, ammani ca-
marus, chiàppari cappares, sindanii scendano, stianu stavano,
lassarne lasciami, ficatu, cànapa. 64. In e, oltre che nel
solito sennàru, l'abbiamo, dinanzi aWa tonico, nei due es, assai
poco conclusivi: sera, nell'accezione avverbiale di 'forse, sarà',
allato alla desin. -ar-à (ital, -er-à) della 3. sing. del futuro di
1. conjugaz., sempre intatta: lassarci, restarà eco ; e pedata
patata, voce d'importazione affatto moderna; 65. e dinanzi
al^^ tonico, in mantesinii qvi^sì 'manta-seno' o 'copri-seno' (pezv
zuola), lemmiccu lambicco. In ecitii aceto, allato a citu. Ve va
forse ripetuto dalla palat. seguente (cfr. Arch. I 41 n., ecc.). —
66. Circa mónecu e stòmecu, v. Asc. I 546 e, 548 a. 67. Per
l'alterazione in u, niente di notevole: méndula n. 53, curmu-
nùsa cornam. 68. Mediano confluisce o si perde in càddu
• Nel senso di 'poca cosa' dicesi picchi; ed è voce che di certo non avrà
nulla di comune con 'paucus', ma andrà piuttosto col s&.vdo pi ticu piccolo, ecc.,
di che vedi Schuch. vok. II 203,
Vocalismo leccese: 5tone. 137
cavallo e n-cat'càre cavalcare, sargeniscu mellone saracinesco;
Raféli, ìuésu nura. 32.- Ma Taf eresi, cosi dell'a, come del-
l'altre voc, atone, che primamente ponno anche essere passate
in a (cf[\ n. 77), è qui frequentissima.
E.
69. Di regola, intatta (cfr. n. 76): seìàta 'la gelata' (brina),
cerasa, de-rélu, re-sulùtu ecc., enerdla venerdì, fenésa -estra,
iremulizzu -olio (paura), sccùru, medùdda -ulla, [sepali siepe],
hedd'zza, cerviéddu, Cì^gima verg. , erdàte veritate, scn{ire\
essica vex-, restàu--à.N\ì, desperàtu, perdùnu, ecc.; e dopo
Tace: àngelw, fàcere, dicere ecc.; 'piirve7''e , sénneru genero,
cinere, ónimere voin-, cucùmmere, cc'wóere, clcere, pipere. —
Per e intatta all'uscita, agli es. soliti aggiiango: òse hodie, óne
omne-, dèice decem. 70. Es. di e in a dinanzi a r scempio o
complic. ; in sili, protonica: (luaréla, jìuariéddii pover., sarénu,
ntaréssu interesse, nzarrcigghia *saralia (serratura), allato a
nzarràre; ?narrdnga mel[a]rancia, tarrénu, sarmùne ,nlarténu
intrattpngo; - e ancora: sarafinu, paramenti quasi 'per-a-
-mente' (a proposito), taranòla forse *terraneóla (allodola), tara-
tiiffulu tartuf) (DiEZ. s. truffe), carmusinu cherrais. , marcan-
zia e marcaniéssa, allato a mercàtu; — in postonica: cafàfaric
cadav- (vecchio cadente), pnpara, "pàssaru, càncaru. — Dinanzi
ad altre consonanti (cfr. n. 77,) e forse, nell' uno o nell'altro esam-
pio, per un influsso, più o men probabile, dell' a: malancunia,
calandàriii ; piata , staccàtu steccato; [vedi ancora la nota al
n. 21. 1 71. Passata in i, nell'iato, dinanzi ad a eà e: criàtii
num. 2G, jàtu beatus, carniàle carne[v]-, /zanu teganura (Arch.
I 5i5) e iiédda padella = *te[g]ella (tegula); e, nel contado,
liànte (quello de' mietitori che leva da terra il grano falciato);
ma tuttavolta deàcu devacuo;- più raramente dopo à: fràima
fràita friisa fra[t]ema (il fratel mio), ecc. E sotto l'influsso
d'un i susseguente o di palatina attigua: risia 'eresia' (caso
strano); dicina, dicidóltu, cfr. déice num. 16; riósu num. 32;
per tacer di ùndici, dndici, ecc. Dopo i quali mi restano: Mini-
jéniu Benevento, e minimiénzu 'bene-mezzo', il giusto punto
di mezzo (cfr. Sciiucir. vok. I 395). 72. Di rado in u, per
effetto di labiale attigua (laildove nel tipo napol. è fenomeno
>
133 Morosi,
continuo): nfurgàre impastojare (cfr. fàrge pastoje), mulanése
(sorta di catenaccetto di ferro, che primamente sarà stata 'mila-
nese'), muniuàre mentov, ; rumànu remaneo, A'quali aggiungo,
dal contado: fuddò ozXkó; (sughero), furteciddu vertic- ; mu~
dìidda medulla, a la purfine, purcéne perchè; luàre lev., allato
a limite su cit., prumintu prem- permetto, irumpàre (da trémpii
'tempero', io impasto, faccio il pane); — e in diversa congiun-
tura: sutàzzit, surmziii. 73. Dileguata per coalescenza : le-
rénzia re[v]er-, dentare deS'jent-; e por l'enclisi in sìrma sirla
sirsa, 'sfre-ma' il padre mio, ecc.
I.
74-. Intatto nelle seguenti serie: iàggu jàggu viaggio, diàulu,
castiàre casti[g]-, riénu nura. 29 n. ; préite pre[v^ite; spilàre
sfil., 'piràzzu pero selvatico, minézzii num. 9; marnminiéddu
bamb. ; asinicói \iyrjù<:/J>z, miniminiéddu (lite, mignolo), nfari-
natiécldu (un po' infarinato) allato ad nfarenàre (farina) ; pr/-
matiu -ivo (-iccio), allato al contad. permatéu; dinanzi a
suoni palatali: carrihire *carrijare (carreggiare), entisóre 'ven-
teggiare' ventolare, annisàre bandeggiare, da carrisu, ecc.;
figghiuUsa.tu 'fìgliuoleggiattj' (ricco di figliuoli); capiscile 'cape-
strale' (cavezza); currisùlu correggiuolo, uttisàna g'orno di
lavoro, cioè: 'quotidiana' (cfr, il neo-ellen. y.y.f)-f,<j.zy^n)\ -flgghiàre
^.gVidive, pigghiàre, scumpigghia.re, ecc., nicchiar &qu {dL^adi-
juolo ad anno) *annicularicus, ricchetcdda orecchietta, sicchi-
tiécldu secchietto, -tinàre tarlare, pinàtii -atta, pinàlu -uolo;-
mpupicàre (pulir con pomice), prudicéddi (geloni); ma, per
contrario: erteéiddu verticillus, eóinu vie. ecc. ^ 7ó. Del resto,
la regola è, che si muti in e, pur senza la condizione che suol
promuovere questo mutamento nello spagnuoio (un i tonico nella
sillaba successiva; Diez T' 175). Quindi, in proton., non solo:
' Quasi superfluo ricordare T-i dei plurali o delle sec pers ; e, più che
per altro, qui ne tocco per avere occasione di citare ciéddi chicchessia (e
nessuno), checchessia (e niente), da éi-velli, quasi 'quem (o quid) -velies'; la
qual voce leccese rende più che mai inverosimile la parentela a cui il Diez,
assai timidamente del resto, avea pensato, fra l'antico ital. cavélle covclìe
(anc'oggi in uso in Toscana e Abruzzo) col medio alto-ted. kfif (pula); v. il
suo less , s. cavelle.
Vocalismo leccese: iltone. 139
cel'tzzu cilicio, semi'gghiu simiglio, erteciddu, eclnw, decia
dicebtim -at, piirecinit pullicènus, cccdia occideb-, precepiziu,
screia scribeb-; eddicu bellico, dcslpulu, cndi'na vindèmia;
lessici lixivia; ma eziandio: pelare (pi'hi), der 'ggu derài dirò
dirai (di'cu), reàre arriv, {riu), cela ci[v]itat-, lenàzze vinaccie
{l'nu), anemàle, checùu plicavit {chicu), mesf''ria, ccedemiéntu
{céidii) cecia-, etilu bevuto [hhiu), seccare [siccu), mmezzàre
{mmizzu num. 31); fersiira *frixoria Asc. I 534, érlulùsu vir-
tudioso, descòrdia, pescuéitl biscotti, tezzùne tizz. S'aggiun-
gano, percliè voci proclitiche o quasi, i dativi pronominali me,
te, se (p. e. me fi'ce nu riàlu mi fece un regalo); se congiunz.;
ce quid; fen a mài fin a mo\- Così in poston., non solo: fim-
ìiiena fem-, dumineca, litecu -igo. imhrece, disetu digitus; ma
eziandio: làecu laicus, ìiàecu na[v]igo, miédecu, sóletu, eirób-
beca bjdrop., ùneca, petrapiùmìnece , sùhbetu. 70. Alla me-
desima sorte par soggiacere, di regola, nella sillaba atona che
immediatamente preceda alla tònica. Vi die proviene da un'^
latina (num. 10, 17, 18). Ma non sarà piuttosto Ve latina che
fuor d'accento resti intatta? Cfr. il num. G9, e Asc. I 21 G-1 7.
Comunque, si osservino: telàru [ti la), aslemàre [asthnii), ere-
dia [crisu], nlesàre {nti'sii 'vo distendendo'), steddhzza [stidda)
endia {{tvlu), s'ic, a tacer degli accusativi proclitici me, te,
se {mie, tie\ p. e. quiddit me feriu). Ma Vi par che tenda a
ricomparire, quando sia atona pur la sillaba successiva, come
in fimmenédda, shnmenàre , criderànnu, zinzulusu cencioso
(num. 18)'. All'incontro: spinnàre [pinna), allato ^. perniai ùru
n. 34. 77. Di i in a nella prima sillaba, ho i seguenti esempj,
circa i quali è da considerare la general tendenza neo-latina e
il num. 70 (e il Q>S inf.): maraégghia mirab., varolétta (tarent.
varale) viria;- sarvàggu; frangiddu, lanzidu, facélula ficedu-
la;- sanàpu sinapi. Ancora assimilato: pastenaca; e in poston.:
ràndanl grandines, pàmpane, trónate tonitra. 78. In u di-
nanzi a ^ 0 dopo labiale: pónnula polline- (llor di farina); su-
vudìa giovedì (del contado); oltre i soliti simula e niiula
' Date due protonicbe, la prima di esse può facilmente diventar seniito-
nica, e quindi la sua vocale facilmente l'estare o diventare qual sarebbe .«otto
l'accento. Si consideri pure al n. 74: tìfarinatiédrhf, e qualche altro.
140 Morosi,
comuni coU'ital. {sémola, nuvola) \ 70. Pel dileguo di i {o j)
accanto a vocale, noterò: adénzia audientia;- scàu schiavo,
scàmu io schiamazzo, scàttu schiatto, scuppélta schiopp-, ràscu
io raschio, mi scu mìschio, uscii ust|^u]lo (brucio);- -àru = -arius
num. 7; fera num. 11, stór'a num. 37; -àsu = -asius num. 8;
cammisa;- finalmente: cuniadécima quintad., n-citstóreacquist.,
àcida aquila, sòcutu, sanguncizzu. — Dileguato tra conson;inti:
farnàru num. 7, arma an'ma; nàsche *nasikae (nari; cfr, il n.
p. lat. Nasica) e fors'anco naca, culla, quasi *navica; siirge
sor[ilce-, erdàte ver[i]tate-, trestiéddu, quasi 'trespitello' (tre-
spolo, sgabello).
0.
80. Di regola è u, tanto se in accento sia pure riflesso per
u (num. 34), quanto se per o od uè (num. 39 e 42): cidàre
{cùlu io colo), nnamuràtu, nciumnàre, rusecàre, nutecóre {me
nùtecu, mi faccio nodo, indigestione); figghiidisàtu num. 74;
caggidèdda, ciissupri'nu consobr., cusetùra, curcàtu, n-turràtu,
sursicéddu, furmare, furmica, cayiusia cognoscéham, cuntàre,
onuntàna; — ulia oliva e volevo, curia corigia, mula moveb^m,
sunàta, dumìneca, siicàre, pntia poteva, cupiértu, fugghiàzza,
utàre voltare, furfecicchia forficnla, wuzzecàta moi-sic, inr^
nàre, durìnire, puscrài post-cras, luntànu, tuccàre, ecc. - Dopo
Face : némida anemone, trémidu, diàuhi, lépure; -\\re.-=-ora,
desin. antiq. de' neutri plur. : càpure i capi (le teste). — E nelle
uscite, sempre u. 81. In a nella prima sillaba (cfi*. n. 77):
ammàce bombace, canàtu cognatus; - canùscu cogn., scai"-
piùne. 82. In e, od i, per dissimilazione, succedendo it: rc-
sigghiidu, quasi 'orzogliuolo' (orzajuolo), pre^iindu, pezi'du
num. 3^'', precùru;- pósperu phosphorus (zolfanello), diàlegu,
oltre àrveru (ma lépure lepre). 83. Di a in au (cfr. Arch.
I 146), il leccese proprio non dà esempj, ma si la parlata del
contado: aidia oliva, auìHrnie, aunéstu ìion-. 84. Ddeguato
nel contad. cruna corona, oltreché in cùrcu (ital. corco).
' Prescindendo dall'Italia centrale, cfr. il c&ì&bro-cosewi. x>urgnla pulvere,
rdnnula grandine; il sicil, ùccula ulcere, ecc.; e per analoghe vicende nel
romaico, Mor. IV 7-9.
Vocalismo leccese: itone. 141
u.
85. Di regola, intatto: uliisu gulosus, suramiéntu ^\w\\, lu-
nàtccii, sudùre; pucjdisu pollastro, murmuràre, curtiéddu
cukell-, rumpia -ebain -ebat, miiccatùru num. 34; e menila,
esula *ansula (occhiello), spingula ^spinala (fcanc. épingle)\
siéculu. — In docéntu, ducentum, si continua To' di dói num.
47. 8(). È dissimilato ne' seguenti esempj (rfr. n. 82): n-traii-
lisu quasi 'iutorboleggio' (i > imbroglio), cfr. n. 89;- chesiira
{cliiasùra, nel contado) chiusura (muricciuolo a secco che ri-
cinge un podere, e il podere stessa), presentùsu praesumptuòsus,
reùmmu rugùmo (rimugino); S'hisecu sarapsuchus, tùmmenu
num. 46;- ma altresì: fumesia alterigia (dall'aggert. fumnsii)',
e, nel contado, felinia fuligine. SU. In aii- (cfr. n. 83); ausànza
e aunitu, nel contado. 8^. Ddeguato in séncu ju[v>ncus. oltre
gli es'mpj di coalescenza: presentùsu testé cit.; de ciiniinu di
continuo, perpétu, deàcu devacuo;- tra conson.: réddu *rot[u]-
lus (di carte), onde il diminut. réddulu.
T.
89. Di regcla, rifl'^sso per u\ ma non si esce quasi da' soliti
es.: nicidizia regol., ^^y^'y'c. (nel cont. anche aurizia, allato
al bar. liguri zia, cir. n. 80), marturisu martorio (martirizzo),
murtédda mort., mustàzzu mostaccio, ciitùnu num. 38; poi:
tunnàra lonn., tamàra (tratto di terreno ove cresce spontaneo
il timo), ruliicédda grot.ticella, che rampollano dalle voci che
già avemmo al num. 50. 90. In a nella prima, come ne' soliti
sawpùna e arrófahi garof , anche in tamp inu *iympanium
(cocchiume) ".
Dittonghi.
AE OE. 91. Ve anche in feniicchiu e cepiidda. AU. 92.
Rarament's conservato V au latino, come in caulicchiu {càula
' [Il DiEZ, ti-aendo il ffc. épinrjh da 'spin[u]la' (gr. s. NL, less s. ^spillo"),
imaginava l'epentesi di g, per la quale non aveva altro esempio. Il lece, spin-
fjìda, che non presume il nesso N'L, rende piti che mai improbabile il pen-
siero del Maestro. Risaliamo ben piuttosto a 'spicula', ooll'epentesi della nasale,
come è ne' così estesi mi[n\ga mica, co[ni\biio cubito, e altri. G. I. A.]
^ Forse qui verrà pure paptisa (upupa), cfr. ct'cciif'sa (civetta).
11? Morosi,
cavolo); di solito, vi risponde u: luritic {Iditru), repusàrc, uc-
càla b()Ci',a1e ecc.- IMa diramo piuttosto perduto il primo elemento
in ìitùnnu, come si p^^'derebb'^ il secondo in nachiru num. 10,
acóddu augello, adénzia n. 7.). Allato ai quali si posson ri-
cordare aiiru augurium, ai'istu ùstii agosto, e finalmente ric-
chia. Ij' aii romanzo, intatto: f ausare, faucidda, auiàre,
augàre, auniéddii od aunicéddu, taulinii (rfr. nn. G e 02). —
L'i( d'entrambi gli au attratto dalla gutturale (cfr. Asc. II 145):
aliatela cautela;- ciiagéttu calz., cuacina cale, cuadàra cal-
daja. Singolare: satizza salsiccia.
Appendice I.
DIALETTO DEL CAPO DI LEUCA.
Toniche.- 12 e 22. LV, sì breve, si in posiz., ben si continua
per Ve aperta, ma non dà mai dittongo, quand'anche la vocal finale
sia i od u: eri, fp>n, trèmuli, seduti, tn e da'''u ecc.; curfeddu, ferru,
te serri, rtjrnu, pertii, te i-fj'^ti, fìt^ttu, ecc. 37 e 42. E awien simil-
mente dell'ó: Oìnmirii, tu roli, tu voi, mori, prO'^i, tronu, focu ecc.;
gcchiu, shgghiu, te voti', [orfici, cgrnu, dormi, r>osa, còttu ecc. 59 e
G2. L'« del ditt. aio, sì originario, sì romanzo, sotto la influenza della
labial seguente si colora in o, fra il (juale e Vu il piti delle volte, ad
evitare l'iato, vien inserto un v (cfr. Diez P 171); rare volte è invece
assorbito Vu: cóulu cóvulu caule-, Póvulu, lóvuru lòru, tóvurit; [così
pel num. 6: fóruau, cónce, fóuce e fóce, cóugi e còni, dutru óvidru
ótru, óutu ó^uta òtu, cóvudu. Catòtiì]; òvunu, tornici. Atone. - 70,
77. In prima sillaba si può dir costante Va da e dinanzi area ?i
scerai^' o com[dicati. Cito gli es. non comuni col lece: carcha, n-zar-
rdre , dar fino delf. ; carvéddu, j arsirà jevsevà, [farsiira], varnedia
venerdì, marcdtu, sbrauTidtu svergogn.. vartecidda, pardia perdeva,
sarpéntu, ecc.; — tandggliia, tanij, teneva, fanésa, sprandùre splend-,
In poston. : vónibaru vomere. — Per i in a: saggia gingiva; frdibbacu
fabrico, duminaca, fvnmana, ficddaca, médacu. Ma V -i converte in i
Ve della sili, poston. negli sdruccioli; passivi, cdnchiri, ciciri, ecc.;
e difende Vi organico: previti, ónunini, p'iici, medici, ecc.
Vocalismo leccese: Appendici. 143
A}) pendice II.
DIALETTO DI BRINDISI ^.
Toni eli e.- -10, 3i. Per Ò ed d, e per l'è ed o di po^iz. che sieno
riflessi a Lecce come son Y è e Y ò (cioè con i e con -u), (jucsto dialelto
si trova nelle condizioni del nuptdet. cioè non risponde con i e con z(,
se non quando la vocal finale è un i od un it (cfi\ la n. 34 del lece).
Cosi: I. m he, cJdnu, tùi jaslimi, crcinìu, fidi, ci'tu ac-, shi\ (Idi vcìsì,
due mesi, viridi, crisi, ecc.; — mu all'incontro : mèla, téla, séra, chié'ut,
jui jastému, feci fece^, sétula, nzévit insevo; ??m mési, se'mminu, fém-
mina, stéclda, véndu, créscu, ecc. — IL suluri , li dilùri i dolori, te
nzi'cri *in-uxor- (ti S[tosi). U sierici, muccaturu, amunUu., li crawn i
carboni, nutu; scùm; [fìr/ghiula n. 38]; p rpa, cavusi tu conosci,
respùndi, ecc, ; — ma all'incontro: óra hora, In diedri, menzóra, la so-
vice, amurósa, lu cn'óyii, vn vóce, me vó/ecu, srd^a, jin candscu, jiU
respdndu, ecc. 28-31, 46-49. E il caso analogo si riproduce per i
ed n, si brevi, si in posizione. Così: I. pfru, mini, li Cmìiiri (la do-
menica delle Ceneri), cliichi, disatu, vivi bibis, ecc.; tu, wchi, liimbriói,
qn'ddn, li jiisi, tinta, caul ccJiiu -iculus, sittu, fridda ecc.; — ma:
péra, jui menu, la cénneri , jùi chécu, li desiate le dita, néri, jui vévu;
jui énchiu, la émbrici, quédda, la pési , tenta; récchia, sètta, fréd-
da, ecc. — IL li pùlìci , tùmmunu, li vùci, tùi putì, ecc.; unta, li
vùrpi, sùrdu, fùsca, micstn, j^ùnci tu pungi, mù'/du, ecc.; — ma: fd-
lica, la cucómmeri, la ìtócì, jùi pdtu; ónta, la vórpi, sórda, fosca, crò-
sta, pónci egli punge, fóndala, rócca bucca.
Atone. 69 seg. Costante i per e, cosi primaria come secondaria
(cfr. il sicil., Asc. Il 1^6): li le, di de, pi lì per le; sirèna, tinia, Bi-
nidittu, libbirldti, fihbrdru; cirviédda, pirdi'uia, pinzicri, sintia, stiv-
iinu intest., ecc.; stati nestaie-, li f immini, rèsivi reggere, affrici
affligge, ecc. 63, 69, 7o. Costante Yi per a ed e di penult. nelle
voci proparossit., quando la final sia i: cdTuli cangiali, scanditi, dm-
miri, ansili, póviri, ecc.; ed it j-cr a, e, i, quando la finale sia u:
cdmpunu, érumu, érunii, aviumu aviunu (avevamo -ano), stèsuru (stet-
tero), vdmmiiru, némmuru *gloraer-u (glomus), ciiitu cul)itus, ecc. —
80-82, 86. Frequente i (pel tramite di e) da o, u nelle successioni o..d,
' Col brindis. concorda, in sostanza, anche il dial. del ciroondario gallipo-
litano, eccettuata sol la regione del Capo di Leuca.
^ W -i secondario briudis. =: -f lece, non influisce sulla tonica.
141 Morosi, Vocalismo lecce-se: Appendici.
o..'/, 0..4, U..Ó: fìf/ffhidsza (fógghia), piacrdi postcras, Untarne, di-
minaca, pricùru, rimóri rum., sidóri, dilóri.
Appendice III.
DIALETTO DI TARANTO.
Ove differisce dal lece, concorda col brindis., salvo i casi che ora
seguono. Toniche. -1. Ud inclina ail a: cantare, nrappci're incap-
pava, Untane, chà'ii'C!, ch>à'fjhe, cà'pe, crà'pe, [frebba're] , feiiomeno
elle no» è da confondere con l'altro dell'cc all'uscita da AI romanzo:
tu sce sai, ra3, da;, sta:, as^^os assai. — 3. Intatto |)erò sempre V d di
posiz.: cavddde, vdrre l)arl)a, marze, r/rd^se , sdece sapio, ecc. S9-
60. Dà 0 cosi l'AU latino come il rom.uizo: cò'c, to' e; fó--e falso,
d'e, ótre. U au (av) è sol nella form. ALD-: cadde, Cutdvide. Alo-
ne. Sempre mute o quasi mute le finali*.
* [Comunque questo Saggio sia limitato al vocalismo, non va omesso un
awei-timento, che è richiesto dalla precisione istoiica e anche si presta a
qualche considerazione abbastanza opportuna La combinazione TR (che oc-
corre, a cagion d'esempio, in tre ecc. n. 1 1 , trónate trénu n. 37, tréimilu
tremulizzu cn. 80 69, tràbbu nlraulisu nn. 49 86, ntramc n. 1, pudditru
n. <^8 ) si continua nel leccese per una profferenza che il Morosi ti'ascrive-
rebbe te, tè o così a un dipresso. Ora, una profferenza consimile s'udrebbe
anche fra' Siciliani; e, come già il Morosi stesso ebbe a vedei'e, ne vien lume
al fenomeno, che è nel leccese e nel notigiano, di s da STR (v. Arch. II 458,
IV 151-2 n.); poiché se TR dà un suono che s' accosta a e, STR darà poi oc',
onde s, come l'antico SKE SKI (p. e. pisce-, cioè primamente pisLe-) diede
sce sci, e poi se si; dov'è anche da confrontare l'it. s da STJ {$tj se è),
come in angoscia ecc.]
FO.NKTICA
DEL
DIALETTO DI CAMPaBASSO.
DI
F. D'OVIDIO.
L'intento mio è d'illustrare la famiglia dei dialetti parlati nel Sannio, ne'
tre Abruzzi e nell'Ascolano. Ed incomincio da uno studio particolareggiato
sopra uno di essi, per aver come un nucleo intorno a cui aggruppare le ri-
cerche ed i lavori futuri. Ho scelto il dialetto di Campobasso, perchè è il mio
nativo.
Come quasi tutti gli altri di cui dovrò poi occuparmi, esso non offre do-
cumenti scritti; onde siam per forza ridotti alla sola tiascrizione della parlata
odierna, privi d'ogni sussidio storico. Oltreché, un'altra difficoltà vi s'incon-
tra; la quale in certa misura si trova in qualunque campo, ma nel nostro è
più che altrove grande Nel ^Mezzodì, per la stessa maggiora affinità di questi
dialetti alla lingua cólta, le persone pur mezzanamente istruite non s' abban-
donan quasi mai a! pretto dialetto, o parlare sporco come lo chiamano; e se
da un lato, parlando l'italiano cólto, lo impregnano d'infiniti provincialismi
di pronunzia, di paiole, di fraseggio, di costrutti; dall'altro, parlando in dia-
letto, non san tenei'si dal mescolare ai suoni e alle parole e foi'me vernacole
molti suoni e parole e forme della lingua cólta, dal mettere sul dialetto come
un intonaco letterario. Or l'eruire da cotali voci imbiancate lo schietto color
nativo, provandole col reagente del gergo plebeo, il ritrovar fra le tante va-
rianti la vera, lesione, per cosi dire, del dialetto meridionale, ha, rispetto al
descrivere un dialetto, p. es. , pedemontano, la stessa maggior difficoltà che
può avei'e, poniamo, il leggere un ingarbugliato palinsesto rispetto al leggere
un manoscritto ordinario. A me poi veniva anche maL-^gior difficoltà da ciò,
che, vivendo da molti anni lontano dal luogo nativo, dovevo raccapezzarmi
tra una folla di reminiscenze; verso le quali, quantunque alla pi'ova le tro-
vassi ben più fide ch'io non osassi sperare, avevo sempre una volontaria
diffidenza; che forse avrebbe finito a sgomentarmi del tutto, se non mi fosse
venuta in soccorso l'amorevole cooperazioiie di due miei ottimi congiunti,
Tito e Gennaro Cerio. I quali alle mie ripetute inchieste replicaron sempre
con una pazienza e una sagacia, che ogni dialettologo sarebbe ben lieto di
trovare in quelli ch'egli tormenta.
Intanto, a render più intelligibili le pagine che seguono, dovrò fin da ora
richiamare un fatto, già noto in verità, ma cho uell'ambieute, in cui avremo
ad aggirarci, vedremo farsi d'un' importanza capitale: intendo l'efficacia po-
tentissima della vocal finale sulla determinazione della vocale tonica. L'« finale
IIG D'Ovidio,
fa restar spesso immutati Vi o I'm tonici che con altra finale presto si tnu-
tei'ebbero (v. mun. 23, 32, 48, 53), come per contrario Va finale li fa spesso
mutare in e o in o (v. num. 27, 32, -19, 53); e cosi, Vi finale fa volgere spesso
ad i 0 ad te Ve o Vo tonici (v. iium. 9, 10, 36, 40), e l'a finale li fa spesso
restare immutati (v. uum. IG, 22, 34, 39, 44). L'a tonico ancora riesce, nel
campobassano come ne' dialetti campani, a sottrarsi all'efficacia della vocal
finale; ma in una intera serie di dialetti, tra cui primo sarà da noi studiato
l'agnonese, vedremo anche Va soggiacere con tutta docilità alle esigenze
dell' { finale. Ora, trattandosi solitamente di finali di valor morfologico, l'evo-
luzione della vocal tonica, in origine semplicemente fonetica, venne ad acqui-
stare una significazione e un'importanza morfologica; onde ben si deve pre-
sumere che via via si estendesse al di là de' suoi confini originaij. Ma
determinare dove per l'appunto codesto sconfinare abbi'a avuto luogo, nella
mancanza in cui siamo di una conoscenza qualsivoglia delle fasi, anteriori
all'attuale, dei nostri dialetti, é impresa, salvo rarissimi casi, malagevolis-
sima; alia quale tutt'al più pjtrem volgerci con qualche speranza, quando
l'indagine nostra siasi allargata assai nello spazio, tostochè nel tempo non può.
Circa le ragioni storiche di codest'-i finale, giova sùbito avvertire che per
esso intendiamo l'uscita neo-latina, e non quella dello schietto latino; e così
si vengono insieme a comprendere i seguenti tipi: boni, tu legi (legr/i) senti-
tu vedi arili amavi vedevi-, nomini. ]\Ia V -i medesimo, nella fase attuale del
dialetto, è affitto indistinto, essendosi affiochito nella solita e, che raccoglie
forse per più di due terzi l'eredità di tutte insieme le afone. Pure, 1'-? so-
pravvive chiarissimo nei suoi efTetti. Onde noi abbiam qui come una prova
palpabile, che la fase fondamentale, a cui il dialetto nostro assieme agli altri
d'Italia va ricondotto, sia quella specie di dialetto comune, quella lingua
franca, che si stabili, neir//a/j« propria, tra le conquiste delle Gallie e la
deduzione delia colonia romana in Dacia, e si distingue per il consumato di-
leguo del s finale e per la gran diffusione analogica dell'i desinenziale ( v
Ascoi.1, Lin /ne e Nazioni, nel 'Politecnir-o', voi. XXI, p. 95 segg.).
Altro fatto, pur esso tutt'altro che nuovo (v. DiEZ, F 152 156 161 166 167 ecc.),
ma che acquista nell'ambiente nostro una importanza assoluta, è l'efficacia
sicura che sulla evoluzione della vocale tonica ha la posizione di essa nella
parola, il ti'ovarsi cioè essa tonica piuttosto nella penultima che nell'antipe-
nultima sillaba della parola. E benché i risultati veramente stupemli di cotale
efficacia avremo ad ammirarli la prima volta nell' agnonese, pure già a Cam-
pobasso ne troviamo, per cosi dire, i- precursori. Il fatto, p. es., che sora so-
rella (uum. 41) si faccia sgrcma mia sorella, che a ceca egli accieca (num. 56)
stia di contro cerhene acciecano, non trova, ch'io sappia, facili riscontri in
dialetti dell' Italia media e meridionale.
Il dial. di Campobasso: Vocali toniche. 147
Vocali tomche.
1. Intatto, sia lungo o breve, e sia faoi' di posizione o no :
care caro, carne, carrcjà trasportare (pel sgf. cfr. Asc. Ili 6S),
j'alà sbaiigliare ('halare'). 2. Anche qui par conti nujirsi
'mèlo-' anziché 'malo-' \ dicendosi mile, mela (n. 2G, e cfr. Asc.
I, 10). — Esempj di e=a, per effetto di i attiguo, ho: fiesca
fiascone, chiezza piazza, Chiejja nome di strada (cfr. napol.
Chiaja, 'plag-ia'). Quanto a sfejja, ctejja stabam, dabam, e' son
dovuti a mera analogia morfologica (cfr. i pres. j? cìenghe, sten-
glie do, sto, coniati sopra tengìie, venghe), ed erroneamente il
Wentrup [NeapoUt. mundart, 7) cita i corrispondenti napol.
eleva, steva come esempj di scadimento fonetico. — Abbiamo a
in 0 nel- solito chiugve chiodo (Flech. II 334-5) e in ciavotta
ciabatta ^ 3. -ARIO, -ARIA, serbando il r, così labile in to-
scano, o espungon Vi {j): panare, ugliare 'recipiente per olio',
louttare cantina ('bottajo'), Jennare n. di pers. e di mese, spara
cercine (q. 'spajaraento, stacco"?); od han la solita attrazione
e danno -iere -iera: maniere ramino (cfr. Diez, less. s. v. ),
fumiere letame, chianghiere macellajo (cfr. Diez, less. s. 'pian-
ca'), cusenera fèdera.
E.
Lunga,- 4. Perlopiù e: me, legge, pufeca,' ji crede, vede, ve-
dérne, semena, femmena. Circa pejje v. n. 7, 17. Circa jeta
n. 107. In fiereja 'feria' abbiam un caso di propagginazione re-
gressiva ^. 5. Spesso ci, ma solo in penultima sillaba: la
' Devo awertife che la forme romanze che pajono accennare a 'melo-' po-
titbbero pur risalire a 'mìilo-', che .sarebbe forma coniata su 'pTro-' (cfr. greve
su 'le vis' ecc.). V. man. 2&, 27; e cfr. Asc;. I, num. 21, 40. Però il saiwio, in
cui i continuatori dell'é e dell'i' non coincidono, piesentau loci mela, starebbe
in conferma piutto.4o del solito 'melo-' che del mio 'm}'lo-'.
^ [Avremmo labiale attigua in entrambi gli esemij. G. I. A.]
' [Direi piutto.sto un effetto particolare dell'* nell'iato sulla determinazione
della tonica; v p. e. Arch. I 483. G. I. A.]
148 D'Ovidio,
chianeita n. 105, reità 'finestra con inferriata' ('rete' con -a
analojTicn). la chin]ipeita n. 105, Sf^lra (quindi staseira, e, nel-
l'identico senso, mas.^ftlra, che creilo sia 'inagis seva [liora]';
cfr. abruzz. maddeniane domattina presto, 'inagis demane'),
Treisa, hi duveire. — I plurali di cotali nomi restano con eì. —
6. Non di rado i: serine, Salgite n. loc 'Saliceto' (cfr. Nigra,
III 41), tridece, sive sego, pidete 'péditum', cu recice, che è
l'ital. ^riceKo' (n 33), chjine pieno, cita aceto, [chjileca chierca] ;
e nelle voci di impf. cong. le quali cotitmuano le voci di pchpf.
lat. in -ssumus, -ssetis : leggassime -ssite legissemus -ssetis e(;c. —
7. Le desinenze d'im{)f. -ébam -ebat ecc. vengono a -ejja ecc. Si
potrebbe credere che spettassero al n. 5, rimontando ad -eiva di
f. ar>t.; ma è ben più probabde che da -èva (n. 4) si venisse
a *'ea (tose, leggéa), donde per tòr l'iato *-ejja (n 17), e in-
fine aperta Ve p<^r influsso di -jj- s'guente, -ejja: toulejja, sa-
pejja. 8. E[N]S, o segue la norma del n. 4: pajese borgo,
Larenese ecc., o quella del n 5: pajeise territorio coltivabile,
meise. ìveisa madia, ji peise ecc., o quella del n. 6, quando si
tratta di '-ensus -ensum': pise spise ('pendere'); appise, 'mbise,
Spise tolto da penzolare ('pendere'), ecc. — E per efintto del^^
finale di plur., s'ha Vi anche nelle prime due serie: p«)/ce (pel
ó V. il n. 93), mice, Larenice. 9. Per eff-fito deWi rinaie di
2. pers sing. ind. pres. , le si fa i: tu crids , ta pice tu pesi,
oppur ie: tu sp>ere, tu i'acc'-jiete, tu 'ì^rezie'e rigoverni (quasi
'rizeli' )\ tu abbiele 'copri ii fu')Co con la cenere' ( 'avvelare'),
tu sbieh 'levi la cenere' ('svelare'}. La 2. sing. impf. è -ije:
tu sapije ecc. 10. E notevole che le terze pers. plur, ind. pres.
seguono spesso la 2 sing. (v. aivhe s. e, ^ eco ): cridene (però:
sbelene di contro tijìsbele, tu sbiele ecc ). Non può essere una
evoluzione meramente fonetica Ma siccome molti nomi differen-
ziano il plur. dal sing per una modiricazione della vocale tonca
(sing e\ e, ei; pi. /, ie; v. n. 15, 20, 21, 25, 36, 42, 45, 46),
così può credersi che le terze pers pi ind. pres. riuscissero a
distinguersi in ugual modo dalle terze di sing., ricorrendo alle
* [Qui avi-emo, in effetto, Vie del nnrn. 15; cosi, per limitarci alla pronunzia
toscana, sono con Vn, quasi si trattasse di antica e: egli spera ^ la quiete,
lo zelo. G. I. A.]
Il dial. di Campobasso: Vocali toniche, 149
stesse modificazioni della vocale; già note, d'altronde, al verbo,
per la sec. pers. sing. Ognun vede come la frase: 'Lu Larenese
ze C7^ede cajisse jé mmeglie re lu Cambuwasaìie' ben si fa-
cesse tutta intera plurale, facendosi ^Le Larenice ze cridene
ca lare so....'; e, anticipando il n. 21, 'lu serpende ze s tenne'
suonasse perfettamente plurale solo col rendersi He serpiende
ze stiennenf ecc. Che se questa vicenda rimane affatto estranea
alla 3, pi. dei verbi di 1. conj. lat., i quali hanno e [shelene ecc.)^
od anche e {pesene ecc.), è da considerare come nei nomi dal
sing. in -a {femmena) non avvenga alcuna mutazione della to-
nica al plur. {femmene), e manchi perciò ogni analogia nomi-
nale che potesse spingere shelene , pesene ecc. a differenziarsi
nella tonica dai rispettivi sing. sbela, pesa ecc. 11, Per effetto
d'« finale, si resta ad e, anche se lo stesso vocabolo, quand'ab-
bia altra desinenza, fa i o e'i: pedeta 'pedita' (di e. al sing.
pidete n. 6), le pajesera (di e. al sing. pajeise n. 8) ; chjena (di
e. al masch. chjme), spesa (di e. al masch. spise) ecc. — Ed ^
pur nel plurale di codesti feminili : chjene piene ecc.
Breve. - 12. Più spesso e: fele, piede, preta, preje precor, ve
venit, te tenet (ma te! prendi!), Ji sécute, jennere genero. —
13. Anche ie: diece, ajere, siere, Pietre', miedeke, tienere, pie-
cure. 14. Ed e: ji leggile', merete',ji medeke; lepere, decerne',
e anche muglierema di e. a mugliera. Vedi la nota al n. 10, —
15. Per effetto di i finale si ha di regola ie: piede pi., tu prie] e,
tu vie, tu tie , tu Uegge ecc. Ma tu sicufe. 16. Per Va finale,
resta e nel fem., di e. all'ze del masch.: tenera, pecura ecc.; e
resta pur nei relativi plur. : pecure ecc. 17. In EU EI viene
a ie, e si perde l' atona finale: 7nie 'meus, mei' (sul quale si
coniarono le forme tie', sic ; ma v. n. 51), ddie (anche ddijje). —
In EA EyE EO, resta inalterata, e ad evitar l'iato s'inserisce
un -jj'\ mejja, niejje (sui quali: tejja, sejja ecc.); ji m'adde-
crejje mi ricreo {tu f addecrije. cfr. n. 15). Quanto all'essere
qui aperta, v. il n. 7.
In posizione.- 18. Spesso ie: fìerre, cierve 'cervo' e 'acerbo',
viende, -miende -mento ^ -ielle -elio, ecc. 19. Non di rado e:
* L'accento in terzultima favorisce è (cfr. n. 12 ecc.); altri es.: cendeseme,
patèteche (pi. •patintecc) lento, ànlbetn (dirbbcte) = tose, óehìio.
" Però ìnwwndtj.
Archivio glottol. ital., IV. ]1
150 D'0\idio,
verme, ceuze gelso, preute, senze, i ptc. in -ende,-ette [letto ptc,
di e. al sost. In Uette) ; ji perde, ji spenne ecc., i ger. in -enne,
gli avv. in -ìnende\ e le terze plur. perf. in -er[u]nt: seme exié-
runt, wulerne ecc. Ancora s'abbiano :Jes5e/ eccoti! ('én-[i]psum'),
'jglle! ecco li! ('elliim'). 20. Notevoli i casi d'e in coincidenza
col toscano (cfr. Asc. II 145-6): ;7 cresce (cfr. n. 131 in n.), j*
sceglie \h\à., ji venne, ji seenne, ji allecche. — E notevole pure,
oltre il solito deritte, anche fitte tetto. 21. Dato Vi finale,
subentra ie all'è del num. 19: vierme pi., cieuze id., tu pierde,
tu spienne ecc., ed i all'è del num. 20: tu crisce, tu sciglie, tu
vinne ecc.; e linene pi. difett. 'lendini' n. 163. E le terze pi. se-
guono le sec. sing. (v. n. 10): pierdene, criscene ecc.; fuorché,
al solito, quelle di 1, conj. : addevendene ecc. 22. Ma Va finale
esige imperiosamente V e : funestra n. 64, prescia ^avessai, pella
(-a Rn3i\og\ca.), perzeca, vecchia (di e. al msc. viecchie), cer-
loella (di e. al sing. cerwielle). Tuttavolta occorre V e, oltreché
nel solito stella (cfr. Asc. I 19, II 146), in meza fem. di mieze
mezzo n. 96. I pi. seguono i rispettivi singol.: vecchie vec-
chie ecc. 23. Coi casi di ie, del n. 18, non son da confondere
alcuni di e iniziale con prostesi di / (rfr. pugliese jacqua ecc.);
cosicché yere?;<2 erba n. 110 spetterà semplicemente al n. 22, e
jecclie,je e&t,jesse essere, al n. 19. — Sotto la norma del n. 21
cadrà in ci o tu eie' tu sei, da si sie di f. ant. (n. 93).
I.
Lungo.- 24. Intatto: spica, pi. spiche. Ripa n. loc. , ji
diche tu dice, sendì, sendive sentii ecc. 25. marite e nicte
hanno a plur. dinche-niar etera e nerera, dovuti all'analogia dei
nomi ove Vi del sing. è continuatore dell' ant. e (n. 11). Circa
fechete vedasi Canello, Vocal. ton. it., p. 6.
Breve.- 26. Intatto: pile, pire, cice, 'n zine (in seno) sulle
ginocchia, Mineche; ed in iato: vija, ggelusija (la pronunzia
secca del tose, vi-a non è qui possibile; sempre si propaggina
un j); e in terzultima simmela, pinnula piiula. 27. Spesso
e; normale, anzi, nei verbi: ji veve bibo, ji chjeche plico, ji
' E così pure me ve 'm mende. E lo strano verbo ji tamende {vu tamen-
dele\ e tu tamiende giusta il n. 21 ; e pur tanemiendf) io guardo fiso; crasi
di 'tener Diente', come si dice chiaro a Napoli.
Il dial. di Campobasso* Vocali toniche. 151
freche ecc.; mene minus, 'm mece invece. Determinato da a
finale, primitivo o analogico: curréja corrigia, peca, pera (di
e. al msc. pire n. 26), vedeva, sénepa, ceìiera ecc. 28. Gua-
rentito, all'incontro, dall' ^ finale: tu vive bevi, tu vide, tu mÌ7ie
meni ecc. E le solite terze pi. vivene, videne; fuorché, al solito,
quelle di 1. conj.: menene, chjechene. 29. Alterazioni ter-
ziarie, in ié: 'nziémbra, détte cito (tosto); in éi\ peipe, seita
siti-s, ìieiva, deità pi. di dite (cfr. Asc. I, 22-3), trejja 'trm'
accanto a tre 'tres' \
In posizione, latina o romanza.- 30. Intatto, quale che
sia la voc. finale; o perchè risalga a f': fìglie -a, spingula spilla
('spln[i]cula'"), ji pitie dipingo (*pictare) ecc.; o per contatto
di date consonanti: ji appicce ("ad-pi'ceare) 'metto fuoco', e
'prendo per mano', ji spicce pettino, J■^ scippe strappo ^ ecc. —
* [Il primo esempio è d'antica e breve, v. Arch. II 407 ioi\- peipe, seita,
neiva, e pur deità (cfr. p. e. Arch. I 175), formano poi il parallelo legittimo
del n. 5, sempre confluendo i riflessi dell'i' e quelli dell'é;- e tr^^jj-a spetterà
forse addirittura a quel numero. G. I. A.]
- [Questa base ipotetica supporrebbe un accento arcaico di quartultima.
V. all'incontro la nota cha apposi a p. 141. G. I. A.]
^ Il Flechia (lì 341) riferisce lo sippà dei meridionali, assieme al tose.
scìpare, « al poco usato lat. 'sipare' », riconnettendo sciupare alla « pur la-
tina forma 'supare' ». Io mi permetterei qualche dubbio circa la opportunità,
della modificazione che s'apporterebbe così alla etimol. dieziana da 'dissipare,
dissupare' (less. s. 'scipare'). Imprima, confesso che le mutazioni spontanee
di s in s ital. mi son sempre un po' sospette. In scimia, scempio, alla pro-
pagginazione del j nella prima sillaba può aver contribuito la presenza di u i
j nella seconda; sciroppo mantiene forse l'iniziale dell'etimo arabo ('scharàb',
DiEZ s. V.), e 'syropus' b. 1. avrà la iniziale latineggiata dagli scriventi; in scia-
pido e se!p.,s risulta da 55 (= 'iws.';o'dissap.' MSF.Em^. 101,1 14); e scialila sx^i'
Uva mi fa pensare a un *exsalivare (come 'espettorare'); e sceverare, che non è
solo 'appartare' ma 'andar scegliendo', ben s'addirebbe a un *exseparare (come
*ea;-eligere = scegliere). Checché sia di codesti sospetti, va in secondo luogo
avvertito che, se nell'ambiente toscano scipare può parer fiancheggiato da
scimia, nel meridionale non è, avendosi quivi semplicemente cina (e nap. corta
sorte), di rincontro a seppd con quello s che non continua se non ss ps cs se
(n. 129 131-3). Cosicché, a conti fatti, mi parrebbe meglio attenersi all'etimo
dieziano; o cambiarlo, se mai, con un *exsipare, il quale converrebbe ideo-
logicamente assai bene allo seppd, che è 'avellere'. [Intanto io m'accorgo
d'avere assai probabilmente sbagliato, nel porre, per il leccese, seppau = strap-
pati Arch. II 458, sedotto dall' esservi normale: -s- = -str-; fenomeno questo.
152 D'Ovidio,
31. Resta nella seguente serie, ma cedendo il posto ad e quando
la vece grammaticale il domandi: singhe n. 155 ('signum') senga
fessura, missc messa, tmde tinto tenda, sicché secca, nire
nera, oltre -ille che si avvicenda con -ella, ed -ische (p. es.
2Ja}ìe schiawunische 'farina impastata con mosto cotto') con
-esca. Ancora si considerino: jisse gesso, vitere, iJullitere (cfr.
Asc. I 18 n.), spisse avv., vmde venti; ali. a 'ramegna, lenga,
fessa cunnus ('fìssa'), pettula una certa parte della camicia
('pictula''?), oltre trenda con IV.- 32. Viceversa nei verbi è e,
pronta a rifarsi i, per efifetto dell' -i desinenziale: ji nzenghe
addito, tu nzinghe, lore nzenghene, e cosi gli altri di 1. conj. ;
ji mette, tu mitle, lare mittene, e cosi gli altri tutti. Le desi-
nenze di pchpf. cong. in -issem ecc : ji facesse, tu facise (n. 129),
lare facessene ecc. Le sec. pers. di perf. indie, sempre coll'z':
facisfe, pi. facisfeve ecc. \ — Notevole vicenda quella dei pro-
nomi dimostrativi: quille m., chella f., chelle neutro: e cosi
quiste cliesia clieste, quisse (eccum ipsum) chessa chesse^. —
I nomi di 3. deci. lat. pajon pur essi preferire e; pesce sing. e
pi,, verde; e cosi 'inde' -enne, e 'de-intro' dendere (a Nap. diìide,
che si crederebbe riproducesse 'de-intus', se non si sapesse quanto
a Nap. sia labile il r nella form. TR, n. 112). 33. Mi pajon
d'origine colta degne, vesclieve, vatteseme, cresema, majestre
sing. e pi, prìngepe id., recire n. 6.
che all'incontro rimane estraneo ai dialetti di Napoli e Campobasso, i quali
hanno essi pure il verbo srppd. Va però a ogni modo avvertito, che fra seppd^
strappare, e scipare sciupare, la differenza in ordine al significato è abba-
stanza ragguardevole. G. I. A.]
* Il toscano ha facesti, vedeste, che accennano ad '-Isti, -è'stis', e dormi-
sti ^^dormììsti -misti'. Ma, se il meridionale ha sempre -iste (campob. : ji
facivc, tu faciste, jisse facette), ciò non vuol già dire che esso accenni sempre
ad '-isti' come il tose, dormisti; vuol solo dire, che Vi raerid. sia mante-
nuto saldo dall'i finale. Quanto a facisteve e simili, vi si ha la sec. sing. con
suiffssovi ve enclitico = voi.
^ Nonostante la bella simmetria morfologica, codeste serie danno molta
pena alla fonologia. Se quanto all'uscita le voci neutrali coincidono con le
maschili, quanto all'evoluzione della tonica, e al dileguo dell'elemento labiale
che le precede, esse coincidono invece con le feminili. Si tratta dunque
forse di antichi plurali neutri? 0 di feminili coli' ellissi del nome 'cosa'? Io
eatrambe le ipotesi, V -a finale si sarebbe affievolita giusta il u. CI.
n dial. di Campobasso: Vocali toniche. 1B3
0.
Lungo.- 34. Spesso g: sole, sorece ecc.; fi m'addane m'ac-
corgo, jl me nzoìy *in(u)xoro. Ed è il riflesso costante quando
siavi a finale: Jor«, pelosa ecc., e resta nei rispettivi plurali:
Jore ecc. 35. È ou nel suff. '-one'; lejoune, pmifessioune ecc.,
e nel suff. '-ore': remoure, reloure dolore, seroure sudore. Però:
amore, x>g l'amore ca per ciò che (cfr. Asc. I 25 n, 549 Z>; III
94 n), core fiore. E contro al num. prec. : crouna rosario, plur.
crune. 36. E u in ni',, vu, nudeke nodo, cliiuppe, cimime,
siile, [ciitugne]^ e nel suff, '-oso': peluse, [g)ulejuse ghiotto,
'golioso' loute voto. Questo riflesso è costante nei nomi, quando
siavi i fin. : surece pi., uce voci, lejuiìe, remure, cure, peluse ecc.
S' hanno tuttavolta i pi. nome, spose. 37. Nelle sec. pers. sing.
è ug: tu te nzugre, cfr. n. 42. 38. D'm sempre fermo, ol-
tre che tutte -a, ji stute smorzo (Asc. I 36), è esempio; ji me
seruppe 'mi succio in pace' (cfr. 'giulebbarsi'). 39. -ORIO,
-ORIA danno -ure -ora (cfr. n. 3): vendature forte vento (q.
'ventatojo'), 'nnaspature aspo, cusature (cfr. n. 108) 'cilindro
di ferro cavo in cui si soffia per attizzare il fuoco' ^;- chettgra
caldaja (q. 'coctoria'), putatgra, schiamatgra schiumino, n. 82.
Però: Prejaioreje , magnatoreje scorpacciata, 'n gernetoreje
girovagando; e rasugle rasojo. 40. In funzione enfatica 'non'
è no e none; proclitico si vedrà al n. 76.
Breve.- 41. E ó nella penultima di voce che termini in a^
prova, sgra. Cola (N'./.ó>.-), ecc.; ed o nell'antipenultima, data
la stessa condizione: collera, socera, e pur sor0-m(2 suóra-m[i]a.
I rispettivi plur. restan conformi: sgre, socere ecc. Ancora nel
sing, di nomi di 3. deci.: egre, vgve bove, Jome homo; e nelle
voci non sdrucciole del verbo, che non cadano sotto il n. 42 : ji
mgre, jisse vgla, pg potest, vg *volit, mgve, egee inf. apocopati ;
mentre invece: votene; movere, cocere. L'o anche in nove no-
vem. 42, Passa in ug nel plur. di nomi di 3. deci.; vugje
* Assiii probabilmente il fisaturi greco-calabro, nonostanto la radicale gre-
cizzata, è questa voce dell'italiano provinciale del luogo; anziché contenere,
come vorrebbe il Morosi (IV 42), uno scambio di suffissi alla romaica: -t;^-
piOV in -TWplOV.
l.-l D'Ovidio.
ho\ì, jiiomoìe: nei sing. e pi. di quei di 2.: lugche, fegliuole,
suocere, bbiione; nelle sec. pers. sing. di tutte le conjug , e nelle
terze plur. che non sieno di 1. conjug. : tu vuole voli, iu muore,
iu può, tu wug; muorene, puonne, imionne. — Ma: stomeche,
mqneche (pi. muonece); oltre mo adesso; e qui stieno anche
'llgche 'llocheta costì (illoc, nella ragione dell' o; cfr. Asc. II
434 446).'
Di posizione lat. o romanza.- 43. Riflesso per o: I. in voci
in -a: condra, forma ecc. e rispettivi plur.; II. in nomi di 3.
deci.: monde, ponde\ III. nei ^^v\ì\\ ji annascgnne, love iornene,
ji sorcine sorbisco (*sorb[i]culo), ecc. — 44. E all'incontro per
0. I. cossa coscia n. 132, coccela conchiglia (*concheola, Flech.
II 335), vrocca forchetta (che sarà il fem. di 'broccus', da' denti
sporgenti; cfr. Diez, s. brocco); li. conde , notte, forte {muolle
risale veramente a 'mollo' di f. ant ), e rispettivi plur.; III. J^'
dorme, ji 'pozze posso, cocca nevica, lore portene.- S'aggiun-
gono: forze (tose, forse), il numerale JoZ/e, Qpo post \ 45. Passa
in ug nei sing. e nei pi. (non neutri) dei nomi di 2. : cuglle, ugsse
(pi. Jossa), cugreje, cugcchele guscio (*conchulo: cfr. Diez less.
s. cocca), sugcce eguale ('socius'), melugne bernoccolo, cugppe
(f. coppa) zoppo, cugtte (f. cotta) tozzo; e nelle sec. sing. dei
verbi che seguono il n. 44 in: tu ctugrme Igre dugrmene, tu
2')ugrte ecc. ecc. E ancora in attugrne, ugje hodie. 46. Si rende
per u in mucceche morso n. 114 (pi. mgcceca), cunde 'conto',
accunge 'acconcio', dov'è anche da vedere la prima nota al n.
53; e nel plur. de' nomi del n. 43 ii: munde (però pgnde), e nelle
sec. sing. de' verbi del n. 43 in: tu iurne, tu annascunne ecc.
U.
Lungo.- 47. Intatto, qual che sia la finale: crude cruda, jì
zuche succhio, wufera bufala ecc. Tuttavolta, pertuse 'pertiì-
sum' si lasciò sedurre dalle analogie (num. 34 36) e io" p)ertgsa
al pi.; ed accanto a muttille imbuto c'è mgttera grosso imbuto.
Breve - 48. Intatto: lupe, ji fuje (cfr. Asc. I 185 n, 262;
' [Non sarà affatto inutile che s'avverta, come questo duplice riflesso (num.
43 44) vada poi considerato in relazione ai dialetti prossimi e agli italiani in
generale; cosi, p. e., con !'«, anziché con l'd, son nel sicil. : furma, munti,
Arch. II 146. G. I. A.]
Il dial. di Campobasso: Vocali touiche. 155
III, § li 3; NiGRA III 14), ji stimje struggo ecc. 49. È g in
chigve piove (Asc. I 34) ; ji fase fui (cioè *fiì-si, con un suffisso
temporale ormai sparito dal resto della conjugazion locale, che
ha soli perfetti deboli in -ve: 'parlave, facive parlai, feci), loì^e
fgsene; in addò 'dove' e 'chez'; e ne' nomi in -a: ngra, lopa
gran fame (lupa), 50. Il riflesso conforme a quel dell'ò del
n. 35 l'abbiamo in nouce, crouce; coi pi. nuce, criice. 51. E
alteraz. terz. ne'possess. tuo, sug s. e pi.; f. toua, sona, pi. toiie,
soue; cfr. n. 17.
Di posizione lat. o romanza.- 52. Intatto, quale che sia
la finale : jusle justa, ji agghiuste. Auste, urze, puzze, zurfe. —
53. In g, stante Va finale: cgrta, cgrzeta corsa, fem. di curz-efe,
sorda f. di surde \ tgnna f. di tunne rotundus, logjena pi. di
'pujene pugnum n. \bò,'jglepa vulpes-, JojTa ugna,^"onc^« giunta^;
e nei verbi, eccettuate le 2. sing. di tutte le conjug. e le 3. pi,
che non sieno di 1. conj.: ji accorte, Tore accgrtene (ma fu ac-
curte), ji corre (ma tu curre lore currene), ji vgne ungo, ji
rotte urto 'butto' ecc. 54. L'o è anche in j)gce 'pul(i)ce-' n. 102,
pi. 2^ii'Ce. Circa rouce dulcis, pi, ruce, son da confrontare i nn.
35 e 50; e alteraz. terz. abbiamo ne' sing. e pl.jugrne, denugc-
chie, fenugcchie, manugcchie covone; cfr. n, 35-6, 45, 55. Ap-
pare un i fondamentale in vritle sporca f, vretta, che sarà una
divariazione di 'brutto', e ya cosi con renena 'hirùndine-' n.
163; nel quale esemplare concordano più altri dialetti (sic. rin~
nina, ecc).
M, CE, AU,
M. 56. In te: ciele, ciene fieno n. 99, nieje naevus; - prieste,
priene *prae(g)nus. In e ed e: Cesere, secule, predeca:- greca,
prena, ggudeje, e ji ceche accieco (ma tu cieche, Igre cechene;-
' Si sarebbe tentati a metter qui anche turdc tgrda stordito, ed a vedervi
una conferma della derivazione di 'stordire' da 'turdus', rifiutata dal Diez
(less. s. V.). Ma all'etimo preferito dal Diez, *extorpidire, s'acconcia benis-
simo l'nche il nostro turde, che riverrà a 'torp'dus' così come cunde riviene
a comp'to-, n, 46.
" Sposa la jglepa gridano i fanciulli quando piove col sole.
' Sarà da ricordar qui il solito coppa (cupa), 'n goppa sopra; v. Diez, I'
164. E coppela berretto sarà diminutivo di coppa capo.
156 D'Ovidio,
ji 'mhroste (ma tu 'mhrieste). (E. 57. pena. AU. 58. Im-
prima i soliti cawule, Pawule. In g:jQ aut, tesare sing. e pi.,
cgsa CQse,ji gode {tu gunde),ji affgche,ji strafoche strozzo ecc.
In o\ poche poca, povere. In ou: Joure oro.
VOCALI ATONE.
A.
Protonico. 59. Tranne Taferesi, frequentissima {'ttaccaglia
legaccia n. 103, Ndoneje, 'ppeccà n. 30; ecc.) ma non perma-
nente (cfr. n. 71), pressoché nulla di notevole. Al nap. rangella,
brocca, qui si contrappone rungielle (lagenulo). Nella pe-
nultima dello sdrucciolo. 60. Sempre e: gàmmere (dira.
gammariéllé), càndere cantharus [candar ielle), móneche [rnu-
naciélleY; canepa, seìtepa; màmme-ma {mamma-), sorema
{sarà-) num. 41, muglierema {muglìera-) num. 14, zijema
{zija-)', wufera bufala, càndene cantano, candàvene, magnete
mangiati {magna, magnatine mangiatelo). Nelle giustapposi-
zioni si elide talvolta Ve stessa: fe{g]urde! figurati! All'u-
scita. 61. È, si può dire, l'unica vocale che vi si regga; benché
pur v'abbia una pronunzia cosi cupa ed incerta, da rasentare
quasi Ve (cfr. n. 39), quante volte vi si scorra su senz' alcuna
enfasi: terra, funestra, nova, hhona, ecc.
E.
Protonico. 62. Di regola, e: penzà'^, arrecurdà, denare;
e le proclit. de de, pe per (ma e et). 63. Passato in a: assucà
exsucare, assaggia *exagiare, accujatà acquietare, Mecalangele
Michelangelo, calapine ('Calepinum'); in ispecie dinanzi a r:
stranutà, Arriche, marenna, cummarella *(cu)cumerella, pas-
sartene (dim. di pàssere), cangarejata rimenata (quasi 'canche-
reggiata'), sdarràzza ferro per 'sterrare' gl'istrum. agricoli,
taì'ramote. Un filone interminabile costituiscono gì' infiniti in
* [Questo esempio spetterà piuttosto al num. 72; cfr. Arch. I 546 e.
G. I. A.]
^ Il MoMMSEN [TJnterital. dialekt.) cita come voce meridionale un piemd,
deducendolo erroneamente da tu pienSe; mentre l'è in ie non solo non si estende
al di fuori della sec. pers. sing. (num. 19, 21), ma sarebbe assurdo poi, non
che falso, il supposto che si potesse ritrovare nell'e atono.
Il dial. di Campobasso: Vocali alone. 157
'-ère -ere' (cfr. num. G9) agglutinati con voci di 'avere' nei
condizionali e nei futuri: decarrija direi, facarrija, vedarrija,
vedarràje ecc. Ma qui, oltre il i% c'entra l'analogia dei verbi
di 1. conjug. {candarrija ecc.). E che anzi quest'analogia possa
da sola bastare, lo prova il lllone, anch'esso infinito, benché
più sottile, delle prime e sec. pers. plur. dell' impf. degli stessi
verbi in '-ere -ere' (cfr. nura. 69) : decavame dicebamus, deca-
vate, vedavame ecc. — Voce presa alla lingua letteraria pare
avoire; e sargende è forse uno spagnolismo, benché basti la
norma comune del nostro dialetto a ridurre cosi la parola. —
64. In u per contatto di consonante labiale : funestra, apimtite,
puUecchia pellicula, puccate, sumenda, putresinere, jastumà
{ji jasteìne bestemmio num. 107). 65. Nell'iato passa in
e, e quindi, come con lo stesso i atono originario (num. 73),
si viene ad ej: vejaie {*viaie di f. a.) beato, crejatura, rre-
jale re(g)alo. 66. Per l'aferesi cito solo 'ngegnà encaeniare,
'nghiaste inezia ('emplastrum'), 'cchieseja, 'renacce rammen-
datura (quasi 'parte ruvida, arricciata', 'erinaceus'). Posto-
nico. 67. Sempre e, e non fa d'uopo d'esempj. Nell'iato, vale
il n. 65.
I.
Protonico. 68. Di regola, e: lenzugle , veglia, e le proclit.
se 'si' congz., le 'gli' art. e pron., ve vi. 69. Non vera alte-
razione fonetica, ma assimilazione morfologica, è nelle serie con
Va: sendarrija ecc., o sendavàme ecc., già preparate dal nura.
63 \ — Del resto: varuletta 'viria'. 70. In u, solitamente pel
contatto di cons. lab.: lusija liscivia, Lucile ilicetum n. 1., huc-
chiere (assira, forse anche a 'bocca'), muéille mucella micio,
spulci. 71. L'aferesi é in tutti i composti con 'in', senz'am-
metter rìpristinazioni (cfr. invece il n. 59): 'mmireja invidia,
'mmite, 'nzireja stizzetta 'insidia', ecc. Sincope in limale. —
Postonico. 72. Sempre e: uteme num. 102, uiele; lihhy^e li-
bri. In penultima di voce sdrucciola, è talora ettlissi : spir'de,
' Anzi sendavàme ecc. spetteranno addirittura al n. 63, poiché di '-ibam'
qui veramente non s'ha traccia (scndeva sentiébam, come sapeva sapiébam)?
e perciò partiremo veramente, nel plurale, da *sentevamo ecc.
153 D'Ovidio,
merda merita, Mingile (Do)minicus; mìcce *mitt[i]ci méttici. —
Nell'iato. 73. zej'ine ("z-àiio, zio); vizeje ecc , cfr. n. 26. —
La combinazione àtona ui .ridotta ad u: angimaglie, secutà,
reculizeja n. 150.
0.
Protonico. 74. Di regola, u: uliva, jmrtà, murtale mor-
tajo, cum'bà (vocat. di 'compare'), culata bucato {'colata', e
riconferma la dichiarazione di Flech. II 328 circa 'bucato'),
Lunarde. 75. In a, nella prima sillaba, ma non senza che
se ne scorga qualche motivo: a{g)iianne 'hoc anno', addoure
odore, acchiale, accidere, appelà 'oppilare', cajenate cognato
num. 155, canosere. Per sillaba interna sarebbe esempio Fer-
razzane n. 1,, se risponde a 'Ferocianum' (P'lech. N. loc. nap.,
29). 76. In e: pemmargla pomidoro, mezzoune mozzicone,
clieltora num. 39, chenocchia, tremenda penare ('torm-'), pe-
lite polito, cecculata, e le proclit. che = con, nen = non (cfr.
lì. 40) : iien grede non credo, e persino nn: nn d'avisa crede ca...
non t'avessi a credere che..., mm ho sape' (lettor, 'non può sapere')
chi sa, caso mai. Per Ve s' ha poi e in (a)hhengunde a buon
conto (assimil. a hsne), e in gnerno (anche gnomo , gnarno). —
77. Ettlissi: crouna, num. 35, frastiere. 78. Nell'iato si fa u,
sec. il n. 74, e quindi propaggina un io (cfr. n. 86): Ggiuwanne,
puioeta, purtu[id)aUe arancio, porto[g]allo. Postonico. 79.
In penultima di voce sdrucciola oscilla tra e q w. lepere; fi-
cura fichi. All'uscita, dove si considera specialmente l'-o della
1. sg. pres. ind. del verbo, sempre e\ cfr. n. 85. L'o finale ri-
pugna assolutamente a tutti i dialetti meridionali.
U.
Protonico. 80. Di regola, intatto: sputa, scutellare cre-
denza (q. *scutellarium), affumià, curre'me corriamo, ecc., e le
proclit. lu, mi, stii, 'ssu. 81. Ma non di rado e: checoccia (Diez
less. s. cucuzza), pendoune pugno (q. 'puntone'), 'nibezzature
secchio (q. Hmpozzatojo\ cfr. 'nnaspature al n. 39), n ec~
coune (oltre nuccoune) un po' ('un boccone'). 82. In a nella
prima sillaba (cfr. n, 75): rasanugle *lusciniolo, schiamatgra
schiumino, maccature moccichino. Di sillaba interna: vettarella
Il dial. di Campobasso. Vocali alone. 159
somarello, dimin. di 'vettura' che qui dice: mulo da sella, asi-
no, cavallo. 83. Aferesi : 'surpA imbeversi, nu, na uno -a,
'nguiende (che piuttosto rende un 'inguento'), melUcule ombilico.
Sincope: nzurà n. 34, crejuse curioso. Postonico. 81. In
penultima di voce sdrucciola, salvo le ettlissi comuni, nelle quali
però restiamo spesso al di qua del toscano {mascule, spicule),
di regola si mantiene: miccula lenticchia, spingula num. 30.
Ma le terze plur, ind. de' verbi (sdrucciolo non latino) hanno il
solito esito -{e)ne: leggene, scrivene; candarne, facerne. —
85, All'uscita, dove specialm. si considera V -u (-o) dei temi
nominali, sempre e; escluse le proclitiche cit. al n. 80. Cfr. il
n. 79. 86. Nell'iato, il solito strascico del w (y. num. 78, e
cfr. n. 26, 73): cundinuv^à.
Dittonghi.
JEi. 87: demoìieje {p\. demi{oneje), Letizeja; lutarne', a{g)ua-
le\ Mileja Melejetla, state num. 160. AU, 88: Ji»**?' godere,
repusA, piiverielle, pucurille e cfr. napol. 'bhrugate rauco
(*abraucatus) : A{g)usle, aig)wyje, arefece; aucielle e 'delle.
CONSONANTI CONTINUE.
89. Iniziale. Intatto': judece , jugche, jettA, jonda n. 53,
jiimenda , juste , Jennare. Ed ove occorra raddoppiarlo (num.
173 segg.; cfr. n. 136), se ne ottiene gghj: che gglijudiceje,
tre gghjgnde, ecc. (cfr. n. 118). Talora si ha gg ' : gga jam,
ggoicene, ggurA, Ggrsù, Ggiuwanne, Ggiuvedi, Ggelornie,
Ggiugne. 90. Interno: Maje , pejje, dejune dejunA Me-jeju-
nare', Arch. I 508 n. J complicato.- 91. LJ (LLJ) è glj
a Campobasso, anzi quasi nell'intero Molise, il quale tramezza
fra le Puglie a sud-est, ove sùbito incomincia il gglij- ifìgghie),
e gli Abruzzi a nord-ovest, ove sùbito incomincia il j {fìjjf)'
* [Cfr., per questo numero e pel susseguente, la nota che appongo al n. 139;
e i num. 92 e 96. G. I. A.]
° Da Roma in giù, il g I)a sempre pronunzia intensa; donde gli errori fre-
quentissimi d'ortografia. Cfr. il sonetto satirico del Belli intitolato II Saggio
del Marchesino Eufemia; il quale «Senza libri provò che paggio e maggio
Scrivonsi con due g come cugino >.
160 D'Ovidio,
Aderisce in ciò alla Campania, che ha a sud-ovest'. — RJ, v.
num. 3, 39, 92, VJ, BJ. Più frequente J: cajgla gabbia, aje
habeo, i^aja rabies; ma anche gg\ suggette, Uegge *lev-io (Asc.
II 147). 93. SJ. Dà e, se è tra vocali": vace basium, cace,
ceraca, facuolo, sfaculate ridotto al verde (quasi 'sfagiolato'),
ammacunaie appollajato (*adma(n)sionato): artecane (*arte(n)-
siano, Flech. II 15), cenica, sbraca, ji cuce (e tose, cuco, da
*cosio = co(n)si(0, Asc. I 141 n.); e anche rada 'sedimento tar-
tarico delle botti', che dev'essere *rasea, onde pure l'it. 'ragia'
(DiEz). Anche SI dà talora per propagginazione sji, onde ci: cina
(*sjimia), frenecija, bbucija, traci entrare (*tra[n]sjire; cfr. napol.
trasi),miàe (*me(n)sji) num. 9, 72; ci si, accucl cosi, eie e ci da
^sié si' tu sei, num. 23. — La ragione, per cui non si vien mai
a z come in toscano, è poi questa: che mentre il continuatore
toscano dell' antico s fra vocali è spesso sonoro (perciò *faz-
juòlo fazuólo, ecc.), qui all'incontro è sempre sordo (v. il num.
123). — Quando lo e si dovrebbe raddoppiare, cede il posto a
s (cfr. num. 108); per es. can e sine cani e scimie, che sié
mmenute a ffà equa? a che scopo sei venuto qua? e si ci! e
sì sì! 'gnosi gnorsì, col r assimilato. — E mi restano gli esempj
epentetici di -SIA -SIO : 'cchieseja n. 66, Gghiaseje Biagio num.
107. 94. NJ è n^: vina, ecc.; e anche nella crasi di due voci:
' Ed entrambo insieme s'accordano con la Toscana per la forte intensità del
glj, che vi equivale sempre a llj, sia che risalga a llj etimologico (aglio), o
a semplice Ij (figlio). Anche sul l, si vede, il j ha quella sua efficacia rad-
doppiativa che dimostra sul b in abbiamo ecc., o sullo s delle attuali pro-
nunzie toscane viszjo, giiistizzja, ecc. In molte parlate toscane il j è ora
assorbito da i che gli succeda ('vecchi' si pronunzia vekki), e in esse glji è
sempre Ili (filli = *fil!ji = filji = ^fi\ìV); cfr. n. 94 in n., e il n. 97.
^ Lo e, cioò il suono del e toscano tra vocali, è così perfettamente definito
dall' Ascoli nei Coì'si di glottologia (p. 22): «fricativa che si distingue sol
per minore stretta orale dallo se di scemo». Difatti, da noi si raddoppia per
/, come vediamo nel testo. Le antiche scrizioni toscane : bascio, camiscia, ori-
scello e simili, non eran che tentativi di rappresentare lo e (cfr. Flech._,II
376 n.).
' S'intende che l'intensità del suono ò eguale a quella che ha in toscano,
ove equivale a nnj, tanto allorché risulti da nn.) ('somnium'), quanto allor-
ché risulti da semplice nj ('castanea'). La ragione è quella stessa che si
accennò in nota al num. 91. Ed anche ni (nnji) si riduce in alcune parlate
toscane a nni (banni, calcarmi). L'intensità di n e di Ij spiega d'altronde le
antiche grafie toscane ngn, Igl.
Il dial di Campobasso: Consonanti continue. 161
neni (non-ji) non andare (imper. 'non ire'). Cfr. n. 157, In snonne
per 'sogno' [sunna sognare) non è a vedere se non il semplice
'somnus', che si estende a significare il 'sogno' ^ ; e dice, come
altrove, anche 'tempia'. — Epentesi in caucemugneje num. 102,
e in 'Ndoneje Antonio (ma Sancì' Anduone è T'A. abate'). —
Finalmente, pur qui col j in g: venghe tenghe (non mai ve-
ne ecc.). 95. MJ anch'esso n: óina n. 93, vellena vindemia
(cfr. genov. e sicil. Asc. II 121 147); e anche MBJ (che è come
dire mmj-, v. n. 168): cane, canà, scanà 'perdere il colore (una
stoffa)'. Non parrà eccezione: mawuld miagolare. — Di C'J v. i
num. 97, 102. 96. DJ, Di regola, /: jugrne, [juita mg! orsù! ],
ugje num. 45, ugreje hordeum, iremmojja tramoggia, 'nguajà
scommettere (cfr. Asc. I 253 n.). È z, ma necessariamente sordo
(cfr. n. 123), in mieze meza. E coli' epentesi: meserecordeja,
'mmireja, nzireja n. 71, stureje, dej atonie. 97. TJ CTJ PTJ.
In z {-ZZ-; e i dietro n): chiezza n. 2, puzze n. 52 ; cumenzà,
sendenzeja: Notevole che si distingua fra azzejoune {zzj = CTJ)
e justizeja o lehherazioune [zj = TJ) ; laddove il toscano ha in
effetto sempre il doppio z, pronunciando esso azzjgne gustizzja,
e il napoletano e il pugliese alla lor volta sempre il doppio i:
azzejgne justizzeja. — Per la riduzione in e (cfr. n. 145): scorca
scorza, scurcd scorticare", pacienza pacienzeja, e colla sonora,
normale dopo n: accunge e scunge n. 46; oltre il solito cacca
metter fuori {caccejà andare a caccia è già 'cacceggiare'). —
98. STJ: hhesteja. Nessun esempio di s. 99. FJ in àiene, fieno,
entra nell'analogia del n. 108. 100. PJ. Prescindiamo dapjetó;
e a form. interna tra vocali avremo -ce-: sacce, pecéoune, secca
sépia.
L.
101. Iniziale o mediano tra vocali, intatto: luna, lugnghe,
mule, fele\ o scade a r: canarielle canaletti (dissim.), z' ac-
cuccherct accoccolarsi, alluterà infangare ("adlutulare), sbuterd
* Estensione che non è affatto estranea pure al dizionario latino; v. Enn.
ap. Cic. Div. I 20: 'exterrita somno'. E anche il friul. sun dice 'sonno' e
'sogno'. Cfr. 'campagna' per 'guerra'.
'^ II campob. scurcd equivale per significato, e s'approssima nell'ordine acu-
stico, al soprasilvano scorcdr (Asc. I 53). Ma, nell'ordine etimologico, la voce
soprasilvana ò 'scorticare', e la campobassana all'incontro ò 'scorzare'.
162 D'Ovidio,
rivoltolare ('svoltolare'), scuterà (e scutelejà) sbattere, 'scoto-
lare'; e i più plebei estendono codest' alterazione più che non
faccian gli altri, dicendo, p. e,, anche ru, ra, per l'artic. lu,
la. — Il doppio LL, se resta interno, non soffre qui mai alcuna
alterazione, e quindi neppur viene a \l\lì dinanzi a vocal pa-
latina. L dissimilato in n, oltreché nel solito chenocchia n. 76,
è in pinnula n. 26. 102. L cui sussegue una momentanea
dentale o palatina, od una sibilante. In queste formole,
tace il l costantemente; ma lo sviluppo dell' if, da cui resta
assorbito, non rimane manifesto se non quando la formola è
preceduta dall' <^ (*ault); e sono in fondo condizioni non diverse
dalle piemontesi (cfr. Nigra, III 29), né dalle napoletane (a
Napoli è però frequente anche il dileguo dell'in preceduto da
a: ale altro, cazgne, ecc. di e. a. fauze ecc ). — ALT: Jaute
alto, Jauzà, jautare altare; Jaufe altro. AL'D: caure (ma:
scalici, callejja fa caldo; calìàra caldaja), mauritte mal^e]-
detto; ALS: fauze, saiiza, sauciccia; ALC: canee calcio, canea
calce, caucemugneje num. 94, fauca falce; cauza, cauzoune,
scauze; AL'C: Salgite Sal[i]ceto, num. 6; OLT: vota volta,
vutà voltare, shuterà n. 101, cugle cola, tiigte tgta\ ULT:
cutielle (ma anche curtielle ^), uteme -a; ULC: j^Qce pulce, pu-
cine pulcino, rouce dolce (ma: lu rglece 'dolciumi', ed è un'af-
formazione dialettale della voce colta), affaci rimboccar le ma-
niche ('affulcire'); ULS: pw^e polso, appnzà *appulsaro, 'mbuzà
*impulsare. E finalmente: meuza milza. — Quando il L è sus-
seguito da una consonante diversa dalle anzidette, o passa in r,
0 se ne stacca per epentesi di e: ^urfe sulphur e 'nzurfareze
adirarsi, scarpielle (donde poi scarapielle , cfr. n. 109, 117),
farbalà;- maleva, saleva, cglepa, glepa num. 53, e anche
pulepe polipo (ndi^oX. purpe); calecane, culecàreze ('colcarsi'),
'balecoune. Ma pur qui: tupanara talpa. L compli-
cato.— 103. CL a formola iniziale riducesi a chj '^ : chia-
' [Resulterà che la formola àtona facilmente sfugga alla evoluzione: scallà
callejja calldra curtielle. G. I. A.J
^ Che non è lo schietto chi''- toscano (k+j), bensì un unico suono esplosivo
palatino, più distante dal palato-dentale e che non ne è il e ladino. E a dir
lo stesso appunto del gghj-.
Il dial. di Campobasso: Consonanti continue. 1C3
ma, ecc. Così pure CL o C'L a formola interna dopo consonante:
'cchieseja, 'mmeschin; ed anche, per lo più, tra vocali: cuc~
chiare, macchia, 'recchia, lourticchìe 'cerchietto dove s'infilza
il fuso' (verticulum), ecc. (cf;-. n. 105); ma, tra voc, è pure Ij,
sempre in es. comuni: ma(jlia, cuniglie, ecc., tra i quali pongo
SiViChQ maniglia manic[u]la \ lOl. T'L : viccchie, secchia,
'bhruschià abbrustolire. Per T'L che s'ottenga in età piii tarda,
e non abbia perciò dato l'antico ci (cfr. Asc. Ili 29 n , e al-
trove), è qui pure II in spalla, oltre fella fetta, comune a tutto
il Mezzogiorno, quasi 'fettula' (Morosi IV 69, cfr. Flech. , Di
'ci -tv, in fine). 105. PL P'L danno anch'essi chj-\ chiane,
[chiugfe -ola lento, 'plotus'], acchianà la rrohha darvi fondo
(appianarla), cocchia^ scucchia staccare; ecc. Ma: duppje doppja
spesso, cfr. n. 53. Con la sonora voluta dal n\ 'nghiaste empla-
strum; e da nglij arriviamo a nj in jénere empiere, come ugual-
mente ci arriviamo da NC[L] in nostre inchiostro. 106. GL
0 G'L riducesi di regola a Ij, anche a formola iniziale: gliom-
mere 'glomere', glianna ghianda, ji 'gligtfe *adglutio, quaglici,
streglia. Ma: gna ungula ugna, cfr. n. 105; e pur qui selluzze,
singhiozzo, V. Flech. II 377. 107. BL a form. iniz. dà gghj-.
gghianghe, Gghiaseje num. 93, ej (normale poi a Napoli: J/2?i-
ghe) in j"ta bieta (cfr. Arch. II 56 n., 121). E pur qui il singo-
lare J«5^ema (Asc. II 147 n) bestemmia; che forse ebbe hl[a\
in gl[a\, e quindi, espunto l, in ga (cfr. Flech. N. loc. nap., 10),
donde il g si dilegua giusta il n. 152. — Di B'L interno, i due
esiti normali in negghia nebbia, stiglia 'subula'; e resta fibbeja,
che toscaneggia. 108. FL riducesi a e, il quale, dopo una di
quelle parole che vogliono la doppia (num. 173 segg.) cede il
posto a s (cfr. n. 93): cucca fioccare, éuccaglie orecchini (q.
' Questo etimo m'è suggerito dal prof. G. B. Gandino. Lo sp. manilla vi
si adatta, come i pure sp. cahillon a '■c\a.v\c,''\a.\ junquillo all'it. giunchiglia^
ir. jonquilh (Djez P 211, IP 325). L'etimologia dieziana da 'mouilia' non
soddisfa dal lato ideologico, valendo 'monile' nuU'altro che 'collana', né appaga
poi del tutto dal lato fonetico, poiché V o atono non suol venire ad a senza
qualche ragione speciale (v. num. 75, e Asc I 46), che qui non c'è; essen-
dovi anzi nel m una spinta, non che a mantener l'o, ma a farlo surgere
se non vi fosse stato. A Campobasso l'unico significato che sopravviva è quello
di 'anello pendente dalla serratura d'un uscio'.
104 D'Ovidio,
'fìoccaglìa'), rore {ire siire), nume, canna fionda (v. Flech. II,
5G n.), cunnàreze scagliarsi, cacca ferire con pietra ('fiaccare').
-FFL- è normalmente s in cusà soffiare, coli' iniziale pur qui
assimilata.
R.
109. Tenacissimo, anche nelle formole ARIO, ORIO ecc. (num.
3, 39), e superflui gli esempj. 110. Data la formola atona:
cons.^voc ^■R'rcons., dove la seconda consonante non sia v, l,
n, 0 esplosiva dentale, il R è attratto dalla prima: cravoune,
tremenda num. 76, 'niruiuulejate (q. 'intorboleggiato'), 2^^^ff-
ferejd perfidiare, truppejàreze vergognarsi (q. 'turpeggiarsi'),
'ndreccuQSce intercoscio, 2')re[g]ulate , pergolato, abdre[g]gna
vergogna; dove all'incontro, se è ■?; la seconda consonante della
formola, non s' ha metatesi del R, ma epentesi di vocale che
lo separi dal v: cerevoime cervona (serpe), cui si aggiungono
altri due esempj al n. 117; e cfr. jereva erba. — Data poi, atona
0 tonica, la formola: cons. + voc. + cons.-i-R, il R passa facilmente
a seguir la prima consonante anziché la seconda: fraveca, freva,
Frebbare, prubbeca moneta equivalente a circa sette centesimi
coniata dalla 'Repubblica' partenopea, Grabbejele, crapa capra,
prcta num. 12; ai quali s'aggiunge, pur mancando il primo
elemento della formola: rapi aprire. 111. Epentesi di r: fri-
schje (accanto a fìschje), sperchje specchio (a Benev. sprecchje) ;
scrizze screzzà schizzo -are, a tacer di truone tuono. 112, Et-
tlissi di r dopo t: quatte ;] ante -a altro -a, patine -a padrino -a.
Ma è ben lontana dall' esser normale come a Napoli; quindi:
funestra (num. 64) di contro al nap. fenesta, menestra di e. a
menesta, mastre di e. a masie. 113. Dissirailaz. di r -r in r -l,
oltre che in murtale n. 74, anche in tronela tuoni ('trón-ora'
plur. di truone n. Ili), e forse in rasuole n. 39. E il contrario in
Belardine. 114. È assimilato in zocchela topaccio (quasi 'sòr-
cola', malgrado la incongruenza del diminutivo; e cfr. roma-
nesco 'sorca'), Bbattrumeje Bart[o]l. ; e così forse un r secon-
dario, in cacche qualche; cfr. napol. cucca cor'care, e il tose.
sirocchia 'sororcula'. Il r di 'per' si assimila a ogni consonante
iniziale: pe mme, pecche? , pe ppawura (circa pe hi, pe nu,
V. num. 173); e cade avanti a ogni vocale iniziale: pe ameci-
Il dial. di Campobasso: Consonanti continue. 165
zeja 0 p' amec-\ soltanto avanti a une si fa (f: pedime a testa,
'viritim'. — Di RS qui c'è poco a dire, mancando pressoché
tutti i riflessi delle voci in cui entra (per 'addosso' qui dicono
'n guglie; e per 'suso' e 'giuso': 'n goppa e sgtta, oppure cap ' a
mmonde e cap' a l>ì)alle). Solo c'è, degli antichi esempj : musse
(cfr. n. 30) muso, che il Diez trae da 'morsus'; e, d'altra età:
mucceche 'morsico', da *murzeche, cfr. i num. 125 e 145, e
il romanesco mozzicoK 115. Per la geminazione a formola
iniziale, v. il n. 172; a formola interna, è continua nell'infi-
nito che entra a costituire il futuro o il condizionale: candar-
rija ecc., num. 63, 69.
V, W.
V. - 116. Intatto: vacca, villa, jisse vg vuole; veveroune be-
verone del majale, ecc. 117. A contatto di u, sia esso primil^ivo
0 sia normal succedaneo dell' o atono (num. 74), oppur succe-
daneo di altra qualunque vocale mutatasi in u per effetto ap-
jDunto di un contatto labiale (num. 59, 64, 70), il v, anche
sia epentetico, tende a vocalizzarsi, assumendo un suono che
tocca il IV inglese ('Wash.'): uwa, tu wug, wandaglie venta-
glio; loummecà 'vomicare' (Asc. I 527), arraiouglià involtare
(quasi 'arrivogliare', cfr. Flech. Il 20-21), cruwattine corvatta,
Wusserl 'Vosseria (-signoria)', Cambuwase n. loc. (laddove in
altri dial. contermini si sente Camhevase), ciuwetta civetta
('ciovetta', V. Diez, less. s. clioe); zeruwìzeje servizio, ceru-
wielle (cfr. l' aret. dar avello) ; onde pur si passa a uà, tu ug,
umììiecà. Usseri, ecc. 118. Il rafforzarsi di v in b, soprattutto
dopo 5, 0 in casi di raddoppiamento, non è normale qui com'è
a Napoli (ove si sente i' vede, che bbede!; la vesta, i bbeste ecc.);
pure ne avemmo già esempj ai nn. 9-10: abbelà, sbelà, al n. 110:
abbregna (e sbreunate); al n. 114: cap' a bballe; e aggiun-
giamo: che bbug? , e bbija su! , abbugte avvolto {abbutielle
intestini d'agnello 'avvolti'; e non c'entra punto 'botellus', di
' Delle assimilazioni toscano-romanesche del r degl'infiaiti dinanzi all'ini-
ziale degli affissi {arrioedella e simili), qui non vi è tracciai perchè V infinito,
quando pur porti dopo di sé un affisso, serba intero il suo -re; p. e. fdreme,
fdrczn farsi (n. 125).
Archivio plottol. ita!., IV. 12
166 D'Ovidio,
cui V. il n. 158). 119. Dileguato; iniziale: oce, olepa num. 53,
mediano innanzi a /: liisìja, Bhujanp, Bovianum, e cfr. n. 92; tra
vocali nìpjo. neo naevus num. 56. Il v secondario delle desinenze
dell'imperfetto cade sempre quando si tratti dell' -e&- latino in
accento, p. e. l<^g{)cjja n. 7; ma resta invece sempre, quando si
tratti deir-^&- latino fuor d'accento: leggavàme -avdte nuna. 63
e 69, con la nota, e resta in tutto il paradigma dell' imperf. di
1. conjug.: mandva ecc., come finalmente resta il v primario
nella 1. pers. del perf. : ji candave, ji fenive, ecc. 120. In m':
meni venire, menute -a, remevà ravvivare ('riv-'). — E la for-
mola NV finisce sempre in mm (cfr. Asc. 11147): 'mmireja num.
71, 'mmiie ib., hommespere ! , che mm e state cummenende! che
mi è successo!, mmogliaddje! Dio non voglia! 121. Il W
originario par continuarsi intatto: war'i guarire, loerra, xoinele
guindolo ecc.; ma è illusione, ed esso passò per la trafila comune
del gw-, onde, nel normale dileguo del g (num. 152), ritornò
alla sembianza primiera. Nei casi ove occorra il raddoppiamento
si ha ggw. che gguerraì ecc..
F. PH.
122. Saldo, anche interno, in froffeca forfex, e rafanielle. Dopo
n, 0 s' indebolisce avvicinandosi al v (senza però toccarlo, come
all'orecchio toscano suol parere), o anche si muta [np'. 'mpaccia.
S, SS, se, CS, PS, ST.
123. S. Di regola intatto, ed è notevolissimo che assoluta-
mente esso ripugna a farsi sonoro tra vocali (cfr. num. 93),
onde si ha non men rnra ('rosa') che caga ('cosa') ; precisamente
al contrario dell'alta Italia, ove si ha sempre la sonora (roza,
coza); mentre la Toscana sta nel mezzo {roza, ma coga). Tanto
più s' ha meige mensis, ecc. (n. 8), spase -a 'expansus -a', a
la 'ndragatta all' improvviso ('transacta'). Di guisa che, a Cam-
pobasso (e forse si dovrà dire in tutta l'Italia meridionale) lo
i sarebbe affatto ignoto, se non si ottenesse, come di necessità,
av. a cons. sonora: zhattere, ecc. (questo i non è da confondere
con quel del n. 126). 124. Seguita da chj, si fa s (caratteristica
' [Cfr. n. 169; e sempre ancora, malgrado la scempia, il luogo ivi citato.]
Il dial. di Campobasso: Consonanti continue. 167
pur questa, che credo comune a tutto il Mezzodì): schiave, schio-
vere (è curiosa la ìvsìsq parla a schiovere parlare a caso). Si
fa anche s avanti a t\ stoppa, crustine , Criste (caratteristica
sannitico-abruzzese). E analogamente, lo i ( = s av. a cons. so-
nora) si fa i, avanti a d: zderrupate ('sdirupato'), zdehimmà
slombare ('sdii-'); unico incontro in cui si oda lo z, del resto
estraneo affatto al campobassano, come ad ogni altro dialetto
meridionale, s'io non m'inganno. 125. Spesso, iniziale, o tra
vocali, si fa ;s;: ze si (il 'sé' enfat. non esiste), zuche, zucà
(anche per 'annojare'), Zemhliceta n. di d., zocchela n. 114,
puzella favilla (che dev'esser 'pusilla'), puze n. 102. E nor-
malmente dopo r ijurze ovzo, perzeca pèsca, ecc. Per eccezione,
si ha lo i in vgrza borsa, forse perchè sia d'origine letteraria. —
126. Ma i [ds) è normale dopo n (efr. n. 144 ecc.): ji penze,
eji me crenze (curiosa fusione di ji me crede con ji me penze,
entrambi significanti 'io opino'; analoga a quella del bolognese
cmènzèpjar, che risulta da 'cominciare' fuso con 'principiare'). —
127. All'uscita: s cs st cadono senz'altro: era cras, peserà post-
-cras (donde poi, pei giorni successivi al dopo domani : pescrille,
pescrelloune), me vu num. 36; se sex; pò post. 128. SS.- In-
tatto : fossa, appriesse, ecc. ; assecurà, e cosi tutti gli altri com-
posti per 'ad-s-'. — 129. In s : vase basso , ruse rosso , tosa
tussis, presa. Un filone particolare, che veramente avrà a dirsi
di SSJ in s, c'è offerto dalle sec. pers. sing. degl'impf. congiun-
tivi. Così, accanto Vi ji ejisse candasse = ca.ni3issem -sset, ab-
biamo tu c«nc?ase = *cantassji, per 'cantasses'; accanto a ji e
jisse fusse = iù.[ì)ssem -sset, tu fuse = *iassyi per 'fù(i)sses' ; ac-
canto a ji e jisse avesse = hab(u)issem -sset, fu avise = "avissj,
per 'habuisses' (v. num. 31); ecc. ^ — 130. In zz\, unico esem-
pio nelle seguenti voci di 'posse' : J|■^ po^^e possum , puozze!,
puzzate! (roman. pgzziatef). 131. SC av. e, i, sempre s:
pese, nu paseme', ecc. 132. CS spesso si ferma all'assimila-
* Per la seconda pers. plurale s' hanno due forme, di cui 1' una non è che
la voce della sec. sing. con ve enclitico ( = voi): fusece, candaseve, avìseve
(eh'., per la parificazione della sec. pi. alla sec. sing., i toscani vo' avevi,
vo' eri), e l'altra è diretta continuazione della voce latina in '-ssotis': aves-
site, currassite ecc. (num. 6). E sciate insipido sarà '(di)ssalato? '
* Ed di.nQ,\\Q ji pase, lare pascne ; ji nase^ l. natene; come ji coce coquo,
168 D'Ovidio,
zione: matassa, hi Bbitsse n, loc, cossa (però 'ndreccuose
num. 110), assucd num. 63, lassai II s scempio di Lesandre
(Lisandro che si mescoli con Alessandro? ) .è forse un riflesso
illusorio; e tuQseche andrà riferito a tuosche di f. a, = tox'cum
tosco, come si ha toseche = losco 'toscano', nella frase l'ìarlà
ioseche, parlar in punta di forchetta. Ma nondirado giunge a
s: sala, masella, si exire, sella ('axilla') ala. Dove stava o
riesca attiguo a consonante, si riflette naturalmente come un
semplice s; e 'nzgna axungia (cfr. Diez P 261) spetterà così
al num. 126, come sieste sesta sextus -a al n. 124 (e ha perciò
uno s di ragion diversa da quello di masella ecc.). 133. PS si
ferma all'assimilazione in jisse gypsus, e jisse jessa ('ipso-
ipsa') egli ella, qiiisse chessa chesse num. 32, 'ssu 'ssa cfr. n. 71,
80. Arriva a 5 in casa, nesune (e necune)\ cfr. Asc. II 126. —
134. ST. Che si riduca a ss, nell'ambiente nostro mi par dif-
ficile assai. L'unico esempio che potrei ammettere genuino è
quello, congetturale del resto, datomi dal Flechia (iV. loc. nap.,
49), di un 'Sessano' del Molise, che egli raddurrebbe a 'Sestia-
num'. S'è voluto vedere, ma a torto, questo fenomeno in 'ssu
'ssa, riportandoli a Msto- -a', anziché ad 'ipso- -a'-; e ancora,
non meno a torto, nelle sec. pers. plur. di impf. cong. fiiseve
aviseve ecc., circa le quali si vegga il num. 129 e la nota, e
colle quali vanno le sec. pers. de* condiz. candarrise canteresti,
sarrise saresti, dappoiché risaltano dal combinarsi degli in-
finiti colla voce di pcpf. cong. {av)ise = habuisses. Esempio non
meno illusorio sarebbe finalmente calpesà calpestare, poiché
riviene non al "pistare riflesso dal toscano, bensì al varroniano
'pisare' riflesso dalle lingue occidentali; cfr. Diez less. s. pestare,
lare coce:ìC]ji torce Igre torcene. Nelle quali serie tutte, lo s o il e invado
anche le voci a cui non spetterebbe, per semplice analogia livellati'ice di tutte
le persone del verbo. Cfr. Asc. II 456, Nigra III 36 n.
' Le sec. pers. dell' iniper. di questo verbo (lassa, lassate, ed anche con
aferesi ossa, assale o 'ssa, 'ssate), munite del pron. -me, s'adoperano a costi-
tuire una prima pers. sing. d'imperativo, il che ricorda in modo singolare
la nota perifrasi inglese. Per es.: 'ssammeji (= lasciami andare), ch'io vada,
ho da andare, voglio andare, 'let me go'.
- ['iste' mantiene il suo st, come si vide in quiète ecc. al n. 32; e cosi nel
napolet. chisle eccu' isto-, allato a ellisse eccu' ipso-, o nel sicil. chistu allato
a chissv. Qu.uito alla molta vitalità d''ipse', basti ricordare l'articolo sardo.]
Il dial. di Campobasso: Consonanti continue. 169
e Asc. I 64 103-4. — Ma un esempio d'invertimento di ST (ts,
z) ammetteremo in mazzecà masticare; che andrà coW inzigare
(=instigare) d'altre regioni. E cozzeca crosta sarà *c(r)ustica?
N.
135. Inttato per lo più, e scevro affatto dalle alterazioni or-
ganiche (n gutturale, faucale) che altrove incontra : nocca na-
stro, venene ecc. 13G. Notevoli le assimilazioni che subiscono
'con' e 'Don' {don; e domi dinanzi a vocali): chemmé (cfr. n. 76)
con me, chefte, cheppàtrete, cheggusle (che è cosi indiscernibile
da che ggustef); dolluigge Don Luigi, dommechele, dorru-
hherte; dom Berarde, dom Basquale, allato a don Gesere, don
Ghiennare, don Dumineche, don De'jodgre ecc., dove son da
confrontare i num. 144, 145, 159, 165; 162, 89. La prep. 'in' è
poco usata, sostituendosele di frequente: a, oppur dendere, se-
condo i casi; ma, nelle locuzioni quasi avverbiali, facilmente
si ha rUn', che però, perdendo sempre Vi (cfr. num. 71), serba
il n ben più tenacemente che non faccia il 'con', cedendo solo
ad una assimilazione parziale avanti alle labiali p, h, f, ed in-
sieme poi al V dando luogo al mm (cfr. num. 120): 'n gusienzeja,
'n duite,- 'm baravise in paradiso; 'm prgnda in fronte, 'm
paccia num. 122; 'm mece, 'in macca. 13T". Di N'R (come
di L'R) mancan le occasioni, mancando l'ettlissi: tenarrija
= terrei, ?;ewarr(/« = verrei, e cimibgne o CM?n&onere = com-
porre, maner eritta manritta;- wularrija-\orre\. 137\ Un
caso di n in nd (cfr. num. 138) si ha probabilmente in pandeche
pànico, spandecà smaniare. — Talora dopo nn, da ND (n. 163),
si sviluppa j: sene scendere (cfr. Arch. I 87 n.). — Di NS, v.
il n. 123.
M.
138. Si conserva bene, e non fa d'uopo d'esempj. Circa te-
jane tegame, comune a tutto il Mezzogiorno, cfr. Asc. I 548 a,
Flech. II 56-7; e circa camberà, camhumilla camomilla, si
posson vedere Asc. I 308-9 n., Muss., Beitr. z. kunde ecc. 16;
e qui il n. 137. Non infrequente la geminazione, anche in pro-
tonica: femmena, 'nnammurate; ma non però ammgre, fumme
fumo, come s' hanno a Napoli, dove il fenomeno è costante.
170 D'Ovidio,
CONSONANTI ESPLOSIVE.
c.
139. Saldo, av. a, o, u, più che in toscano. Iniziale: Cajetane
castecà, cajgla n. 92, camelia, cnnnela culla ('cunula')\ In-
terno (cfr. n. 146): 'put'ca, lattuca, chiecct e frecà num. 27, 28,
trecà tricari, assucà num. 63, fèchele fegato, affucà n. 58, aclie
ago -ghi, acucella 'crochet' (cfr. Asc. I 76 n.), lugche, spica^. —
' Mi sia qui lecito chiedere, se a 'ciinula' non risalga anche l'italiano
ggndo^a (con alterazione ascendentale di nn in nd\ v. num. 137). La 'gon-
dola' ha comune con la 'culla' il concetto di cosa che oscilla ed ondeggia; e, di
certo, l'etimo greco (Diez, less. s. v., da -/.o-jS-j tazza) non ci dispenserebbe
dall' ammettere un traslato vie più ardito e remoto. [Questo veramente
non mi pare, poiché, a tacer d'altro, 'bicchiere, coppa, e barca' stanno ben
riuniti anche nel gr. ■/.iiu.^-/ì. Ma non per ciò voglio dire, che l'etimologia
del D'Ovidio non meriti d'andar considerata. Anzi noterò siìbito, contro l'af-
fermazione del Diez, che se il frc. gondole significa anche una specie di 'vaso
da bere', è di certo affatto illusorio il conforto che nell'ordine storico egli da
ciò volea ricavare; il vero essendo, che il frc. gondole vien propriamente a
dire 'una ciotola che arieggia la gondola veneziana'. L'etimologia del D'Ovi-
dio, alla sua volta, parrebbe assai contrariata dalla forma gonda, poiché sa-
rebbe cosa molto ardita il far nascere, com'egli del resto propone anche per
gondola, questo nd veneziano da un doppio n che non avesse la sua ragione
nella forma originale (cuna); cfr. Arch. I 308 311. Ma di gonda (si cita il
pi. gonde, adoperato dal Pulci), forma ignota a Venezia, è forse legittimo
che non si faccia alcun caso; e un d insertizio potrebbe poi quadrar bene
nella formola N'L (cun'la), se anche 1 due elementi ne andassero separati da
una vocale più o meno perspicua (cfr. Arch. I 308-9 n. ). Il romagnuolo ha
eifettivamente conia e cond^a = cunula (v. Mussaf., Romagn. mdart, § 110);
e quanto al g iniziale, cui parrebbe contrastare il venez. cuna, si possono
addurre il ven. gordoìiiera e il chiogg. gordillo (Mussaf., Beitr. z. kunde ecc.,
s. gordilla), allato a cordón e corda dei dialetti stessi. Piuttosto s'incontre-
rebbe qualche difficoltà, malgrado la moderna posizione, nell'o' venez. per V u
lat., laddove ò normale l'dn romagn. per Y im lat. G. I. A]
^ [Intorno alle serie in cui C (A) e T (n. 158) si mostrano intatti quando son
mediani fra vocali, vanno fatte, com'io credo, delle riserve; e vi si avranno a
scernere dei ricorsi, o doppie alterazioni, per le quali si ritorna alla figura
primiera. Mi limito per ora a richiamare il num. 153 e il num. 162 in f. ; e
ad avvertire, come la condizione neo-latina di -ga- ecc. da -ca- ecc. solo in
tanto si manteneva, in quanto avesse importato una degenerazione ulteriore
(nn. 141 152). G. I. A.)
Il dial. di Campobasso: Consonanti continue. 171
140. Nessun esempio specifico per l'alterazione in media a for-
inola iniziale: [g\atta, [g]ammnre, [g]amma, come altrove; cfr.
n. 152. — l-il. Ma a formola interna: laje, allajà, 'pajà, 'bbre-
Jgna n. 110, 'ppre'jà; di che rivedi lo stesso num. 152. l-tS. CR
perlopiù resta intatto: la cy^ouce (di e. al napol. a 'rncé), crepa,
lacrema, secrete, acre -a. I comuni esempj grotta, grasse -a,
non li crederei indigeni; ma indigeno è di certo: range gran-
chio e ricadrà realmente al n. 154. 143. CT: ditte, iwattecke,
jettecìie {jie-) jetteca hecticus -a, nettecùte intisichito. — Di
CL, CS, V. L, S. 144. Dopo n scade a sonora (cfr. n. 126,
145, 159 e 165): hhangale tovaglia, 'ngundrà, angora sempre
in senso di 'adhuc', mentre per 'etiam' si ha solo p)ure, non
essendovi traccia di 'anche' \ Talora, pur dopo s: sgrine, sgàn-
dule. 145. CE, CI. Mostrano sempre la schietta palatina (e),
senza che questa subisca mai la modificazione toscana in c^,
eccettochè in Incerta lucertola, che resta un e.sempio 'sui ge-
neris'". E stenta più che in toscano a farsi sonora: diicicnde,
ancipite, ceuze; tranne il caso della formola NC, dove la ri-
* Confesso che non m'appagano le conclusioni del Diez (less. s. v.) intorno
ad 'anche'; e mi permetterò di qui esporre, come per incidenza, il parer mio
sull'origine di questa voce. Notato dunque imprima, come 'ancora' e 'anche'
quasi affatto si equivalgano pel significato (cfr. il gr. ete), essendoché T'an-
cora' sdruccioli ben di frequente fino a. significar T'etiam' (p. e., nel 'Cinque
Maggio': Scrivi ancor questo, allegrati)^ e 1' 'anche' sia normale nel toscano
per 'adhuc', specialmente in frasi negative (non l'ho anche visto nondum
vidi eum ; l'ho anche da vedere id. ; e cfr. peranche e peranco, e perfin per
ancora, p. es. in Boccaccio, Teseide, IV 19); e notato altresì, come non meno
di 'anche' sia usuale 'anco'; io direi, che ancora, in cui nessuno stenterà ad
ammettere un 'hanc-horam ('a quest'ora'), siasi venuto troncando in ancor ^
come è risaputo, e quindi in *ancó (cfr. gl'infiniti: andare, andar, andd),
donde, con accento ritratto, anco (cfr. dòpo ■=■ ^dopó - de-post), e per ultimo,
con la finale affievolita: anche (cfr. come = corno = quomodo).
^ Dico 'toscana', per esser sùbito capito. Ma il fenomeno mi si ò rioiferto
tal quale anche nel Mezzogiorno. Cosi a Ferrandina (Basilicata) il e tra vo-
cali é perfettamente alle coudizioni toscane : la nnuce, la croure (cfr. per Vou
da u il num. 50); la liàre (a quest'ibi da ù troveremo riscontri, a suo tempo,
nell'agnonese).
' Sono ancora eccezionali: zica un pochino, il plur. di 'cicum', e il solito
pimece cimice, nel quale devo trattarsi, non già di evoluzione fonetica, ma
sì d'influsso d'altri nomi di significazione affine (pulce ecc.).
172 D' Ovidio ,
duzione è costante (cfr. num. 144 e 159): 'ngienze, venge vin-
cere, ecc. — Non cede il ce in dicere o dice'; ma prevale
l'analogia di 'stare' sopra 'facere' (Asc. I 81), onde fa. — CJ
si riflette quasi costantemente per e {-cc-)>, il che forma anzi
una notevolissima caratteristica sannitica rispetto alla prossima
Puglia, dove domina lo z {-zz-) con una persistenza che ricorda
in modo singolare la Romagna, l'Emilia e l'alta Italia in ge-
nerale. Esempj campobassani: jz /acce, setacee staccio, velanga
{ng = nc), cauce, ecc.; però caiiza canzone, e gnza, panza. —
Vero è però che il e può sottentrare allo z di f. ant. , come
si vede in pacctja scherzo, mucceche num. 114, cugppe zoppo,
checgccia num. 81.— Di SCE ecc-.V. S. 146. -ICARE, in
quanto non segua la norma del n. 139 {fravecà, 'rangecà graf-
fiare cfr. num. 142, pungecà, 'nnazzecà cullare), è nelle condi-
zioni in cui ce l'offrono manejà ecc.; e s' hanno poi, con curiosa
duplicazione: affumechejà, stiizzechejà, cuppechejà zoppicare,
rusechejà (oltre ìnisecà), ze wummechejà far moine.
QV.
147. Intatto: quatte num. 112, quinde -a, quinece n. 163,
quanne (quando; e gli risponde, pur qui, l'analogico tanne
allora, cfr. Arch. II 456; così riproducendosi la simmetria di
'quanto, tanto'), quande -a ^ ; e anche può aggiungersi accujatà
n. 63. 148. Dileguato l'elemento labiale: cacche num. 114,
caccosa qualcosa, cacchedime; a tacer di ca (vale solo 'che'
Gong., laddove a Napoli invade la provincia del pronome), chi,
che (laddove in Puglia e in Basilicata abbiamo già ci, ce; v.
il seg. num., e cfr. Asc. I 286 433), ecc. 149. Esempj spe-
cifici di Q[V]E Q[V]I in ce ci, non avrei, tranne forse Ceree
n. loc, se è 'Querce'. 150. Dileguata la vocale che succedeva
al V: reculizeja e secutà num. 73. [151. Nelle voci avverbiali
e pronominali in cui entrò 1' 'eccum', abbiamo il singoiar fatto
che r elemento labiale ceda solo avanti e : equa , quiste , ecc.
' Se non è avverbio (quande j e bbella! quande la iig grossa? quantam
vis?), il 'quanto' ha sempre il valore di '^quot', ma è sempre terminato in -a,
che dev'essere continuazione della voce di plurale neutro (quando libbre tie ?).
Dicasi lo stesso appunto di tande -a.
Il dial. di Campobasso: Consonanti continue. 173
(di contro ai napol. eoa, chiste, ecc.), ma f. cliesta ecc., neutr.
cheste ecc.; cfr. num. 32 in n.]
G.
152. Primario, o secondario che sia (n, 141), dinanzi ad a,
0, u, resta a formola iniziale, in caso di raddoppiamento (n. 171
seg.): tre ggalle ecc. ^ ; e resta pure, si a form. iniz. e sì a forra,
interna, se gli preceda consonante: 'ngallà, nen galuppà. Del
rimanente, o iniziale o interno, si dilegua, e tutt' al più gli
sottontra quel y epentetico che serve a tórre l'iato: lu Jalle,
la jatta, pre'julate n. 110, ecc. 153. -IGARE (cfr. n. 146):
fatejà, ji fattje; ma col ^ in c.ji castiche, ji llteche; pel qual
fenomeno ho ancora: sichere sigaro, e cuffejà burlare (q. 'gof-
feggiare'). 154. Pure il g di GR non ha scampo che dove gli
preceda consonante o dove sia da raddoppiare: tre ggrana,
arraggrenà raggranellare; del resto si dilegua: mi 'rane (la
moneta; ma, per divariazione: grane frumento), 'ramena num.
31, 'ratta, 'ranara granata, 'rattacace grattugia, vebberazeja
verbigratia. Dove può notarsi che rine reni dà sgrenà romper
le reni, di certo non senza influenza degli altri -r- = gr-. —
155. GN. Ha spesso l'esito -jn: pujene pugno, cajenate n. 75,
ajenielle agnello, le Icjena le legna. Antico invertimento è in
singhe segno, 'nzengà ecc. Il dileguo del g nel solito canoscere,
e in priene prpna num. 56. 156. Di GV suol tacere l' ele-
mento labiale: sanghe, lenga num. 31. Però: anguilla, angii-
naglie num. 73 (cfr. num. 150). 157. GÈ, Gì. Il g viene a. j\
jelate, jennere, fujl, curreja num. 27, projere, vajenella Car-
rubba, prujette trovatello, quaraj esema quadragesima, pajeise
num. 8, dejetale (cfr. metat. &\qX\. jiditali, "digitale); sirene
stringere cfr. n. 31, pone pungere cfr. n. 53, ecc. ^ — Si finisce al
dileguo totale in ma mai ('magis'), 'rama ormai ^ Dovendosi il
j = g raddoppiare, n'esce gghj (v. num. 89): Je gghielate, e sim.
' lareje, largo, dev'esser *Iarg-io; Flech. Nom. loc. nap., 9 n.
^ Circa sanija salasso, sana salassare, sanatnure, allato a sanghe^ cfr. Asc.
II 455, I 525.
^ Parallelo & k àa. g gutt. (n. 153), potrebbe porsi: cucine da cugino; e
anche raeunejà discorrere, che dev'essere un'afFormazione dialettale del let-
terario 'ragionare'.
174 D'Ovidio,
158. Anche mediano tra vocali \ tenacissimo: matina, cut-
ioune, crfere cedro, fjalre, ynalrp. , patrone, latre, staterà,
rétena, scutellare num. 80. — Subentra però il continuatore
della media (n. 162) nel solito 'botellus': lourielle, pi. -rella;
e s' hanno ancora: strada, spedale, spadine, sudesfà; ma pro-
vengono dalla lingua colta. 159. Dopo n o r, passa in d
(cfr. n. 144 ecc.): andiche, sande (che non soffre l'apocope to-
scana dinanzi a consonante, e perciò: sande Pietere ecc.),
'ndruppecà inciampare {ji 'ndroppeche, tu 'ndruoppjeche; quasi
'int[rjopp-icare'), 'Ndoneje num. 59; spirde num. 72, merda
num. 72, fejurde num. 60; ecc. 160. Nei nomi in -tate -tute
è costante e ferma l'apocope di -te": caretà, veretà, canetà
(cfr. ven. cagnità) crudeltà, gguioendù, ecc. Ma pur qui la so-
lita eccezione: 'state aestas. — Di TJ e TL, v. J e L. 161. Al-
l'uscita si dilegua, in generale, e più interamente che in toscano;
p. es.: e, o, non mai ed od'". Ma qui è pur lecito chiedere:
ÌÌsqVì -atte della 3. sg. di perf. della 1. conjug. [purtàtte portò,
• [V. la nota al n. 139.]
* Però: decedqtte - dec[em]-QÌ-QCÌo\ cfr. decessene, decennovc, (col t assi-
milato).
^ Come si ha a dichiarar questa apocope? La digradazione -tdde -fde ~td,
-tilde -tue -tu non è plausibile nell'ambiente meridionale e nel toscano, a
cui è estraneo il dileguo del -f-, -d-. Perciò vi fu chi mi suggerì il sospetto,
che l'apocope non sia che apparente, e che bontà, servitù stien forse a bori-
iate -tade, servitute -tude, come sarto moglie stanno a sartore mogliera, e
simili; che, insomma, sieno i continuatori di 'bónita(s), sérvitu(s)', assimilatisi,
nell'accento, al continuatore degli obliqui. Ma forse l'apocope è reale, e si
trova una via di dichiarazione, senza ricorrere a quella digradazione. In prima,
bontate servitute avran perduto Ve avanti parole comincianti per consonante,
poi il t rimasto finale si sarà assimilato alla consonante iniziale seguente:
bontàt vostra, bontàvvóstra (Schuchardt, Romania, III 15; cfr. Diez, P 228).
Le analogie abondano, e mi basti ricordare sozzopra [sott\o\sopra) , venzei
(vent[i\sei}, cinquanzette, prezzemolo (prct[o]semolo), con t-s in 5", e i fior.
Orsammichele {orto S. M.), Por Santamaria {porta S. M.), ove surto il t-s
s'ebbe poi il dileguo del t, e finalmente sossopra, che corrisponde per ogni
parte al caso qui imaginato. Una volta poi surti molti nessi di parole come
bontàvvóstra, servitùg grave e simili, entrò naturalmente nella coscienza dei
parlanti, che esister dovessero le forme bontà, servitù e simili, adoperabili
parimenti anche avanti a parole comincianti per vocali. Inoltre, ciò che a
Il dial. di Campobasso : Consonanti continue. 175
wulàtte volò, ecc ) non abbiam noi un cospicuo esempio di t
nell'uscita latina, sostenuto dall' ^ epitetica (cfr. Ardi. II 434-5)?
E y -ette delle altre conjugazioni {tvuhjtte, vedette, sendette),
che è limitato esso pure alla sola terza persona singolare, non
potrebbe egli ripetersi dall'analogia deW -atte , che vorremmo
organico, della prima conjugazione, e quindi sottrarsi alla ra-
gione che deW-ette toscano, comune a tutte e tre le persone ca-
ratteristiche, il Diez ci ha dato?^
D.
162. Il d schiettamente esplosivo non si sente se non quando
parer mio andò dal principio alla fine assecondando il sorgere e il consumarsi
della apocope nei detti nomi, fu la cacofonia delle loro forme intere, di cui
le due sillabe finali sono di eguale struttura (voc.-rcous.) e hanno l'identica
iniziale (t): 'bonfa/evostra' suonava male come * ìdo lo latvia., *minera^;7ogia.
Tanto è vero, che 'salus -ùtis', pur andando, in ogni altra cosa, di pari con
'virtus -ùtis', non vien mai però a ^salù, e resta salate (merid. saluta). Forse,
anche 'aestate-' si sottrasse all'apocope perchè il primo f, complicato col 5,
non fa cacofonia col secondo. [La sentenza, alla quale s'allude in sul prin-
cipio di questa nota, è ora da me esposta, a mo' di quesito, a pag. 437-38
del II voi.; e qui mi limiterò a poche parole intorno agli argomenti, che per
l'apocope son messi o rimessi innanzi dal nostro D'Ovidio. Dico dunque im-
prima, che passa una gran distanza fra il caso di venzei o di sossopra e
quello dell'ipotetico la bontav-vostra (bontat-vostra), cioè fra un caso di com-
posizione permanente e quindi di permanente atonia pel primo membro, e il
caso d'una combinazione accidentale, che nessuno, nel paese del Vossignoria,
vorrà supporre pili frequente o stabile di quel che sia o fosse la combina-
zione inversa, cioè la vostra bontd[te\. L'argomento della cacofonia non vedo
poi come possa parere conclusivo, quando punto non ispiacciono: canidte-ìni,
le cantate vostre, e anche le cantate tue, e mille consimili, senza che mai s'ab-
bia alcun sentore d'apocope. E, per ultimo, il suffragio, voluto trarre da salute,
mi par debole anche per ciò, che salute, nell'Italia settentrionale per lo meno,
dev'esser voce della cultura (sanitas è la voce popolare: it. santa, rum. seìig-
tate, alb. sentét), come s'inferisce, tra l'altre, dal dirsi egualmente salute pure
a Venezia, anziché salude, come si dovrebbe, o salùe. G. I. A.]
* [Anche la doppia di -dtto potrebbe aver la sua ragione etimologica. M'è
sempre parso singolare che i romanologi non si fermassero all' a che è nel
frc. chanta (ant. chanta-t) e accenna a posizione ; e ho sempre creduto che
un popolare cantav't (cantaut) dovesse spiegare a un tempo V-du sicil. ecc.
(purtdu ecc.), l'-ó ital. e spagn., e V-a frc. E ora s'aggiunge V-dtt di que-
sta contrada, che però bisognerebbe meglio vedere nelle sue attenenze per
entro alla stessa flessione dialettale, e di cui piacerebbe sapere quanto sia
esteso nell'ordine geografico. G. I. A.]
17G D'Ovidio,
è doppio: addò addove, che dduloure (n. 173''), ecc., o quando
tien dietro a consonante, che non sia n della parola stessa (v.
n.l63, e cfr. n.l36): loardà, ecc. Del resto, o a formola interna
tra vocali, od iniziale, quando noi preceda una di quelle parole
che ne producono il raddoppiamento (n. 173 seg.), scade sempre,
al modo greco-moderno, in cf, e nelle bocche più plebee passa
in r\ dà 0 rà dare, dicere o ricere (e rice-ca rice-ca son
chiamate per isclierno, dai meglio parlanti, le persone che più
s'abbandonano al vernacolo), afferata promessa sposa, lamha-^
roune ecc. — Senonchè, in molte voci il d interno, tra vocali,
si sottrae a codeste peripezie, rinsaldendosi in t (cfr. e da f/ al
num. 153): stiipefe, fracete, 'nguiene incudine, fecetera fice-
dula ; quatre, quatrate, Matalena n. di donna, Matalune n. loc.
Un esempio di d finale superstite, pare ched quid: ched é?, o
cher é? (cfr. roman. 'ched é?' che le edizioni del Belli scrivono
cJi edè?). 163. ND. Sempre si riduce a nn (cfr. n. 137): cari-
danne cantando, e così tutti gli altri gerundj in '-andò -endo',
munnà^, sfumici, ze zeffunnà sprofondarsi (quasi 'se subfun-
dare'), e nu zeffunne 'un visibilio, un subisso' (nome ricavato
dal verbo), donna de-unde, e V -enne di vatt-emte e sim., 'inde'.
Talora, nn da oid si scempia: funeche fondaco, 'rane.dlneje
'grano d'India' (fattane unica voce maschile, che ricorda, co-
munque esempio ben diverso: voccapierte aperti di bocca, sboc-
cati), winele guindolo. Imene num. 21, lounece undici, quinece,
renena num. 55, sineche sindaco, scanaglia scandagliare (in
senso fig.)"- — I^i L'D ecc., v. il n. 102.
P.
164. Saldo, pur tra vocali, più che in toscano: puteca num. 4,
cupierte, cupiprcliie, recupera, capezza, capoune cappone, sep-
puldura; PP: stroppela inezia (cfr. Diez, P 278). — In can-
navoune canape non è da vedere un caso di p in v, ma bensì
la regolare continuazione del h di 'cannabis'. Ma è hr da pr
* munnd mondare, e pur segliere, dicono del 'toglier la buccia a una frutta'.
All'it. 'scegliere' qui risponde capare.
^ [Questi esempj di n da wn = ND, sono, per la massima parte, voci sdruc-
ciole. G. I. A.]
Il diaf. di Campobasso: Cons. cont. - Accid. gener. 177
in bbrile aprile. — 165. E mp dà sempre m&: camhana, Le
Camherelle n. d' un rione di Campobasso ('Le Camporelle'). —
Voce letteraria, shlenngre. — 166. Di PJ PL PS, v. J ecc.
B.
167. Iniziale o interno, esposto di continuo a scadere ave
a subir tutte le vicende di questo: vgcca, vove, vesaccia, vace
num. 93, vase num. 129, voite, cartine carbonchio. 168. MB.
Viene a mm e persino a m: jamma n. 140, rendummerd rim-
bombare ('rintombolare'), camenà camminare (*camb-inare da
'camba' gamba, come 'ped-inare' dal 'piede', Asc). — Circa MBJ
V. n. 95. 169. Passa in m, per assimilazione, in mammaca
bambagia^; ma ancora in mescugtte biscotto; a tacer di Mah-
delloneja Babilonia-. 170. Del rimanente, il h, ove per qua-
lunque ragione resti intatto, ha sempre pronunzia intensa: Ab-
bele, abbetine abitino, bbrejande, ecc. Lo stesso è già in
pronuncia romana; e perciò, da Roma in giù, così facili gli
errori di scrittura in ordine al b.
ACCIDENTI GENERALI.
171. Quel che sotto questo capo va notato di più conside-
revole, è il raddoppiamento costante della consonante iniziale
di alcune parole [rre, ecc.), e l'attitudine, in certe altre, di rad-
doppiare la consonante, ordinariamente scempia, iniziale della
parola seguente {e ttu, ecc.). Ebbi già a trattare di ciò, rela-
tivamente al toscano, altrove [Propugnatore, V 64-76); e vidi
poscia con gran compiacimento i miei studj esser riusciti di
qualche utilità allo Schuchardt (v. Les modiflcat. syntacti-
ques de la consonne initiale dans les dialectes de la Sard.,
du centre et du sud de l' It., nella Romaìiia, III 1-30), come
già con non poca soddisfazione li avevo visti in molti punti
concordare con le ingegnose osservazioni del Rajna, A propo-
sito d'un mss. magliabechiayio {Propugnatore, V 29-63). Il
' Ne deriverà mammacnce (pi. -i'(ce), il becchino, che nel Mezzodì porta
nna veste talare di bombagiaa bianca. Ma il suffisso mi è oscuro.
= [Cfr. num, 120, e Arch. II 456.]
178 D'Ovidio,
soggetto, considerato in tutta la sua ampiezza, anche dopo le
dotte ed acutissime osservazioni dello Scbuchardt è ben lontano
dall'essere compiutamente dichiarato, e potrà dar luogo a nuove
indagini. A preparar le quali conviene intanto raccogliere, nel
più sicuro modo che si possa, le norme speciali di ciascun
dialetto.
Chi si ponga a determinar cotali norme può esser facilmente
fuorviato, quando non gli sieno ben familiari le caratteristiche
fonetiche del dialetto. Dalla frase chcsse fa tbrutte ('ciò dis-
conviene'), a cagion d'esempio, può parere che la voce verbale
fa (facit) abbia anche qui, come in toscano, la facoltà raddop-
piativa (così, diremo, d'ora in poi, per brevità); ijia non se ne
fiderà chi ricordi la norma del num. 170, secondo la quale il h
ha sempre pronunzia intensa {hh): egli sperimenterà invece gli
effetti del fa piuttosto sopra altre iniziali, capaci di diverse
intensità; e da frasi come me fa 7nale la capa, mo fa jugrne,
ricaverà che fa, a Campobasso, manca d'ogni facoltà raddop-
piativa. Così, chi dal confronto di cchieseja col tose, 'chiesa'
ne argomentasse che la voce campobassana abbia subito un
raddoppiamento nella iniziale come rre, errerebbe di molto;
laddove, quando egli ripensi come sia frequente, o anzi, in dati
casi, normale l'aferesi dell' atona iniziale (num. 59, 66, 71, 83),
vedrà chiaramente in 'cchieseja la più integra continuazione
di 'ecclesia'. Lo stesso dicasi di Uà illac, o equa ecc[u]'hac; e pur
di molti verbi, che, badando al latino o al toscano, si direb-
bero afìfètti da spontaneo raddoppiamento della iniziale, e in-
vece ebbero la prefissione di a o talora di in, e quindi l'aferesi
di a- od i-, la quale lasciò scoperta la doppia consonante, stata
già mediana tra vocali; com'è il caso di 'rrecurdà (cfr. roman.
aricordare), 'mìneschjà {*amm- od anche *imm-). Questo, assai
probabilmente, è pure il caso di ddie (num. 17), che, assieme
al tose, ddio (mio ddio, la ddea, gli ddei), sarà forma aferetica
di 'Iddio' (il dio; cfr. le assimilazioni odierne dell'articolo to-
scano: ippane^W p. ecc.)\
* V. Propugn. V 75, e cfr. 71. Il fatto che il -dd, legittimo solo in 'dio',
si comunicasse a 'dea' e a 'dei' 'dee', non ha nulla di strano. Ma lo Schuchardt
(1. e, 20) par che mal s'induca ad accettare la dichiarazione che diamo del
dd di 'dio', e altra non ne dà.
Il dial. di Campobasso: Accidenti generali. 179
172. Di parole che raddoppiino spontaneamente- 1' iniziale
posso citare: rre, rrejale regalo num. 65, rrobba, mmcrda,
mmiimmeja, mmolla, mmalatija, nnc nec, cchiu plus, dcle.
Meno le due ultime, tutte queste voci hanno per iniziale una
consonante continua; il che agevola di certo il raddoppiamento,
ma non si può credere che basti a determinarlo. In rre l'ec-
cessiva esilità monosillabica, discordante dal significato molto
augusto della parola, può aver determinato il raddoppiamento;
e rrejale non ha forse fatto altro che seguire il suo etimo.
Anche in 7ine e in cchiù il monosillabismo e l' intensità ideo-
logica han forse cospirato \ In rrohha, mmu-mmeja, mmo~
Ila ecc. vi sarà pure assimilazione d'intensità fra le due sillabe
attigue. Ma per dde (però pur te) non so vedere alcuna ragione,
Ì73". La facoltà raddoppiativa non ha nessuna efficacia sopra
l'iniziale dell'articolo determinato {lu, la; pi. le) e dell'inde-
terminato {iiu, na), i quali, proclitici e deboli, non si attentano
ad aumentare per nessun verso il loro modesto volume; quindi,
mentre il toscano dà e ttu, eppoi, e ll'uomo, a Campobasso
avremo e ttu, e ppo, e mmg?/, e cquanne? , di contro a e l'ome,
e V uomene, e na femmena. Anche è da avvertire, che la più
leggiera pausa può bastare a romper il legame tra due voci,
cioè a sospendere la facoltà raddoppiativa; quindi, mentre in to-
scano abbiamo a mme ppure , a mmc mmi manca, qui avremo
a mme ppure di contro ad a mme me manga. 173^ Le quali
cose premesse, ecco i monosillabi forniti di facoltà raddop-
piativa: e et; mie nec; no; se si; cchiu plus; ^^m jam {giacche,
giacché); che quid quod; a ad (fuorché nelle locuzioni verbali
sul tipo 'ho a dire', nelle quali Va si abbarbica così tenacemente
alla voce di 'avere' da non potersene affatto staccare: àj-a fa
ho da fare, f avis-a fa male?, t'avessi a far del male?); che
con, num, lQ,\^Q;p)e per, num. 114; so sum, sunt; je est (fuor-
ché in je vere, n'n e vere); ci èie num. 23, 93; me te'. Gl'im-
' 'L'initiale renforcée de cchiù est due peut-étre au sens de ce mot'. Schuch.,
1. e, 9.
* Si notano come saggio alcune frasi: aj a pur là tutta 'ssa sporta apposta
pe tte; se eoe UQji vaccc, se nno nembgrta' we[ e ttu pe echi ma pegliateVì
quande ci cciucce, figlie mie\'ci pproipa ciucce!, tu te ne ugji (a) ffd mbenne?;
180 D'Ovidio,
pepativi fa, di, sta, va; non fanno raddoppiare se non l'iniziale
deir enclitica {famme, cìeccelle diccelo, s latte , vattenne; di
contro a fa prieste, di chelle c'ara dice). — Mancano poi, al
contrario dei corrispondenti toscani, d'ogni efficacia raddoppia-
tiva, i monosillabi seguenti: Jo aut, da, fra. Ila, ccud , ma,
chi, tu, ha habet, fa facit, sa sapit, t;a vadit, da dat, sta stat.
'Ho, fo, so, sto, do', che son fra i monosillabi toscani che rad-
doppiano, qui trovano corrispondenze bisillabe: Jaje, facce,
sacce, stanghe, denghe. Mancano finalmente di efficacia raddop-
piativa, così come in toscano, gli articoli, i pronomi proclitici,
e de = à.\y e mg\ come anche i due monosillabi ignoti al toscano:
ca quam nura. 148, ne (coi vocativi, tose. o)\ e vo vuole, pò può.
174:. Quanto alle voci polisillabe fornite d'efficacia rad-
doppiativa, le divergenze dal toscano sono notevolissime ; essen-
doché le ossitene tutte, che in toscano ne costituiscono la parte
massima, qui ne sieno affatto da escludere. Perciò avremo: pec-
che mg? di contro al tose, perche mmai; jarrà decenne di
e. a. anderà ddicendo ; addg vaje ì , magna pane, vede terra,
sendt fama e così con tutti gl'infiniti; e Lunedi passate, L.
vendure, di e. a Lunedì ppassato o vventuro, e così tutti gli
altri nomi di giorno in -di [Lunedi mmatina o L. sseira e
sim, sono eccezioni illusorie, poiché vi si tratta di semplici
aferesi ; come si vede chiarissimo dalle frasi Sabbet' anima-
tina 0 S. asseira). All'incontro, il riflesso del pronome 'omnis',
che in toscano non produce raddoppiamento \ qui lo produce:
jognettande di contro al tose, ognitanto ecc. Concorda col to-
scano il cacche (num. 148): cacchevvgta - qualchevvolla; e cosi
cumìne comparativo: cummetté = cornette (ma cumme te chia-
me? di e. a come tti Marni?). Di 'qualche' si può presumere
che gli si attacchi un 'et' (v. Diez, less. s. v.); ma di 'come',
se può presumersi lo stesso pel campobassano cumme nella
comparazione (cfr. napol. cumm' a ite; e carapob. grugsse
quand' e ite, accanto al napol. gr. quand' a ite), non si può
fa chelle che ppreute dice, no cchelle che ppreute fa ; tu che llihbr' e llib-
bre me va cundanne ! ecc.
' Ognissanti, come già dissi (Prop. V 77), è il continuatore popolare del
latino ecclesiastico 'Omnes-Sancti'.
II dial. di Campobasso: Accidenti generali. 181
per il toscano; ove il raddoppiamento proverrà dall'assimila-
zione del d di 'quomodo' (cfr. l'emiliano 'cmod^), la quale ha
luogo anche nel semplice 'modo' {nel mo' oche ttuccredi, e cosi
come ccredi = *cora.oà credis)\ Anche ^a^re e vergane danno
patjyffrangische, paU^ettoste (il padre Tosti), vergenemma-
rija. 175. Circa poi le iniziali che si raddoppiano, è notevole
che la qualità d'alcune non s'alteri {p-pp, k-kk, c-cc, 7n-mm ecc.),
e d'altri s'alteri o appaja diversa [j-gghj, v-hb, j-gg, d-dd).
V. i num. 89, 93, 108, 118, 152, 162. 167.
176. Iato. Chi sente uno di Campobasso (e così potrei dire
di molti altri paesi meridionali) a parlare italiano o a leggere
il latino, è colpito sùbito dal gran numero di J epentetici che
quegli interpone ad ogni più lieve incontro di vocali: pojeta,
bbejato, pajese, majestro, V ide'ja non angora divenda 'jatto,
tre j anni, ecc. Ma nel dialetto, l'occasione di codesti J si riduce
infinitamente, o perchè all'iato vi si rimedii per altre e più
organiche maniere, o perchè l'iato, prodottosi nel toscano per
dileguo di consonante, qui all'incontro non si faccia. Cosi, de-
gli esempj che testé davamo, solo i tre ultimi occorrerebbero
nel' dialetto, gli altri andando risoluti a questo modo: piiweta,
vejaie, pajese, majestre; cfr. i num. 26, 65, 73, 78, 86.
177. Epentesi di e. Anche i nessi di consonanti sono
spesso avversati, e vi si rimedia con l'inserzione d'un e, che
però ha un valore irrazionale, comunque nella scrittura noi
non l'abbiamo potuta distinguere dall' e ordinaria. Cosi è in
cglepa, rglece (num. 102), vitere, vizeje, e in tanti altri che
si son trovati più sopra. 178. Epentesi di u, oltreché nel
solito aguanne num. 75, in mascuarata mascherata; cfr. i na-
poletani stracqiie stacco, cucquaglie (di cui vedi il num, 108),
'ngiiacchiate macchiato (di e. al campob. 'nghiaccate\ 'incac-
colato?'). 179. Prostesi: di v, in vone ugnere num. 53,
vave -a avo -a, loute" gomito (da [g]u[vi]to); di /, in je, jesse,
jecche num. 23, jereva nn. 23, HO, jietieche jetfeca num. 143,
• [Non mi vo' pronunciare intorno a quest' ipotesi ; ma avvertirò nuova-
mente, che l'em. cmod, e simili, sono aggregati neo-latini [che-módo], i quali
equivalgono al lat. qua modo , onde cóme ecc., ma non no provengono. Cfr.
Arch. II 415 n. 2. G. I. A.]
^ Napol. mite. E plur. campob. votava.
Archivio trlottol. ital.. IV. 13
182 D'Ovidio,
ji ego (eo, ic, ji') e jije. 180. Attrazione di i, in avoire
num. 63, vojera borea, loroipa propria(mente), maitenata 'suo-
nata fatta sotto le finestre d'alcuno la mattina di Capodanno",
e nell'esito di GN (num. 155).
Appendice.
APPUNTI MORFOLOGICI 2.
181. Gli aggettivi di 3.^ declin. (felix, viridis ecc.) assumon tutti
nel feminile la desinenza analogica -a: felica, verda ecc.; fatte, s'in-
tende, sulla pronunzia di quest' -a le riserve espresse al num. 61. —
182. La proclitica ed enclitica avverbiale e pronominale ce 'ci' ha il
valore non solo di pronome di prima persona plurale, ma pur di quel
di terza singolare e plurale, quando però le succeda altra particella
pronominale: faccelle (napol. fangelle) e ce V ara fa è insieme 'facci,
fagli, falle, fa loro... ciò' ; laddove facce (non così il corrisp. nap. funge)
è limitato alla prima plurale. 183. E al '-lo' masch., Ma', '-lo' neu-
trale, rispondono qui -ùle -élla -elle (cfr. n. 31 e n.), semprecliè dalla
voce verbale li separi una enclitica: purtatille portatelo, ^^i^'^ace/^a
pòrtacela, cteccélle diccelo num. 173. Cfr. -ènne nn. 32, 163. Mentre si
ha pure semplicemente pòrtele -la pòrtalo -a ecc. ^ 18-1. I pronomi
possessivi qui (come in tutto il Mezzogiorno, s' io non m' inganno) vanno
posposti sempre al nome : lu libbre mie, la casa wejja, le cascra toue,
la casa nostra ecc. '^ E coi sing. dei nomi indicanti gradi di parentela
i pronomi possessivi di prima e seconda persona singolare sogliono
fare una voce sola (sempre senza l'articolo): pdtreme , fraterne, fi-
glieme e /{gliema, mariteme , nepóteme -ema, cajcnateme -ema num.
155, vareme -ema, suocreme, socrema,jenr>ereme, norema; e così pd-
trcle, figliata ecc. ecc.; cfr. i nn. 14, 41, QìQ.
' [Qui va però considerato l'estesissimo tipo maitina maitino.]
' Nello spoglio fonetico ho gettato qua e là quel che di più notevole avevo
in fatto di morfologia. Tuttavia non mi pare inutile il fare qui qualche ag-
giunta, e soprattutto il presentar tutto intero qualche paradigma verbale.
^ Notevole il portale portala e sim. , della Basilicata: quasi ^porta,(i!)lum'.
* Non posso tenermi dal rammentare qui, come per incidenza, la strana
dicitura del dial. napoletano, il quale per 'un mio amico', 'una mia sorella'
e sim., dice 'n amiclir, dà mijc , 'na sora dà mija e sim., q. 'un amico del
mio\ 'una sorella della mia'' ecc. E coiì pure: chislc ó ddù mijc, cliesta é
ddà mija, ecc.
n dial. di Campobasso: Appunti morfologici. 183
485. Paradigma* di 'avere' 2. — Inf. are', prcp. pass, aule -a, ger.
av(^n77e. Ind. pres.:J< ajc, tu a\ jissc a; nit averne, vu avete, Igre
anne. Impf. : avejja, avijo avejjci ; avavame, avavate, ave Jane. Perf. :
avive, aviste, avette\ avernme, avisteve, averne. Futuro: manca. —
Gong. pres. : manca^. Gong, irapf.: avesse, avise, avesse; avésseme
(e avessimo), aviseve (e avessite; v. i nn. 6, 129 e la n.), avessene. —
Iraper. : 2. sing. e 1. e 2, pi., come le rispettive pars, dell'ind. pres.;
3. sing. e 3. pi., come le rispettive pers. del cong. irapf. (v. la n.); ed
anche vedemmo una 1. sing, al num. 132 in n. ^ Gondiz. : avrija avri-
se, avrija; avrimme, avriseve, avrijcne.
186. Parad. di 'essere'^. — InLjesse, pcp. state -a, ger. 'ssenne. —
Ind. pres.: so, ci eie (nn. 23, 93), ^e (nn. 23, 179); seme, sete, so. —
Impf. èva, ive, èva; avame, avate, evene. Perf. fose (nura. 49), faste,
fose; foseme, fusteve, fosMC. Fut.: sarraje, sarrd, sarrd; 1. o 2. pi.
mancano, sarrdhne^. Gong, pres.: v. il nura. preced. Gong, impf.:
fusse, fuse, fusse; fasseme, f aseve, fusscne. Imper. : v. il num. pre-
ced. Gondiz.: sarrija, sarriso, sarrija; sarrimmc sarriseve sarrijene,
'187. Parad. dei verbi in -are. — Ini. 'pur td, pcp. parlate -ata, ger.
' Ometto naturalmente, così in questo come negli altri paradigmi che se-
guono, i tempi perifrastici: 'io ho avuto, io aveva avuto, io avessi avuto, io
avrei avuto'.
^ Tralascio di premettere alle voci di questo verbo, e degli altri comia-
cianti per vocale, il j prostetico, elemento mobile, dì cui la presenza dipende
meramente dal posto che le dette voci occupino nel discorso. Si dirà, p. es.:
qìmnd' at^et' abbuscate? quanto avete guadagnato?; ma,:'javem' ahbuscate ecc.
^ Ed anche in tutti gli altri verbi, qui come forse in tutto il Mezzogiorno.
Vi si sostituisce l'indicativo presente, ed anche, in dati casi, il congiuntivo
imperfetto (p. es. di che rrapisse di' che apra). Di qui il tanto abusare, che,
anche scrivendo, fanno i Meridionali dell' imperf. cong.
* Valgon queste norme per tutti i verbi.
° Frequentemente la plebe sostituisce questo all'altro ausiliare; p. es.: vie
viste a ppatrcme? hai visto mio padre? e sim.
^ Il futuro, del. resto, è qui, come forse in tutto il Mezzodì, pochissimo
usato; fino a farci nascere il sospetto, se quelle voci, che pur se ne posson
citare, non sieno per avventura semplici afformazioni dialettali del paradigma
della lingua letteraria. Comunque, è usato principalmente nel senso dubita-
tivo; p. es. : sarrd vere? e sim. Ordinariamente vi si sostituisce l'ind. pres.
E quando v'entra il concetto dell'obbligo 0 della necessità (il continuatore
di 'debeo', d'altro Iato, qui manca affatto), abbiara le forme perifrastiche: dja
purtd 'ho a portare' (v. num. 173''), ara purtà 'hai da portare', ara p. 'ha
da p.'; avema p., aveta p., unna purtà. E così si conjuga via via avejja purtà,
avlva p., acessa p., avrija p , cec. ecc.
184 D'Ovidio, Il dial. di Campobasso: Appunti morfologici.
purtanve. Ind. pres.: porte, puorte^, porta-, purtame, purtate, por-
tene. Impf. : purtava, purtave, purtava; purtavdme, purtavate,
purtavcnc. Perf. : purtave, purtastc, purtatte; purtamme, piirtasteve,
purtarnc. Fut. : piirtarraje ecc.; v. il num. preced. Gong, impf,:
purtasse, purtase, purtasse; purtassemc, purtascvc, purtassene. Con-
diz.: purtarrija ecc.; v. il num. preced.
188. Pcirad. dei verbi in -ire, al quale si conformano altresì, fuor-
ché nell'infinito, tutti i verbi in -é re e in -ere. — Inf. : ciurmi, vede,
ìe'gge; pcp.: durmute, viste (però ulute, putute, sapute ecc.), lette e
ìeìjyutc', ger. : di(.rmenne^ v edemi e , Icggenne. Ind. pres.: dorme,
duorme-, dorme', darmeme, durmete, duQrmene; e vede vide... ve-
derne.. .viden e; legghe liegge .. .leggerne .. .lieggcne. Impf.: dur-
wejja, durmije, durmejja; durmavame, durmavate, durmejene; e
così vedejja ecc., legge jja ecc. Perf.: durmìve, durmiste, durmette'y
durmemme, durmisteve, durmerne; e così vedive ecc., leggive ecc. —
Cong. impf.: durmesse, darmise, durmesse; durmesseme (e durmas-
stme), durmiseve [durmassite), durmesserte; ecc. Condiz.: durmar-
rija, durmarrise ecc.
189. Gl'irregolari, in tutto tra loro conformi, sta e dd (v. num. 2),
pcp. slate -a, ger. stamie. Ind. pres.: stenghe, sta\ sta; steme, stele
stanne. Impf.: stcjja, stije ecc., v. il num. prec. Perf. stive, stiste^
stette ecc., v. il num. prec. Cong. impf. : stesse stise ecc. ibid. —
Condiz. : starrija ecc.
190. Parad. dijì' 'ire'; pcp. /it?e -a; gev. jenne. Ind. pres.: voje^
va\ va\ jame, jate, vanne. Impf.: jija, jije, jija; javame, javate,
jivene. PevL: jire, jis'e, jette; jemme, jisteve, jerne. Cong. impf.:
jisse, jise, jisse; jisseme, jiseve, jisscne. Condiz. : jarrija ecc.
191. Alcune irregolarità, circoscritte al solo ind. pres.: veni: ven-
ghe, vie, ve; verterne, venete, vienne;- tene: tenghe, tie' , te ecc, ;-
ulé: voglie, ivuó, vo; uleme, ulete, wugnne;- ■^xxié: pozze, pud, pò;
puteme, putete, puonne;- fa: facce, fa', fa; faceme, facete, fanne
(impf. face jja, perf. facive pcp. fatte, ecc.);- sci: Jesche,jiesce,je-
sce; sceme, scete, jiescene.
' E cosi tu cunde, tu piense, tu mine (v. i nn. 9, 15, 28, 31, 37, 42, 45,
46, 53, 56), ma tu magne, tu figlie, tu agghiuste (v. i nn. 30, 38, 52).
^ E cosi tu stende, tu cricle, tu canuse, tu vive (bevi), tu mitte ecc. e Igre
siendcne, cridene, camisene ecc. ecc., di e. a tu chiagne, tu frije (friggi),
tu fuje ecc. ecc. Vedi, oltre i nn. cit. nella n. al num. 187, anche i nn. 10,
21 e 48.
TESTI INEDITI FRIULANI
DEI
SEGOLI XIV AL XIX,
RACCOLTI E ANNOTATE
DA
TINCEJsZO JOPPI.
Avvertimento.
I piìi antichi documenti manoscritti di quella lingua friulana, che
vive parlata in tante varietà fra Trieste e la Livenza, sono i pochi
Saggi che ancora ci rimangono del secolo decimoquarto; ed è, in
generale, perduta nel Friuli quasi ogni memoria scritta di tempi
anteriori. Le infelici condizioni di questa contrada, travagliata da
coìitinue guerre, frequenti carestie e pestilenze, erano d'ostacolo a
ogni coltura letteraria; e quanto ci resta pur di scritti italiani del
Friuli di quel secolo, è di gran lunga inferiore alla messe che è dato
vantare a più altre provincie dell'Italia.
I Saggi del secolo XIV, come pur quelli del XV, furon raccolti
dai Libri delle spese ed entrate de' Comuni, delle Chiese, Fraglie e
Famiglie, che talfiata si tenevano nella lingua parlata, da chi igno-
rava il latino e l'italiano. Due brevi composizioni poetiche, d'argo-
mento amoroso, sono i soli frutti letterarj che ci fu dato ritrovare di
quell'età. È probabile, che i fatali avvenimenti, onde era impedito lo
sviluppo intellettuale del Friuli, contribuissero a disperdere quanto la
Musa popolare pure andava dettando.
II secolo XVI segna un vero risveglio nella nostra regione, spe-
cialmente in ordine agli studj classici; e le 'nostre biblioteche son
piene di opere latine di quel tempo, stampate e manoscritte, cosi in
verso come in prosa. Solo dopo la metà di quel secolo, cominciarono
i Friulani a maneggiar bene la lingua italiana, prendendo a modello
quanto di piti elegante e corretto la stampa offriva alla portata di
tutti. I viaggi resi più agevoli, e il moltiplicarsi delle scuole, con-
tribuirono potentemente alla diffusione di quella coltura, alla quale
il Friuli si era andato preparando dopo il 1420, che è l'anno della
sua annessione alla Repubblica di Venezia. Per quest'annessione, la
186 Joppi;
provincia nostra avca trovato pace e prosperità, ben largo compenso
alla perdita della sua autonomia, poiché, durante il fiacco governo
de' Patriarchi di Aquileja, desolata da perpetue lotte intestine, ess'era
sempre rimasta molto addietro nelle lettere, nelle scienze e nelle
arti.
Nel Cinquecento, illustrato fra noi dagli Amaltei, dai Luisini e dal
Valvasone, coltissimi scrittori di prose e rime italiane, troviamo
eziandio i primi prodotti letterarj in lingua friulana, dettati da uo-
mini di qualche ingegno, quali il Moilupino, il Sini, il Biancone ed
altri. Non sono che pochi frammenti, la maggior parte poetici, ma
tutti preziosi per la storia della lingua. Il Liruti, lo storico della
letteratura friulana, che ricorda così gran numero di scritture pa-
trie, sdegnò di registrare le vernacole, quasi vergognandosi dell'abito
incolto del parlare nativo. Erano i tempi della piìi assoluta ammi-
razione per le lingue classiche, e possiamo facilmente scusarlo di
questa noncuranza.
La vena dello scriver friulano scorre piti abondante nel secolo XVII.
Alla copia s'unisce lo spirito, che però spesso degenera in scurrilità;
e la lingua si fa piti ripulita, più elegante e più dolce, ma però meno
caratteristica ed originale che non nei tempi anteriori. La fantasia
è fresca, lo stile facile ed il gusto più corretto che non nelle ampol-
lose poesie italiane de' contemporanei.
Anche qui la messe più ricca è di versi; l'amore è il tema favo-
rito; ma un amore ben più sensuale che non platonico. Le burle
facete, le avventure oscene, le satire, s'alternano colle poesie sacre
e di occasione; e, pur troppo, ben rare volte la Musa vernacola s'in-
nalza a celebrare nobili gesta o la dolce tranquillità della vita dei
campi.
I migliori poeti friulani del Seicento sono Eusebio Stella di Spi-
limbergo e il conte Ermes di Colloredo, questi vantato sopra gli altri,
anche perchè la stampa ne divulgò le briose composizioni per ogni
parte della provincia. Appartengono ancora a questo secolo le Rime
di Paolo Fistulario e de' suoi allegri compagni , oltre quelle di mol-
t'altri anonimi, che se non brillano sempre per la novità de' concetti,
ci debbono pure esser cari perchè hanno mantenuto ben vivo il culto
operoso della patria favella.
Nel secolo XVIII decadiamo. Abondano le Poesie Morali; ma se
il buon costume ci ha guadagnato, la lingua ha perduto all'incontro
molta parte della sua freschezza, e spesso diresti che si scriva tra-
ducendo dall'italiano, cosi nel verso come nella prosa. Si distinguono
tuttavolta: Gabriele Paciani di Cividale e il Busizio di Gorizia, au-
Testi friulani. 187
toro del travestimento furiano dell'Eneide; e anche son notevoli al-
cune Canzoni villereccie.
Recheremo poclii Saggi di questo periodo di decadenza, e baderemo
a sceglier bene. Era poi serbato a Pietro Zorutti, nostro contempo-
raneo, di dare al verso friulano una venustà e uno splendore, che
non s'eran mai prima raggiunti, e che difficilmente potranno piti es-
sere uguagliati.
Nei Testi, che qui sono offerti, è sempre conservata l'ortografìa
originale, salvo quel che s'aggiunge nell'interpunzione e negli ac-
centi. S'ò pur data o tentata la spiegazione di alcune voci non piìi
in uso e non registrate nel Vocabolario Friulano dell* ab. J. Pirona
(Venezia, 1871). E i Testi sono inediti, pochissimi eccettuati, che
però furon corretti sugli originali.
Udine, novembre 1876.
188 Joppi,
I.
SECOLO XIV.
1. Spese del Comune di Cividale.
[Archivio notarile di Udine^ Mss. Varj, Voi. I.]
1340.
Dedi adi 15 di mazo a queli chi furin a chonzar lu Statuto denari XI
per uno.
Adi 8 esendo augno per uno spervere e a uno chi gè a Fagedis a chom-
perarlu den. 78.
Adi 2 esendo luglo, al magistro et queli chi furin a portar li balestri et
li tulini a corte et tornarli indir er 30 den. per uno. 16 ottobre per 8 cari
di savoloDO den. 8.
2. Dai Quaderni della Fraterna dì S. Maria
de' Battuti di Udine.
[Archivio dell'Ospitale di Udine.]
1349.
Pagai a li predi di Sant Adori di fit per la tera che nus de Lapro toscano.
Item dei den. 40 a Francischin nodar per scrituras chi elio fes alla casa.
Per tre miglars di modons e per las charaduras [lire] di frisachensi XVIIJ.
R. [ricevette] Magistro Niculuso Camerar marche IX da Lenart Bitus che
fo chamerar If inant di primo di zenar.
R. den. XX che fo venduda la peverada che romans de la charitat.
R. den. 12. da Chumina la madrigna cu fo di Zanda inpentidor per las
messas d-un-ano [anno].
3. Dai Quaderni de' Camerari della Fraterna
de' Battuti di Cividale.
[Arch. dell'Ospitale di Cividale.]
1350.
In primis recevé io bortoloraio de Brios fra di josep de Flumisel VI star
Testi friulani: Secolo XIV. 189
di formento cha dau e del an cu cor V star de avena, VI star de nielg et
iij conz di vino.
1352.
Si die Stiefin di Flumisiel si s-achordà chul priul di Sent Dumini per un
star di forment e un d'aveno. E anchimo si s-achordd chu la priolo de lo zelo
per un star di forment.
1354.
Po fata una carta con una vigna fo dado a Pedrus manual per VII anni
a miezis, la vigno si é su la mont di Sent Filip cu fo di Ser UdurlI lu lune,
iij di gisint vendemis.
1355.
In d-avost si fo comprat zera cun volontat delg Piùulg e delg cunsiglir li-
vry 18, per X dintl la livre. Si fo spindut par spali di fa gli ziriuz. Si a eibut
tot per cero e per lavuriduris meza marcha.
Si arecevir gli Frari menor per l'anima di dona Felis soldi 40 e for daz
per chutuardis mesis soldi 14.
1355.
adi VII di seseledó si fo spindut per un quaderno per scrivir li chanzon soldi 5.
Si fo spindut a Sent Dorat soldi 12, vot al predi e 4 per spensaris.
Si comprai io Jachu alg masari di Flumisel tre [denari] chielg furin doi
dinar di pan e 3 bosiz di teran per sis pizul la bozo e miez dinar di formadi
e miez dinar lu ingnostri.
Si ob Brunis per uno vio d-oleio chel fes.
Si ob lu predi di Sent Martin chel dis meso soldi 2.
Si spendei cui Indri cha dus lu fit, chelg bivir soldi j.
Si ob Lenart chaliar quant el stié amalat in dos setemanis. Itera fo dat
ad uno varfino soldi 27.
4. Dai Quaderni de' Battuti di Udine.
[Bibl. Munic. di Udine.]
1357.
Per la oblacion da mese di marzo.
Pagay per far lis viliis di Micul per una sala di vin denari XV.
Per doi ceris novi fati devant la Virgin Maria.
Spendey in chel di chu furin chà gli massari di mas zoo la di d-ogna sent
per bevi, frixacenses iiij.
190 Joppi, •
Par doi ceris pizuliz dovant la Virgin.
Spendey per leguis chu furia comperadis per lavar li bleons de li poveri
den. 12.
Per doi star di zesera comperada per lo gustar, mezza marca di den.
Spendey per scortegar lu bus den. 5.
Pagay per far cruvir l'Ospedal den. 24.
5. Dai Quaderni de' Camerari della Chiesa
DI S. Maria Maggiore di Gemona.
[Archivio municipale di Gemona.]
1360.
Adi 3 di zugno.
In primo spendey per fa meti lu lastrat su lu chanpanili che io dey su a
giù filgli che fo mostri Grilg e a Salt marche di denari 4 et den. 10.
Spendey per una seredura di zep che fo mesa su lu usso del chanpanili den. 24.
Item per fa inflodrà lu usso de Sacristia et per breys che bisogna al det
usso, den. 25.
Per uno cesendeli de vero, den. 4 et per saulin che bisogna ad un cesen-
deli den. 3.
Item dey a Miser lu Plevan per la spesa che-1 feys a tray lu libri grant
fur di Padova et cundurlu a Glemona lire de Soldi 5.
Adi 22 de Settember dey a Blasut per che-I conzà giù chandileri che teyn
giù dupleris delg morti, zoé vj chandileri lib. parv. 6 '/, [cioè lire di piccoli
veronesi!.
Adi 2 di zener
per fa condur I-ago del batem in pasca tefania den. 2.
Adi 3 di marz dispeudey per fa adu la crisma de Agulea den. 24.
Item per fa giù grandi ceris di pasca mayor marche 4 di den.
Par chel feys giù ceris di pasca raaior, den. 63.
Par chel lava lis anchonis den. 12.
Dei a pre Mattius perche porta lu chorpus Domini in torn tavola in sabida
de batem, den. 24.
De May
Per fa aplanchà lu solar chi-é sot li chanpanis.
Dei a Blasut de Ser Gabriel per lu ?igl del agnul chel indora.
Item a chulor che aiudar tini su le scale et meti lu may su lu chanpa-
nili, den. 12.
Item dispendey per 12 chandelotti che fo mitut denan giù apostuli quant
fo lu in noval de la segra den. G,
Par lu inaversari den. 20.
Testi friulani: Secolo XIV. 191
1360.
25 de zugn.
Dey a uno pover, soldi 20.
Day per l'arciavol lire 8 di soldi.
Dey a Zuanut inpintidor
1366.
Item dispendié per uà Codes che despegnay in Venesia da li Frari di
S. Maria el qual fo fato a Padova ducati 13 '/^ in oro.
1367.
Fo spendut per dir lu Salteri a la zelo per un ano, marche
Per una trizera a donar a li noze di Pinta quando el vadigà la muglir
ducati 2 in oro.
Spendut per un star di favo in chaso, den. 36.
Spendut per dar al mestri de la schola per lis quartucis di pasche per l'in-
fanti, soldi 6.
Per lu ineval del pari di Signu march, j di denari.
Per la intantesim di Danel e Setimina e in cera oferta 35 soldi.
Fo spendut per dar a Mestri Michul inpintidor per inpintir lu zil, el drapi
di denant e far figuri in lu mur per gonseglo de Ser Menaat, per la so fa-
diga marche 6 di soldi.
Fo spendut per comperar una cope per meter li ariquile sot l'aitar, soldi 17.
Fo spendut per andar a Udin e Sofinber a fa la grazia al vescuf e a-do-
nar al so canzilir chi ni fes lu sigei su, den. 100.
1371.
Per andar al playt a Udin.
Dey a Zuanut inpintidor per far la salutazion in le finestri davur l'aitar
mayor, soldi 22.
1373.
Spendey gli quai dey a Zuanut impintidor per la so fadio per lavar e per
cumedar li figuris e lis ymaginis del crucifixo den. 40.
Item per far cruvir lu teto a copo de la Glesia.
Per lu fat mirindo e pan prendi ogno di azó chel no gisisin de lavoro e no
s-inderedasin ad ala. chaso per duti lu sis dis, den. 4 per di.
Spendey per ricevi 1-arciaul e gli previt per V boce di Romania. — Item
spendey per far conzar zoé cuvrir lu graduai
1374.
Spendey ch-ió dey a mestri Michul inpintidor per la tavola che l'impintf
devant I-altar de Sant Jacu, libr. 7.
192 Joppi,'
1389.
Spender per la tavolo d-arigint soro indaurado de dar la pas chu io com-
perai de Grabiel filg del Bui d'Udin per chomandaraent delg Prochuradors ,
march, di soldi 8, e sol. 116.
1392.
Item spendey li quali io dey a Misser lo Veschuf per so fadio quant al
segrà 1-altar maior, due. S^a- Item al so infant, den. 10.
1394.
Spendey lu di de la Annunciation di S. Maria per ariceu Misser lo Veschovo
et li previdi et li frari e con quelli che aydà el zago, per aribola, den. 22.
Item spendey per lo Arcionasi et a cholori che portarin lis crous incontra
lo Patriarcha, zoé per bevi, den. 3.
1395.
Spendey per dar al 1-arziavul, al so mamul per lui, per lo arcionasi che la
Glesia paga, march, una.
1396.
Spendey lu di di S. Maria per giù Avenzonas chu aduserin giù ceri per
ricevergli, sol. 8.
1402.
Spendey ch-ió dey a mestri Gubertin per impintura che lu feis in la anchono
de la S. Maria ch-ió compras, den. 5.
6. Canzone, scritta sul rovescio e nello stesso carattere
DI UN atto notarile, ROGATO IN ClVIDALE IL 14 APRILE 1380.
[L'orig. nella Coli. Pirona, Museo Civ. di Udine; edita nel 1864.
Piruz niyo doz inculurit
Quant yo chi viot dut stoy ardit,
Per vo mi ven tant ardiment
E su surz soy di grant vigor
Ohio no crot fa dipartiment
May del to doz Hai amor '
Par manazo ni per timor
Si chu nul si metto a strit.
Versi cancellati: Ni pur chescg ni per culor
Metinsi pur ben-a strit.
Testi friulani: Secolo XIV. 193
Piruz ecc.
Ogn-om mostri voglo scuro
Ch-ió no intint may di lasà
Di pàsiris par pavuro
Lu pani pur semenà
Mo plui chu may intint ama
A chugle ch-ay simpri sirvit.
Piruz ecc.
Per zo duralo byello e zintil
Quant anch yo pues vus vuelg preyà
Vo no sayes d-anim tant vii
Di may volerai abandonil
Par det d-algun malvas bosd
Chu ca simpri ni mai mintit.
Piruz ecc.
Chianzunetto va cun Dio
A chello duralo saludant
Di chui fidel sol sirvidó
E so celat saray amant
A mil mil ang s-yo vives tant
Al so amor si soi unit.
7. Da Quaderno di entrate e spese della Fraterna
DI S. Maria de' Calzolaj di Udine.
\ Museo Civico di Udine.]
1380.
Jacurauc di Viscon den. XLVII per inprest sora dos aruedis inferadis in
Sent Cancian sint a Santa Maria e pesonal j di forraent.
Fo vendut vaselli iiij di vin par den. XXXjjjj lu cong vindut a dar.
Itera martin di Lauzac sol. iiij \ par formadi par lu fra di Gor in prisinza
Eler el fra di Gor adi XVI in november
Itera Denel di Lauzac de dar den. XLiiij fata rason adi XXVI november
itera pix. [piccoli] viiij par lis misuriduris in prisinza martin e laurine
pividor.
Par iraprest adi XX in mare pesonalg VÌI di sigela in sent mare, stars ij
di melg adi iij in iung.
Item zuan dal degan 11. [lire] viiij di dinars; Hostasi di percut è fedesor
e pagador fato reson MCCCLXXX. adi XXI in decenber-.
194 Joppi,*
Item martin dò dar marcila -f- e den. viij per inprest e per j vistit e per
j mantel. Item den. iij per pes. Item j star di sorc.
Item 11. iij ~ di cara di porc per den. iij la lira.
Itera den. ij -^ per saladic e per vin adi XVI in mare.
Adi XXVij in iung termit in sabida per imprest sora j zupa e un camisot
adi Xiij in seselador.
1381.
Gnesa muglir cbu fo lenart di lauzac marcha j per imprest per apagar j
vacha; Eier e martin di lauzac for pagadors in oblegaut la vacha e j boi e
luti li beni: martin e Eier in prisinza Niculau tesedor e pieri caliar filg di
di bore d-auléga e beltran di lauzac nevot martin, MCCCLXXXI adi Xiij
in aprilis, termit a Sent Michel.
Item den. XL per lis caraduris del via: item p. [piccoli] per lis misiridu-
ris del vin.
Item den, XVI per j scrova e den. XLViij per un star di sigela.
R. [ricevuto] di Zuau ziner di denel, vasel j di vin per den. XXVj lu congi.
Item per par j di fiergis de la chavala.
Item pesonalg v di tramesta.
Item den. iij per la spesa dal boi e Gnesa é siuritat per la biava e per
tute e si m-a inoblegat i boi e se no m-a contentat di tuto, Gnesa mi deba
menar lu boi ia anzi Sent Michel.
8. Spese del Cameraro del Comune di Cividale.
[Ai'chivio notarile di Udine ; Voi. I Mss. Vaij ]
1380.
adi 10 di iugl diey a Pieri Brich chel porta 2 letiris una a Ser Redolf a
Triest e laltra a Michulus di Cararia per comandament degl Provededors, de-
nari 60.
Jn chel di diey a Ceco per la part chi gli tocava di 5 magi pes degl be-
cari chi furin incondagnadi per comandament degl Provededors, den. 20.
Adi 17 di Iugl diey a Culosis chu zie inbasador ad Udin, den. 72.
Adi 19 di Iugl comprai libre 21 di colac di sef per deber far paignarogi
quant ves la nuela di Pola, den. 63.
Adi 21 di Iugl dìei a Dumini Brich chel fo a Puriesia a comanda cari chi
ciesin a menar arcila in cort per lu brasagl, den. 4.
Adi penultim di Iugl diey a 24 pedoni che debevin alar a Cavadistria e si
furia mandadi a Triest par rason chi Cavadistria si fo tolta per Viniciani e
si debevin ave la ferma per un mese per cascaduu, marche 2 di soldi al mea.
Testi friulani: Secolo XIV. 195
Adi 2 d-avost diey agli caradori cbu zirin a Triest chu la pedonagla ruar-
che una di den. e ad un di Pola che porta, una casa di piloz daur gli cari
che zievin a Triest den. 2.
Adi 9 d-avost diey a Ser Redolf ed a Zuan tant chi zirin in Udin al Par-
lament a deber diputar gli homini a rezi la contrada, fortoni 3.
Item per un ceder di carta den. 7.
Adi 14 davost diey a Ser Redolf quant el ala cun Zuan Toni chu zirin al
Parlament ad Udin cun 5 cavali e Ser Redolf stiet 2 di e Zuantoni stiet df
uno per li spesi e per lu nolo degli cavali, fort. 3.
1380.
Adi 16 d-avost spendey per braza 3 di vergado per lu palit da pé, costa
al braz grossi 25 e per braza 25 di scarlatin per lu palit di cavai in rosson
grossi 30 lu braz.
In cel df diey per la purcita cui furniment den. 2S; per lu speruar den. 80;
per la storiga den. 14; per un gaio den. 5; per doy astil a portar su li palj,
den. 16; per lu nolo di 5 cavali che portarin li palj in tor la tara per quela
not e per in deman, den. 32; per pasa 12 di soga per far lasar li cavali, che
costa soldi 2 lu pas. Per vin agli pividori la villia di Sanct Donat den. 6. —
Item spendey lu df di Sanct Donat per libre 6 di pigaocat e di cochuli, con-
feti chi costa la libra den. 32. Item per gli dopliri ad andar intor la Tera
chu la prucision e si furin lib. 25 '/a di cera in rosson di den. 15 la livra. Per
far colazion chugli furistiri den. 16.
Adi prim di vendemis comprai livra una d^oglo per far raeti entri lu ces-
sendeli a deberlu far arder in cela not, den. 6.
Adi . . . d-otor per una maza di tela di lin per meti intor gli suanpugl
dela fontana den. 9.
Adi 25 detto, diey a Candit infant del Gastalt per far sona lu consegl che
gli Deputadi mandarin una letira chi noy debesin mandar 20 pedoni a Ma-
ran per casson chi 1-arraada di Viniciani debeviu 11 vignir, den. 1.
In cel midiesin di diey a Zuan Gillo chel zie ad Udin Li degl Deputadi a
portar una letira corno egl no podevin mandar al prissint nissun e si li altri
Curaunanzi e Castelani facesin lu lor deber, chi noi volevin volentera far lu
nostro.
Adi 26 d-otor dey a quel soldas gli quagl cirin a Maran imperzoche-1 vlgniva
det chi lis gallegis di vinizians lu avevin presentai e furin pagadi per 8 df in
rason di 8 marche di den. per mes cascaduna lanza.
Per dispegnd, la quarnamusa di Yacugl pividor, la porta, quant che-gl cirin
a Maran, fort. 3.
Adi 27 d." diey a Ser Jacupin Canoni per lu so salari do l~au presint par
poni li arloy in ordiu, marche 4 di den.
196 Joppi, •
Adi pria novembri diey per una letira mandada di Triest notificant che li
galegi di Zenovesi si garin in lu puart di Pola.
1380.
Adi 9 di lugl di Toni Nodar per chel fo let nodar del Comun e chel non
vos iestri, marche una di den.
Adi 18 iugl di Pauli becar per una incondagnasoa chel fo incondegnat chel
no fes car un ài, den. 80.
Adi 10 Settembri a Chulus di Toglan per una incondagnai:oa chel tols la
spada di man a Ser Nichulo di Triest cum plusors compagns.
Adi 5 november par cegl d-Iplis e d-Orzan per una incondegnason chegl no
ulirin mena lis arrais degl soldas a Maran quant egl debevin alar a Cloza,
den. 80.
9. Dagli ^Acta Camerariorum Comunis^
nell'Archivio Munic. di Cividale.
1382.
Racio Receptorura per Henricum Camerariura Civitatis Austrie.
Adi viij di zeuar raarchis LViiij di denars par la tiargo paga del dazi delis
bichirigis.
Per chunpliment del dazi delis stazons march. XVij.
Adi Xiiij di iung di Ser Zilii inperzoche-1 rifugdà di gesir Provededor,
march, di den. ij
Item a Vorli di Pulizut che rifugdà di gesir di Chonselg, march, j di den.
Suma deli sumis di chel del ariziet raarchis 500 e fortons iij.
10. Richiesta di oggetti appartenenti a Giovanni
MARCHESE DI MoRAVIA PATRIARCA DI AqUILEJA, MORTO NEL 1394.
[Archivio notarile di Udine. Carta volante nel Voi. Vaile di Cividale.]
A chi soth son scriti lis aresons e la domanda che Bartholomio domanda
per lo Patriarcha Zuan, che fo imprima:
Fata rason cura Ser Francesch lo Vuraisinger d-unis chopis e d-uns chian-
dilirs et de unis irapolis et de chialis et de una spada, restami a dar du-
cati XV.
Item per chonziduris di dos chopis di arunt [sic; 1. arifnt] et per arunt due.
ij, lis quals chopis dei a Ser Blascho.
Testi friulani: Secolo XIV. 197
Item per choaziduris di ij bazins et de una stagnada et d-un naph resta
d-aver due. vj.
Item per onzis dos de arrint et per faturis et furimielg de la spada del
soradet Signor Patriarche Zuan conputada 1-onza soldi C, la onza monta mar-
che de soldi j et soldi XL.
A cliestis chiosis dey a Charaiciio magistro di la Chamira e al so chom-
pagno, lu qual Chamiclio per pegno del pajament delis chiosis sora scritis
mi dio la stagnada et la schudella et lo nafFo in salvo.
Item Ber Zuantoni per uns furimegl d-una cintura del soradet Patriarcha
Zuan due. raiez. Salvo a chel che io debeva aver de la famegla.
11. Quaderni de' Battuti di Cividale.
[Arch. dell' Ospitale di Cimdale.\
1395,
Mestri Zuan iupintidor [paga] den. 40 per star un di forraent per lu fit
viedry lu qual fo fat in pan e fo dat per 1-araor di Dio per 1-aniraa di Chu-
lus Sartor.
Spendey den. 2 per domanda mes per li fiz non apayaz anchymó; den. ij
per spangà la casa delg heres de la muglir di mestri Luri caligar.
Spendey den. 22 per un selo d-aribuelo lo qual si fo dada a la fradagla de
Gurizo lu di di Sent Jachun e Filip.
Spendey per fa mena, lis dodis tras di Udin soldi 40.
12. Dagli 'Ada Camer ariorum\ come al num. 8,
139G.
Adi viij di luyo per quatro raestris li quali conzarin lu legnan per meterlu
in oura, lu qual legnan fo fato lo spalto chi ó sovra lu rifoso apresso la
braida di Toni Gallo den. 53.
Adi viij di avost alay a Udin per comprar lu palit da chaval, spendey per
nauli d'un chaval e per la ustiria den. Xiij.
Itera comprai drapo scarlatino per lu palio brazi Xiiij, marcii, vij di den.
Adi Xiij comprai una storia. den. Xiij.
Adi XVj alay a Udin a comprar lu palit da pé den. Xiij.
Comprai drapo biavo brazi V '/„ lu qual chostà lu brazo den. XLV. —
Item comprai ij astil chostà den. Vij. — Item passi X di saga la qual deba
lasar li chavali den. XVij.
Archivio glottol. ital., IV. 14
198 Joppi,
Item per un gallo, den. iiij. — Item per una purcita den. XV; itera per
conzar e cozer la purcita den. iij et per uno vedero che fo posto la salsa,
soldi uno.
Adi XViij diey ali pividori li quali piva alla festa del palio duchati d-oro
iiij.
Per ricever chuior che porta la vilia di Santo Donato li palij e li altri
chossi den. iij.
13.
[Archivio notarile di Udine; Voi. intitol.: Savorgnani.]
MCCCLXXXXVII adi XI HI de marzo.
Io Pauli de Cuglan son contento e confesso de deber dar e pagar a Indri
di Ser Nassinvero trey cento e trenta quatro due. per resto d-ogna rasson chió
aves affar cum luy, da chi al di prisint. Ancora debo dar al det Indri io
Pauli marchis quaranta sis di solz per li spesi del purcielg chi son staz in
fayo quest an passat. Ancora debo dar mi Pauli al det ladri lu vadang di
questi porzi al det Indri quel chi si guadagnarà per la so part. In prisinzo
di Gabriel di Lenarduz e di Michel di Lonfranch, andoy de Cividat.
Testi friulani: Secolo XV. 199
II.
SECOLO XV.
1. Dagli ^Acta Camerariorum Comunis'^
' nell'Archivio Munte, di Cividale.
1400.
Adi XXiij d-otobri di chomandament di Misser Chorat si gli manday a
misser Chorat per Zuan so famelg fra de Dreo chu sta cliun no per lu so
salari dello pirvidorio, raarchis iiij di denars giù qualg io gli manday in
due. viij in reson di march. '/^ prò duchato.
In Sabido adi XXiij d-otó si die a Dono Zuano mogli di Mestri Pieri dello
Schuello per lu so salari chi é difinit chi lu Chumun gli dà liris XXV di
solz per an infin a la vito so.
In martirs adi XXVj si die anchimó a Mestri Zintil mestri dello Schuello
soro pur lu so salari denant lu lus chi el ten la Schuello in prisinzo di Ser
Zuan nodar diegli due. Liiij in aur, giù qualg Ser Zuan à ben scriz su lu
choder del Chumon.
In Miarchurs adi XXViij d otó si die anchimó a Ser Zuan nodar ed a Ber-
nart di borch di Puint chi furin mandaz a Montfalchon là di Misser lu Pa-
triarchio per difinizion del Chonselg anchiraó soro lu fat del ort di Dorde e
dello mogli di Misser Luchin Viscont, die lur due. iij per om e due. vj ad
andoy.
In prindi di novembri si dio anchimó al Mes inperzo chi el stié di plui chi
jaro pat chi el no puet ave responson chi el gli fo inpruraitut si el stievo
pluy chi oy lu pagares di plui, die den. viij.
In Sabido adi Xiiij di novembri die per doy chiavalg chi io chiatai per
Pieri di Monastet, chi fo mandat a Santo Mario di Mont per fevellà a Ser
Nichulau d'Anzel, per debé iestri sore lu fat di Dorde e dello mogli di Messer
Luchin inperzo chi el lare dat ordin di debé iestri chul Signó iiij o v dis
di pò chi el vignis in Zividat.
In Domenio adi XXj di novembri die a mestri Franteseli dello Glemonaso
liris XViij di cholaz chi el die a chello gnot che fo lu fu a eliió di Marchus
ed a chió Luzio so mari in Puarto Brasano, diegli per giù diz cholaz di sef
den. iij dello liro, montarin dinas Liiij.
Die per vun choder di scrivi areclams den. 54 et per ingiostri e per varnis
e per atro chiarto di scrivi die in dut den. e.
200 Joppi ,
XXIV novembri.
Speso che io ay fato per fa chonzà la fontano quant chi elg la fazirin
aronpi in plusors lus e quant chi elg chomandarin torzij lis disinis per Zi-
vidat.
In miarchurs adi viij di deQembri die ad un mestri di Gleraono chi fo fat
vigny per vede lu mot che si debes tigne dello fontano e per vede si el fos
ben chi on la debes meti in legnan di chomandament di Vuglem Provede-
dor e di mestri Lenart si chu diputat soro la fontano diegly mare, j di de-
nars oltro la speso chi el fes a chi<5 di Jancilg cramer al ustirio per se e
per lu so chiavai, diegli anchiraó per lu det chiavai den. Xij in prisinzo di
mestri Lenart chepellar.
In Miarchurs adi prim di degembri di chomandament di Bernart di borch
di Puint vizi provededor in pit di Misser Chorat die a Chistofol brich chi
fo a chomandà chiars per lis villis intor Cividat chu menassin piero al Tor
in borch di Sent Pieri, den. viij.
In prindi adi vj di degembri di chomandament di Vugelm di Lupot die a
Ser Zuan nodar d'Atims chi tols per se e per Virgili chi furin mandaz ad
Udin a iestri chuUa Chumunitat d'Udin soro l'inbasado chi vins a fa Zuan
di Susano per part del Signó sore lu fat chi la Chumunitat di Cividat debes
meti lu lor siel su la letire del chuncordi chi ave fat lu Signó chun Ser
Fidrl di Zupinsperch, diegli per chest march. '/^ di den.
In la villo di Nadal si apagiay a Vigelm di Lupot ed a Vulgelrain ed a
plusors atris quant chi elg vignirin.di mety la fontano den. ij di chonfet e
den. iii di vin.
In martirs adi XXViij di degembri si die a Grabiel nevot di Tomat di
Pinzan e chugnat di Chullau di Spirit chi fo difinit per lu Chonselg chi el
volé torna, ed ala indau a Bologno a studia, fo difinit che el gli fos dat du-
chaz XX in aur e chusl gl'ai dat i<5 Zan.
Si die a Cristoful Brich chi arestavo a volé anchimo sagint chemerari Mian
ed Octobon chi el no fo chunplit di pagià di lor del so salari, due. j.
■1401.
in domenio adi ij di qenar si die a Vugelm ed a Bernart di borch di Puint
ed a Ser Zuan nodar che forin diputaz per lu Chonselg a debé ala ad Ara-
manzas a iestri chulg vuraing d' Udin soro lu fat di debé achorda Misser
Ricart di Valveson chun chelg di ZopuUo e di Prodolon soro la deferendo
chi elg an vuns chulg atris, die lur den. XXXij per ora zoé a lor tre
den. 96.
Testi friulani: Secolo XV. 201
Dai Quaderni de' Battuti di Cividale.
[loc. cit.]
A D. 1406. A cbi si coraenzo Io intrado delg fizs de lo fradaglo di Sento
Mario ascuduzs par mestri Culau Casnevich cortelar e par mestri Zuan cha-
liar ziner di mestri Bertul di Puarto Bresauo sicu cameras de lo fradaglo di
Sento Mario sot lu reziment di Ser Alexi sicu priul e di mestri Zuan sot-
priul.
1406.
Pre Pantalius si paga per lu fit dun ort lu qual é alant a Sent Pantaleon.
Si paga mestri Mian chaligar per tre chiasis e per tre orz puestis in borch
di Sent Pieri den. 38 e di cesti dinars sin debin dar a 24 predis azo chelg
facin oracion per l'anima di Niculau.
Niculau si paga per una ch'iasa puesta a pruf lu merchyat, di nivel den. 3.
Pagin li figlis chi forin di Pieri di Toglan per uno chyaso puesto in lu
borch di Sent Dumini den. 34.
Giù herezs di Piligrin si pagin soro un ben puest in Muimas di fit nivel,
fortoni denari 3 giù qualg 3 fort. pagin la stazon di Zuar la qual posset
al prisint Vignut e si debin paga per simpri in fin a tant chi elg tre for-
toni non vignin compraz in bon lu.
La Pividresso di borch di Sent Pieri pago soro un chiamp puest in lis par-
tignincis di Chiarandis frumento star j lu qual si debo distribuì a la fradaglo
quant e lo ven di Sent Donat.
Itera Zuan di Merdiul pago soro uno selvo puesto in lu chi si predichya
in lu di di Sent Michel, den, 24.
[Nomi de' mesi: zenar, fevrar, marz, avril, may, Jung, julg, d-avost, setem-
bri, octubri, novembri, decembri.]
A chesto è la speso degl dinars spinduz:
Si dey a la fradaglo di Pristint per aiutori del confanon due. 1.
Si diey a Nardin per vardA la eros la gnot di Viners Sent sol. 4.
Diey a tre voris chu adusirin sevolon di vidison sol. 27.
Si diei alg batadors, giù qual baterin lu forment solz 8.
Per far bati lu pani di miezis del chiamp di Spirit solz 6.
Speso fato alla procesion di Sento Mario del Zorn.
Per un zochul e miez sol. 21, per uva passa sol. 2, per via bivut sol. 12.
1419.
Se notori e manifiest a zaschidun della fradaglio di Sento Mario chom
Margiaretto moglier chu fo de Zuan di Ruvignaz saynt in buiuo malmuerio
202 Joppi;
e in ben intellet per la Dipgratia vuglint per remission delg sia pecchiaz e
per 1 animo delg sie passaz, lassa davur la so muart alla detto fradaglio un
star di forment e miez e un quinz di vin, lu qual forment e vin si debo vigni
pagiat soro lo braydo del Mestron, lo qual braydo si é puesto in gliu confins
di Luinis, con chest chu lo fradaglio debo fa in pan lu det star di forment
e lu det pan si si debo parti in lu di chu Io detto fradaglio ven di Sento
Mario del Zorn e quest elio vols chu fos fat ogni an imperpetualmentri com
appar instrument per man di Ser Nichula del Filitin nodar per rason di do-
neson e per rason di muart. In mill et quatricent et sedis.
1420.
Sepi zischidun chu lo fradaglio si é tignudo di fa ogni an uno favo over
uno almuesino per l'anima di Spirit di Cividat cum IX star di forment e
cun tre star di favo e cun la chiar di purziel et cuu lis altris chiosis chu
s-apartignin a fa favo buino et grasso.
1425.
Ses avisat chu la chiasso chu ten Bartholomio di Pustiarnulo debo fa far
per man delg Ufficialg dello fradaglio viestis di pan X, lis quais si debin da,
per I-amor di dio a dis povers ogni an. El si debo dà a Sento Mario di Cort
un miedri di vuelli.
Vardo ben chu la chiasso di Ortal si é obleado # fa di ogni an per V a-
nimo di Spirit messis XX e a fa di lu so anniversari in quel lu chu vul lu
Ufficiai e si debo fa df uno chianzon su la so sepulturo.
3. Spese del Cameraro del Comune di Udine.
[Dai Quaderni de' Camerari del Comune di Udine, de' quali non esistono
che alauni frammenti in copia del secolo XVIII, nel Museo Civico di
Udine.]
1411.
adi ij de Otober, ricevey de Ser Moyses e Ser Nichulau Filitin compere-
dors del dazy des quartis a prontis pecuniis per 1 an prisint scomenzant a
Sent Michel de 1411 e finint a Sent Michel de 1412 e costa lur per chest
ano marchis de sold. 46 e dermi lu pagament in ducaz e ponermi zascidun
ducat sold. 102, segondo chi sa Misser Luis de Zignot,
1411.
V otobre. Spendey per comandament deli Deputadi che comandavin che-I
fosiu presentaz giù Nobilg Inbasadors de Miser lu Cont Zuan Mainart dt)
Testi friulani: Secolo XV. 203
Gurize e forin dogy inbasadors, qoé lu nobil omo Mis. Francesch de Cormons
e uno Capelan del det signor Cont e etianadio fo deliberat chu-1 albiarc lur
fos pagat; e prime foria presentaz chun lib. IV de confet chi costà sold. 88
e bocis IV de Romanige chi costà sold. 12 e bocis IV de teran chi costà
sold. vj e viij ingastaris sold. xij comperadis de Rigo spedar. — Item ancora
pagade l'ustirige al Enrager chi monta in tre pasti chun jx cavalg e jx bochi
sigondo chi fé la rason chel osto due. iij, sold. 62.
1411.
adi xij d-otober. Spendegy chilg Deputai mandarin Eler chun une letire là
de inlustrisime Signurige de Vignexie pregant chi 1-aitory chelg nus avean
parfiart altis oris, chelg nu s-al debesin manda prestamentry in per zo che-1
bisognave e digli per naulg del cavai per vij dis, sold. 100.
Adi xviij d-otober. Spendegy chi fo mandado uno Ambasador al Re d-Un-
gariga e fo el discreto homo Ser Nicolo de Matiuso chon cavaly 4 e tre
famegli e stié al zir e tornar di e prima spendegy chi diegy a Zuan
del Meglo chi fo guida a scorcerlu fino a Cormons sold. 40.
1411.
adi 23 d-otober. Spendegy per comandament di Mes. Tristan [Savorgnano]
e delg Deputaz chi fo presentai Io Egregy Mis. Pulchart di Robinstang im-
basador delg inlustris Signors Dus Obsteric, marche 16.
adi X dì november. Spendegy che pagagy Zuan nodar di Clauglan chi fes
viij copigis delg capitulg e degl paz chi no fazerin chun Mis. Pulchart de
Robiston Lutignint delg inlustrisins signor Dus d-Osteric e digly sold. 28.
Adi 11 di december. Spendegy per deliberazion del Reng grant chi fo fat
sule case del Conselg, quant si mantigné pigia 1-aitory de inlustrissime Si-
gnurige de Vignexie par manda un Mes a Zividat portant une letire chi si
contignive chi no volevin manda nostris imbasadors al Re d-Ungarige s-egl
nus volevin fa trivis fin chelg ziesin e tornasin e dis dis dopo la lor tomade
e digly par so fadie soldi 16.
per
4. Dagli ^Acta Camerariorum Comunis'.
[Archivio Munic. di Cividale]
1412.
adi 23. d-avost diey a Chulau di comandament di Ser Ugelmin Provededor
r un vasel di vin chi dona la Churaunitat a'ili Ongeri di Crudugnan ', due XI.
' Cioè: alle truppe ungheresi accampate a Cordignano.
204 Joppi^
Adi XXVij diey a un mes che dus nove U chi lu champ di Vinicians era
rot, due. V.
adi V di Setonibri per far conzar lu punt di Sent Dumiai, sold. 2.
Item diey a Mestvi Blas chi conza la chanpano, deu. Viij.
Per liris X di chavilis per far conzar lu punt in dos oiis sold XXViij.
Adi XXVj diey a Nichulau nodar curidor del pupilg sora lu so salari,
march, j di soldi.
Adi iiij otobri per una lira di oli per lu cessendeli di plazo, sold. Vj.
5. Dai Quaderni della Fraterna di S. Maria de' Battuti di Udine.
1413.
Chumuz Muliner chu fo di Nichulau page di fìt semplis sora lu mulin rai-
tut sot lu puynt di piere e sora la chasa chel sta, chi fo di Fava, mitude
in 1-androna di Sant CristophuI, appresso lis sos confins, tre termini, lu ultira
a Sent Pieri di seseledor.
6. Da un frammento di Rotolo di una Famiglia di Cividale.
[Museo Civ. di Udine \ origin.]
MCCCCXIII.
adi XXVIII d-avrll, sumo fate ogno rason io Zan chun Michello mogUi chi
fo di Vizenz di Prapot di chi io Zan ave aybut da fa chun Vizenz et infin
al di prisint oltre lu vin chi el mi die ed oltro ogno atro chioso la deto Mi-
chele mi resto a dà a mi Zuan marcha j e solz LXXII , prisint Juri nevot
chi fo di Triàtan Barbota.
Adi iij di may si imprestay io Zuan a Vignudo brut chi fo di Menziz di
Giaglan di pur inprest solz XL chun giù qualg elio dis chi elio volé chonprà
una chialdiruzo.
Anchimó del mes di iung si gl-inprestay solz L chi gli besognavin per un
so mamul che iaro amalat. In lu di del Chorpus Domini si gl-inprestai su lu
mio balchon marcha una di solz chi gli besognavin per un so mamul chi
gli murf.
Item si ha dat me Mari alo bayo di Butinijs pesonalg ij di forment.
Adi Xij di marzo sumo fato ogno roson chun Jachop di Cruso di ze chi no
avin aybut da fa vuns chulg atris, io 1-ay chontent e payat di dut lu vin chi
el m'a dat e d'ogno atro chioso e d'oltro ogno chioso lu det Jachop mi resto
a dà solz LXXXXVij.
Testi friulani: Secolo XV. 205
Anc'liimó adi XV di may si gì ai dat star ij di siallo la qual el no ray
vul dà pluy chi elio va al prisint may elio mi chosta a mi solz XViij lu
pisonal.
In doman di Sent Zuaa di iuug si ai dado io Zan a Bachin da Risan misai'
di Blas, runzino uno negro varbo d'un volli per due. iiij e si el mi vora dà
qualclii chioso di vadang. Lu runzino e muarto e damy dut lu chorgan: i6
crot chi lu ben on no mi se tignut di nuglo.
Adi Viiij d-otora si ay paiat per Dono Zubet me chusino un star di for-
ment di sem solz LXXXXVj.
Adi XXViij di decembri sumo fato roson chun Chulus di Premergas , la
vachio raman pur in suez par meytat.
MCCCCXIIII.
io lu di di Sent Blas si impresta a Toni filg Zuan di Menziz marcha una
e solz LXViij chel nos dà per un purchiel in presinzo del pari, eh io gli hai
cumplidis march, ij chulg Xij soldi chi io era ingianat.
Doi dis denant chi la figlo alàs a marit si imprestay io Zan a Janzigl di
Claro march, una di solz giù quagl el impromis enfro Viij dis.
Item imprestay a Matio di Cravoret solg Viij adi XXViij di iung chel nos
conprà pan chu no iarin mituz in rason, debomi refà sol. Vj eh io die a
Marchet plui che-1 mi disé chi gli debe dà.
Anchimó adi prim davost si gl-inprestai en tello me chianivo solz Viij pri-
sinz plusors di Godie et adi XXViij davost solz XX chi el vos dispegnà una
chiavallo chi gl-avé fato tuelli lu fradi di Cristoful sertor.
MCCCCXIIII.
Sumo fato rason io Zan cum Domenis pistor di ze chi el nus à quet pan
fin a chi, el é cootent e payat fin al di prisint e in chest midiesim di si gli
hai dado la entratado di chest an zoé chi comenza a pascho tefanio, la qual
é solz L.
Adi XVII di zenar hai R [ricevuto] quinz iiij di vin vermegl per solz LVI
lu quinz.
7. Canzone.
[È sul rovescio d'una pergamena, che serve di coperta a un libro scritto nel
1416 da Simone del Pittore, notajo di Cividale. Collez, loppi; edita nel
1864.]
Bielle dumlo di valor
Jo cgiantarai al vuestri honor.
206 Joppi,-
Con cgio soj in grant pinsir
Jo vul diray si vo volós
Chu zamay no pues durmir
Mancgià ni bevi plui d'un raes,
Vo lu vedós ben a pales
E cgió muriraj par vuestri amor.
Bielle ecc.
Si par me tu muriràs
Tu zamay non fos pluj gran,
Alegro may no mi vedràs
May el sarà pur lu to dan,
Vacgint viv cbul malan,
E si cgin zir uno altri fior.
Biello ecc.
Biello dumlo inchulurido
Che] non d é al mont zardin
Chu se fior chusi flurido
Com vo ses si chu un flurin :
Vo ses achei zintil rubin
Ch a Cividat arint splendor.
Biello ecc.
Biell infant va pur chun Dio
E no mal a (a chest) attentant
E cgio mi das un amador
Ano par me va pur cgiantant,
Sì tu fos vignut inant
Non curavo d altr amador.
Biello ecc.
No mi stait a chusI crudel
Biello dumlo dolz chest siur,
Au vus soio tant fìdel
Sirvit aus simpri di bon cur;
Dio no mi lasàt di far
E cgió murires di chel dolor.
Biello ecc.
Lasàmi sta si dio egia vut
Tu mi pars masse insurit,
Chon estu a chi vignut?
E parca estu tant ardii?
Si tu mi stas a ch'i di pit
Tu pords ave temor,
Testi friulani: Secolo XV. 207
Bielle ecc.
Dio sa ben con mal content
Un di di vo tuel .... ai
Sufrirai preson e torraent
Plui eh ogno altri iuamorat
Vigno vus di me pecgiat
Di lasàmi in tant ardor,
Biello ecc.
La to grant humilitat
Mi scomenzo di pluj in pluj,
Al mi ■ven di te pecgiat
D'abandonacgi par altruj
Veromentri t-es achuluj,
Chu sarà lu mio amador.
Biello ecc.
Simpri mai io disidrai
Di vigni ad a cliest pont,
Sirvidó vuestri sarai
Fin cgió vivarai al mont,
Ben mi par cgió sei un cont
Quant cgió vìot lu vuestri color.
Biello ecc.
Biello infant no si cgi pij
E si cgin pij par curtisio
Chu tu no debis si spes vigni
Unguant par chesto vio,
Imperzó ch-altruj no dio
Chu io sé in desonor.
Biello ecc.
Biello dumlo al mio podó
Lu vuestri honor si vuardarai
Uno boro in di par vo vede
Par lu cuntrado passarai,
Quant al balchon vus vederai
Et a cgi chun Dio zintil tresor.
Biello ecc. *.
' Segue della stessa mano : Se io ti dicessi duti le mie pene
Che sofTerisco, dona, per to onore
Si moveresti el to nobil quore
Chum pietati corno a ti conviene
Dhe fami gratia non mi làsar morire
Ch'io £on to servo, non posso altro dire.
208 Joppi,*
8. Dai Quaderni de' Battuti di Cividale.
1417.
Marin nevot di Chin d'Outognan filg chi fo di Florian page per lu mas
alll mitut per lui arizut formento staja sei etc.
Michel Simunut page per la meytat d-uii ben chi fo di Puldus etc.
9. Lettera rinvenuta frammezzo a carte che provenivano
DA Cividale.
[L'orig, nella Collez. Joppi.]
1423.
Salutatione preraissa. Sapiade Ser Zuan di Ser zorzo che io Nichulau lom-
bari ve mandi Simon portador dela prisint letira pregandovi che a lui piasa
di cerchar una santencie scrita per man di Ser Zuan Pauli la qual santencie
fo dade in favor di M e di lombart over delg ares giù qualg
bens forin di Bonin so marit giù quali bens son in lugo dit Sapans apreso
Marchuer e apreso zuanut tuluin la qual santencie fo irate fiiru e fu persa,
cerchade in MCCCCXXII o XXIII che io lombart vi pagaró a vostra piaser.
10. Rotolo del Monastero della Cella di Cividale.
[Mus. Civico di Udine.]
1424.
Chulau figl che fo di Fanton caligar paio de fìt semplis sora lu baiarz con-
fino apreso la Glesio di Sent Mori e de la fornas di li Signors di Spigniraberh.
Nota che la charta de la deta fitison é publicada.
Juri lu nevot di Morasin si paio sora lu baiarz mitut fur de la cento de
Albano e soro un prat ponut in lis pertinenciis di Dalognan.
Jacun di Cros si tignevo uno nostro terren cun braydis e campi e un setor
di prat. Paio ornis di vin Vj, nota che l'orno son sellis Vj di misura.
Nota che ci chu ten lu det mas deba esser decan del Monestet ed atignudo
a comanda i fiti ed avo del Convento uno capei e una centura.
Itera payo di fit per la praydo de Vj campi computa lu trep che va in-
torno
Item palavo per lu mas chel tignevo de li doni ......
Testi friulani: Secolo XV. 209
11. Da rotolo membranaceo della Fraterna
DI S. Giacomo de' Pelliciai di Udine; scritto tra il 1400 ed il 1430.
[Presso la Fabbriceria della Chiesa di S, Giacomo di Udine.]
Frauceschia mogli chu fuó di Zuan Cortelar habitant in lu det borgo di
Gleraona, paga sora una chiasa mituda in la deta puarta, lis quals son lis
contìns, una part posset Zuan Taschiar e l'altra gl-arez di Grior di Val e
la via publica, marchia mieza di dinars.
Domani dal Muzon paga sora lis chiassis lis quals chel sta, achestis sou
lis confins: dogna Zuan det Tirar e dogna Jacbum dalla viella e dalla part
di davur dogna giù Fratis di Senta Lucia e di denant la via publicha, mar-
chia di denars mieza e denars Vj.
Philipus filg chu fo di Chulus di Candit habitant in mercat nuf aret chu
fo di Domeni Ziliut, paga sora una cassa chu é in borch di Glemone la de
Zele, la qual cassa fo di chel midiesim Domeni Ziliut, iij star di forment, iij
quart. di fave e XVI libr. di car di purzel, den. XL di fìt nivel,
Margirus mogli chu fo di Pus e Toni Chaliar, a pagin sora una chiassa
ponetta in lu det lu, lis qual son lis confins dogna Jachum pilizar figlastri
chu fo dal Tos ecc.
Jachum dal suelg, el fradi e Niculau filg chu fo di Chocoy so nevot, payn
sora duch giù lor bens alla fradagla di Sent Jacum dalg pillizars, dinars iiij.
Zuanut filg chu fuó di Bertolemiò di Ser Meglorancis, paga sora una chiassa
in borgo d'Aguleia cum gì orz, lis confins son achestis, dogna misser Indreya
di Muntichulg, dogna lis vigijs plovijs di denant e di davur, Vo march, di
denars.
Tomat tesedor paga par ziartis chiasis e chul teren chu partignin alia
dictis chiasis di denant e di davur, march, j '/g-
Un camp mitut in la taviela di Pusquel par donge lu simidir che si va
al merchiat di Sante Katarin'a, lu qual lassa Tonie figle chi fo di Zuan
MLs, afitat par mestri Michel pilizar camerar de la fradagla di Sant Ja-
cum a Mestri Agustin Sartor pagant di fit semplis ogna anno, star di for-
ment uno.
Dona Zuana mogli di Jacum filg di Dumini pilizar di merchiat nuf, page
di livel al nadal, sora la so chiase chi fo del pari, raurade, solerade e di copi
coverta, in la qual si é do figure di Senta Maria cun uno leon mituda in
Spernorigis ' : dal las di sora si posset Machor caliar, di davur possedin giù
arez di Ser Niculau di Ser Gabriel e par denant e par del las di sot son li
' Contrada detta di Speronarijs.
210 Joppi,*
vigijs publicis, marcila di den. una e dinars dis: la qual si fo comperade della
fradagle delli batudi da Udin, chomo apar ia una cai'ta publicada per man
di Querin nodar in lu mil CCCCXViiij, indicion Xij adi Viij di septembri.
12. Dai Quaderni de' Battuti di Cividale.
1432.
Sepis chu lu Fradaglo si é oblegiado di fa ognanno uno favo over eliraosino
chun star di forment 9 e chun stars di favo 3 e chun chiar di purziel e chun
altris chiosis chu s-aparten a fa. uno buino iottho e favo grasso. Et a chesto
favo si debo fa per I-anima di Spirit, parlo chu gliu dinars dello Comunitat
gfiu qualg elio debo pagià ogni anno per lu util di duxinto ducaz.
13. Quaderni della Fraterna di S. Maria de' Battuti di Udine.
[Archivio dell' Ospitale.]
1434.
Spendey adi domenie Viij d-avost par chiarn fresche al povers, S. [soldi]
XXX.
Spendey adi sabidi X di setember par chiarn fresche pai povers e par
chulor ch-alar ,i fa vigni lu vin S. XL.
Item spendi adi prim di zenar per charne fresche al povers e pai raassars
e par chel chu fasin lis arasons, S. CI.
1435.
adi Xni di frevar pe chiarn fresche al povers e a di chel chu menar giù
lens e lis breis de arraadure, S. 92.
Adi XVI d-avril per 4 agnel al povers amontar S. 91 e 4 pes churtigiduris
e pes piels S. XViiij.
Adi Xij di mai spendi a dich chu fazir la fave S. 40.
[Nomi de' mesi: mare, mai, giun o gun, gul, avost, setember, otober, no-
vember, december.]
1434.
adi X di decembar si diei ad uno chargele ch-avé uaste une gambe, par
amor di Dio par choraandament dal consel, S. 10.
Adi XXX di mai dat par amor di Dio ad un chu fo firut, S. XX.
Testi friulani: Secolo XV. 211
Adi XI de gul dat par amor di Dio a la rauglir di Zulian Pilizar letevace,
S. XX.
[Seguono spese: par aràs, par us, par un par di polec dac in cliusine, soldi
7, breis di pec, ecc.]
Adi XVII di gul imprestai al gestat pai chaval duchaz d-aur Vj.
Adi XVII gul pai cheraerar vieri e lu schodedor nuf e un chun lor par fa
mena lu savolon, S. Viij.
Spendei par fa inoleià ij feminis S. X.
In lu dit df spendei par chocis al povers par fa mignestre S. 2.
Adi X d-avost spendei par miniduris d-un len chu mena lu masar di Pre-
chut e lu masar di Preserigan.
Adi XVI d-avost dat al Predis par di diespul e indoman la messa chan-
tade S. 48.
Item par mena lis chadenis levoradis tal simitieri di Sent Francese S 8.
Adi XXj d-avost spendei in dos oris par us e par ont S. 12.
Adi iiij de setember spendei par ij vignons di cerclis per leià giù vasel,
S. 18. — Adi 12 Sept. expendidit prò duobus bignonis de circulis soldi XX.
Item par compra cucher al povers, S. 6.
Adi XXij de november per ij charadors chu menar arudanac par chonzà
la strade dal Ospedal chu ven par donge Sent Francese, S. XX.
1435.
adi XXij di zenar, par une zarcle chun une aruede, soldi 4.
Item adi 23 di zenar par choleeion eoe peverade, e miluc e altri S. 8.
Item par C clauc d-un vornes e par L clauc de 4 vornes, S. 24.
Item spendey lu di di sivrut par fa fazint fertulis al povers S. Vij.
Adi 8 di mare dat a Ser Jachum dal inpintidor par chumpliment de paia
cbe-1 sirvl, S. 29.
Adi 12 di mare par ehiars ij di viminis par achiudi I ort S. 29.
Par pesonal V di line, iij di cesire Soldi 76; e iij di picul al povers S.
XXViij, par al e par cevole S. XXViij.
Adi 22. di marz spendey par lu bochasin dal chonfanon e par liehof di ta-
glal, S. Xiiij.
Adi XXVij di marz par pan al povers ed a lis voris chu lavorarin lis tras,
S. XX.
Adi 9. da avril par chucer j pan e pesa liris 4 per S. 24, amonta, dut soz
C raens 4 sot.
Item spese per la cholaceion quant Misser Zuan di Muises arefuidà par
Tomaros, S. 5.
Spendei par specis e par zafaran in plusors oris, S. 20.
Adi X di mai spendei par coufet di fu ala dal quarp, S. 8.
212 Joppi,'
Par un saz di zafaran par. inteuzi lu fil dal grop dal confanon, S. 5.
Adi 10 di gua par lis chunci de cinturge d'arigint, S. 26.
11. Da un Quaderno della Fuaternita di S. Maria
DI Trigesimo dal J426 al 1436.
[Colles. Joppi.]
MCCCCXXVI.
[Del mes di zenar, fevrar, marzo, di avril, di may, di jugn, di seselador,
di avost, di venderais, di atora, di novembri, di decembri'.]
MCCCCXXVI.
Lis spesis fatis par me Zuanel di Quel Mulan.
lu prima spendey per fa ley lu testament di dona marie sol. V.
per iiij liris di vueli sol. XVIII.
par scuedi la chiarte dal chiamp sol. XLV.
per V pesenalg di fave sol. LXVIII.
per un chiar di lens sol. IX.
per XXVIII liris di chiarn di purciel sol. LXXXIII.
per pan ad a ches chu remondar la fave sol. iiij.
per cere e per fatura delg ceris march, j di sol.
per fa quei lu pan del muesine sol. LVI.
par chiar freschia a gustd. alg fradis sol. C.
per giù lens a fa quei la fave sol. XXiiij.
per formadi lu df de la fava sol. iiij.
Per fa ley e scrivi lis resons sol. XXXiij.
MCCCCXXVII.
Reccpta de la hereditat Stefin Furtin :
Per biave vindude sol. XLVIII.
per feraraent e per masariis vindudis sol. XXXV.
per une zacheto vindude sol. XXV.
da la reytor di Cortal sol. XXV.
per un draz vindut sol. Xij.
per une archie e un cason sfonderai sol. Xtj.
Spendey per la anima di Stefin Furtin lu df de la sepultura, mareha unn,
' Dal MCCCCXXIX al MCCCCXXXII, s' ha nel 'dicembre' : dal mes di
bruma o di brume.
Testi friulani: Secolo XV. 213
lu (II del setal per niesis e paia. Michel des corz di cbel che-i lu vegla
sol. LXXVI. — Per lu trentesim e per lis mesis di Sen Grior raarcha di sol.
una e sol. XXX.
Spendey hi di che fo partit ciars bens mobilg di Stefin sol. Xij.
Per squedi lu testament Stefin Furtin sol. LXXXiij.
Spendey per un chiar di lens sol. X;
per alA ad Udin cui predi sol. XVII;
a Culau zenar per che-I fo ad Udin in servisi de fradagle sol. X.
Per la anima di un povar todesch la villa d-ogniseat per la so sepultura
sol. XXVIII.
Per zevole a fa la fave sol. XXXiJ.
Per fa, fii lu pan de alimuesiue e aremondà, la fave sol. XX;
Lu di che fo fat gusta alg fradis e in giù lunis del mes di fevrar due. ij
sol. LX;
A la fornadrese per quey lu pan sol. LXXij; per ij star di fave sol.
LXXXXVij ;
per fa scrivi lu anual Stiefìn Furtin V sol.
AICCCCXXVIII.
Spendey per XI culumielg e dos culuralis sol. LX;
al masar di Cortal in salear in aiutori de chiase sol. XLVIII ;
per lu chialiar di Val sol. LXVIII ;
per masand, lu forment, per vin sol. XVI;
A fa gusta alg fradis e alis saros, liris VII '/^ di sol.
Par chiarn di purciel per fa la fave march, ij mens. sol. V.
MCCCCXXIX.
In prima spendey ad Arcane per vin in dos oris e per manza sol. Xllij; per
un cesendeli sol. Xiij.
Spendey cun avochaz e nodars e brix per la custion dal mulin march, j
sol. XViij;
Spendey cun Ser Zulian di Florence per la santencia che al die sol. XL e
per un par di polez sol. VII;
par lichofz di vachis di usuez, ed asay altris chiolsis sol. XXij;
per ij bocis d-aribola alg predis sol. iiij;
per fa quei lu pan sol. LXXij, per falu aburatà sol. iiij.
In MCCCCXXX, indicion VIII adi Vili di zanar prisint fo Ser Pauli di
Trasesim e Lenar chi fo di Nichulus Machor di Laypà. Ibique :
Dunijs da dorgnan chamerar de la fradagla di Sancte Maria di Trasesim
cura volé e consintiraent di Ser Bortolomio nodar e di Ser Host di Trasesim
e di Chiandit Grior di Conglan si chu sinix e prochuridors ut sora det, lu det
Dunijs si chu chiamerar afitta, a fit simplis a Nichulau Pidrus di Fregola
Archivio fjlottol. ita!.. IV. 15
214 Joppr,
alla vita so uà lor cluarap. franch propi payant alla deta fradagla forment
quarta una ogaan a Santa Maria d'Avost, si lu det chiamp si clama piera
rota iuxta Martin fìlg di Ser Nichulau di Montegnl, iuxta Dumini Michon
di Montegnil etc. Achest fo scrit per man di Mathi in la stuva di Ser Host.
MCCCCXXX.
spendey per 1 afitison dal mulin sol. Viij;
Per zafaran, sinaf e peverade sol. Viiij ;
per malta di fa araurà la iona, sol. Xiiij.
MCCCCXXXI.
Recepta ■ — Dalg hares di Beltram forment St, ',',.
Expensa — Per conselg dalg bong humini de la fradagla diey i<5 Pieri a
Pilin camerar de la glesie per allori de I-ancona march, di sol. iiij.
Par fa ben ad un povir amalat di Cargna sol. Viij ;
Per fa iustizà lu pesonal sol. j ;
per un cesendeli e per lu siulin sol. XViiij.
MCCCCXXXiij.
Spendey per un centenar di clauz sol. Viij;
Per fa scrivi lis arason sol. X;
Per la setimine di Stefin Furtin sol. Lij.
15. Scongiuro in versi, orazione ed esempj,
che si leggono in calce a un protocollo del 1431, di Pre Nicolò di Ceraseto,
capellano de' Battuti in Udine e notajo.
{Archivio notarile di Udine.]
Piripo par vie al lave «
En tal fel dal lof chel s'incontrava
Ulà chin vastu fel dal lof?
Jo mi voy a la verdure
A ciri la frue ramagnude;
Jo voy a fa dam al masar
E paura al pastor,
El corian indegna
E la chiarn mangia
El sang intorgolà
Torna torna fel dal lof:
Testi friulani: Secolo XV. 215
Jo chi ascriur pai pali e pai cendal
Che Dio fo vistid e involuzat,
Per lu bon sent innocent
Che Dio fo vistid e zent:
Per lu pape di rome,
E per la sente corone,
Per giù predis e per gl'abaz
E per gl'uming asegraz,
Per lis mesis chu vignin ditis
A pasche e da nadal
E ogni bon ài principal.
Cha vent chu t'es vignut tu pueschis torna, chi no pueschis fa dara al ma-
gar, ne paura al pastor, ni-1 corian indegna, ni la chiarn mangia, ni-1 sang
intorgolà, Dominidio, e-1 bon Sent Martin gles nu art es gnot di mal. Dist V
pater e V ave.
Giù peccaz giù qualg a deletat fa in questa vita el acreserà alis nuestris
animis in l'atre si Dio no avara misericordie di noy.
Peccatorum que delectavit nos committere in hac vita, reddebit nostras
animas in altera si Deus non miserebit nostrum.
Als virtuos apartignir usar paciencie e dar exemplo alg atris di virtut.
Virtuosorum esse uti paciencie ac exemplum dare.
16. Bando di Matrimonio di Biagio di Chiarmazis e Lescolla di Precenico.
[Bibliot. di S. Daniele, Voi. XLIX: Varia Mss.; edito nel 1864.]
1432.
Honorabilis et honestis personis, la cason per la qual no sin chi vignus e
congregas cescheduna persona lu debia savé per veritat, et inpertant i6 vi
voi preà per la vostra bontat chel vi plasa a indindi et ascolta. Principal -
mentri no sin vignus chi e congregas par vole lauda lu nom del nostri Signor
Jesu Christ e la so dolze mari Madona Santa Maria e dut li seys Senz e
Sentis e duta la cort celestia; et etiamdio noi sin vignus per cason de volle
compii quisti matrimoni lo qual é stat comenzat infra di chisti dos personis
li qual sum chi in vostra prisincia presentaz cum voluntat di lor, d-una pari
Ser Blas di Tondons di villa di Uarmat, de I-altra part Lescolla figlia de
Jachim de Prossinis per voleysi aconpagnà in veyr matrimoni segunt cu si
debia di rason fay: et inpertant si vi prey ceschaduna persona chi olt e in
vostra prisintia chi saves per qualchi dilFerentia quisti patrimoni no si in-
216 Joppi, •
tint chi podes fa e dilivril per compatranza o per parentat overaraintri chi
lu zovin 0 la zovina aves ad altruy inpromitut per voleysi amaridà, lu debia
ài chi ad alta vos e manifesta, chi sei lu dires for di chi el no seris cridut
se non per un bosar dislial: mo vàrdise ogni homo cho che-I dio la vertat,
che-1 no dises la falsitat per la veritat.
17. Dal quadekno di M." Beltrame pellicciajo in Udine.
\Coll. Joppi, Udine.]
1437.
27 de otober. Mi de dar Grabiel chaligar che sta in borch di demone per
une flodre de lo so vistit di pelle de agnello, lire de soldi 12. Ricevei de lo
dito par di scarpis ij a mio pit de mi e anchora un par di doplis scarpis.
Itera mi de da Chulau di Coloret di Puschulo per une pilice asgnervade.
Item vendey a Ser Zuan di Vendoy lu chastelano une pilizute di mamolete
p«r livre 4 e anchora ave de mi per un ducato in aur mens soldi 40 per la-
■vorir che lo avi de mi e uno pilizut per soldi 60 perché lui era piculg la
dito pilizut.
Mi de dar la moglir de lu sclaf di Vischon per une ghone di ruchinis '.
18. Quaderno della Fraternità di S. Gervasio di Udine.
[Museo Civico di Udine.]
In MCCCCXXXViiij adi XXVij di agosto.
Spendey per far portar la chros in tor la tauvele, S. Viiij.
Spendey per ala in propision in tre oris s. Xiij.
Item spendey per ala ad Aulege.
Questo é lu spendut di me Zuan di Dorli e Domeni Chamerar de la fra-
dage di Sent Gervas.
Spendey per li ceris di dà a li fradis lu df di Sente Marige di chandelis e
doy ceris in lis glovis 11. [libbre] di cere XViij '/i i monte 11. di S. [ lire di
soldi] Xiiij e S. XVj.
Spendey per lavureiacion di Paschut di Chosul e di Fosche for di Chosul ^
lu campo che reventà S. Lij.
' In altro luogo è detto : chona di pelle,
^ furono [figli] di Coscio.
Testi friulani: Secolo XV. 217
Spendey per la chostion di Ramanzaz per stima lu terent S. X.
Spendey per chonza, lu lent del cesendeli, moute S. X.
La doraenige d'olive S. ij pour rames de ulives.
19. Dagli atti di Giorgio q. Sign. Giacomo di Maniaco,
NOTAJO IN VaLVASONE.
[Archivio Notarile di Udine.]
Anno 1453, die XVIII junij. Actum in Valvasono, coram Nobili viro Ser
Antonio de Meduno Potestate Valvasoni sedente cum tribus juratis etc.
Nicolò q.ni Martino di Valvasone presenta la seguente denuncia:
Questo si é lu mio articul, ch'io sint in lu chiamin di Stephin a circha
un' bora di notte , io domandai al Chargnel soldi 40. Mestri Mis si é li e
rispuint e si disé: Ghulau ven là di casa me che io ta li darai. Io li rispon-
dei, lasfn a doman eh' a l'è massa tart. Lui risponde: se tu no vens, io no
ta li darai doman che io voi fora de casa e cussi io zei davur de lui e si lu
clamai circha tre horis o veramente quattro e dis: Mestri Mis, io soi chi,
daimi li denari.
Lui non fas altri ch'ai mi sburtà la puarta par miz e fasmi chi chiadé
in terre. Al prisint denancì la puarta si era Toni de Arta, Zuan de Musset.
20. Quaderno delle spese fatte per la Chiesa di S. Elena
DI MONTENARS PRESSO GeMONA.
[Da una copia che è nella Colles. Pirona, ora nel Museo Civ. di Udine.]
1463.
Memoria chome io Michel si foy ponet chamerar di Santa Lena di Mon-
tanars lu di d. Santa Crose del meis di may per vostra memoria e per mia.
Io Michel non recevey de la uferta che fo schududa lu di di S. Lena si fo
schududa per lu chumon, el chumon si la porta la dita uferta in dipuesit per
fin a Udin e a ly chel-a fat lu dipuesit io noi say. E del di di S. Lena a
S. Zuan de zugno non mi impazai de la uferta de la gleisia.
Spesa del an prisint ; prima spendey barils di olio cinque e lira una di
olio, li quals barils amonti soldi 60 1-una mens soldi uno che raontin ala suma
di soldi 15 in dut.
Spendey soldi 10 che io diey a doy predis furistirs eh? diserin messa lis
fiestis di nadal in la glesia di S. Lena.
218 .loppi,
Spendei lire di soldi 5, soldi trey per lu tabernacul che sta lu corpus do-
miny entri, si lu feys chel mestri des taulis che sta a demone.
Spendey sol. 37 lu df che noy forin a Udin a presentarsi denant delg pro-
vededors de la Signuria, si forin trey zoe lu nestri predi e pieri malia e io
michel, si sterin dis trey.
Spendey sol. 6 per un centenar di claus d-un vorneis l'un, giù quaig forin
spinduz in la chase che sta lu predi.
Spendey sol. 24 per la spesa del nodar zoé Ser ridolf che cerchà una charta
chel det aridolf debeva aver fata e non la chatà.
Spendey sol. 9 per pane, per charn che io comperai per aricevy tony
picul nodar e per pieri che forin a far la rason di Zuail lacer ed agl-atris
plusors.
Spendey per spesa di bocha che io feis quant io foy a Udin per mostrar
la rason alg provededori de la Signoria zoé per la entrada de la gleisia di
S. Lena e per la diesima che voleva la Signuria: steti dis quatro in dos oris,
fo adi 14 di zenar (1464) che io foy la segonda ora.
Spendey per doy ceris grandi e doy piculg che io feys per la gleisia, giù
qualg feis pieri steronar che montarin lis faturis chun la cera che el mete
entri che fo so, lire 7. sol. 17.
Spendey sol. 14 per spesa di bocha e per lu nauli per far conzar lis vis
del broili de la glisiuta.
Spendey che io diey ad un predi che fo ad ajudar far lu ufici in la gleisia
di S. Lena la setimana Santa, lu qual predi io non say lu so nome.
Spendey sol. 14 das al plevan d-Artigna che mi die la crisma la Sabida
Santa.
Spendey sol. 8 das al muyny d-Artigna per lis ostiis che el mi dio per
quest an.
Spendey solt uno per seda rossa per far chusir lu parament che iera
squarzat.
Spendey sol. 47 das ali preti che fazerin lu inaversari per Ulvin di
Prampero.
Spendey sol. 16 per far sapar lis vis del bayars di S. Maria la bela di
Glemona.
Spendey sol. 4 das alis mes feminis che lavarin giù mantilg de la gleysia
la setimana Santa.
Spendey sol. 47 das a pra pieri per lu so salari che el sirvf sot di me
michel.
Testi friulani: Secolo XV. 219
21. Dai Quaderni de' Battuti di Cividai.k.
[Loc. cit.]
1463.
31 de luio. Fo difinit che Blas sartor zuri per sagrament se-I forment lu
qual li mancò siando Camerar se li é stat involai overamentri\;hel diga quel
chel sa: lo qual zurà.
22. Quaderni della Chiesa di S. Pietro d'Alnico.
[Mus. Civ. d'Udine.\
1470.
adi 14 ài mai ìó Sabadin ai fat la me reson in plen Curaon, io Sabadia
si day in chianive a Zuan di Bertul lire di soldi 10 a non di Sent Pieri.
Spendey in lu di di Sent Pieri chulg predis sol. 18.
Par l'iniversari sol. 10. — Quant fo vendemade Tue par chiarn fresca sol. 33.
Per 2 lires di ueli sol. 12.
Rezeve per lu vuasel del vin Tuindut de glesie, lires 20.
220 Joppi;
III.
SECOLO XVI.
1. Lettera
d'Antonio Belloni, notajo udinese, al pittore udinese Giannantonio Cortona,
nella quale è dato l'elenco dei Castelli della Patria del Friuli, perchè il
Cortona se ne giovi in un suo disegno geografico di questa regione'.
[Da una copia di mano del notajo Nicolò di Fontanabona,
che è in un volume della Bibl. Civica d'Udine, intitolato: Castelli ecc.]
Toni Bellori Nodar a M. Zuantoni di Cortone dipcntor da Udin S.
Ve mi domandas cun grande instantie, chu fazint vo un dissegn di tutte
cheste Patrie di Friul io Tuegli daus in note gliu Chystielg duch hieria den-
tri agi timps dagl Patriarchys et non si chiatin Tuedì se no ruinaz. Io azò
chu vo sai podes cumpU vus agi meterai a chi un daur l'altri par Alfabet
seiont ch'io hai chiatat in scritturis et instrumenz antichs.
In Chiargne: Agrons, Arnonay, Biellhort, Chystiel dea Domblans, Colle,
Chystiel Nuf, Cesclans, Feltron, Fors di sore et di sott, Fratte, Guard chu
si clamava Emonie là chu nasse S. Pellagi, Invilin, Impez, Lauch, Moschiart,
Nonte, Noijarijs, Riutij, SoclefF, Sampquell, Sudri, S. Pieri zoè Zugl, S. Lau-
rinz, Verzegnis.
In Friul: Azzan, Blessaie, Brazan, Buie, Barbana, Buri, Chystiel Paian
over Feletan, Chiarisà, Chystellut là chu «è Flambri, Cernegrat, Chialminis,
Cuchagne, Chiastellir, Chiassa, Ciraolaijs, Flavugne, Forgiarle, Groagns, Go-
tenech, Grasperch, Intercisis sot Cormons et Achlu, Chystiel di Cormons sin
ten poch vuei di, Luserià un poch, rechinzat pagi Chiandiz, Mochumberg, poc
da vie di Fratte et ijere Chystiel chu partignive a Ruigne, Mizze dongie
Mania, Manzan, Morsan, Mosse, Marzinis, Puzugl, Prate, Prion, Ravistayn,
Rutars, Siat sot Chiampegl, Savorgnan, Solunbergh, Sutperch, Sacilet, S. Sten,
Sdriche, Topalich, Varian, Urusperch, Vendoij, Versola, Zuccule, Zoyose.
Des Cittaz di Friul vo saves cho chu sta Auleie et Cuncuardie: ben us
arevuardi chu Udin è Cittat e Tiare di Vescovat seiont chu si viot pagi Pri-
* Il Belloni fu a' suoi tempi famosissimo notajo e uomo assai dotto. Morì
in patria nel giugno del 1554. Il Cortona, del cui pennello nulla piti ci ri-
mane, morì in Udine nel 1559.
Testi friulani: Secolo XVI. 221
vilegijs di Carlo Magno et di Otton Imperador. Et Cividat è Tiare di Studj,
seiont cliu appar pai Privilegi di Carlo 4 Imperator. Io bavevi aggrumat
d'Instrumenz antichs qualchi bielle memorie des chiosis de Patrie chua fan-
tasie di fa un Chudisut, ma io mi tollei iù dell'imprese, astret d'altris impaz
et dubitant di piardi lu timp si chun pijart plui chu sta a petenà, chianuz
di domans fine a di seris. Vuardasi vuò, chu lis vuestris lunghis fadijs intor
lu dissegn senze stil, no fazij vaij la vuestre briaduze chu vul alg di metti iù
pe gole; ch'io non stimi, ch'ai se ben fatt che 1' hom s'afFadij d' honorà la
Patrie chun sos scritturis o dipinturis et lassi in chest miez la so briade di
chiase muri di fan, chu nissune rason dal mont patiss che par un puchitine
di glorie vane nus lassìn vigni sul nestri sangh tante ruine. Massime quant
chu servint a coraun , si servis nissun, che chun timp si porà ben chiatà
qualchi persone, chu senze alcun so signestri farà tal uffici par so aplasè et
cum galantarie; et la Patrie, si vuedì vul iessi servide, ha ben lu mut.
Stait san.
2. Due sonetti
di Nicolò Morlupiuo di Venzone (1528-1570).
[Dall'autogr. nella Collez. Pirona, al Museo Civico d' Udine.
a. Al Colle di Rosazzo.
Rosazzis, lu da ben to Murlupin
Chiarvuedul e vuargnach, chiargnel toschan,
Poeta che par cest plaidaut furlan
Revereatraentri ti faas un inchlin.
Da pò io benedii lu Pandolfìn '
Cu ti governa cun iudizi san.
Fra Benedet, Fra Gi-ior e Fra Zuan,
E chel spirit zintiil dal Sivulin.
Io scunzuri lis viespis e i scussons.
Tramontane, garbin, buerre e tavans,
Aghe salse, secchiarie e torteons,
E prei Dioo chel tigni a se lis mans
E no traii di claps iù par chesg Ronchs,
Ma fazzi ridi iu quei, lis raonz e i plans.
Questi era governatore dell'abazia di Rosazzo, tenuta in commenda, dopo
il 1565, dal card. Alessandro Farnese, I nomi che segUQUo sono di frati di
quel monastero.
Joppi ,
h. In laude del primo d'Agosto.
Tu soos lu ben vignuut e '1 ben chiattaat
Di benedet, dì sent, dì glorioos,
Di duchg iu bogu compangns ad alte voos
Dal levant al ponent desideraat.
Prim di d' avost, tu sool sees chel beaat
Chu faas ch'ogni pizzochar ven goloos,
Stuarz, struppiaz, redroppichs e mendoos,
Etichs, tisichs e ogn'un ch'è smagagnaat.
Ogn'un par te si sfuarze di chiattaa
Vin d'aronch, vin di quei ch'ebi intellett,
Par fati honoor duquang vuelin saltaa.
Ju Todeschs van chridant doos vain ist guett^
Ju Sclaas ang loor si vuelin biscbiantaa
Daitime dohra vina e poi dis pett.
Al fò fatt un difìett
A no ti metti ang te sul calendari
E scriviti di ros sul breviari;
Lu to aniversari
Ven celebraat ogn'an pardut lu mont
E la to sipulture è in Tauz-i-lont *.
Ogni marchees e cont
Ti spiette cun pipponis e melons
E iu vilaans cun lade e chialzoons
Schialdansi iu taloons
Cu lis sgrif)pis in su disgiambassaaz
In chei soreii si cu purciei ittaaz;
E quant che son sglonfaaz
Ai tossin par dauur a fozze muss
Ch'ai paar ch'ai sarin banchs ed avria l'uss.
In fente iu cattuss,
Zuss e zuittis, alochs e barbezuaans
In chel dì bevin vin fuur da vagaans:
Iu cleris e i plevaans,
Fraris, chialunis, vescui ed abbaaz
Son in chel dì si cu fulzizz sglonfaaz.
Al si vioot remondaaz
In chel dì benedett dugh iu boccaij
Ed han un grant daffaa iu urinali.
JDeutschland, Germania.
Testi friulani: Secolo XVI. 223
Salsiz e modeaij,
Pirsuz, àmis, bradoons e zavelaaz
Pur culis verzis vignin cusìnaaz.
Ai forin tre cugnaas
In seri, Sea Martin e '1 prim d'avost,
Coraparis dal via doolz e dal bon most.
3. Due altri sonetti,
probabilmente dello stesso autore.
[Dal codice stesso in cui sono i due precedenti.]
a. Accompagna un Ercole'.
Lu Paladin chu trionfa dal taur
E pianta i columiti a Zabiltierre,
Dopo havè damassat par mar, par tierre,
Vus ven a presenta lu miluz d'aur;
Parzè chu si chului là sul lid raaur
Al dragou foropà le gran panzerre,
Cussi '1 vuestrì valor eh' ogn' altri attierre
In Trent doma il Miscliz e '1 Minotaur.
Lui chuUe matarusse e cun fortezze
Vuidrigà lu leon, e vo l'haves
Dismesteat sì ben, ch'ai vus chierezze.
Signù, chul gran Baron le diestre vie
Misurat a bon pas, che montares
Sore iu siet planets in compagnie.
b. Libertà de'gusti.
D'amor la zuvintut e d'aur l'avar.
Un merchiadant di trafichs, e d'intrichs
Un avocat, e un bon villan di spichs
Favelle e d'interes un usurar.
* S'era trovato nella Cargna un Ercole di rame, con la clava in una mano
e i pomi esperidi nell'altra, e si donava al Patriarca di Aquileja, Giov. Gri-
mani, col presente sonetto, che ha molte allusioni alle fatiche di Ercole ed
alle persecuzioni del cardinale da Mula, delle quali il Patriarca era riuscito
vittorioso nel Concilio di Trento (1564).
224 Joppi,
Di chiastrons e di bus zanze uà bechiar
1'] un povar si complas di di dai richs,
Di sclopez un soldat d'archs e di pichs,
Di barcbis e di vinz un marinar.
Di cators, di parnìs e di chiapons
Dirà mo un altri chu see un ver golos
E cbu i plasaràn i bogn bocons.
Di comediis, di giostris e di spos,
Di mascheradis, fiestis e chianzons
Celebrares in seri un hom gratios
A tal mo chiaf e dos
Di bettoles, mangions e di vreas;
Non altri è chu lauda chel chu plui plas.
4. Tre sonetti
dell'abate Girolamo Sini di S. Daniele (1529-1602).
a. Sunet dal za Sior Jaroni Sin mandai cun alguns uccillutz vijfs.
Là, cui gran clap fas spalis al Ziman '
E '1 Tijiment tiol la so Ledre in sen.
D'un grand amor us manda un pizzul pen
Pur dal so bosch lu spiluchit Silvan.
Signor, lu vuestri trop cun giestre man
E cu i voij cervirs rezis sì ben
Che fra pastors furlans ognun vus tea
Di cheste nestre Arcadie un altri Pan.
Di vedeus ca sii no "viod mai 1' bore
E di tante allegrezze si ten ben,
Ce faran ij altris se Silvan v'honore?
Vedet chu ogni uccillut cussi preson
No pudint plui vede la bielle aurore
Si rallegra a vede sì biel Titon.
h. In laude de lenghe furlane.
Al par al Mont chu cui chu scrif in rime
Al sei tignut a falu par Toscan;
Seij pur chui cu compogn Napolitan,
Lombard o d'altre tiarre o d'altri dime,
* Colle presso S. Daniele.
Testi friulani: Secolo XVI. 525
Io l'hai par un abùs, parco eh' un stime
Chu chel cil soci seij rich e vebi a man
Dut chel di biel ehu chiaat in cur human,
Ni chu ad altri Parnaas mostri la cime.
Id no soi di paree che in tal Friul
La frase sei mior, sint sparnizade
Di Tali'an, Frances e di Spagnul:
Par chest 1' historie ven tant amirade,
Lu mont è biel, havint par cui chu vuul
Tante varìetat in se siarrade.
e. Si domande di quattri mai, qual sei lu piòr.
Lu spiettà cun gran brame e mai vignij,
Lu no podè durmì issint sul iet.
L'amor no sei gradit tant eh' un palet,
E '1 ve gran fam e no ve ze murfij,
Chesch quattri mai fazin ciart 1' hom murij,
Qual eh' è di lor lu mal plui maladet,
Dumble zintijl, ma dimal in t'un sclet
Cumò vores che mi savessis dij.
Dimal Signore vo che ves inzen
E che pai Mont pur assai timp sees stade
E che ves Iet 1' historie dal Mont nuf.
Un miluz ros vus donarai o un uuf
E vus farai un biel inclin par strade
E prindis spes cua un muzul biel plen.
E io '1 farai da san,
Ma dilu dar, qual chu dà plui dolor
E qual dai quattri sei lu mal piòr,
Che quant ch'io '1 sai d' humor
Io farai la ricette de mattane,
Fazinle spes al bot d' ogni chiampane.
5. Proverbj.
[Da un ms. della metà del secolo XVI, contenente Proverbj in piii lingue;
Collesione loppi.]
A poch a poch, si va un bon strop.
Biat a chel chu haverà ben seraenat.
226 Joppi ,
Brutte ia fazze e bielle ia piazze.
Chel chu ven di buf ia baf, va di ruf in raf.
Chui chu dut vul, di rabie mur.
Chui chu nudris guazze o nevot, nudris lu so dolor.
Chui chu dà lu det al mat, al vul lu det cun dut lu braz.
Chui chu vul pijà, lu gut, al bisugne ch'ai si bagni '1 cui.
Chui chu faas merchiadantie, faas la scquacharie.
Chui chu vul vedo un trist, gli dee la lum e '1 stiz.
Colui chu mint, la so borse lu sint.
D'avost ognun mangie a so cost.
Fevrarut piòr di duch.
Giambe cervine e potè asinine.
La botte dà del vin che l'ha.
Là chu va la tovaie, là va battaie.
Lune di sabide, lune ladine.
La prim di d' inseri è San Pas, lu seiont San Creper, lu tiarz, San Sclop.
Marz sut, Avril bagnat, Mai temperat.
Minazzie non è lance.
Mur d'inviarn, mur di fiar.
No bisugne impazasi ni cun maz ni cun baraz.
Ogni lette s'acette.
Par dut Avril, no issi dal cuvil.
Sossedà no vul minti o fan o seet o san di là a durmì o qualchi chiosse
ch'ai no olse di.
Spore e mont, faas lu cui taront.
Vite d'entrade, vite stentade.
6. Versi
di Gerolamo Biancone, udinese; 1571.
[Da copia del tempo, nella Collez, Caiselli, Udine.]
a. Avvertimenti cristiani.
Su noo no volijn lessi solamentri
Parsore vie e christiaans di noom
E su noo no volija credi altrimentri
Di chel che pur fazijn profession:
Di Christ noo credarijn sinceramentri
Al Vogneli veraas e al Sent Sermoon,
E che plui prest lu cil mancghi e la tierre
No chu la soo peraule no see verre.
Testi friulani: Secolo XVI. 227
Par bocchie adoncghie al nus disciare e dijs
Di Zuan, di March, di Luche e di Matthioo,
Ch'ogni luuch, ogni tierre, ogni paijs
Vignarà a credi in tal Fij sool di Dioo:
E chu mittude ogn' altre lez so ij pijs,
Ubbidide sarà sole la soo,
E sarà infijn un sool pastoor a poont
E scoi un chiap des soos pioris al mont.
Ma prime chu see chest, si Tedaraan
Di vuerris par dui moont stranis rumoors :
Regnam quintre regnam, di maan in maaa
Ijnt quintre ijnt, mezzaans, grangh e menoors,
Peste crudeel e dispietade faan:
Di terramoz, spavenz e granch treraoors:
Duquant chest maal è sta viduut fijn chi
E provaat angh par noo cai è cusì.
E prime s' ha "VÌduut tirribil vuerre
Tra Signoors e Gran Mestris christi'ans,
Lamagne, Franze, Spagne, l' Ingilterre
Sote e sore, Lombarz e Taliaans.
Ogni ville in dirup no ch'ogni tierre
Pes garis di Strumijrs e Zarabarlaans • ;
E see l'essempli sool d'un timp in chà
Lu biaat Friul par chest cemuut cai sta.
E dapò s' ha viduut mortalitaaz,
Pestis e simils altris malatijs,
Pettecghis, raaals mazzuchs, maai disperaaz.
Da faa duul fijn ei claps chu soon pes vijs,
Qnintre dei quaai chu la loor art soon staaz
Di band i miedis e [lis] spiciarijs;
In plui luuchs, in plui viers no si pò dij
L'infinitat chu s' ha viduut murij.
E sì gran chiaristijis da plui bandis
Al nuestri timp, ai nuestris dijs soon stadis.
Cai s' ha viduut pes faans fuur di muut grandia
Colaa la biade ijnt muarte pes stradis:
E par vivi a mancghiaa jerbe e vivandis
Chi m'arrjzi che seijn nominadis;
E mil e mil foor dal settante chei
Chu mancghiaar cijbs da stomeiaa purcei.
' Nomi delle fazioni udinesi.
228 Joppi,.
Tramoolz di lijnip in tijmp e tangh e tangh
Soon staaz cai no si pò rijndi boon coont,
E sì dismisuraaz e cut-1 graugh
Cheì han fat spaventaa duquan lu moout,
E chiasis e palaz e Tierris angli
. Han schiassaat, scantinaat, mandaat al foont,
Ferrare e Cathar l'an settanta e un
Pei grangh tramoolz no restaar quasi ad un.
Dei cancilijrs di Chrìst in tai zornai
Fijn chi duquand lu maal chu si conteen
Staat e viduut e tangh dal cijl segnaai
Chi mi strimìs s' a revordaa mi veen :
Taal ch'ai è fuarze alfijn daspò tangh maai
Cai see segoond chu veen discrit lu been:
Davur lu maal par ordenari appaar
Lu been: uè pò duraa sijmpri un contraar.
E za lu been cha da vigni] nus mostre
La tierre e '1 maar plens d'allegrezze e '1 cijl:
La tierre a miez inviern nus fas la mostra
D'un biel, d'un verd e d'un vistoos avrijl,
E quant chu plui doves comparee in giostre
La glazze e '1 freet segoond lu propri stijl:
Air hore s' è viduut cecghiaa lis vijs
E di floors e di frutz ij arbuj vistijs.
S'ha viduut di december sul rosaar
Lis roosis in tal chiamp, flurijz iu spijz,
lu brugnui soon nassuuz sul brugnulaar
E finalmentri sul fiaar iu fijs:
E quant chu chest si vioot pur Christ dijs claar.
Cai é segnaai cai see 1' estaat da cijs,
E fazijnt fuur di tijmp si biell ufiSci
La tierre d'allegrezze e si no indici.
Lu maar gran tijmp di Turchs tirannizzaat
E di corsaars serraat sot la loor claaf,
Par merachul de Sente Trinitaat
Liber al dut chumò fatt è di sclaaf,
E s' ha di Turchs taalmentri vindicaat
, Chu Turchs non alzaraan mai plui lu chiaaf,
Tante Vittorie e si no cert segnaai
Dal been ch'à da vignij passaat lu maal.
Testi friulani; Secolo XVI.
Chun tree pijz une stelle comparude
Parecghis dijs tas lampizzaant e bielle
Viers l'orient mai par denant vidude
Sì eh' un soreli al paar d'ogni altre stelle
AI timp chu fò la gran vittorie hibbude
Pe qual ai Turchs in maar no resta velie,
Significhe allegrezze e gran conteent
AI la fideel Leghe in Orieent.
Quant chu dal moont la Redentoor nasse
E si visti de nuestre debelezze,
La stelle in orìent angh si vede
Chu deve al mont de soo saluut certezze:
Cusì la gnove stelle a noo faas fé
Di been universaal e d'allegrezze
E mi denote d'Orient l'acquijst
Chul vignij dut lu moont e Fé di Chrijst.
Lu timp adoncghie é chà chul sen veraas
Vognèli a dovee iessi nus disciare
E zamai d'ogni bande e d'ogni laas
Si vioot di chest biel tijmp certe capare:
lu Princips christians soon dutgh in paas
Conzoonz in saanch e muarte ogni loor gara
E sì quiet è '1 popul Christian
Cai paar tornaat lu tijmp d'Ottavian.
Altri romoor no reste, altri garbuj
Chu di sterpaa lu Turch in so dispiet
0 di reduul e Fé di Christ angh lui
Dispresiant la lez dal so Maumet;
Lu maar l'ha si purgaat cai non ha pluj
Speranze e la tierre angh tant ij promet
E conquistaat chest chiaan si porà dij
Che l'etaat d'aur sei chu no da vignij.
Allegrinsi, Signoor, za chi vidijn
Lu ben dacijs e l'allegrezze a pruuf:
Chestgh signai mostrin allegrezze infijn
Sì chu l'aier boon tijmp quan chu no pluuf;
E sperija cert in Christ e in lui credijn
Cai s'ha da vedee prest un mont da nuuf,
E la chu soon chumò Turchs e Paians
Cai marcghiarà lu nom di Christians.
Archivio Riottol. ital.. TV. j^
229
230 JoppiV
Povar Blancoon ad i chest pas vignuut
là mi "vioot in te rnee plui bielle etaat
Chi •vioot 0 pooch o uuie havijnt viduut
Tant cli'oga'ua altri ch'ai mio tijmp see staat;
Al non è chest deffiet mio pruciduut
Par iessi di nature magagnaat
De vijste, ma par mees mineghionarijs
Fattis da zovijn in plui muuz e vijs.
Anzi da boon e da veer chrisfian
Savijnt di iessi staat gran fallidoor
E ch'hai di tijmp in tijmp di maan in maan
Disubidijt e lez dal mio Fattoor
E ch'in pijt di laudaal sere e domaan
Io soi staat dal so Noon blastemadoor
I confessi plui prest ch'ogni maal ch'hai
D' altri no see causaat chu dai miee fai.
Parcè chul just Misser Dominidioo
Vidijnt chi no temijn pooch lu so Noon,
Par demostraa justitie quintre noo
Spes al nus mande gualchi afflition,
E dut proceet de gran clementie soo
E de soo viers di noo dilettion,
Ch'ai ij plaas in chest moond chu noo patijn
La pene ch'in chel alti;-! i meretiju.
E i soon alghuns chu vivin in chest moont
Vinturaaz d'ogni chiose e tas contenz,
Dut iur va been, duquand iur coor seiont,
Di l'oobe e di fiijs rijchs, saans e potenz
E tamen al si vioot che i faas pooch coont
Dal Noon di Dioo, di Christ e dei siee Senz.
Ce si vul dij? chu Dioo see partiaal?
Chu dà dal maal al boon, dal been al maal?
No no, noo no volijn chest favellaa,
Chu la cause dal dut sool di chi veen:
Qualchi pooc been custoor han puduut faa,
E Christ, chu d'infinijt mierit è pleeu.
In cent mil doplis sì iur vul paiaa
In cheste vite chel loor pooch di been,
E si reserve pò di faa judici
E soo tornade al raoond d'ogni loor vici.
Testi friulani: Secolo XVI.i 231
E par tant provand io mo chest, me cliel
Contrai'i in te mee vite, mens di ce,
Dei siee comandaraenz sì eh' a l'ibel
Ogni pene, ogni maal sta been in me,
E lu ringraci d'ogni so flagel ,
Chi hai vere speranze e vere fé
Chu si di chà, la vite al mi tormente
A la farà di là tan plui contente.
Tant chi sai, sì chi debi e plui chi pues
Io rengracii Signoor la too clementi e
La quaal mi dà qualchi castijgh ben spes
E mi dà similmentri pacientie.
Fruntumàmi, Signoor, la chiarn e i vues
E fayt al moond dei miee pecchiaaz sententie.
Pur ch'in chel ultijm dì par gratie vuestre
Voo mi clamaas chui bogn de bandie diestre.
Sai no baste chi pierdi lu vedee,
Sai no baste, Signoor, chi resti uarp,
Marturizaami a boon vuestri plasee
In dutte la persone, in dut lu quarp,
Chu dut lu straz, chi voo farees de mee
Vite mi sarà doolz angh cai see garp
Ed accettarai sijmpri par segnaal
Dal vuestri grand Amoor ogni mio maal.
b. Sonetto.
Al mirabil Marach ' lu Biancori. .
Signoor chi sees plui prest prijm chu seioont
Di mierijs grangh ad ogni gran signoor
E meretaas pai gran vuestri valoor
Ch'ogn'un fazi di voo gran presi e coont.
S'io fos chel savi, chu fo vuarp a poont
E fò di Grecie cusl gran scrittoor
I vores solamentri faami honoor
Di voo scrivijnt, chi sees 1' honoor dal moont.
Ma za ch'ul cijl ha tant slarcghiaat la maan
Des soos gracijs chun voo, chu '1 vuestri noon
È da se tas famoos in mont e in plaan,
* Giacomo Maracco vicario generale del Patriarca d'Aquileja, 1560.
232 Joppi ,*
E no sijnt degn, sì chi vores, uè boon
A dij di voo lu mio gof stijl furlaan,
Accetaat lu ban anim dal Blancoon
Lu qual US faas un doon
Di chel cai ha, savijnt chu'l bon volee
Vaal doncghie un cuur zintil tant chu'l podee.
7. Sulla fabbrica dell' Escuriale,
Sonetto di Luigi figlio di Valterio Amalteo, di Pordenone,
cancelliere e notajo in S. Daniele.
[Archiv. notar, di Udine.]
1594.
Cesar, chel grant Imperator roman,
Quant che dal traditor ij fo portai
L'onorat chiaf, di lagrimis lu piai,
Bagna par squindi miei lu cur di chian.
Filip* des falsis Spagnis dur tiran
Une devote Glesie ha consacrat
A Sent Laurinz, mostrant pure pietat
Par podà squindi miei l'anim maran.
La fabriche è ben dutte signori! ;
Ma fra lis maraveis mi pare
In cheste sole havò intrigat iu pia:
Vedei inzenoglat Filip humil
In cheste glesie; mi parò vede
Un guarp in cil e l'anime in abis.
Filippo II.
Testi friulani: Secolo XVI. 235
8. Travestimento
del I e di parte del II Canto dell'Orbando Furioso di Lodovico Ariosto;
d'anonimo Friulano della seconda metà del secolo XVI '.
a. Canto primo.
[Da un ms. della Collez. Joppi.]
ì Lis polzettis, gl'infanch, gl'amòrs, lis armis,
Lis balfueriis, plases e i gran remors
Chu for dal timp eh' haver in cui lis tarmis
E zìr cerchiant chu i es gratàs iù Mors,
Currìnt daùr la còlure e '1 fat d' armis
Dal lor Re, chu volè porta gì' honors
Di vendichà lu ciil dal Re Troian ,
Chu Carlo gli rompe sot Mont dal pian.
ì Io vus dirai d'Orlant dut in un flàt
Chel chu no fò mai det par litirùm,
Ch'ai vigni par amor mat, insensat
E al havè simpri inzen di vendi un grum,
/ Su chuiè chu m' ha tant imbertonat
E m' ha fat là lu mio cerviel in fum
Mi dà pàs e intellet altnens un pòch
Parcè chu io soi chumò miez mat e groch.
J S'al vus plases a vò, Signù mio dolz,
Figi di vuestr'urae, fale di chest mont,
D'udlmi un pòch chumò ch'io grappi e molz,
Tal volte fàs formadi, squette et ont,
E s'io no vus puarti robe e solz
Contentasi di dut anch vo, segout
Chu fas ogn' hom zintil eh ... ,
0 poch 0 trop un gli *.
' Deve il nostro anonimo essere stato persona colta e di spirito, e molto
probabilmente udinese, o per nascita o per dimora. Tutti i caratteri del co-
dicetto, in cui si contiene il travestimento del primo Canto, lo fanno ascrivere
al declinare del secolo decimosesto, e lo stile e l'ortografìa vengono in ap-
poggio a questa opinione. Abondano in questi versi voci e modi mancanti
al Vocabolario del Pirona. È poi estranea al codice la distinzione della vo-
cale lunga 0 addoppiata [5 ecc.), che la stampa qui introduce.
'^ Lacerazione del ms.
234 Joppi,
4 Vo sintares fra Duchis e' Barons
E VHS farai vedo sì ch'in t' un spieli
Lu bon Lizer, chu fò dai vuestris vons
E dai strabasavons iu zoch plui vieli,
E i lor faz d'armis, vueris e custions
Ch'io vus dirai chi chi si chu'l vognèli
Pur chu lassas ogni vuestri pinslr
D' une bande siarìit in t' un carnlr.
5 Orlant chu fò plui di tre més inant
In te so Busdilèche inainorat
E in Mangia e in Miarde, in Puarte vie in Levaut
Di bevi e di cechà havè lassàt
Par zirassi in Ponent e zi leccant
Une polzette, ha lu cui imbrattàt
Là chu so barbe havè di dutte Franze
Ai monz, al pian gran ijnt in ordenanze.
6 Par fa a Marforiu e al Re Sgraffant murlon
Dasi in tal cui dai piz e pò zupà
Par iessi st^t chussì lizer miuchion
Di vigni chun tang Mors a ressaltà
E mena ivi Spadagnui a fa custion
Par volò iù Franzos aruvinà
E cussi Orlant riva dret in che norie
Ma pinti lu fee sorte traditorie.
7 Che ij fò trafuìde la polzette;
Ghiaie s'al fo merlot, lizer di chiàf.
Che eh' al s' havè chul spiot e la crosette
Quistade in slingie di valent e bràf.
Glie tiolèr tra gl'arals fur de burette
Senza savè s'al è todesch o sclaf.
L' Imperador par distudà un gran fùch
La fees roba e mena, in un altri iQch.
8 Pos dls denant s'inzenerà un rumor
Tra '1 Cont Orlant e so cusin Ribalt
E chest vignìve duquant par amor
Di che chui fees suda senze havè chialt.
Carlu eh' havè chesch mazorenz pai fior
D'ogne gran malandrin, d'ogne ribalt,
Parcè chu iè causave dut achest,
A un Duche par sot man la die ad imprest.
Testi friulani: Secolo XVI. 235
9 Prumilìnle fra tanch a d' un brighent
Chu fos plui sclet e bolp in che baruffe
Di iessi chu la sable plui valent
Schiampant in qualchi cise fur de zufFd,
Ma ili Christians no haver lu so content
Che lassar zi chiamèse e zi la schuffe
E '1 Buche chui soldaz fo fat prisòn
E zi chul ciìl in sii lu so casòn.
10 A tal chu la polzette chu debève
Jestri muir dal plui valent soldàt
Fuij sun un runzìn chu' 1 cilr ial deve
Chu '1 dam sore ì Christians sarès allat,
E parcè ch'in che furie no savève
Su '1 chiavài zes par chiamp o ben par prat,
Zè, per sorte, in un bosch e in une strette
Scoiitrà un soldàt chiaminant a staffette.
U In dues lu zach, in chiàf la so celàde,
La sgnaruèse de bande e '1 bruchulTr,
E corrève plui prest vie par che strade
Ch'ai drap revost pastor scholz in lizer,
E no fo mai polzette d'hora chu vade
Par ches cisis regnant senze braghir
Si prest chu Busdilèche smuzà vie
Tuest che vede '1 soldàt vignint pe vie.
12 Al jare chest chel hom che cussi grant
Fij di so pari stint in Mont dal pian
Ch'ai ij jare smuzàt lu so Sbaiart
Un di par male sorte fùr di man,
Subit eh' a la polzette die un stravuart
Al cognoscè, ben che jare lontan.
Che rausse chu'l tignive 'I di e la gnot
Vilupàt in te rét si eh' un merlot.
13 La polzette '1 chiavai volte in daiir
E scemenze a zucca vie par ches fraschis,
Senze chialà s'al è chiarande o mùr
Ma pe plui solette ij puarte vie lis taschis
Ch'ai par propi chu'l diaul ij se daiir.
Si urte in chei baraz, bedechs e maschis
E zi tant par che selve d' ogne bande
Che riv;\ sore al fin d'un aghe grande. .
'3'M^ .loppi, *
14 Sun che rive si chitite Forecùl
Plen di sudor e dut impolverat
Ch'a une custioa devant volta lu cui
D'une gran set e une gran sum tirat,
Stiè une gran dada e sta plui ch'ai no viìl
Parcè eh' al jare chutant assedàt,
In chel chu l'aghe chu la bochie al ionz
Gli chiadé la celàdè ih in tal fonz.
15 Quand che podè plui prest vigni cridant
Vignève Busdilèche sbirlufàde,
A chel ciulà prest e zuppa in denant
Forecul e si fés a mieze strade
E cognoscè, tuest chu iè ij fò denaut,
Anchimò eh' ìare smuarte e sgiatulàde
E ben eh' un nies e plui no havè nuvielle,
Che iare ciart Busdilòche la bielle.
16 E par iestri zintil schortes e bràf
Inemorat in iè tant chu Ribalt,
Anchimò ch'ai no havès celade in chiaf,
Al tras la sable 'e fés un zup in alt
E tant chu s'al havès di taià un ràf
0 scussa un pitiniz chui dinch biel chialt,
Al yen là chu Ribalt no ij volte '1 cui
Ma al la farà cun lui cimut ch'ai \ùl.
17 Ai comenzàr sì grande rimissine
Se ben ogn'un di lor è a pTt e strach
Che havaressin taiat chu la squarcine
Une squette o polente ni chul zach
E intant chu l5r si dan la discipline
Di tai, di ponte, di man dret, di plach,
Busdilèche al chiavai dà dai talons
Che no havè ni stombli ni spirons.
18 Da pò che scombatrr di baut un piez
Tu doi soldaz par taiassi 'I coreian
E chu nissun iu pare o pon di miez,
AI fò prim lu paron di Mont al pian
Chu dls al Sarasin: sta salt e lez
Chu no stijn cM e iè nus fui loatan;
E chest al dls dut par havè tant fiìch
In tal magon ch'ai no chiatàve liìch.
Testi friulani : Secolo XVI. 237
19 Disè '1 Paiau: o mat tu ch'has pensSt
Fa mal a mi e t'has fat aneli a ti,
Che s'al è cause di chel vis beat
Che nus ha fat scombàti tant a chi
Mostrimi un p^ch ce chu vin vodegnat
Chu s'tu mi haves ben discopat chulì,
Par chel tu no havarés la bielle fie
Chu tant chu no stijn chi, iè schiampe vie.
20 No sares miei, vulintgli anch tu si ben,
Di corri intani e tuèligli la strade
E ritignile sun un fas di fen
Devaut chu plui da lunz currint e vada.
Quant chu no purìn di, iè chi, ten ten,
No la dispidarin pò chu la spade,
E se aulìn sta plui scombàti a chi
Nus farà si no dam a ti et a mi.
21 A che peraule al no stió a stuarzi '1 nas
Lu Forecul e '1 quel si chu la griuve.
Ma come dls Ribalt, cussi ij plàs
Ch'ai fò content che si fazès la triùve,
E in 'tal volè volta d'un altri làs
Preià Ribalt ch'a pTt no si schiùve
Ma a gli zuppa in groppe e zir pes peschis
De màmule che jarin anchimò freschis.
22 0 gran boutàt di chei soldaz vedrans,
Jarin nimis, un Cristian, un Mor,
E sintivin al chiaf, ai braz, es mans
E alla schene pai boz un gran dolor,
E piir par sei vis, stradis, raonz e plans
Sin van senze suspiet, senze rumor;
In un stomblart o doi lu chiavai rive
Là ch'une strade di dos bandis zi ve.
23 E parcè ch'ai no san pensa di qual
Bande che vade o drette o man sedò,
I Parcè che si vedevin bici avuàl
Di chà, di là lis peschis anchimò,
Ei si pensar di zi par lor mens mài
Un par cheste, un par che chiattansi o no,
Forecul cerchia assai pai bosch a stime,
Ma al torna là eh' al si parti di prime.-
238 Joppi,.
21 Al si cbiatà anchiniò là sun che roie
Chu la celàde ij chiadò sul fonz
E parco ch'ai no pò pasci la voie
Di che chu gli fui e '1 cùr Ij ponz,
No havint venti là rimpìn ni soie.
Un gran ramàz iù d'un faiar al jonz,
E lu dispede e va pai fonz cerchiant
La celade in te l'aghe, ma di bant.
25 Pur chun che piartie lunge fine insomp
Va talpassant sul fonz par ogni bande.
Ma al no tire mai su ni fiùr ni plorap
Che jare 1' aghe trop torgule e grande
E tant eh' al sta in che còllure e eh' al ronip
Lu len di stizze, al viot d' un altre bande
Ijssìnt da l' aghe un hom in fine al flanch,
Di bruschie cere, inculurit e blanch.
26 Al jare armat dai spiez in fine al cui
Chul celadon in man, dal làs la daghe
E bave propi chel chu Forecùl
Cerchia une dade inant sul fonz de l' aghe,
Lu quàl gli dls: ahi lari, ahi mariììl.
Ahi zugiò bausàr, ahi spongie, ahi baghe,
Parcè no vustu rindi '1 celadon
Ch'ai è mio par promesse e par reson?
27 Ravuài'dichi, Paian, chu tu mazzass
Di Busdilèche 1 fradi eh' io soi id,
E ch'ai fò pat tra no chu tu iettass
In aghe '1 celadon pos dls daspò,
E su la sorte t' ha iunzìit al pass
Chu tu fas no volint lu dèbit tò,
No ti sta a stuarzi, e se vus stuarzi '1 quel,
Stuarzlu, chu t' has mens fò no ch'un purciel.
28 S' tu vùs pur havè tal elm chu chest,
Chiatichint un e chiàtel chun to onor.
Al puarte Orlant in chiaf un tal impresi,
Un tal Ribalt, s'al no è anchimó mior.
Un fò d'Alraont ma Orlant gl'ai zuffa prest
E un di Slambrln lu qual non ò pior,
Quiste un di chei e lassimi lu mio
S'tu vììs lessi tignùt un hom da zò.
Testi friulani: Secolo XVI. 239
29 Al ijssl di che anime dal flum
A Foreciil fui duquant lu sancii
E ij pare ve quasi s\ chu in sum
Di vede l'orch, la strile e '1 zuppe sancii:
Ma tuest chu la paure zè vie in fum
E ch'ai si ravuardà dal dut biel planch,
E chugnussint d' havò manchiiit di fò
Gran dolor e dispiet daspò al havè.
30 No pudlnsi impensà scinse sì prest,
Ch' al vede ben d' havè lu tuart in sume,
Senze rispuindi al si tuelè vie tuest,
Ma al zurà ben pe potè di so urne
Ch' al no volè par solz ni par impresi,
S' al podè ben cumpral chun une piume,
Si no chel elm eh' Orlant tolò ad Almont
Scombatint za chun lui in cime un mont.
31 E mantignì plui d' hom chest zurament
Ch' al no fazè chel eh' al zurà denant
E si partì da chi tant mal content
Ch' al si zi un timp dulint e lamentant
E no gli cessa mai chel gran torment
Fin eh' al no si zuflPà chul cont Orlant.
A Ribalt chu volta d' un altre bande
Intravignì une sorte un pooch plui grande.
'32 Ch' al li vigni devant lu so Sbaiart
Ma no '1 lassa monta mai su '1 spinai
Ch' al lu spietave e pò corrò vie fuart
E si posta ve sun qualchi rivai;
Spiette, disè Ribalt, eh' io soi miez muart
E senze te io patis di gran mal,
E lui no scolte e fui e svuinehie e rippe.
Ma zin daur Busdilèehe chu lippe.
33 E fui par selvis scuris di faiàrs
Là chu no bette si no '1 lof e V ors,
Chu '1 sbrundulà dai ròui e dai aunars
Gli fés fallì fuint la strade e '1 cors,
S' al si mòf iu baràz o iu noiars
0 che sinte currint lisiarte o sbors
0 s' une sole fraschie e sint si mof,
Gli par di lessi zonte in bocchie al lof, '
240 Joppi,*
34 Cussi cliu '1 zuchulut o chu 'I agnel
Quant eh' al si ten pai luvri e si cunfuarte
Chul lof s'inbatt e ch'ai si viot lu biel,
Al gaffe r urne eh' al la slambre e squarte
Nette di chà e di là a schiavazze quel
Là chu 'l timor e la rivesse '1 puarte
E 'n ogni sterp, ogni bradasch che tocehie
Li par chu '1 mazariQl la crusti in bocchie.
35 Chel dì, che gnot, o 'I dì daspò sin là
Malabiant senze savè in ce bande
Tant eh' in t' une lonbrène e si chiatta
D'un vintulin chu'l fresch al cùr gli mande
E zive aghe eurrint aventi là
Che tìgnive la jarbe freschie e grande
E corrève pai elaps s\ dolcementri
Che fazè sèn di slavazzassi dentri.
36 Chi ch\ parìnt a iè che foss lontane
Cent e milante mijs di Ribalt,
S'inpensà di polsà sun che tarbane,
Stracche di sta a chiavai e dal gran chialt;
Zuppe di sielie sun che mazorane
Ch' al no fò mai vidut lu plui biel salt,
E '1 chiavai zi a passon par sore '1 flum
Che jare venti là la jarbe in grum.
37 E da ij dongie ai jare un sterp flurìt
Di zuansalmin e pulizut salvàdi
E 11 zive sbatint lu riu da pìt
Si eh' aghe chu dal tiet in tiare cbiadi,
E si pon iìi, fas in ta che iarbe im nlt,
Cussi foss stat a covàlu ij mio fradi
Che jare tal lonbrène in ta che
Ch' al no nus havarès chiatat lu scrinz.
38^ La jarbe jare custl freschie e dolze'
Che clamàve a ijtassi iìi in tal miez
E par che vueie a pont eh' un si stravolze
E elupi, '1 voli siari e duarrai un piez
E in chel eh' in sum ij par eh' algun la raolze,
Sint un remor denant di se un chiavez,
Cit cit e ieve in pTs e sore I' aghe
Viot un hom a chiavai chu la so daghe.
Testi friulani: Secolo XVI, 241
39 S'al è ami o niml e noi conoss,
Ma stlè a pensa sore di se e alfin
No pudintlu conossi chui eh' al foss.
No za che ves dolor di chel mischin;
Lu povar hom eh' altri mal ha chu tosa
Dismontà par polsà iù dal runzin
E si mette a pensa iù chul chiaf flap
Ch' al pare propi un hom stampat di clap.
40 Lacrimos 'n ore e plui, chul quel in Stuart
Al stiè lu povar hom disconsolat,
Pò al scomenzà a vaij e cridà fuart
E lamentassi si eh' un amalat
Ch' al havarès amòt un lèn, un muart
E indulcit un ors invelegnat,
Suspirant al valve tal eh' un flum
Gli para ij voij e spiéz di fùch e fum.
41 PinsTr pai qual no stoi mai plui alègri
E ses cause dal mal chu mi cunsume
Ce vuèio fa eh' io soi stàt masse pegri
Ch'un altri inant di me la citte sbrume;
D' un sol ehialart dal mio mal mi rintègri
Chu i altris han tochiàt la barbe a 1' ume,
Ma se no hai tochiàt ni fi ni flor
Par iè no vuei muri za di dolor.
42 La zovin bielle è propri si chul lat
Chaglàt ad un, chu infinte eh' al è fresch
Ogni vieli pastor, ogni infanzat
Si freie vulintlr par dongie '1 desch.
Ogni buffon si iette, ogni gran mat
Pur zuppant e si fàs dot e manesch,
Ogn'un ij traij de sedon e dal sgrif
In fine '1 mulinar s' empie lu schif,
43 Ma tuest eh' al è viguut smamit e lai
E eh' al no n' ha savor plui di chaglade,
Ogn' un si stroppe 'l nas, ogn' un lu trai
Par disietàt in cort od in te strade,
Par chest no diebis bielle zovin mai
Lassa chu 'I timp senze giòldel sin vade,
Chu quant eh' un no ha plui amor ni sìich,
Un sta su la cinlse a stizza '1 fueh.
242 Joppi,*
•Il Se vii agi' altri» e di chel ben vulùde
Chu gli de lu confet e '1 smarze pan,
Ah sorte traditorie, ah sorte crude !
E trónfia gì' altris e io mùr di fan,
Debbio dismenteiàrai se s' inglùde
Di me che 1' hai in ciir sere e doman,
Ah no, eh' io vuei plui tuest tira lu pTt
Che vivi senza ama '1 so vis pulTt.
45 S' alguu volès cognossi '1 cavalTr
Chu si bruntìile e vai e cride tant,
Io dirai, eh' al è un hora di va t' al cTr,
Chel sbirlufàt d' amor Re Scarpizant,
Io dirai ehu '1 so mal e '1 so pinsìr
E '1 so lament ven par amor duquant
E pur è un mazorent di cheste chijce
Chu no '1 lasse russa là chu ij pice.
46 Là ehu '1 sorèli la sere si squint,
Jare vignut par fin di là eh' al ieve,
Ch' in Indie uldl par ver e eiart disint
Chu la polzette fin in Spagne zeve
E pò al savè in France eh' ad un altre ijut
A salvament l' Imperador la dieve
Azò che fos massai'ie dal plui bon
Ch'havès mazat plui Mors in che custiou.
47 Al jare stat in chiamp e havò vualmàde
La face chu '1 Re Carlu havè '1 di inant,
E cerchia Busdilèche dilicàde,
Ma '1 domanda e cerchia fò dut di bant,
Cheste adonchia è la gnove dispietàde
Chu '1 fus zi su e iù e vaij tant
E fas tant brontola che so furtune
Chu par pietàt si poste in eli la lune.
48 Intant ehu '1 povar hom vaij e si diil
Chui voij d' aghe plens sì eh' une spongie
E trai suspTrs pe bocchie e fCr pai eùl
Ch' al no '1 erot ben chui chu no jare dongie,
La so furtune benedette vìil
Chu iè uldl duquant par iestri dongie,
Ch' in tant chu '1 mont biel dret sarà in so iestri
AI no havares hibìit lu plui biel diestri.
Testi fiiulani: Secolo XV. 243
49 E stiè a scolta la bielle Bu&dilèche
Lu brontola par fine un pel duquant
Di chel chu mur e cbu '1 cerviel si sbeche
Par amor so lu dì e la guot di bant.
E dls tra se in cbel sterp, mai zuppe e leche
Chu tu no havàras mai di me tant
Chu se chierebaldan o fros segont
Che chu no stime un pel duquant lu mont.
50 Pur lu chiatassi sole in che lorabrène
Li fés pensa di tuelil par compagn,
Chu chel chu pò tigni *1 chiavai pe brene
Al è mat a lassai dà di calcagn,
Se lu lasse volta cumò la schene
E no lu met mai plui in tal argagn,
Che havè provàt custui ben tàs inant
Par un bon mazorent e un bon infant.
51 Ma e no si impense di sflanchiai il mài
Ch'ai ha pattt par iè di treute bandis,
Né di lassa eh' al i alci lu grimàl
Intant eh' al schiasse un poch lis sos mudandis,
Che pense dì prometti e pò gabàl
Fin che iessi des sòs fortunis grandis
Par fin che tome in chiase so siùre
E pò gli chiacce in tal cui une cure,
52 E leve su biel planch di chel stirpùz
Che havè stàt sence dì ni ceu ni beu
E chun biel garp vigni denant planchùz
E d'in tal jonzi a dls ah Deu, ah Deu !
Dio ti mantlgne in pàs, lu mio fradùz
E vuei preià Misser Dominideu
Chu no ti lassi credi ch'io se tal
Chu in chest luch et in chel io faci mal.
53 E no corre mai cusì prest la mari
Inquintre '1 fij chu vigne da lontan
Che lu vaij sì eh' un pichifit par lari
E chel vede tornàt da ben e san,
E no havè tante legrezze '1 pari
Quant eh' a la fie '1 nuviz romp la foran
Ni bolp 0 l'ors quant ch'in te mll al leche
Sì chu havò Scarpizant di Busdilèche.
244 Joppi,*
54 Plen d'amor, di content e di dolcezze
E zuppe inant la so chiare sperance
Tant chu '1 chiavai smuzzà fùr di chiavezze
Parcè chu iè '1 strenzè par mis la pance;
In chel content e d'in che gran legrezze
Jè subit s'impensà di lassa France,
Torna al so paTs finte in Levant
Daspò che 11 ha chiatàt Re Scarpizant.
55 E gli rendè lu cont pulTt e biel
Dal dì chu iè l'abandonà in Levant
E ce ch'ai fes chel timp fine un chiavel
Cui Re di Scalinbrane e dìs duquant,
Chu di rauart e di mal e di riviel
La ve vuardàde spes lu Cont Orlant
E che jare cusì virghine in sume
Chu chel di stes chu la pissà so urne.
56 E podè iestri '1 ver, ma l'è gran dùbit
A d' un eh' hebbi cerviel e sai in zucchie.
Ma al lu credè lu bon compagn di sùbit
Parcè eh' al no si dà sì prest in bruchie,
Chel chu r hom viot, amor gli pon in dùbit
E s' al no viot al cròt ogni furdruchie,
Baste, eh' al lu credè sì chu si erot
L'hom eh' è privat chu no pense e no viot.
57 S' al savè mal lu bon soldàt d' Anglant
Tuèlisi 'i ben chu fui sì eh' un tarlup.
Al sarà par so dan, chu da chi inant
Al no porà mai fa cusì biel zup,
Cusi disè tra se Re Scarpizant,
Ma io no soi si gof e sì marlup
Ch' io lassi '1 ben che m' è vigniit par maa
E eh' io mi stie a grata pò la foran.
58 Id queiarài la rose incnlurlde
Che se sta trop e ven smaride e flappe
Ch' io sai ben eh' a une fèmine di uide
No si dà miei eh' un bon mani di sappe,
Anchmò che trai di pls, anchmò che cride
E che barbòte e qualehi volte e frappe,
Io no vuei sta par trai di pTs o spalle
Ch' id no noeti '1 chiavai un poch in stalle.
Testi friulani: Secolo XVI. 245
59 Cus\ s iaipense intani eh' al met in ordin
La lance par fa alraens dei o tre cors
E chu dui doi a pòch a poch s' accordio
Par zi iù inquintre sì chul giat o l' ors,
Ai sint un grau fraclias, uà gran disordia
Cliu gli fes rompi ogni so biel discors,
Zuppe a chiavai e met celàde e vuant
Zaffe lu spiòt e pò si fàs inant *.
61 Clio ch'ai è dongie, al lu dame a bataie
Ch'ai ci'edè di ietàl chul ciil in sii,
L' altri chu no lu stime auch lui 'ne paie
Veu par falu chiadè chul chiàf in iù;
DTs Scarpizant: purciel nudrit in faie,
Ce astu di vigni chenti là tìi ?
E sence plui plaidà vignlr curriut
A chiàf a chiaf inquintre sì chu '1 vini.
62 E no van iu moltons o i bus a dassi
Sì grant urton chui quars iu tes mascellis
Si chi vignlr iu soldìlz ad urtassi
Et ei romper dui doi lis sos rudellis:
Pai gran rumor scomenzàr a schiasassi
Lu mont, lu cTl, lu sorèli e lis stellis
E s'ei no havevin ben armàt lu vintri
Ei si dispantezavia sastu cintri.
63 E i lor chiavai no corrèrin in Stuart
Ma s' urtarla par mis sì chu i chiastrons,
Ma chel di Scarpizant chiadò iù muart
E no zovà a tochiàlu chui spirons,
Chel altri dio su iu pls pi'est e gaiart
eh' al si sintì pochaat chui zingiglions
E chel di Scarpizant resta iù in tiare
Del so paron aduès segont eh' al jare.
64 Lu soldat chu stiè dret sì chu pilot,
Chu vede l'altri a bas sì ch'uà purciel
No tome a fa eustiou un altri hot
Ch'ai gli parò ch'ai bave trop di chel
E scomenzà a zi pe selve di trot
E a corri ch'ai parò un svolant ucel;
Devaut chu '1 Zugiò levi, di volop
Al zi currint plui d'une uiLo e d'un strop.
* Manca la LX ottava.
Archivio glottol. ital., IV. 17
246 Joppi,
C5 Cusl chu '1 vuarzenar e chu '1 beolc
Daspò passàt lu gran rumor si drezze
Di là chu l'ha iettàt ia tiarre '1 foich
Dongie iìi bus muarz, smarTt sì eh' une piezze
E eh' al viot la cumièrie vuaste e '1 solch
E schiavazzat lu pin su la chiavezze,
Cusì pare a cului quant eh' al ievà
Chu '1 so iniml aventi al no chiatà.
66 Suspìre e zem, no ch'ai s'hebbi ni vues.
Ni zenòli, ni pìt, ni Stuart ni vuast,
Ma al vigni blanch di stizze sì eh' un zes
Ch' al chiadè iù sì prest in ehel eontrast
E plui chu iè ij tira '1 chiavài di dues
Al povar hom anch eh' al haves bon tast,
Ma al stiè simpri bea senze favela
Se no gli scomenzàve iè a plaidà.
67 E disè, deh Signù, dàisi mo pàs
Ch' al no è vuestri fai che ses chiadùt,
Ma dal chiavai chu sdurumà in làs
Par no havò polsat, ni pan prindùt,
E no vade par chest stuarzìnt lu nas.
Se chui eh' al tùI, parcè eh' al ha pirdut
Par dret e par reson, eh' al è lui stàt
Lu prim chu di scombatti al ha lassàt.
68 Intant chu iè consòie 'I Sarasìn
Eceuti un armentar chun un carnlr
Chu vignìve quarnant su' n un runcin
Ch' bave ciere d' havè bielle mulr
E cho eh' al fò iuuzùt lì da visin
Al domanda s' al iare un eavalTr
Currùt aventi là vistùt di gris,
Armàt duquant di fiàr dal ehiàf ai pTs.
69 Dis Scarpizant, cusì no fòssal stat
Ch' al m' ha battùt chumò iù dal chiavai
Ma azzò eh' io sepi chu eh' ha vuadagnat
Chui esal, di ce ville e di ce vai:
DTs r armentar : fraduz e t' ha iettat
Une polzette in tiarre iù cui spinai
E iè par ciart stade une zovin bielle
Chu t' ha paràt in tiarre iù de sielle.
Testi friulani: Secolo XVI. 247
70 E ià gaiarde ma plui bielle trop
E no ti vuei tasè lu so biel nom,
Jè Sbravant chu ti de sì mal intop
Chu t' ha tuelèt V honor e '1 credit d' hom,
E si chiazà pò a corri di volop
E '1 lassa revoiant cusi eh' un pom
Ch' al no sa par vergonze ce eh' al fàs
Ma al sta sì eh' al haves taiàt lu nàs.
71 E stiè un poch a pensa sun che baruffe
E quant eh' al ha impensàt al chiate e vi5t
Ch'une chu file e chus e puarte schuffe
Ha abatùt un chu dovre zach e spiot.
Monte a chiavai e stuarz lu nàs e sbuffe
Ma al tasè pò pai miei segont eh' al crot
Di tioli Busdilèche e pense e zure
Di fa pur alch sul fen o in qualchi bure.
72 E no zerin dos mijs par che strade
Ch'uldlrin un remor dut venti intorn,
Ch' al par chu '1 mont duquant in frèulis vade,
Ch'ai trlmuli e ch'ai chiade '1 cTl dal forn:
Pò al die fùr un chiavai eh' havè quinzade
La sielle d'aur e ce ch'ai ha d' intorn
E salte ogni plantum, ogni fossàl
E romp iù in ce ch'ai urte dut avuàl.
73 Su chei bedechs e l'imbrunì de sere,
DTs la zovin, iu voij no m'acèie,
Chel è Sbaiart, ch'io '1 conos a la cere,
Ch'in te code, in tai pls al lu semèie;
Al è ciart lui chu ven a la frontère
Ch'ai sa cumò chu '1 tò al si scortele,
Ch' al nus ven a iudà, eh' al sa chu chest
Chun doi no pores zi ni planch ni prest.
74 Smonte '1 soldiìt e ven senze dì nule
Par dongie e crot di dìx di man sul srauars
E lui gli volte '1 cui no eh' al gli fiiie
Ch' al rippe sì chu '1 diaul ma rippe schiars.
Scarpizant smuzze e schive la chalzìiie
De more par no metti 'I ciart in fuars
Ch* al ha '1 chiavai tante fuaree in tai calz
Ch' al romparès une puarte di sbalz.
248 Joppi ,
75 Po al ven plaièul quintre la bielle puppe
E gli fas chiarizutis si eh' un chiaa
Cli' inlorn lu so paron s' alègre e zuppe
Par iessi stàt pirdùt trop di lontan,
Ch' al sa chu iè ia Levant ia vieste, in zuppe
Lu strigijave e '1 passève di so maa
Quant ch'a'Ribalt tant ben e volò
Ch' al contriir a chumò noi pò vede.
76 Jò ij pon su la brene la man zampe
E chun che altre va palpant la pance
E lui eh' have cerviel lasse la vuampe
Palpassi e '1 chiaf e dut ce chu ij avance;
Intant za eh' al no scalce e eh' al no schiampa
Lu Sarasin su la schene si slance,
Busdilèehe chu jare in groppe e ponte
Lis mans sul cui e d'in te sielle monte.
77 Po volte i voij e chialle e viot eh' al ven
Sglinghignant dut di fìàr un gran soldàt ■
Ch'ai gli mette un dolor a dues e un sden
Che '1 conossè tuest che 1' bave vualmàt
Ch'ai ó Ribalt chel chu gli vùl tant ben
E iè lu fui ch'ai par ch'ai se morbat,
Za fò chu iè lu ama plui chu so pari
E lui 1' odia, cumò al è '1 contrari.
78 E chest vignlve duquant par dos aghis
Di rissurture che ha cutàl virtùt
Chu su tu befs d' une di lor tu incaghis
A chel chu puarte l'arch e svole nùt;
Bivint da 1' altre fra mil spioz o daghis
Tu zirès par amor in aghe, in briit;
Ribalt ha biùt d' une, amor l' inflame,
E iè da r altre e fui lui chu la dame.
79 Cheste aghe è intoseiade di raschos.
Che fas rompi ai madors la massarie ;
Intorgulà e polzette '1 vis zoios
Tuest che vede Ribalt vignint pe vie
E prèie Scarpizant chui braz in eros
Chu par so zintilece e scurtisie
Ch'ai no spieti Ribalt plui dongie nùie
E chun iè a plui podè prest al si fùie.
Testi friulani: Secolo XVI. 849
80 DTs Scarpizant a Busdilèche, adonchie,
Vo m' havès par un zus e un hom di stran.
Ch'io no se bon cimi spiot e chu la ronchie
Di fale chun custui e falu grara ?
No sòio io, no è cheste la conchie
Chu stiè pini salde no ch'ai fùch lu ram
E tanch pilòz ch'io stiei quintre un trop
E i fes fui di trot e di volop.
81 lè no rispuint, né sa ce che si face
Ch'ai è vignìit Ribalt trop indenant '
E sint vuemai ch'ai brave e ch'ai manace
Ch'ai cognossè '1 chiavai e Scarpizant,
E cognossè la so màmule in face
Chu 'I fas brusà e cunsumàlu tant.
Chel chu vìls fas dapò pan prendi biel
Vùs chiantarà duquant fine un chiavel.
6. Canto secondo.
[Da copia antica nella Collcz. Pirona, voi. Poesie friul.,
ora nella Bibl, Ctv. di Udine.]
Deh fais Amor ti puessi dà saette
Daspò che tu ai madoors dàs si no imbastì
Dontri ven, brisighel, eh' al ti dilette
Di vede fra doi curs ITt e contrast?
Tu fàs eh' io si vuei ben a une polzette
lè ha '1 cilr quintre di me dut fret e vuast
E s'une mi viìl ben e mi bulpine,
Tu fàs, eh' io vueli mal a che meschine.
Busdilèche tu fas plasè a Ribalt
E iè no 'I pò vede ne mens sintl ;
Za fò, zude a sares cun lui al salt.
Lui simpri la volè smuzà e fui;
Bisugne batti '1 fifir quant ch'ai è chialt,
Mamui mici chiilrs, s' un no si vili pinti;
Chumò '1 povar Ribalt fuart si lamente
Ch'ai lu fui .si chu '1 diaul dal aghe .s?nte.
250 Joppi, •
3 Ribalt al Turch dut ravoiant cridà:
Discent dal mio chiavai chu t' hàs robat,
Chu '1 mio mi so chiolet al no mi va,
Ma il ffis a cui chu '1 vùl costà salàt
E vuei ste Dumle inant cha ziti di cha,
Che fares a lassate un gran pechiat,
Chu sì bielle Domblan, chiavai sì bon
A no stan ben in man d' un tal ladron.
4 Tu '1 minz pe gole eh' hebbi mai robàt
DTs lu zugiò sbuffant sì tàs chu lui,
Ben lu mo ehest mo chel has sassinat
Par mll t' al provarai , eh' io sai par cui ;
Ma chumò '1 vederìn chu '1 fiilr sfodràt
Cui la Dumle e '1 chiavài merite plui;
Anehgmò chu '1 bataià fra no par iè
Se nuie al presi grani cbu vai cuscbiè.
5 Si chu doi chians izàs d' alcun de int
Chu son ehiatls par fuarze e mal nudtTz
Si van r un quintre V altri i dincgh rinzint
Chui voi plens di fùch duchg sburlufTz,
Chui sgrifs, chui dinchg stizas si van murdint
Chui spinai sì chu riz duehg spiiuchTz:
Cusì al romor des spadis e al davoi
Si larin a chiatà i soldàz duch doi.
6 Un è a chiavài e l'altri a plt, ce sa
Su 'I Turch plui dal Christian ha miór pat,
Fruzon in chest al mio stima al non ha,
Ch' al pò mens d' im pastor, d' un infauzat,
Parca chu chest chiavài di nature ha
Chu zi quintre '1 paròn no vùl un trat
Chun mans non è bastant uè chui spiroa
Falu movi da ì pur un fruzon.
7 Al si cesse s' al vùl eh' inant al vadi
E s' alu vùl tigni vùl volopà,
Sul pettoràl si pon lu ebiaf sforadi
E pò si met chui pTs fuart a rippà;
Al fin al s' indaviot cha no i cadi
A sta sun chel chiavài a mateià,
Su r arzòn di davant al pon la man
E s' alze e zuppe in pTs si eh' un pavan.
Testi friulani: Secolo XVI. 251
Scarpizant distrigai chul salt eh' al fós
Di che! chiavài raibos e dut alegri.
Si tachia a custion parcè eh' ofies
Chusl si sint lu Tureh chu chel eh' è segri;
Vaa su, mo iù li sablis di grant pes
Chu '1 mai dal battefiàr ere plui pegri
Quant cha 1' ha 1' aghe grande e tire '1 fiàr
Par fa palis, sapons, flibis di chiàr.
Mandrez fals e riviers si dan par dut
Mostrant ehu '1 zùch de sgrime il san duquant
Mo iu vedes su rez, mo iù crufuiut
Platànsi set la targhe, mo chucant
E cusì la chu '1 pTt un ha ibùt
L' altri sclet e manesch ha '1 so pugnùt.
10 Ribalt si tache sot a mieze spade
E mene al Re Cirehlas fur di misure
Lui ite sot la targhe eh' è invuessade
Chu lis lamis d' arzal di fuart misture ;
La sable la sciapa e pe gran dade
Si scudùle il plantum e la pianure
E r arzal el vues dut va sì eh un zucar
E '1 braz duquant lassa iraraatlt al lutar.
11 Di fat si tulrainà dut la Dumlutte
Chu vede '1 eolp iù sdurumant si porch,
Giambà 'i biel mostazut e vigni brutte
Sigont chu fas di gnot un chu viot l'orch;
Disé, s'io stoi a ehi une dadutte,
Ribalt mi gaffe e mi pon iù in tun soreh.
Ma inant chu ehest gaiof mi tochi mai
Io mi darai lu tuessi e '1 rassachai.
12 Zire 'I chiavài e in tun buschut si fichie,
Si chiaze par un troi stret e intrigat
E si poschiale e di dolor s' appichie
Parint d' havè Ribalt ai flanchs chiazùt;
Poch a lunch lu chiavai chui spirons triehie
Che 'n tun Rimit tSs vieli s' ha incontràt ,
Ch' ha chianude la barbe e lungie im braz
E par un Sent Jeroni in tal mostaz.
252 Joppi .
13 Al vigni ve bel plancli sun un mussut
Flèvar dal viglitum e dal zunà
E mostravo di lessi e ciere dut
Quintre cliest mont e no volès pechià;
Ma di fat eh' al vualmà '1 biel mostazut
De zovin chul '1 ven rette ad incontra,
Anchgmò eh' al fos tàs trist in apparenzie
I eomenzà a tiià la cunscienzie.
14 La zovin dls a Deu tal prim riva
E domande la strade di zi a un puart
Che fùr di ehel franzum si vul ievà
Par no senti Ribalt ne vlf ne muart.
Lu Frari chu saveve scunzurà
No rafìne di dai gran cunfuart,
Di giavàle d'impaz simpri bradaschie
E pon la man dal làs a une so taschie.
15 Barata fùr un biel eodèr chu fès
Meracul grant eh' al noi sei ì dut plen
Ch' al zupà 1 un Spirt eh' ognun dirès
Ch'ai fos stat un galup d'un honi da ben;
Lu Frari chel eh' al vùl dut i eomès
E '1 Spirt ch'ha lu magon di vizis plen
Va ret là dai soldaz ch'in tal bosch son
E 'n miez di lar chun un biel garp si poa.
16 E dis, vus prei eh' un di to doi mi die,
Finide la etistion chu fra vo tove.
Ce vi mereterà la gran fadie
Su '1 cont Orlant va senze havó une brie
E senze pur havè bude une sove
E volte di Paris chun che polzette
Chu vus ha puesch in custion si strette *.
18 A chel mes si strimis duch iu soldaz
E si chiàlin 1' un l'altri e no si movin.
Disiasi suarbonaz chu no sin sttiz
A lasàsi roba, di Orlant la zovin:
Ribalt Tualrae Sbaiart cbui vee spietaz
E i va inquintre chun suspirs chu sbrovio
Zurant e dinsi al diaul s'al zons Orlant
Di giavai il polmon cui eiàr duquant.
* Manca la XVII ottava.
^oppi,
IV.
SECOLO XVII'.
253
1. Squarci
della traduzione del quarto e quinto Canto àeW Orlando Furioso, opera di
Paolo Fistulario (^Dottor Turus')-.
\CoUes. Caisellif Udine.]
a. Lu Qiiart Chiant dal Sioì' Lidia Ariosi,
tradut in Furiati di Turus D.
57 E su lu to valor cerchis prova
T' has clii chiattade la plui bielle imprese
' Riferisce correttamente Nicolò Villani, nel suo Ragionamento sopra la
poesia giocosa, stampato in Venezia nel 1634, che nella lingua furlana si
distinsero poetando: Gaspare Carabello, sotto il nome di Rumptot; Girolamo
Missio, sotto quello di Lambin; Daniello Sforza, di Nator; Brunellesco Bru-
nelleschi, di Mitit; Francesco de' Signori di Zucco, di Ritur; Plutarco Spo-
reno, di Ruptum-, Giovanni Pietro Fabiaro, di Ritit; e Paolo Fistulario, di
Turus. Eran giovani udinesi, allegri e colti; il Carabello e il Brunelleschi,
notaj; lo Sforza e il Fistulario, avvocati; pittore il Fabiaro, preti lo Spore-
no e il Missio; nobile lo Zucco e dei primi magistrati cittadini. S'unirono in
società, al cominciare del 1600, per isfogare in rime il loro buon umore, come
allora la moda portava ( cfr. Arch. I 266-7, 421). L'amore è l'argomento
de' loro sonetti o canzoni, che molte volte non mancano di leggiadria, e si
contengono per gran parte in un codice cartaceo dei tempi, ora nella Col-
lezione loppi, mutilo però verso la fine e perciò privo d'ogni componimenta
del Fabiaro. Da questo codice provengono i sonetti che raccogliamo sotto il
num. 2. Ma al Fistulario (morto circa il 1630) diamo anche un altro e mi-
glior posto, sotto il num. 1. Viene poi, sotto il nura. 3, anch'essa da altro
ms., una bella canzone del Missio.
^ S' ha la traduzione di tutt' intiero il quarto Canto e di 75 ottave del
quinto. Negli squarci, che qui si riferiscono, la dicitura della traduzione
cori'e più spontanea, o meno stentata, che nel resto. '
254 Joppi , •
Chu pai passai mai si sintl conta
E eh' a un cavalir puartas la spese.
Si ven la fie dal nastri re a chiatta
Cumò in bisugn d'ajut e di difese,
Quintre un baron chu Lurcani si dame
Chu la vite i vores tioli e la fame.
58 Chest Lurcani a so pari 1' ha cusade,
Fuars par odi plui prest chu par reson,
Chu su la miezze gnott al 1' ha chiattade
Suu un pujul a tira su il berton;
Ju statutz dal regnam 1' han condanade
Al fuc su iè no chiatte un campion
Ch'in timp d'un mes, eh' è biel dongie a finì,
Chest so fals querelant fasi minti.
59 La lez dure di Scozie e maledette
Vul che ogni donne, e no fas altre part,
eh' a ci no i è marit si sottomette,
S'al -ven in lus hebbi subit la muart
E iè no pò schiampà cheste vendette,
S' al no compàr qualchi cavalir fuart ,
Chu tioli la difese sustentant
Ch' a dai la muart al sares un fai grant.
60 Lu re pe so Zanevre dolorat
(Chu cussi just ha nom cheste so fie)
Par cittaz e chistiei l'ha pubblicat,
Chu su la so difese qualcun pie
E chest Lurcani reste superat
(Purch'al dessendi di nobil zenie)
E sarà so mulr chun un stat tal
Chu basti in dote a dunzelle real.
61 Ma s'in t'un mes qualcun par iè no ven
0 vignind no vodagni e sarà muarte;
A te plui cheste imprese si conven
No chu là in boscs là chu '1 chiavai ti puarte
Che tu ti pus fa onor puartanti ben
E di fati famos cheste è la puarte
E tu vodagnis la plui bielle done
Chu mai ai nestris diis puartas corone.
Testi friulani: Secolo XVII. 255
62 E dongie une richezze e un tal stat
Chu simpri ti pò fa vivi content,
E la grazie dal re chu ritornat
Si Tedarà '1 so onor in t' un moment.
Tu, pe cavalarie soos obleat
A vendica custiè dal tradiment,
Chu i ven fat, e han duch upinion
Che sei di pudicizie il parangon.
63 Rinalt si pensa, un poc e rispuindè, •
Une polzette donchie ha di muri
Parcè chu '1 so madòr e si tiolò
Sul so jet in tal braz nut a durmi?
Sei maladet cui chu tal lez mette,
Sei maladet cui chu la pò pati.
E stares ben la muart a une crudel
No a ci dà vite al so madòr fidel.
64 Sei ver o no che Zanevre tiolet
Si hebbi il madòr in braz, no chiali a chest,
Io la laudares ben d' un tal effiet
Quant ch'ai no lu saves ni chel ni chest,
Di volèle difindi al Cil promet,
Daimi pur un chu mi cundusi prest
E mi meni là eh' è Taccusador,
Ch' a Zanevre torna speri 1' onor.
65 Io no vuei mighe dì : iè no V ha fat
Chu no '1 savint jò pores dì bausie,
Ma dirai ben, chu par un simil at
Lu re no debbi chiastià so fie,
E dirai eh' al fo injust e che al fo mat
Chu chu metto cheste lez di ca vie,
E che si debares iù scabazzà
E chun plui sai in zuchie un'altre fa,
66 S'al è un sol desideri e un sol ardor
Chel cho pi'ovìn dentri di no duquanch
Chu nus inchine e sfuarze al fin d' amor
Ch'ai popolaz paar un pechiat dai granch,
Parcè si debbi di eh' al sei error
Se fas la donne mai chun doi infanch
Chel chu fas 1' om chun tantis eh' al pò ave
E laude in pit di blasm ven a gioldè?
256 Joppi ,•
67 In cheste lez, cliu si vìot che sta mal
E TÌgnin faz es donnis masse tuartz
E speri ciart di podè jessi tal
Cho farai dall' error duquanch aquartz.
Rinalt Tè lu consens univei^sal
E che forin injnsch chei chu son muarz
A consenti tant maladette lez,
E il re fas mal chu pò e no chiatte miez.
68 Daspò chu In bielle albe blanchie e rosse
Lu doman jur mostra, lui sclettamentri
Lis armis e '1 chiavai chu no sta e mosse
Si tiolè e un regaz di chei là dentri,
E chiaminant pai bosc là eh' al s' ingrosse
Simpri chiatant lu folt orribilmentri
Vadin là eh' in steccat s' ha di prova
Se la polzette s' hebbi a liberà.
69 E cerchiant di scurtàle un puchittin
Chiavalgiavin pai troi lassant la strade,
Quant che sentirin un vai visin
Ch' introne dutte quante che vallade,
Un ponz Bajart e l'altri '1 so Runzin
Quintre la vos a brene relassade
E in miez di doi poltrons une polzette
Vedin, chu di lontan tas jur dilette.
70 Ma e jare vaiulinte tant e quant
Chu polzette dal mont podes mai jessi
E doi i son intorn ognidun grant
Cui pugnai nutz par fa chu '1 fiat i jessi,
La muart iè chun prejeris va slungiant
Sperant chu dal so mal pur i rincressi,
Cho chu Rinalt di chest s' inaquarzè
Cridant e manazzant subit core.
71 Ju malandrins no vederin la strade
Cho chu '1 soccors sintirin a vigni,
E si plattarin ben in te vallade,
Ma il paladin davur no i volè zi
E la dunzelle prest ve doraandade
Chu la cause di chest i vueli dì,
E par vanzà lu timp fas che il regaz
La chicli in groppe e torni al so viaz.
Testi friulani: Secolo XVil. 257
72 E vinsi chiavalgiant miei dat di voli
Al viot che je tas bielle e galandine,
Si ben trema dal chiaf fin sot zenoli
Pe paure de rauart che ve visine;
Cussi biel tant ch'ai par ch'ognidun svoli
I domanda ce chu la fas mischine,
E io chun umil vos scomenzà a di
Chel che in chest altri chiant vuei riferì.
b. Lu Quint Chiant.
Ves di savè chu frutte inchiraò siut
lo vignii al servizi d' une fie
Dal nestri re e pò chun iè crissint
Chiaminavi in onors pe buine vie.
Amor, invidie dal mio stat avint
Mi mala, il cur cu la so malatie
Mostrantmi chu d' ogni altri inamorat
Lu duche d' Albanie fos plui garbat.
Parco chu lui mostrava assai d' amami
Io chun il cur mi fasei so madresse,
La vos s' olt si, la man podes mostrami.
Ma in tal cur no si rive cussi in presse ;
Cridint e amant io no vuei mai fermami
Fin eh' io no 1' hai in braz, nò '1 volè cesse
Si ben io jeri in chiamare chu lette
Zanevre sol' ava pe plui secrette.
Chi lis chiossis plui biellis di puartà
là ten e ven ben spes anchie a durml,
Si pò d' un pujulut dentri passa.
Ch'ai discuviart dal mur ven a issi,
Lu mio madòr là su fasei monta,
E la schiale di cuarde di vigni
Là su di chel pujul io i calai
Quant chu di vel chun me desiderai.
258 Joppi,
10 E tantis voltis lu volei ave,
Che Zanevre mi de coramoditat
Chu di jet si mudave par no ve
Trop fret d' iaviarn o masse chialt d' instat.
Nissua a monta su '1 podè vede
Chu chel las dal palaz no ven chialat
Par ciartis chiasis rottis chu son 1
Chu mai passe nissua ni gnot ni dì.
1 1 Parechis dis e mas continua
Tra nò secret l'amoros nestri zuc
Simpri eresse 'I mio amor e vigni là
Chu dutte dentri al mi fazò di fuc
E *1 mio cur dut brusat mai no pensa
eh' al m' ingianas araant in altri lue
Si ben chu i siee ingians tas discuviartz
Podei vede chun mil segnai bea ciartz.
12 Si mostra fìnalmentri nuf amant
Di Zanevre la bielle, ma no sai
S'al scomenzas allore o pur devant
Chu io mischine il mio eur i donai.
Chialaat, s'al jare fat chun me arrogant,
S' al jare mio paron e se l'amai!
Ch' al si scruvl chua me senze rispiet
E ajut mi domanda par chest effiet.
13 Al disè che la plaje pochie jere
E poe jare l' amor eh' al vee a custiè,
Ma chu fasint l'inamorat al spere
Chu par muìr lu re i e fasi vò
E eh' a falu fa chest sarà, lizere
Chiosse ogni volte che accunsinti iè,
Ch'in dut a chest regnam di sane e stat
Non é dapò dal re lu plui preseat.
14 Al mi met ia tal ehiaf chu s' al podes
Cui so re, par mio miez, impareatassi
(Ch' io viot che fasiut chest al s' alzares
Dongie il re tant, che ognun podes alzassi):
Ch'io vares quintregiambit, né sares
Un tal sarvizi par dismenteassi
E chu di so muìr sore in onor
Simpri pores avelu par raadòr.
Testi friulani: Secolo XVII. 259
15 Io chu di fa a so raut simpri foi strente
Ni savei o volei fai quintre mai
E chei soi diis o iari tas contente
Che velu complasut io mi chiattai.
Io pii l'occasion chu si presente
Di di di lui lu miei ch'io pues e sai,
E doperi ogni sfuarz, ogni fadie
Par fa dal mio madòr Zanevre amie.
16 Fasei cui cur e cui efiSel ben dut
Chel ch'io podevi fa, ch'ai lu sa Dio,
Né podei chun Zanevre mai fa frut
Che cunsintìs a chel eh' olevin nò
E chest parcè chu lu so cur ridut
Vee a un altri e a lui voltat il pinsir so,
Ch' un biel cavalir jare e cortesan
Vignut di Scozie, di paìs lontan.
17 Chun un altri so fradi anchimò infant
Vigni d' Italie in cort ad abita
E in tes armis cui timp al fo da tant
Chu nissun chenti i podè mai riva;
Lu re volintii ben, i al là mostrant,
Chu di gran stime al i vigni a dona
Villis, chistiei e iurisdizions
E r agrandì al par dai granch barons.
18 Al re chiar jare tas, e fie plui chiar
Ariodant, che il nom è dal cavalir.
Ben parcè eh' in valor al non vee par,
Ma plui za eh' al l' amave vulintlr.
N' arde mai tant la mout eh' ha '1 fogolar,
Né Troje quant che de 1' ultira susplr,
Chu Zanevre savè chu chest madòr
Ardeve in t' al ardent fuc dal so amor.
19 Chel amor donchie eh' a custui puartave
Chun cur sincer e chun fede perfette
Fase chu pai mio duche e no scoltave
Ni mai vai 'ne speranze maladette.
Anzi tant chu par lui io plui preave
E cerchiavi fìi so cheste polzette,
lè disiut mal di lui a dutte vie
Di di iu di jare so major nimie.
260 Joppi,
20 Io ben spes cunfuartai lu mio madòi'
Che bandoaas clieste so imprese vane,
Ni speras di tira mai al so amor
Custiè parco che jare tas lontane ;
E i fasei vedo chun biel lusòr
Ch'ai é Ariodant chel chu '1 condane,
E che r aghe dal mar no studares
Tantin dal fuc, chu par lui i art in dues.
21 Avint di me me plui voltis Polines
(Chu cussi ha nom lu duche) uldit a chest
E bea considerat dentri se stes
Chu chest amor tas mal i lave a sest,
AI no si tuel par chel T amor di dues ,
Ma sint supiarbi e vidint manifest
Ch' un altri i zis devant, al no '1 suffrl ,
Ma in odi e in raibe dut si cunvirtl.
22 AI pense fra Zanevre e 'I so madòr
Metti tante discordie e lit tant grande,
E une tal nimicizie, chu tra lor
E no si quinzi par nissune bande,
E di Zanevre a tal riduu 1' onor
Che sei tignude simpri par nefande;
Né di chest so pinsìr volò chun me
0 favela chun altris chu chun sé.
23 Fat lu pinsìr, Dalinde me, al mi dis
(Che chest è lu mio nom), tu has di savà
Chu si eh' un arbul tome di ridris
A zermojà da uuv di ir a vuò.
Cussi si ben io viot chu senze pis
Cerchi di chiamine in te chiosse me,
Lu mio pinsìr chiattiv chiate ogni strade
Par dà fin a l'imprese scomenzade.
24 E no lu brami tant par mio dilet
Quant chu di podè dì di vele fatte,
E za ch'io no pues falu cui eOiett
L'anime imaginantsi ò satisfatte,
Vuei quant tu mi vus ve chun te in tal jet,
Che è ore a pont chu Zanevre si chiatte
Dispojade, tu chiolis lis sos viestis
Che veve in dues e dutte tu ti viestis.
Testi friulani: Secolo XVII. 261
§5 Sì chu si quinze e sì chu '1 chiaf si fas ,
Fai sì chu iè e cerchie a to possanze
Di semeale, e cussi vignaras
A butta jù la schiale a uestre usanze,
E io cridinti che chu tu varas
J' abiz in dues e la so someanze
Prest speri me biel sol cussi ingianant
Di vigni cheàt amor dismenteant.
26 Chest mi disè: io chu di me lontane
Jari plui no eh' un crot, no dei a menz
Chu cheste so prejere tant umane
Veve tas discuviartz dai tradiraenz,
Di Zanevre ben spes cu la sotane
I dei mut di vigni ai abbrazzamenz,
E no m' iudaquarzei mai dall' ingian
Se no quant chu al ve fat duquant lu dan.
27 Lu duche veve chun Ariiodant
Fat a chei diis o chesch discors o tai,
Chu granch amis e jarin stas devant
Che deventassin par amor rivai :
Mi maravei (scomenzà '1 mio amant)
Chu vinti tignut enfri i miei avuai
In rispiet e chu vinti simpri amat
Io sei di te tant mal rimunerat.
28 Io soi ben ciart chu tu comprenz e sas
Di Zanevre chun me 1' antich amor,
E me muìr fuars prest tu vedaras
Ch'ai la farà lu nestri re e signor;
Parcè venstu a impedirai? chu tu vas
In custiè senze frut mittint l'umor.
Io vares ben, seugneli, rispiet io
Su tal fos lu to stat che è cumò '1 mio.
29 E io, i rispuindè Ari'odant,
Di te mi maravei maiormentri,
Chu io soi d' iè r inemorat devant
Chu tu la ves vidude solamentri,
E tu sas su r amor nestri ò indevant
E eh' al no si pores là trop plui dentri ,
E si no par marit di vemi e brame
Chee eh' id sai chu tu sas ciart che no t' anie.
Archivio glottol. ital.. IV. IS
262 Joppi ,
30 Parco donchie no m' hastu chel l'ispiet
Chu pe nestre amicizia tu domandis
Ch' io t' hebbi e t' avares anch' in efBet
Su tu ves cun custiè chiossis plui grandis;
Par mulr tant chu tu io me promet
Si ben tu sos plui rich in chestis baadis.
Io fuars no soi di te taut chiarezzat
Dal re, ma ciart plui da so fie amat.
31 Poh, disè il duche a lui, al è grant chest
Erroi', al qual t' ha lu to amor ridut!
Tu croz di jessi amat io 'n d' hai pretest
Di chest istes, ma si pò vede '1 frut ;
Tu chel chu par iè t' has fai manifest
E io lu mio secret ti dirai dut,
E chel di no chu di vee '1 mens si vedi
Cedi al compagn e d' altri si provedi.
32 E soi anch pront su tu voras ch* io zuri
Di no dì chiosse mai eh' io t' hebbi uldide,
Pur chu '1 to zurament al mi siuri
Ch' in chel eh' io dirai t' has la lenghe fide.
Par eh' ognidun di lor cerchi e procuri
Di zurà prest, e quaut che ver cumplide
La zei'imonie tra lor di zurà,
Ariodant scemenza a favela.
33 E al no si ferma mai fine chu dit
I ve dut chel eh' è tra Zanevre e lui,
E eh' a bochie zurat i veve e in scrit
Di volèl par marit e chu di plui
S'in chest lu re mal i ves contradit
Che altri e no volè mai tioli plui,
E chu senze volessi maridà
Sole la vite so volè passa»
34 E ch'ai jare in speranze pai valor,
Ch' a plui segnai al veve za mostrat
E eh' al vares mostrat in sol onor,
E benefizi dal re e dal so stat,
Di cresci tant in grazie al so signor,
Ch' al lu vares biel sol par degn stimat
Chu cheste fie par so mulr i des,
Quant chu di chest contente al la vedes.
Testi friulani: Secolo XVII. 263
35 E pò disè: io soi rivat a tal
Ch'io no crot chu dal ciart nìssun mi rivi;
Né brami plui di chest n' altri segnai
Dal amor che mi puarte, e anchie schivi
Di brama plui si no si chu pò dal
Un matrimoni chu di Dio derivi,
E sai eh' altri nissun pores avo
Cugnussint la bontat che regne in iè.
36 Subit che vò fìnit Ari'odant
Di di '1 premi ch'ai spere e so fadie,
Polines, chu si vò pensat devant
Di fa Zanevre al so madòr nemie,
Scomenzà: soi di te tas plui indevant,
E vuei chu la to bochie istesse il die,
E tu vidint la radrls dal mio ben
Confessis chu io soi fìliz da sen.
37 Tè fenz chun te, no fame e no ti stime,
Chu di peraulis e ti ten passut,
E lu to amor raet de matterie in cime
Quant che chun me pò favela a so mut,
L' hai ben vidude altre certezze prime
Dal grant amor chu simpri e mi ha vulut.
E set la fò in secret io fai dirai;
Se ben tasint fares miei pur assai,
38 Al no va mes chu e une e dos e tre
E ben spes anch plui gnoz chun io no passi
Nude sul jet par chel chu fas pare
Chu vigni il fuc d' amor a mitigassi :
A chesch miei spas in tant tu pus vede
Su lis zanzis chu f has puedin vuajassi ,
Cidintmi donchie proviotti algò,
Vidinti inferior al solaz mio.
39 No ti vuei credi chest, i rispuindò
Ari'odant, chu tu fai raentz pe gole,
E f has pensat chestis chiossis tra te
Azzò chu cheste imprese sei to sole ;
Ma sint l'infamie so, id hai parca
Volè chu la peraule chu ti svole
Tu mantlgnis, e io chu bausar
Sos vuei provati e un traditor tas rar.
264 ' Joppi,
40 Ma, disè '1 duche, al no sares onest,
Che si volessin metti in custion
Di chel eh' io t' uffirls par manifest
Mostrati ai voi dal quarp e de resoD.
Arìodant resta smarit par chest
E su pai fil de schene un sgrisulon
I core, e s' al i ves cridut dal ciart
Sot ai sui voi ali chiadeve rauart.
4). Chun cur trafit e chun la muse smuarte,
Chun vos chu trimulave e bochie amare
Rispuindè; su tu a cheste viste aquarte
Faràs vede la to vinture rare,
Io ti promet di lassa discuviarte
Cheste chu t'è tant largie e chun rae avare;
Ma eh' io t'al vuei credi no fa stime
Se chun chesch miei doi voi io noi viot prime.
42 Quant ehu sarà lu timp tu '1 savaras,
Dis Pohnes e di lui si partis.
Doi diis no van, ehu noo ognun dal so las
Din ordin chu la guot chun me al durmis.
Par fa donchie succedi il chiattiv cas,
Ch'ai vee tramai, cidin chu niun sintis,
I dis Arìodant, va isgnot ti squint
In ches chiasatis chu no sta mai int.
43 E i mostra lu lue eh' è just par miez
Lu pujulut, sul qua] prime al montavo.
Arìodant i pensa prime un piez
Chu ciart di tradiment al sospettave,
Parcè eh' in chel lue fuars ehun qualehi miez
Al voles dai la muart al dubitavo
Sot fente di volei fa chel visibil
Di Zanevre eh' a lui par impussibil.
44 Di volè ì vigni pia partii
Ma in tal mut ehu di lui no sei mens fuart,
Azzd su di qualehun fos assalii
Pos tant fornii ch'ai no temes de muart;
Al veve un fradi savi tas e ardii,
Lu plui valent de cori e lu plui fuart.
Ch'ha nom Lurcani, e chun lui tant sicur
Al è chu s' dui il moni al ves davur.
Testi friulani: Secolo XVII. 265
45 AI lu clama chun se e eh' al tioles
Lis armis e chu prest lu seguitas;
No mighe chu '1 secret al i dises
Ni 'I lu dires su la vite al i las;
Uà trai di clap lontan volè eh' al stes
E ch'ai las là di lui s' al lu clamas:
Ma su tu no mi sintz, no ti parti
Di chi, chiar fradi, se tu m' us sirvì.
46 Va pur, lui i disè, no dubita;
Cussi di 1 si part Ariodant
E in te chiasatte al si veu a piata,
Ch 'al pujùl eh' io disei jare devant ;
Si viot dall' altre bande prest riva
L'altri chu di fa mal si va legrant,
E sì chu al jare solit dà il segnai
A me cho no pensai mai a ehest mal.
47 Chun une vieste blanchie, recamade
Pai miez chun listis d' aur e par da pis ,
E chun d' aur une ret dutte quinzade,
Chun flocs sul chiaf si chu rosars natis
(Foze chu sol fo da Zanevre usade,
E no niun altre), al segnai, chu mal dìs,
Ven sul pujùl chu jare fat in mut
Chu la fazze e ogni flanc jare vidut.
48 Lurcani intant fra se stes dubitant
Chu so fradi a pericul fuars no vade,
0 pur si ch'ognun brame anch lui cerchiant
Di savè chiosse eh' un altri ha passade,
Piane piane lu jare vignut seguitant,
Simpri tignint pai major scur la strade,
In che chiasatte istesse alfin vignut
Dis pas lontan di lui jare squindut.
49 Io no savint di ehest chiosse nissune,
Ven sul pujùl vestide come hai det,
E si ch'jari vignude za plui d'une
Volte e di dos simpri par bon effiet;
Lis viestis si vedein pulit pe lune,
E semeant anch' io in tal traviars stret
E in te muse Zanevre \\n fruzzugnut.
In fai par iè mi fase tioli ia dut.
266 Joppi,.
50 Tant plui parco eh' al jare un piez lontan
Di ches chiasatis rottis lu pujul,
Ai fradis chu stein là chun qualch'affan
De facilmentri intindi lu mariul
La bausie : pensait chun ce malan
Arìodant restas e chua co dui:
Pulines ven e su pe schiale al monte
Là su di me eh' ad accetta '1 foi pronte.
51 Subit rivat io j butti i braz al quel,
Ch'io no credevi di lessi vidude,
Lu bussi in bochie e di chest las e che!
Sì ch'io fas simpri in ogni so vignude:
Lui cbiarezzis mi fas trop plui di chel
Che al sole fami e lu so ingian al jude.
Chel altri un tal spetacul maladet
Viot di lontan mischin, al so dispiet.
2. Sonetti.
a. Dello stesso Paolo Fistulario.
[V. la nota 1 a p. 253.]
Sunet di Turus, fideel no inemoraat.
Sfadijchi puur Amoor di trai di frezzis
E di leij fuur chees ch'heebia mioor ponte
Chu lu to maal in me la fé no sponte.
Ne pues faami madoor d'altris bellezzis.
Io za par prove sai lis toos prodezzis.
E sai prest s'al è veer quant eh' un lis conte
E vioot spes chu s'ardijt un ti faas ponte
Sclet s\ eh' un giat altro lu pijt tu drezzis.
Hai staat avonde sot la to bacchette,
Chun mio dam imparade hai la to sgrime
E cognos lis stoccadis plui secretis:
Amarai simpri e sirvirai polzetis
Cussi parsoore vie, cussi a la sclette.
Ma no mai plui si ch'io fazevi prime.
Testi friulani: Secolo XVII. 261
b. Di Plutarco Sporeno.
[Si riveda la nota citata di sopra.]
Sunet di Ruptum inemoraaf.
Su la me Ghetie par no fami tuart
Ridint mi mostre un voli biel e claar
Chu luus tant tas eh' in tiarre non ha paar,
Id speri e ra'inemori in iee plui fuart.
Ma su chun voli brut mi chiale in Stuart,
Io mi sint la persone dutte in suaar.
Io mi chiatti in furtune in miez dal maar,
Trimuli di paore e soi miez muart.
Par chest dal chiaaf ai pijs io soi dut chialt
S'io speri e s'hai paore hai brutte ciere,
Soi glazzaat e patis un cruut infiarn.
Si vioot anch chu la rose a miez inviarn
È dutte secchie, e pò la primevere
Piccutide la met chul chiaaf ad alt.
e. Di Gaspare Carabello.
[V. ancora la nota come sopra.]
ÀI Dioo d' Amoor chu l'ha fat inemoraa, Sunet di Rnmtot.
Amoor tu puur pai diaul m' al haas fracade,
No m'ha zovaat lu laa scaramuzant,
Tu m'haas firijt, tu m'haas ridut a tant
Chu di schiampaa la muart no chiati strade.
La me saluut sta in man d'une ustinade,
Biele ma plui crudeel di Radamant,
Plui dure dal azzaal, plui dal diamant
Di muud che la mee vite è biel spazzade.
Ma tu sool Dioo d'Amoor di chee possanze
Chu nissun ti paregie in tiarre o in cijl,
Io met in te Signoor ogni speranze.
Fàjle mugnestre, su fàile zintijl,
Fai che mudi custum, che mudi usanze
Ch'anchj iee zorni in too laude '1 mees d'Avrijl.
UOS Joppi,.
<l. Di Brunellesco Brunellesclii.
[V. la nota come sopra.]
Qiiintre Amoor, Sunet di Mitit.
Maladì sestu Amoor ci t'ha fedaat,
Maladl see lu sen chu t'ha nudrijt,
Maladì see la fasse chu '1 schialtrijt
To quarp tigni un timp invuluzaat.
Maladl see lu veel chu ten bindaat
Chel to zarneli faals e chel ardijt
To arch sei maladet chu m'ha firijt
Anzi m'ha '1 cuur in miez lu pet passaat.
Maladl see lu fuuch, maladì see
La faretre crudeel ch'i pent dal laas
Di te supiarb Arcijr e vagabont.
Maladettis voo altris chu '1 portaas
In cheste e d'in che part si chu lu moni
Prive d'ogni content, d'ogni applasee.
3. Canzone.
di Girolamo Missio.
[Tratta da un ras. del tempo, nella Collez. Joppi, e emendata
sopra un altro antico esemplare ]
Chianson di Lambin^.
No mi dà plui raartuèri,
Crudél, no plui dolor,
Ahimè chu par to amor
Sol simpri in pene;
Io sint par ogni vene
Tante flame e tant fùc
Ch'io no pues chiatà lìic
Ch'in se mi tigni.
No spieti chu mi vegni
Aiut altri chu muart
S'tu no mi das cunfuart
Io ies di vite.
' V. ancora la nota 1 a p. 253.
Testi friulani: Secolo XVII. 269
L'anime è tant afflite
Par cosi lune stenta
Ch'io no pues plui dura
Pene tant dure.
Tu pììs iessi sicure.
Ch'io soi par te in chest stat
E soi tant tormeutàt
Pe to durezze.
Dee par che gran bellezze
Chu si viot tante in te.
Mostriti viars di me
Vuemai pietose!
La pene dolorose
Mi farà al fin muri,
E tu lu pus patì
Crudél sassine!
Qua! vite tant meschine
Si chiatta in tiare mai,
Qual -vite in tant travai
Fo mai vidude ?
Sarastu mai tant crude
Chu tu no vueis havè
Compassion de me
Pene incredibil ?
Saraial mai possibil
Chu iu miei chialts suspirs
No mudin iu pinsirs
E la to voie?
Donchie la crudel doie
Chu par te simpri o sint,
Mi farà là zimint
Senze mercede!
E la me pure fede
Vorà tal guiderdon,
Penis lu premi son
Des mes fadijs.
No fo ma' in tantis vijs
Tormentai un amant,
Nissun no ve mai tant
Triste furtune.
270 Joppi,.
No fo mai sot la lune
Hora di miseria plen
Com' io chu nissun ben
Par te no provi.
Donchie pietSt ti movi
A dami qualchi aiùt,
Judimi in qualchi mùt
Vite me chiare.
Tiolmi la vite amare,
Almens deh falu prest,
Che tu pus ben fa chest *
Senze discomut.
Ti tornai fuars plui comut
A vedèmi in chest laz,
Sintstu qualchi solaz
S' io mi lamenti ?
Hor su, io mi contenti
Di fa ce chu tu vils,
Fai pur ce chu tu pus
Par tormentami.
Amanz, donchie chialami'',
Chialami ch'io soi fat
Di penis un ritrat,
Cui mi console?
Custiee d'une muart sole
No pò sintì content,
Par chest ogni moment
Io vùl ch'io mueri.
'Crudel tu pus fa chest.
^Inemoraz chialami.
Testi friulani: Secolo XVII. 271
4. Rime
d'Eusebio Stella di Spilimbergo '.
Io Eoi com'una succhia senza vin.
Come senza la coda ogni pavon,
Soi conae senza mani una sedon
E come senza bees borsa o taschin.
Soi come un compradoor senza un quattrin,
Soi com'un litigant senza reson,
Io soi un chiarbonaar senza chiarbon,
Senza mus e pì'oris un'Asin.
Soi com'un' ingiestara senza cuul,
Com'un iet commodaat senza linzool
E com'un carnevaal senza trastuul.
Soi com'è senza bec un rusignool,
Soi vooli chu no iood, naas chu no nuul
E com'è senza barchia un barcarool.
In summa, si stoi sool
Cusìn gno chiaar^ un dì chi no ti iood
Mi disfaas, mi cunsumi e voi in brood.
* Nacque lo Stella in Spilimbergo, nei primi anni del 1600, da civile
famiglia; e vi divenne, e rimase in sino al 1671, cancelliere de' Signori di
quella terra. Poetò in spagnuolo, in italiano e nel dialetto friulano del suo
paese nativo, maneggiandolo con rara facilità e vivezza. Ma gli argomenti
della maggior parte de' suoi carmi vernacoli essendo lubricissimi, hanno sem-
pre tolto a questo brillante poeta gli onori della stampa, e perciò il suo
nome è sconosciuto nello stesso Friuli. Il Codice autografo di tutte le sue
Rime si conserva nella Biblioteca Comunale di Udine, e fu già dell' abate
Jacopo Pirona. Da questo codice sono trascritte le poche poesie che qui si
offrono; poche e non le migliori; ma il buon costume vietava che di più e di
meglio ne fosse dato.
*Murosa chiara.
272. Joppi ,•
b. Ottavis cu si chiantamn denant il siò balcon par fai stizza.
Nassi pur, vita mee, ce cu ti vuul
Che mai dall' amoor chiò mi partirai:
Anzi, ch'ai mi sarà com'un trastuul
Patij per amor chiò qualchi travai.
E se qualchun mi tetterà in tal cuul
I sai pò io in chist caas, ce chi farai.
No sarà mai nissun cu podi faa,
Anima mee, ch'io no ti vueli amaa.
Io farai ben bonaa la mala ijat,
Chu no si lassin gioldi in santa paas:
No dubitaa che si zerìn gioldint
Prest, che nissun ti porà daa tal naas.
Taas pur, eh' al fin lis strazzis van al vint,
Amimi pur, coor gnò, com'i tu faas,
E sì vuei ale di te dì pur di sì
Che dal restant lassa la cura a mi.
Fradi gno chiaar, io soi tant' occupaat
E mi van par il chiaaf tanch interes,
Chi tu dires, eh' io fos (si tu '1 credes)
Un pulz in talla stoppa invuluzzaat.
Dutt il pees dalla chiasa sta poiaat
(E tu sas, eh' i soi debil) sul gno duès,
Terren, spesis, clientui, sì che spes
Jes dal gno Studi miez imbarlumaat.
S'i non haves seh'lntrichs, i ti promet
Chi zeres qualchi volta anch' io in Parnaas
(A bas però, eh' a noi pò ascendi un zuet).
S' i no scrijf ogni volta, scusaraas
Donchia 1' amij, pareè, eh' a dital sclet
Il poetaa cumò no mi confaas.
Ma tu mo (s' al ti plas)
Mandimi viers e lettaris ben spes
Che darai raaior gust tu no pores.
Testi friulani: Secolo XVII. 273
d.
Signor, jee che cun alta e regia man
Ha r haver e 'l domìni dal Friuul,
E che la soo justitia simpri a vuul
Usa tant cui Signor che cui Villan,
No permetterà mai che un Publican
Un cert hom chu no vai un foracuul,
M' ebbi par siò ludibri e siò trastuul
E mi trati cun mod tant inhuman.
Custui cuntra la lez di Jesu Christ
Vul il Just faa patij pai Pechiadoor;
Cui sintl mai un att simil a chist?
Io cun tanta fadla e tant sudoor
Hai procurat di fò. cognossi il trist
E sarai io stimaat il malfatoor?
No no; sai ben Signoor
Che la soo gran virtuut, rara bontat
No vuul che l' innocent sei chiastiat.
Fradi gno chiaar e gno fideel Cusin,
Il vin da la mee breida s'è vuastaat
E '1 vascel di Siquals al' è scolaat
Tan eh' a dijl alla scletta, i non hai vin.
S' al mi ven in sacchetta un bagatin
Io l'hai, denant ch'ai vegni, dispensaat,
Ti uei mo dij, chi 1' havares ccmprat
Ma chist a noi compuarta il gno taschin.
Tu donchia, eh' una volta mi disès,
Chi no mi stes par vin a disperaa,
Cha s'al mi fos manchiaat, tu min darès;
Damint, fradi, un'urnuzza: ma no staa
Fluì, se però tu pos, eh' i no vores
Che par me tu ti zes a incomodaa.
Intant stoi a siettaa
Rispuesta s'tu pos darla o sì o nò
Azzò possi provedimi ad altro.
274 ^ Joppi,
/.
Chiara Jacuma mee, tu sos pur tu
Chee cu mi dà dusiata muarz al di,
Tu pur SOS chee eh' io clami gnot e dì,
Ma faas crudeel di no sintimi tu.
Id no crod mai che quai io sint ca su
E chist mai par l'amoor eh' io puarti a ti,
Tai tormenz sintin chei, no cert cusl
Ch' in tal infier tormenta Balzabù.
Deeh, chiara vita mee, fai che content
Resti una volta chist gno povar coor
Deeh giavilu, ti prei, di tal tormenti
Tu saas pur vita, s' io ti puarti amoor
E chi zeres par te in tal Tijment
E cert s' tu no mi judis prest, id moor.
g. Rispuesta di Jacuma a Menot.
*
Meni gno chiaar, io cert ti vuei gran ben
E azò chi tu mi credis chel chi dij,
T'has da savee eh' ij gnee duch han da zij
Doman a restalaa no sai ce fen ;
Tu, com'a son partijc adonchia, ven
Chi tu poras senza suspiet vignij.
Crostu, eh' anch' io no mi sinti a murij
Par te ? eh' a noi see fooch in tal gno sen ?
Ma par segnaal ven cà plui dongia me
Faiti anch' un pooc, eh' i ti vuei daa un bussart,
Chiò, vuarda mo si t* ami anehia io te.
Testi friulani: Secolo XVII. 275
h. Chianzon a certi pulzitussis chi dal looc.
Gratiosis polzettis
Biellis e nemoradis
Chi vees chee bielli vitis tant garbadis,
Sintijt; disin a voo donzellis mamulis
Chi zees par chischi fors menant lis gramulis.
Voo sees simpri crudeels
E noo sin tormentaaz-
Per araoor vostri e vivln disperaaz,
Ne mai vi podìn dij quattri peraulis
Chi sees cun noo crudeels plui no cu giaulis.
I zin malabiant
Pur simpri in dentri e n foor,
E cun altris finzìn di faa I' amoor,
Ma si porìn un di tochiavi e iòdivi
Chel che fors no credees, i farìn erudivi.
Par strada i no vulìn
Mostraasi svisceraaz
Azò che dalla ijnt no sin notaaz;
E cognossln, eh' an d'è chu van di smania
Par semenaa fra noo qualchi zizania.
Di gnott mo si vorees
Dassi cumuditaat
Che cun voo podln pascisi di flaat,
Cognossarees si sin masclis o feminis
E si savln faa ben li nostri seminis.
Ma si no vi degnaas
Voo di staasi a sintij
Voleso mo chi si lascln murij ?
Noo sin sfuarzaaz in altri loocs proiodisi
Za che voo vijs o muarz no voles iodisi.
Sai chi vi pintirees.
Però fin a qualch'an:
Ma a noi vi zovarà da Christian
Quan chi no varees plui che vitis raorbidis,
E varees in tai vooi pupillis torbidis.
Gioldit donchia o curaò
Chi vi fazln l'invijt,
O almanc in altris loocs no si impidijt.
Il zij zanzant son chiossis da pettegulis
E ai nemoraaz no plaasin chisti regulis.
276 , Joppi,
Vitis, vi saludln,
Fait chi si volees ben
E coaservaasi in tal biel vestri sen.
Ursula vita mee
Anima mee, coor gno, dolc il gno flaat;
S' Amoor m' art il fiaat
E mi consuma il coor simpri par te,
Parcè, crudeel, parcè
Bramistu e vustu mo tu la mee muart?
Da Christian t' has tuart
A no m' amaa cumò, chi tu voraas
Amaami un d\ che fors tu no poraaa.
h. In talis ottavis^ chi sottoscrittis, io narri un gno nemorament
e d' un amij.
Sì sì, disessin duch ad una voos,
Ch'ij sonadoors no si poran manchiaa,
Ch' an d' era 1\ tra noo di virtuoos
Che divers instromenz a san tochiaa.
Nissun di noo si dimostra redroos
In chist e scomenzassin a tramaa
Che tella che m'ha tant invuluzzaat
Chi no sarai mai plui dispresonaat.
Ognun si sfadià plui eh' al podè
Ognun li soo murosis invida,
In summa in tun subit si ridusè,
Che cusì gno Cusin si contenta,
Culi su la soo salla, dongia me,
Duquanti li pulzettis eh' un chiatta,
Biellis tant eh' al pareva all' improvijs
Ch' a fossin anzuluz dal paradijs.
Testi friulani: Secolo XVII. 217
Fra li altri polzettis cliu vigni
(Ohimè, chi moor o chi nome a pensaal)
Jacuma fo, chee chu '1 gno coor tigni
E lu ten inchimò par tormentaal.
Ogni polzetta a iee cedi a quignl
Ch'ai non è in dut il mond bellezza taal,
Jacuma a iè tra donnis e donzellis
Com'un altri soreli fra li stellis.
Chei siee chiavei chu son tra il neri e '1 biont
Son acc a'nchiadenaa duquanch i coors;
Chee spatioosa e turunditta front
A ià stanza real di mil amoors;
Pazza com'è la soo non è in chis mont
Ch'ebbi plui vijs e naturai coloors,
E chei siee vooi a rindin tanta luus
Ch'ogni human intellett resta confuus.
Perlis ij dinch, ij lavris son rubins
Vignuuc da chei paijs ori'entaai.
Dai plui biei, dai plui raars e dai plui fins
No crood ch'ai mont in see nassuuc di taai.
Aveva al quel corais e furusins.
Mei sai, chi stei un piez a contemplaai,
E sì ben fatt e blanc al è il siò quel
Che l'avoliu d'India è mancu biel.
In chei biel pett ch'Amoor forma di neef
Al si vedee ch'ai zee calant un troi,
Cun doi biei colisei face a rileef,
Id non d'hai mai viduuc, da chei chi soi
(Cha noi vi sei chiari polzettis gi-eef)
In vita mee, plui biei di chischi doi:
Ogn'un di lor pareva un armilin
E blanc e ros, iust cumu latt e vin.
In voo simpri si iodin a suizzaa
Bellezza e crudeltaat, l'odi e l'amoor;
La gratia è in voo; cun voo sool habitaa
Vcnara. Hor di speranza, hor di timoor
I coors dentri dal pett fais palpitaa.
E io fra tanch tormenz al fin no moor?
Ahimè, no chi no moor, ch'ai mi ten vijf
Amoor e pur dell'anima soi prijf.
Archivio glottol. ital., IV. i9
278 Joppr,
l. Sonetto che accompagnava il Caas amoroos, capitoletto in ottava rima.
In giambi dal libruz chi mi mandaas,
10 vi mandi, Signoor, un caas seguijt,
Chist ò caas amoi'oos non plui sintijt,
Fin mo io sool i hai mituu dentri il naas.
Lèiiu donchia e scriveeimi s'a vi plaas
11 suggett, e se i viers corrin pulijt,
Accomodaal dovent ch'ai è falijt,
Ch'ad ogni mood anch voo sees di Parnaas.
Vi sai a dij chi vees da ridi un pooc,
Voo pò in particolaar chi cognosees
Ogni piz, ogni strada di chis looc.
Stait san, e governavi si podees;
E se qualchi polzetta vi faas zooc
Buttavi pur, eh' in dutt no pierdares.
5. Rime
di anonimi Udinesi •
[Da un ms. del tempo ', nella Colles. Joppi.]
Horatio. Daspò ch'io peni par te,
Tuniuzze vite me,
Daspò che ti puarti amor
E ch'io vif in tal brusor,
Mo no vustu havè pietat
Di chest quarp anime e fiat,
Refrigeri di chest cur,
Tuniuzze, ohimè ch'io mur.
• È un codice in-4'', di p. 135, e contiene anche delle rime italiane. Qui si
stampa un buon terzo delle vernacole, badando a scegliere le più spontanee o
le meno ammanierate.
^ Con le varianti del Cod. Caiselli.
Testi friulani: Secolo XVII. S79
Tuniu22!e. No pensat o biel Signor
Par fa il biel, par fa '1 raador,
Ni par fa l'appassionat
Di robàmi l'honestat,
Che no soi mighe di che?,
Pensat pur chel che voles,
E tignit a vo la man,
Sior Horatio stait lontan.
Jlor. Dal princìpi eh' io chialai
Dei tiei voi m' inamorai,
Mi learin ches tos strezzis,
Poi ferit des tos bellezzis,
E cusì cuntinuant
Simpri a te, mio ben, pensant.
Si consume chest mìo cur
Tuniuzze, ohimè, ch'io mur.
Tun. M' indaquarz che vo pensas
Di fa dolz, ma s'ingianas.
Io US uei ben, ià us puarti amor
Uei salva però '1 mio honor
Che piardut mai plui chiatà
No si pò, né raquistà.
Domandai, che dug lu san,
Sior Horatio stait lontan.
Hor. Di lontan io no pues sta
Donge te mi sint brusà,
Lu mio pet è une fornas.
Pus smorzala e tu noi fas;
A te sta lu dami aiut
Di sanami tu has lu mut,
In te spere chest mio cur,
Tuniuzze, ohimè ch'io mur.
Tun, No pensat za ch'io sei come
Che poltrone di Micene
Che bielsòle lo a chiatà
Chel Signor par fasal fa '
Come ogni un di za lu sa:
Mi vores plui prest mazza
Di me stesse e dì me man,
Sior Horatio stait lontan.
* Cod. Cais.: Chel Signor senze pen.<à,
280 Jop{)i,
Hor. Deh se tu vede podes
Chest mio cur, tu'l vedares
Plui d'ogne altri tormentat
Cause pur la to impietat.
Cause tu che se ben t'ami
E d'ogne altre plui ti brami,
No ti curis dal mio cur,
Tuniuzze, ohimè ch'io mur.
Ttiìì. Vo ses bien un bel infant
Ch'ai miei voi plases cutant,
Che s'io fos di vuestri par
Vo saressis lu mio chiar.
Di bianchezze ses un lat,
Di rossezze un biel scarlat,
Ma soi £e d'un artisan,
Sior Horatio stait lontan.
Hor. Tizio simpri tormentat *
Dai ucei, Tantal danat
Chu in tal miz dal vin, dal pan
Mur di set, crepi di fan,
No n'han pene ciart custor
Par e me né cu major,
Ch' al lu disi chest mio cur,
Tuniuzze, ohimè ch'io mur.
Tim. Crodit ciart che s'al mio honor
Compuartas lu fa a l'amor,
Cu la vuestre signorie
La me chiare compagnie
La me vite, lu mio ben
Vo saressis sì da sen;
Ma che mai io fares chest,
Murires dal ciart plui prest
Biel istesse di me man,
Sior Horatio stait lontan.
* Cod. Cais. : Par te soi tas tormentat,
Ogne dì mi manchie el fìat,
E in tal miez dal vin, dal pan
Mur di set, crepi di fan :
Né crot ciart che un tal brusor
Sei al raont né meus raaior.
Testi friulani: Secolo XVIL 281
Ma 'I mio honor no sta di man *,
Sior Horatio stait lontan.
Hor. È possibil che in beltat
Regni tante crudeltat,
Che in un quarp sì gratios
Vivi un cur sì disdegnos:
Quant a chest sot biele rose
Sool la spine ang sta nascose,
Ma no fa, ìude chest cur,
Tuniuzze, ohimè ch'io mur.
Tun. Io US avisi, io us al dij
Mi rencres di dius cusì.
No vignit par cà a sunà
Chu tas poc US pò zovà,
Onglis, quardis e chitare
Fruarès, vite me chiare,
Senze para vie la fan,
Sior Horatio, stait lontan.
Hor. Fossio almens in chel telar
Che tu dopris, ben mio chiar,
Fossio id che navisiele
Che tu trais fur par che tele,
Chu feliz in dut sares.
Pur che man io tochiares
Chu sana pò chest mio cur,
Tuniuzze, ohimè ch'io mur.
Tun. Sepi amor, s'al mi rincres
Io US vores iudà e no pues,
Chest US basti e lu mio honor "
Cusì ul o biel signor,
Però plui no si afanat
E di me plui no pensat,
Che la fé pensas in van,
Sior Horatio, stait lontan.
Hor. 0 amor crudel, ingrat
0 bastart disgratiat,
Cod. Cais. : Ma il mio honor patires dan,
Ib. : Chest us basti, o mio signor,
Ch' hai a chiar lu mio honor.
282 Joppi ,
Parco fastu chn '1 mio cup '
Ami chò chu no lu ul,
Tu par me fai la vendette
Tu chìastle ste polzette,
Mof pietat in chel so cur,
Tuniuzze, ohimè ch'io mur.
b. Cingaresca ^.
Còrit duralis ai balcons
Che son cà iu giaz maimons
E de Destre mercancìe
Sintares la malatle;
No di giaz a diventa
Marchiadanz volèrin za,
Cospeton, l' è un trist mistìr !
Trento diaui in t' un carnir.
An passàt di carneval
No raangiàrin biel aual
Fin che vèrin duquang no
Pan e vin e ce cu fo
E di fa come i signors
Pur ang no vèrin i' umors.
Vivi al mont senze pinslr
Trenta diaui in t'uu carnir.
Si volèrin pastizà
Simpri un l'altri e solazà
Legramentri cui bocal
Fin che al dura '1 carneval,
Fin che in borse fo quatrins
E gazettis e suldins;
Tràit dal vin pur sar ostlr,
Trento diaui in t' un carnlr.
Cod. Cais.: Parcè fastu ch'io tant brami
Che chu mai no vul ch'io l'ami
Met pietat in che! so cur....
Fu già stampata nel 1867.
Testi friulani: Secolo XVII. 283
Arivaz che forin pò
In te cresime dug no,
Sef di Chìàndit e Straselle
Ore l'est ore l'ustère •
Manazavin di fa mal,
Di manda lu chiavalar
Come ang lu festizTr,
Trente diaui in t'un carnu-.
No alòre, disperàz
Senze bez dug impazàz
Si adunàrin a consei
Eleièrin chest pai miei
Di lasà cheste citàt
Là che ogn'un disè: paiàt,
E lontan fa altri mistlr,
Trente diaui in t'un caruTr.
Nus fo dit ch'ai è un paTs
Prif di gìaz, plen di surls,
Si che di condù là vie
Une buine marcancie
Di tal sorte d'anemai
Si acordàrin dug auai;
Tal d' ogn'un fo lu pinsìr,
Trente diaui in t'un carnìr.
E cusì dug di briàde
Cu lis feminis in strade
Si mettèrin par riva
Al pais cu giaz non ha,
Ma chiatrf nestri destini
Si soleva Sar Garbin
Stint no in mar senze pinsìr,
Trente diaui in t'un carnìr.
Si leva cutal furtune
Che vot dìs nus tigni in sumo
Quatri dez lontans de muart
Senze mai podè pia puart;
E manchiant lu mastià,
Giaz e giatis a pesta
Scomenzàrin sul talr,
Trente diaui in t'un carnìr.
284 Joppi,
No vidint- cusì a là vie
La gietesche mercancle
Cuu chesg pos cu son restaz
(Manca il fine).
Son iu uestris cliiavèi Un muuigin,
La front cun biei rizòs ò rizulade,
La bochie è une rusute inzucarade,
E i lavris doi picoz son d'amascliin.
Fait cont cu la musute ò un armilin,
Cu sei quet iù dal arbul e rosade,
Cusì dì blanc e ros ses vergolade
Si cu duquant[e] ses mai lat e vin.
Vo vés pò no sai ce gratiùte in vo
Che ves costums zintij e cusl biei
Ch'ogn'un Qs reste sclaf e servitor.
Cun vo sta zugulant lu Deu d'Amor
Platansi mo in tal sen, mo in tei chiavei,
E là eh' al mi pò dà dolor maior.
d.
Olà Massarie ven a bas, ven sclet,
Puarte cun te la chiandelle impìade,
Fai prest, no ti tarda che mi è saltade
Une bisce in tal chiàf di fa un sunet.
Ce diaul stastu a fa ; see maladet
Se mai tu vens: o fostu scorteiade,
Spidit chiamine, cor. Cheste pichiade
E tarde a pueste par fami dispiet.
Tu sos pur chi, met in tal mio mezat
La lun e ies plui in presse che tu piis,
Che uei scrivi un sunet che m' hai pensùt.
Ma cazu, che iè biele! intant che hai stat
A spietà che mi puarti iù la lùs,
Cospiet di 1^00, m' al hai disraenteiilt.
Testi- friulani: Secolo XVil. 285
e.
La me madresse è dute faropade.
Io crod ch'amor vebi cun un bolzon
Fat cbes cavernis par sta chest giaton
Dentri sqindùt a sassinà, a la strade.
Ma pò, se ben cbe iè cusì segnade
D' amor, o par dij '1 ver, dal uaruelon,
E no reste però di pare bou
E no reste però d'iestri garbade.
E ce plui dolz è d'un piètin di mìl?
E ce plui biel d'un abit ricamai?
E ce plui boa d'un formadi zintll?
E pur ognun di lor ò foropat:
Ce caad a dij! al saref brut lu cTl
S'al no fos dut di stellis uaruelàt.
/.
Bàrbure, vite me, io murirès
Cert s'tu tuelès un fari donge te:
Io mi consóli però un poc parco
Che no pues credi mai che tu '1 tuelès.
Ma se tu fos risolte e tu vuolès
Un fari par marlt, deh tuolmì me
Che par to amor, io ti zuri la fé,
Puarti une farie di continue aduès.
La fusìne è'I mio pet che sirapri al art,
Foij iu sospirs, l'incùdin è'I mio cùr,
Lu martiel è'I martiel ch'ai bat su fuart.
Ste voie ha di dura insin ch'io mùr
Se il fiar di to nature in qualchi part
No si mulificas cu è cusì dùr.
a
0 chiative fortune o sorte me,
0 passion che io provi o gran torment,
Ni favela no pues, nò plui vede
La me Tinutte biele o '1 mio content:
Ghiadi lu mar e mont e ce cu io
Che plui no mi pò fa gram e dolent:
Io soi prif d'ogni ben, d'ogni speranze
E une mìsare vite sol mi avanzo.
286 Joppi,
h.
Vo prisonTrs dolenz e disperSz,
Vo galìoz, [e] vo sclàz in chiadèae
Dal aguzin batùz e tormeutaz,
Ch'un mufos pan biscot us dà di cene,
Vo di fortezia pedoglós soldaz
Co fais chel chivalà cun tante pene,
Cui mio mal consolasi, che maior
Stimarés (so i pensàs) lu mio dolor.
Io vlf gram in preson stret e leiat
Fra dos strezis che mai i pensi issij,.
Di chea soi d'ogni bande inchiadenat.
Amor cu iè T aguzin mi fas pali,
Lu biscot ch'io mi pas è crudeltat,
Di lagrimis bagnat iò'l uei pur dij.
Di Tine no, ma dal mio trist destin,
De me sorte crudel cu non ha fin.
S'io arai sepi amor e s'i uei ben
E s'io brami vedo la so beltat.
Se mi ha robat lu cùr dret fur dal sen
Pur feliz senze ciir un tirap soi stat,
Un timp quand che discori e vede a plen
La podèvi e clama: Tine pietàt;
Ma cumò senze iè, io peni a tal
Che la muart stimares un manco mal.
Io voi di sii e di iù malabiant
E lì no chiati mai lu mio cunfuart,
Chel bore cu mi solève plasè tant
Cumò mi fas vigni i sudors di muart:
A chi Steve '1 mio ben, io voi pensant.
Bore d'ogni mio pinsìr quiete e puart,
Ma cumò prif di Tine ahimé ch'ai è
Un infiar spaventos al mio pare.
No si viòd ai balcons plui che beltàt
Chu non ha par e chu mi sta in tal cùr
Di vedale: o mischin, cui mi ha privati
Cause che disperai io peni e mùr;
No za di Tine sden ni crudeltat
Che iè non è crudel ben soi siiìr.
Amor sarà fuars stàt lu traditor
Par gioldè dal mia mal, dal mio dolor.
Testi friulani: Secolo XVII. 287
Amor, se pur tu sos la ciaf dal zuc
Cause che io non hai beu ni dì ni gnot,
Se tu ti giavis spas che dal to fùc
Io resti incenerlt frit come un crot,
S'tu vùs che sol d'aspre amareze il sue
Cundlsi lu mio cùr chu ti è devot,
Fai almens che chialant Tinute io muèri,
Dolce sarà la pene e lu martuèri.
ffom. Done Lucie vo ses tant disgratiade
Che in te citàt vo no -ves parangon,
E veramentri in cheste contrade
No chiatares nisun ch'us dei rason,
Parcè cu la vergonze ves mostrade
A Gurize, a Cormons e a Monfalcon,
E par dì '1 vor vo ses une poltrone
Che un par vestri non è in bore di Glemone.
Femine. Tu sos un bec futùt e un buzaron
A volè di co sei une poltrone,
Nisun no porà di pies dal mio non
Parcè ch'io soi da ben tant ch'ogni done:
Ma io ti dij ben chest, che al cospeton
Di Sant Antoni, se ben si buffone.
Che un dì io ti vuei dà une curtisade
Par insegnati a dimi disgratiade.
Hom. Al si sa par dui mont ce co tu sos
E anchimò tu has front di dineià.
Tu sàs che ti forin dadis lis tos
A Cormons, fin che tu podès chià;
Anchimò cui to front àlcis la vob
Pensant che ogn'un credi al to badala.
Ma ti sai dì di tant ch'ai no ti vai.
No spietà altri al to fin che l'ospedàl."
288 Joppi,
Fon. Co si saial di mo par dut lu mont,
Nisun no porà di che io sei putaue.
Là ch'io soi stade ogn'ua di me tea coni,
Come pò confirmà culi Donne Ane;
E no pensa cun chest di fami afront.
Che cert no larà fùr ste settimane
Che di pentiti tu has a to mal gràt,
Quàr di Domini stecum disgratiàt.
7/owi. Al si pò ben savè se han tlgnùt cont
Là che t'hàs praticat, che fai dij in fazze
Che a Coi'mons e tes derin a pont
Publicamentri in tal miez de piazze;
E di putane anchimò tu has front
Cui dì ch'hai di pentlmi o vachionazze,
Mal iare ben par te che in to difese
Tu produsès to comari Planese.
Fem. E se ben io clamàs ang mò comari
Io crot che no dirès nome lu ver,
Parcè che ha cognosìlt mio marlt fari
Ch'ai iare fi dal quondam mio misor,
E ang e sa cui cu iare mio pari
Che par honor al strupìà un'alfiér,
Pense tu s'al sentìs a strapazzami
Ch'ai Tores cu la spade a vendicami.
Hom. No mi sta a reuardà mo muarz a tàule
Cui dimi che to pari sei stat braf.
Che io noi stimarès tant ch'une chiàule
Se ben fos vTf, parcè ch'ai iare sclaf:
Ce dis di to marlt, o done giàule,
Ch'ai no saveve fa niang une ciaf,
Tu i scugnìvis simpri fai la spese
Doprant la naturai sot la chiamèse.
Fem. Ben ben va pur daùr cun ingiuriami
Che pòar te se fòsin chenci i miei,
Che tu no olzarèsis niang chialàmi
Parco ti fai'èsin cghiavà i budiei
Se ti sentìsin lor a strapazami.
Che tu no fos nasiit al sàres miei,
Però ten pur la lenge enfre i ding
Che in bréf e saran chenci i miei paring.
Testi friulani: Secolo XVII. 289
Hom. Al no ocor che tu stèis a spietà lor
Parcè che cert di te no fàzin stime,
Che tu i has fat avonde disonor
Cui fatti metti in te foràn la lime,
E anchimò tu fas lu biel humor
Credint fami paure cu la sgrime
Che cui stiz e tu l'hàs mattine e sere
Se ben che iè passade priraevere.
Fem. Sì, quàr di Domini stecum potent.
Che io ti uei fatti dà tant cun un len
E ti uei fatti ve ben in in iment
Tu miei paring iu quai son tant da ben:
Anchimò tu t'hàs dì clama dolent,
Ma cromai che io tal dij dret dal bon sen,
Che pai to dimi vilaniis d'ogn'ore
Io ti uei fatti là in tante malore.
Hom. Ma mai cumò ch'ai vignarà lu bon,
Cetang quàrs hastu faz al pòar Tieli ?
Plui d'un miar dal ciart io crot che son
Se ben che no si vèdin pai soreli.
Chel frut che tu hiis, qual Nart al ha non.
Di chei dal ospedàl al ò parèli,
Parco ch'ai ha plui di trezinte pàris,
Artisans, butigirs, predis e fraris.
Fem. Al è un becconaz cui cu si vante
Di verni la me vite mai tochiade,
E di nisun io mai soi stade fante
Come tu dls tu bestie squarnade,
E cheste creature é so duquante
Di sar Domèni e lui l'ha inzenerade.
Va a fa dei zeis orsù bestie mulzùde
Che par dui mont io soi ben cugnusude.
k.
Sartor parcè seso si scorozàt
Se io no US hai fat mai niun displasò,
Io US hai pur simpri rivcrlt o amat,
Amami ang vo ch'ai è cusl dovè;
290 Joppi;
Mi vcs mostrai gran ben za pai passat
E curaò scorozàt vo ses cun me,
Dimi la cause e dirai lu parcè
Dimal, misàr sartor, che vuei savò.
Ben spes cun me za favela solóvis,
S' io jari in qualchi lue, vigni vis U
E Barbaruze chiare, mi disevis.
Ahimè che ti ami, ch'io mi sint muri;
E pur un dì ches dis cheuci su levis
E io tiravi sede ahimè chi, chi;
E senze di bondl né saludà.
Par une androne io us vedei volta.
Mo parcè tante còlure ben mìo,
Parcè, sartor mio chiar, fàiso cusl?
Pensàso fuars che ami altri che vò?
0 no la fé, vorès plui prest muri,
Cho saves ben chu lu mio cùr no pò
A doi madors di bon amor servì,
Donchie ben mio dulà veso chiatàt
La cause che cumò ses scorozàt?
Se ben tal volte cun qualcun favoli,
Io burli, io fas par passa '1 timp cusl:
0 mio sartor, mi brusi lu soreli
Se ami altri che vo, crédilu a mi:
Vo sartor di cuzl, io fàs curdèlis,
Cusl lavorarìn duquant lu dì
Lis fuarfijs, la gusièle, e '1 brazolàr,
Vo doprarés e io lu mio telar,
Donchie fazln la pàs, sartor mio chiàr.
Io US ringracii, misar scodelar
De matinade che vo mi fazèris
E dei garofui che vo, ben mio chiar,
Tacas al miir sot lu balcon metèris ;
Al iare di quasi lusint e dar
Che angimò di sunà si complasèris,
Però ringrat'ià simpri ni mai
Lu garbàt scodelar io dovarai.
Testi friulani: Secolo XVII. 291
Ben US promet, o dal mio ciìr cunfuart,
0 scodelàr mio chiàr fidel amor,
Che altri che vo no amarai mai ciart,
Simpri saros vo dal mio cùr signor :
Lu procèdi mi plas e la uestri art
Mi plas co mi ves fat un tal honor,
Però 0 mio scodelàr crédit siùr
Che Rosane donat us ha lu cùr.
Vo cu la gratie e cun chel favela,
Cun chel biel mùt di fa sì gratlos,
Ogni polzette fais inamorà
Ogn'une us ùl par so fidel moros;
In bore d'Aronc altri no sai chiatà
Ni in altri lue io puès credi cu fos
Un cu plui merti e cu mi sei plui chiar
Di vo misàr Simon mio scodelàr.
ni '.
[Manca il principio.]
Ed hai altris virtuz,
Che valin cent mil scuz,
Donchie, Magrine me, no mi sprezza,
Vebis compassion
Dal to madòr cumò, ch'ai va par boa.
Cur mio pietat e aiut
Dal vieli ch'à piardut
Par tè '1 zerviel; aiut al povaret,
Aiut che pe dulie
Soi muart e chel eh' è piees la set va vie.
Devant ch'io fos madoor
Bevevi par siguoor.
Scolavi di valent quattri beccai,
E cumò un sol beccai
Mi faz volta 'I zerviel e mi fas mal.
Senze nissun pinsijr
Mangiavi un rost intijr.
Un chiapon e dei pans, né pues cumò
Mangia rustìt ni less
Soi flach e stenti a pene a trai un vess.
Da altro ms.
292 Jopi^o
Za stovi in compagnie
D'amìs, ni vevi brie
E '1 buttaz mi tignive ogn'horo allegri:
Io stevi simpri san
Dal biel principi fin al fin da l'an.
Cumò no pues plui ridi,
A duch ven in fastidi,
Magrine, soi coraat, brami la muart,
Io soi duquant piardut
Par te Magrine mee, Magrine aiut.
Stoi sol, mi chiali in spiali
E dij, no Eoi za viali
Sì ben ch'hai sessant'agn, soi zovenet
Di fuarzis e di cur,
Donchie no mi lassa, Magrine sur.
No bandonà, Magrine,
No lassa fantuline
Lu vecchiarel, lu to fidel raador,
Lassiti un poch vedee.
Lassiti chiare vite un poch gioldee.
Chu ciart, amor mio fin.
Un nobil prasentin
Ti vuei dona di presi e di valor :
Fammi un dì consolaat,
Lassiti un dì, cur mio, nuUìti il flaat.
Cusì '1 vecchiet sustave,
Vaìve e suspirave
Lontan de bielle ma crudel Magrine :
Quant, iù dal taulin
Fazè chiadè '1 so giat un fiasc di vin.
All'hore il vecchiarel
Piardè quasi '1 zerviel,
E '1 vin spandut vidint resta svinijd,
E cridà cun furor:
Maledette Magrine e '1 Dio d'amor,
Lu fin.
Testi friulani: Secolo XVII. 293
n. Disperade chiamoe '.
Za che io cognos che tu no mi us plui ben
Ang io no ti uei stati plui visin,
Ma uei leià une scove in cime un len
E par il mont uei là spacechamin:
Io mi contentarai durmì sul fen,
Mangia poch pan e bevi mancho vin,
Ma tu chrudel ses cause dal mio mal,
Prei amor chu ti inpiri chun un pai,
Moschis, musons, tavans e galavrons,
Zupez, gris e furmiz ti salti a tor,
Ti pici giespis, ragns e scorpions,
Ti vigni in quintri ogne nemal chu cor :
Vores vedeti piene di glendons,
Che par macaiu tu schugnis là in tun for;
Revoch ti fos ogni bochon tu gloz,
Quant che tu bes ti vigni lu sengloz.
Vo zoris, vo curnilis, vo crovaz,
Svolat in frote a cepola chuschié ;
Còrit in ti-op ang vo los e chianaz,
Tachassi a rosela da prus di iè ;
Unisi insieme ang vo suris e giaz,
Vaile a mangia sul iet che mai si so ^
Se ben vo ij roseassis fin iu vues,
Farce che iè m' ha mitut il fuch adues.
Vores vedeti il nas lunch une spane
E che to bochie fos dute sdentade,
E pares che to muse une quintane,
Chul march in miez dal front tu fos bolade ;
Vores vedeti un dì par setimane
Chul anel de berline al quel sposade,
E duquanch ti traies alla rifuse
Naranz e miluz freiz iu che to muse.
La prime volte che al to nemorat
Tu ij riz, ti salti far la lus d'un voli
' Da ms. di caratt. del sec. XVII, presso il dott. V. Tullio in Udine.
^ Le ultime parole sono pressoché illeggibili,
Archivio glottol. iUl., IV. 20
294 Joppt,
E chu chel altri resti schocholat,
Sence chiatà nisun chu ti consoli:
E ogni qual volte tu i dis mai fiat,
Io prei lu cil che un maselar ti coli;
Se in to prisinze mai des suspirart,
Ti prei eh' al si trasformi in tun rutart.
6 Se in su la fieste mai vas a baia,
Ti salti in miez dal bai la schagarole
Che ognun di te vebi ce fevelà;
Magari lestu pur fin la medole ,
Achei to umor io vederes cala
Vidinti rosse come une cevole;
Ma che balas cun te chel to mador
Par iesi regalat di tal honor.
7 Fantasmis, orchui, venchuij, mazariuij,
Animis che la gnot lais malibiant,
Se mi lamenti vo saves par chuij,
Vo ben lu mio interes saves duquant,
Mentri la gnot iè spietarà colui
Che sot iu siei balcons vadi chiantant;
Faile in orch in tun trat falle spela
Che par un mes no puedi fevelà.
8 Vores vedeti in compagnie sul iet
Viparis, magnis, sbors, madrachs, uarbiz,
0 dongie te par to maior dispiet
Fos savis, chudij, croz màlos e riz :
D'ogne nemal tu ves siet voltis siet,
Ni altri tu vedes par ogni piz
Che cheste sorte e par plui to gran mal
Ogni to zondar ves un furmial.
9 Quant tu ti viest alla dominichal
Vores vedeti dute petolons
Senze piece di spalis né grimal,
Che tu mostras la chragne sui talons,
In sume io vores vedeti a tal
Che tu no ves né scharpis né chufons,
Là che tu chiaminis fosin baraz,
Buralis, stechs, urtijs, tu fos mai sgraz.
10 L'aghe chu tu ti lavis lu mostaz
Vores che deventas une tinture,
Come un chiarbon tu ves lis mans e i braz
E chei chu ti vedes fazes paure
Testi friulani: Secolo XVII. 295
In sume io no havares maior solaz
Quant che a vedeti brute compusture,
Cliancar ti vignìs tant biele tu sos
Che schugnin spasamà come raibos.
6. Dialogo
tra una pinzochera e il confessore, del conte Ermes di CoUoredo *.
Proteste daW Autor.
[Dal Codice Caiselli, p. 432 seg.]
La Comedie, par che disia diviars Autors, no fo inventade solaraentri par
ricrea i circostanz, ma di plui anchie e principalmeutri par che podessin ap-
profittassi e correzi ju costums, parcè che al dì di Ciceron la Comedie e jè
une imitazion de nestre vite, un spiali de consuetudine e un' imagine de vere-
^at, e second un altri Autor e jè uue spezie di favole, de qual s' impare a co-
gnossi ce cu sei util in te vite umane e ce cu sei in te vite umane d'abburl
' Nacque e morì nel castello di cui portava il nome (1622-1692); e fu capi-
tano, di fanteria imprima, poi di cavalleria, ora ai servigi dell'Austria, ora a
quelli della Serenissima. Durante gli ozj, si dava alle lettere e in ispecie a far
versi nella favella natia. Il suo Canzoniere friulano, in due volumi, fu stam-
pato la prima volta nel 1785, la seconda nel 1818. Già toccammo del primato
che egli tiene fra i contemporanei (p. 186), e si potrebbe anzi dirlo il più
classico fra tutti gli scrittori friulani. Ne offriamo un Dialogo, che l'argo-
mento un po' geloso mantenne inedito sin qui; e conserviamo l'ortografia del
tempo, che nelle citate edizioni fu arbitrariamente alterata. Potremmo anche
aggiungere un capitolo inedito, in quartine, che s'intitola II mont al dì di
vuè, 0 // mont presint (è in due eodici Caiselli, e in un ms. della Bibl. Civ. di
Udine). Ma il mal costume vi è flagellato con una licenza di linguaggio, che
riesce alla sua volta un'alti'a offesa al buon costume. È forza perciò star
contenti alla piccola parte che ora qui se ne estrae:
Il tribunal è fat un marchiadant,
Ju ministros seusars e senza fede;
Tradit il mercenari te mercede
Dall'avvocat sassin, trist e furfant.
Cui cu ha da havè o di dà, no è rimiedi
Di fa cognossi il dar alla giustitie,
Parcè cu chesg ladrons plens di malitie
Us mazzin la reson cun lunch assedi.
A la fin dut è ingian, dut tradimenti
Ogni chiosse si fas par il vuadagn,
296 Joppi,
com'impropri, disonest e vizios. Anzi par chest i Romans, al di di Scaligero, e
permetterla ai siei Poez di schiadenà la so maldicenze e di scherni a so bene-
placit i vizis, acciochè ju Popui sul timor d'uà chiatif concet voltassia do
buine bande i siei anims dissipaz e scorrez, che erin traviaz des virtuz. Onde
par tant anchie io in tal forma chest Intermiez, no hai intindut solamentri
d'esponi un divertiment, ma anchie insieme cui metti in burle il contegno fa-
miliar des Chittinis, di dà mutif di ravediment a ches che usin ste indiscre-
tezze. Il volgo insensat ai dà il nom di Chittinis non solamentri a ches bac-
chetonis che aflfetin di jessi tignudis par buinis animis, ma anchie a ches ani-
mis onoradis, che realmentri son buinis, parco che menin une vite innocen-
tissime. Io, par altri, soi di massime assai contrarie, parcè che il nom di Chit-
tinis io lu adotti singolarmentri a ches ippocritis esecrandis, che non haa
altri di virtuos in sé, se non la sole apparenze dongie di chei che no lis co-
gnossin, e sot la mascare d'une finte pietat e han un anim plen di malizie.
Chestis donchie io intind di dismascherà cun cheste Oparette e di mettilis in
berline, acciò che imparin a reformassi e usa major contegno. Par altri il
Confessor, che qualchi volte ven nominat in cheste Oparette, no s'intind mighe
come sogget di Comedie, che io no soi cussi empio di fa derision d'un Mini-
stro che merte, viodint che lls Chittinis s'abusin de so persone cui frastornalu
continuamentri cura mil sortis d'impertinenzis e di petez. Finalmentri cui cu
ha judizi al savarà ben discerni l'intenzion di chest' opare e distingui lu bon
dal trist, sua chest avis che nus da Plutarco: Sapienlior est, qui per fictas
fabvilas discit quid sit turpe, quid sit honeslum.
Dialogo d' une Chitine cui Confessor.
[Dal Cod. Caiselli, pag. 476 e seg. , e dal Cod. Castelli.]
Chitine. Deo gratias bon Sior Padre?
Padre. Bondl Fie.
Chit. E ce miracul Sior Padre co lu chiati sol; sei laudai il Sigoor, io varai
Ogn' un procure di gabà il compagn,
La vergonze è biel lade a salvament.
Libertat di conscienze ognun pritint,
No si rispiete plui festis né sant,
J' ordins del pape si dan all' inchiant,
Lis sos medais par soldons si spint.
Ai perdons al si va par fa bordel,
A la messe si va iust par là a spas,
La femine va in glesie par fa chias
0 par dà ai siei moros gust o marte).
Testi friulani: Secolo XVIL 297
par un poc di timp di dii quattri peraulis, eh' al è tant timp co lu
brami.
Padre. Ves fortune dal ciart par cheste volte, ma sbrigaisi biel prest.
Chit. Po caspite, Sior Padre, Dio vuardi a tignilu plui dal necessari, io vares
di rindi cont; sai ben ch'ai è il dovè ch'ai consoli anchie iu ai-
tris che la sietin.
Padre. Juste Fie, dit su vo, no piardit timp.
Chit. Ma Padre, io mi legri duquante quand che lu viod, e no ores mai ch'ai
fos aflSet disordinat il mio ne so persone.
Padre. E ce oleso ch'ai sei? vo si fidais di me come dì Direttor e confidais
eh' US meni pe strade drette al Gii semplicementri.
Chit. E pò Sior sì dal ciert, dut par salva che anime cun fin di profitta,
ma io hai qualeh' inquietudine, quand che no lo pues vede.
Padre. Mai si sei, finile cheste bibie, o pur ehiataisi un altri di legrassi cun
lui, che ses parone.
Chit. Ah Dio vuardi Sior Padre, io raurires di passion: io sai ce anime di
Dio che lui al è, e ce solef ch'ai ricev il mio spirt de so assi-
stenze. Il Signor pur mal conservi pai mio ben.
Padre. Fazi pur Dio, Fie chiare, chel cu i plas a Lui e vo dit su ce ch'us
occor, ma lassait la proposte dall'afiìet che no la vuei sintì.
Chit. Sior si, Sior sì, Sior Padre. Ah Signor, io ores lessi sorde e vuarbe,
plui prest che no vede e sintì chel cu si viod e cu si sint.
Padre. Po no ne, chiare Fie, anzi ringraziali Iddio ch'us lasse i sentimenz
par podelu servì.
Chit. E Sior Padre, s' al saves quand eh' io passi devant a chei doi luchs dal
Ridut e de Rachette e cu si viodin simpri cierz Fraris e chesg Re-
ligios, mi sint propri a passa il cur dal mal esempli che dan a la
Cittat; e s'al sintis ce che disin: ahimè! mi dan pene nome a re-
vuardami.
Pad. Ecco subit in pront il pensa mal. Il zuch no l'è pechiat, ma une chiosse
indifferent de so nature. E ce saveso vo che stein lor simpri a lì,
veso fuars qualche spie ch'us rindi i conz? Eh Sur me chiare, plui
simplicitat, e plui raccogliment in vo stesse, senze sta a tigni a
menz i faz d'altris.
Chit. Ma cazzo, Sior Padre, bisugne savè ce che mi han dit ir l'altri, quand
eh' io passai, e chest senze nissun motif. Io credei di selopà di pur
svergonzament. Baronaz, insolenz, che soi par dial, Sior Padre.
Padre. Nuje vìe, taset là, dait la cause a vo stesse, che poc mortìficade e
maliziose, chiolis sinistramenti lis lor burlis: io sai ce che oles dì;
e son miors di vo, e par supera chest vuestri judizi, inzenoglaisi
quand che iu vedes.
Chit. Eh Padre, ch'ai mi scusi, io soi ben pecchiatrizze, ch'io lu sai, ma no
298 Joppi,
però di mettimi cun lor. Pofar di mi Sior Padre, e mi n'oressin di
mo di quettis e di crudis s'io fazes cheste cliiosse; e cui cu mi ve-
des mi daressin de matte. Pensait mai, a vedemi a iuzenoglà devaut
chei mazzulas e morbedons, oressin chiolmi vie.
Padre. Oje, olà, Sur me chiare, cussi mi favelais dei Sacerdoz? dulà ise la
caritat, che scuse dut: mi maravei di vo; attìndit a fa i faz vue-
stris, mortificait chei voi, svarbazaisi, e credit manco mal dal vuestri
prossin: ricèvit il rivuart che us doi e stait cun Dio.
Chit. Ah chiar Sior Padre, no hai dit inchimò nuje.
Padre. Ves dit pur masse, ch'io no hai timp di sintì mighe il proces dai
Fraris; che si distrighin lor. Ce vino da fa no? pur nuje afFat. Ce
veso di dimi, distrigaile ?
Chit. Pazienze chiar Sior Padre, che trattànsi di spirt e di cuscienze, no Tè
mistir mighe di butta in stampe; al bisugne ch'ai sepi, ch'in chei
di che chei Religios mi diseriu ches peraulis, io ridei e hai paure
di ve pecchiat.
Padre. E pò vedeso Donne, il cur m' al deve, che jeris stade cause vo di
dut il mal. Vo ses senze virtut, Fie chiare, e dai vuestris capriz,
che disis, dais la cause a chei altris. Oh baste, lassali là cheste
storie e stait pai avignl sore di vo, veso intindut: veso altri?
Chit. Po capi. Padre si. S'al si revuarde di verni coucedut quindis dizuns di
pan e aghe: ju vevi za scomenzas, ma un gran dolor di stomi mi
fazè tralassà e soi restade cun timor d'ave fat pecchiat.
Padre. E chesg no son pecchiaz, oleso intiudile. Al è ben ver, eh' un opere
pie e buine tralassade è prive dal mert che si podeve acquista cui
fale, ma quand che no si pò, baste il bon cur, desideri, e rasse-
gnazion.
Chit. Ma io no pues ve cheste rassegnazion, né no mi fidares che fos mai
buine. And' è tantis e tantis , che cun chest biel pretest lassin la
penitinze , mangin, bevin, duarmiu ben, e pò crodin di meretà. Si
dan spas e bon timp, e minchionin il Confessor cun tant zemi, e si
fazin compatì e dispensa d'ogni penalitat. Ah s' al saves di dos o
tre, eh' io lis cognos.
Padre. No mi stait a là plui indevant, e chest a l'è pecchiat; frenait la len-
ghe; sebben, par veretat, senze comparazioh plui meritorie e jè la
rassegnazion che lis austeritaz. La volontat di Dio devi jessi adera-
pide; e cui cu no ha fuarzis, si devi consola de so buine intenzion
e abbandonassi a chei che Dio dispon.
Chit. Ma intant no si fas nuje pai Paradis in che vite poltrone ; che mi
compatissi Sior Padre, che io no crod che sei cheste la buine strade.
Al busigne pati; onde la prei a concedimi da chi indevant tre di-
zuns par settemane e tre disciplinis, dos gnoz di veje e quattri di
Testi friulani: Secolo XVII. 299
cilici almanco i ultins dis di Carneval pai puars ppcchiators, che
fuars e zovaran anchie a chei Fraris che mi stan tant sul cur.
Padre. Prime d'ogni altre chiosse, esercitait chel che us hai dit cua dolor,
e pò tornait pai rest ch'us sintarai.
Chit. E ma no ne dassen che no pues falu. Ce pochie discrezion di Diret-
tor, io vuei plui tost zunà, disciplinami e sta in orazion vot dis
intirs.
Padre. Oh! chi us vuei, Sur chiare! ce crediso di fa, cui fa al vuestri mut?
■vo ses mal instradade, us cognos. Ubidienze Sur e sacrifizi de vue-
stre volontat, e sì se oles plasò al Signor, che senze cheste dut al
è piardut.
Ghie. Sintìt chiars Fis, cui mai vares credut di sintl de so bocchie chestis
chiossis : si fas cussi poc coni de penitiaze, si dà non di pacchiai al
zelo di ben vivi dal so prossin. E ce ajo dit, Sior mio, quintri la
caritat? Ah cimut ch'ai va il mond ; anchie chei che son sanz, pur
tant s'ingianin. No vuei altris conseis d' umign mortai, che za il Si-
gnor no mi porrà manchià. Sior padre, lu riveris.
Padre. Lait mai cun Dio, compagne, che il Signor us e mandi buine. Cognos
il vuestri spirt, e miei il vuestri chiaf dur; lait pur lontane, fie me,
a pettàlu in tal mur.
300 Joppi ,
V.
SECOLO XVIII
1. Versi di Giorgio Comini,
nella varietà vernacola di Cordenons e dei vicini paesi,
provincia di Pordenone ^
u. Plait de barba Blas e de Tane so nevot da Cordenons , per la partemia
de So Celenzia Alberto Romieri, Providitour e capitani de Fordenon (1754)
[Colles. Joppi.]
Tone.
1 Ce vasel baduchiant, me Barbe Blas,
Ca parentra piane piane cussi biel soni ,
Malincronich, sauturne e col chiaf bas,
Coma al puartàs un peis da vour el coul ?
Chel tant russasse, e tant soffiasse el nas,
L' eìs un sen ch'ai se sint calche gran doul,
Cha r eis alliegre come un alliegria,
Né mai r hai vist a sta in malincrunia.
2 Me agna e la so vacchia Sarasina,
Grazia Dio, no han pi sorta de mal,
Né chela lufonona de Ciliua '
A lui mo no l'ha fat dan, per la qual.
St' au a r ha una bielezza de farina
E puoch vai la sustanzia del bochial.
Donchia, ce asel mai che lo tavana ?
Mi mo me vuoi ghiavà un puoc sta pavana.
• Per questo secolo, che potrebbe dare una messe abondante, specie di prose,
ci limitiamo a pochi testi rimati (v p. 186), che rappresentano due varietà
diverse dall'udinese.
2 Cfr. Arch. I, 479-80, 492, ecc. Nacque il Comini in Pordenone, ove morì
nonagenario nel 1812, avendo sempre vissuto in iscarse fortune. Verseggiava
con buona facilità; ma non si sono potute raccogliere se non 23 ottave in dia-
logo e tre sonetti, che sicuramente provengano da lui (cfr, il num, 2).
' 11 torrente Cellina.
Testi friulani: Secolo XVIII. 301
0 barba, barba Blas, ce mai a\eo?
Sevo muart, sevo vif, che Dio n'invarda?
Me pareit propria aflit coma un abreo,
E aveit un colorido da mustarda.
Barba Blas.
0 Tone, o chiar nevoud, o cbiar fi meo,
Ce fala mai la muart, che tant a tarda
A tuoime da sta lagrema de vale.
Piena de cosse da no soportale ?
Prest el Pruviditour nuostre va via,
E anchiamò te domande chel che hai ?
Chista l'eis ben por me 'na malattia
Che me manda a fa tiare da buchiai.
Prencipo benedet, e cussi sia,
Vos seit paron, e vos voleit eh' al vai,
Ma ve die la vertat che mi no hai Iena
Da podè pazienta tant granda pena.
Hai jodut tempestone grandonone
Nel meis de Mai, eh' a leis propria un flagel,
Spidemle e varuole sfondradone.
Che no le m'han lassat feda né agnel :
Hai judut a morì me barba Tone,
Ch'ai era un om ch'aveva un gran cerviel.
Ch'ai ghin saveva tant che un Reverenda
De litera e scritura e de legenda.
E pura dute quante chiste cosse,
Ch'a erin tant tiribole e triminde,
Le m'han fat sintl anguosse e non anguosse
Vuoi mo dì... mi no sai se ti m'intinde;
Ma ades manchià me sinte e gambe e quosse,
E dut el sentenar del dì me tinde
A burtolà comuòdo fa una vachia
Quant ch'ha el mal del lauch o quant ca eis strachia
La nuot me pogne ju come un Cristian,
Ma druml? pò de qual, Dio Signour nostre!
E se anchia drome un fregol, 1' eis me dan,
Jode cosse pi scure del vingiostre;
Jode la muart co la so ronchia in man,
E'I boja che la forchia e '1 laz me muostre,
E pesta e fan e liberamus domine,
E tant altre cossates che no nomine.
302 Joppi ,
8 Varda un puoch se mi pout mai vive truop,
Propriamintre, nevout, me sinte ia chiaf...
Vai mo via che console de galop,
Né me mauchia altre che de pogne el chiaf.
Ah! partenzia, partenzia, un gran sirop
Te dà a un puòre vechio e un gran pataf!
Ah! partenzia, dolorousa partenzia!
Dulà, dulà mai asto la cunscienzia?
Tone.
9 Oh! compatime, deit in farnesia,
Che '1 vuostre mal al poul ave remiede;
E siben che de chista marcanzia
M' intinde giusta tant che le lamprede.
Ascoltarne, ve pree, un Ave Maria.
Chi sa, che mi no sèipe el vuostre miede;
EI fiàr d' un orbo al poul trova un chiavai ,
Spes vai pi un sold de pevro de un grimal.
10 Avant al nuostre Prencipo in comun
No podaressin zi con Sanquarin,
Rurai, Val, Villanuova e duz in grun,
E duz, duz dal pi grant al tininin
Domandai in zenoglon prima pardun,
E pò preàlo e suplicàlo inchin
Che in tun mout o in tei altre al ne licenzia,
Col lassane o col tòine So Celenzia?
11 E se coventarà, mi mi per duz
Slatinarai calcossa de malmoria:
« Prencipo, vermingrazia, sen piarduz,
» Se no ne lo lassat, chista eis l' istoria.
» Tolène i chiamps, i bous, lassane nuz,
» Ma lassane zi a chiasa cun vittoria;
» Ch' al stei nos triech ains almanco ancour,
» Po, sei cun Dio, ch'ai vada col Signour.
12 » Nos uchi starem saldo inzenoglaz
» Inchina... veramintre... voi mo dì... »
Blas.
Tas, tas, che chist a 1' eis parla da maz.
Tone.
Ma doveàde lassarne mo fini.
Blas.
Ma no te sas, che quant eh' a son passaz
Sedes meis, a no pòlin pi sta uli,
Testi friulani: Secolo XVIII. 303
Che alora a l'eis finìt el Regimiot?
Cussi el Principo voul, cussi al la sint.
13 E pò un Providitour d'una tal fata,
Cussi plen de bontat e de giustizia,
Che quant ch'ai parla propriamintre un lata
(Al dis cosse, eh' a son una delizia),
L' eis doveir eh' al fai coma una piguata
Che duta la faraegia a benefizia;
E cussi lui, le sove qualitat
Al le ha da spande in dute le citat.
14 Un ben di Dio de cussi buna sorta
Noi ha da sta ucà saldo in sta contrada:
La Republica, cha a spartis la torta,
A voul che a duz ghin tocchie una bochiada:
Han de chei puochs in bocchia 1' aga muarta,
Cha spietin coma uciei la so bochiada;
Né per nos a l'eis pi Santemarìe;
Sai ben mi, quant che parie, chel che die.
Tone.
15 Barba, bisugna dila, seit un on,
E r eis dut giust chel che diseit aucuoi,
Ma se poi mete sot un bon paron,
Per ave na dì almanco un de so fioi ;
Ch'ai dis bonsior plovan: da un arbol bon
A no puoi nasse mai se no fasuoi;
Al "voul mo di: fruz boins e dilicaz,
Second eh' a l'eis la pianta che li ha faz.
Blas.
16 Moja inchin ca, ti no te parie mal ;
Ma chista l'eis na cessa tant lontana,
Che per me de sigura no la vai,
Che soi pi vechio de la tramontana :
Ma pur, pazienzia, no me 1' hai per mal,
Ch'a puosse ancbia daspuò la me chiampana
Jode sta vila e la me descendenzia
Sto ben de la divina providenzia.
17 Belzamò al coltivia chel pi granduz,
Col dai na scuola assidua, biela e santa,
Coma chel ortolan che voul dei fruz.
Che dut el di al sta intor alla so pianta.
304 Joppi,
E chei che 'I jot disutilez ramuz
A la buna stagion el zoncla, el sclanta:
E col coventa el la cuolta e bagna,
E cussi l'ha al so tìmp una cucagna.
18 Ti, che te sos ancora polzetat,
Tel vederàg na dì cressut e biel,
E somejasse al pare dut affat
In purdenzia, in bontat e anchia in cerviel:
Ma alora de dut quant chìsto cuarpat
No ghin sarà p\ nuja diaul in che),
Che per me Teis sunada la completa,
Né me manchia che dà l'ultima streta.
19 La me malmoria l'eis la me sfurtuna
Pi che no son i setant' ains ch'hai mi,
Parcè mi jode dute a una a una
Le gran finezzes chu '1 m'ha fat uehl,
No l'eis no sot la capa de la luna
Un zintilon che '1 meriti de pi,
Che '1 saipe fa che duta le persone
Dut l'amour e '1 respiet a lui ghe done.
20 Ah! che me passa ades per la malmoria
Quant ch'ai -vigniva ucà per visitane !
Che ben te sas che mi aveve la groria
De sta con lui per dut dulà andeàne.
Al me contava serapro calche istoria
Al proposit de chel che parleàne,
E mi stave, te poul imaginate,
Justa comout un fantulin ch'ai late.
21 Tal vuolta al me bateva su la spala
(Chi sares co un par mio che se degnas ?),
E '1 me diseve: Biasio, come vaia
(Biasio in latin se dis impè de Blas)?
Mi alora me sbassavo e col chiaf bas
De la so viesta ghe bussave un'ala,
E diseve : al comando, so Celenzia,
Dut che! ch'a l'eis de nuostra pertìnenzia
22 Quant che me coventava calche cossa,
0 per la me persona, o per la vila,
Bastava che una siliba aves muossa,
0 un fregulin di moto, per surtila....
Ma la parola in bochia se me inguossa,
E '1 cour in plant e in doul se me distila.
Testi friulani: Secolo XVIII. 305
A pensa che un tant ben, che mi hai avut,
Per seculoru marne V hai piardut.
Tene.
23 Via, no ve desperat mo tant, chiar vos,
Propria ve dizzipeit l'amena e '1 cour :
Saveit pur che '1 mazzasse de per nos
L'eis un dispiet tiribol al Signour.
E vos cussi ve lavorat el fos
Con el badil d' un desperat dolour ;
E pò de dame a erode intendereit
Che saveit chel che feit e che diseit?
24 Consolàve, su via: chi sa, chi sa,
Che noi puosse torna anchia un'altra vuelta,
Che dut chel che l'eis stat al poul torna.
Blas.
Ah ! Tone, pajarès una racuolta !
Chisto, ades che ghe pense, al se poul dà.
Te dis na cossa che la me devuolta
Dal desperame e dal butame via;
Te m' has dat un crodial de speziarla.
Tone.
§5 E intant me par ch'ai seipe un gran cuntint,
Sintl di quant in quant la buna nova,
Ch'ai se fazze adora da chela zint
Dove che Podestat al se retruova.
Sta cossa la soul dà del argumint
A chi per un luntan del doul al prova.
Barba, me par che ades feit el buchin,
E feit moto de ride un tanti ni n.
Blas.
26 Tone, ades un penseir biel m'hai pensat;
Zin subii via de cà de chista strada,
Zin a trova el plovan, o un ragionai,
E fense fa una biela spiferada.
De chele in ciarte gran solenitat,
Che de ciarta se fan granda stampada,
Cu 'n biel anzol ch'ai sune la trorabeta
Co le ganasse sglonfe e bochia streta,
Toae.
27 Sì de chei sfuoi de ciaita, che mi hai ■
Vist four de le boteghe al ruur tachiaz,
306 Joppìi
Che parin taìnz fazzuoi o pur grimai,
Metuz al soul iuchin che sein sujaz.
Blas.
Giusta de chei; ma el vero innon noi sais;
Sai che con chei se lodin podestaz,
Munie, pardichiatours e altre cosse,
Ora in litere negre e ora in rosse.
28 Nos li Yolèn fa fa in litera scura,
Per dimostrai un sen del nuostre afan,
Ma per fa scrive una tal scritura
Ades l'eis tarz, podera spietà doman;
E intant che data chista nuot a dura,
Sora sto fato vuoi pensa da chian,
E doman vuoi dì cosse da spavint,
Buna nuot, e doman sarera darint.
h. Sonetto.
[Dall'autografo nella Collez. Oliva del Turco, in Aviano ]
Se se podès coi braz e cola pena
Laudave, bonsior Padre reverenda,
Mi vorès frabichiave una legenda
Cha fus almanco lungia quant l'altena.
Ma chiaf ghe voul e un chiaf co la man piena,
No el meo che '1 eis pi ligol de una tenda,
Dona mare ignoranta in sta facenda
E m'ha fat col cervici in te la schena.
Se vei'mingrazia ades mi fus pirit ',
In tal incontro sì, per Sant'Antone,
Vores fame sintì da ca a San Vit.
E prubichià per dut a le persone
Che mai pardichiatour no aven sintit
Che miei de voi combate col demoni.
No eis. Sante Madone,
Daspuò che ha fat la barba Pordenon
Mai tant sto pulpit s'ha tegnut in bon;
E mi tal pover on,
Se prometeit torna ca un'altra vuolta,
Sia cun Dio, ve impromete una racuolta.
* Variante: Se de litera un puoch mi fus pirit.
Testi friulani: Secolo XVIII. 307
e. Altro sonetto.
[Dall'autografo come sopra].
Bonsior Pre Tai'uscelli bedeuet,
Si ben che seit in tanta luntananzia,
Co la mint io ve jode net e sclet
Coma fussiz ucà in t'ia me stanzia.
Pi zovin me pareit dut slis e net,
Vistìn in ponto e bianco con creanzia,
E co un bultrich davant con bon rispiet,
Co sares a dì l'an de la bundanzia. <
No ve podeva nasse una facenda
Che pi ve coventas de chista mai,
Ch'ai seipe fat Plevau chel reverenda,
Chel reverenda che dai e pò dai
Al era saldo la vuostra legenda
Dut quant el sentenar del dì a Rurai.
Mete pen do anemai
Che no barateàde sta zornada
Per una pussission biela e coltada.
Cha no l' eis co la trada
Liada la micizia tra de vos
Ma co un vench. cha cioleis.... *
Tant che seit un de dos,
El Plevan come a dì l'eis el telar
E vos seit la so polpa e la so chiar.
Donchia, Pre Piero chiar,
Anchia vos, se l'eis ver che che mi die,
Seit Plevan, che no F eis Sante Marie.
il. Terzo sonetto.
[Dall'autografo come sopra.]
Prencipo benedet! dut chel che feit
E chel che stabilit l'eis dut ben fat,
Ma tuoine ades un ben che vos ne deit,
Scusami no la eis duti ci^iltat.
' Non si son potute leggere le parole mancanti,
308 Joppl,
Mi za soi chel che vos respondereit,
Che sto crodiàl voleit companizzat,
Che l'eis just che ghiu tochie almanco un deit
Auchia a chei che anchiamò no l'han gustat.
Aveit rasoD, ma nianchia mi no hai tuart;
E se al comando vuostri no fus chel
Che con un piez de cuarda al fa el cuoi Stuart,
Volessan sequestralo in tei chiastiel
E ulà tignilo inchina che '1 sei muart * ,
Ma lassalu zi via, nò Diaul in chel.
Ma cugnìn sta in cervici,
Tignila e sbassa el chiaf al voleir vuostre,
E planz^ e suspirà dut el timp nuostre.
El doul che sint e mostre
El nàs anchia per no podè sperà
Chu mai sto ben de Dio retorne ca.
L'eis nat per gujarnà
Altre barbe che nos, altris paeis,
Sto zintilom de vero nimbro e peis.
Per altri sedes meis
Se se tratas d'avèlo un'altra vuelta,
Vade un par de neraai e una racuolta.
2. Una Monacazione -.
[Da una copia dell'anzidetta Collezione.]
Ulif.
Cerchia via, cerchia ulà di Maddalena
Par Sclavons, par Romans e par Curtina %
Clama, sivila pur di duta lena,
Né jot a comparì gial né gialina;
' Variante di altro ms.: che soi moart.
• Il signor Pietro Oliva del Turco di Aviano trascrisse il presente Dia-
logo danna lezione viziosissima, scritta a modo di prosa. Rifece egli i versi man-
canti, mettendo a profitto i frammenti che restavano, e li distinse con le
virgolette. Anche questo Dialogo è nella varietà friulana che ancora si parla
dai contadini sulla sponda destra del Tagliamento, cioè in Cordenons e nei
dintorni; e lo stile e altri caratteri inducono a attribuirlo allo stesso Comini
di cui sono i quattro componimenti che a questo precedono.
^ Frazioni del villaggio di Cordenons.
Testi friulani: Secolo XVIII, 309
Domanda a Blas, a Toni, a Pieri, a Lena,
Al chian, al luf, al diaul che la strascina,
Nissiin sa dame niova né arabassada
Di tang che riscontrave par la strada,
E adess che sarès timp de prendessane
In santa pas come '1 Signor comanda,
A no l'eis par fa fouc legne ne chiane
Da cuoi la providenzia che Dio manda,
Femina, sint, io del sigur me dane
Se 'na dì no te scuarze una vivanda
Zìi per el chiaf con una manovella
E te sparnizze in tierra la cerviella.
Maddalena.
Diseit chel che voleit, deme, copame,
Scuarziàme pur, feme in fregui e duta.
Che dezà four de spine a no altris grame
De lagreme sta vai altri no fruta;
Su via, ce feo? saziait la vuostre brame,
Soi ca che spiete come un'agneluta.
Che dut el mal Io feit a sto cuarpat
Che di pantan e polvara l'è fat,
Ulif.
Ce mai vuol dì, vuè te sos tant buna,
Ne ores che voltessane la barila,
Parchiè se a sorte mai mi tin die una
Se sint el solve 'l seculum favila:
Par mi mo ades l'eis una gran fortuna
Che no te albe soUevat la vila,
Che '1 sai per esperienza e del sigur
Che sane no poul vigni four da sto mur.
Maddalena.
Soi ca a contavo dut: Barba Jerone
Me ha dit che sta doman « per vocazion
De lassa el mont 'na bielle polzetone »
A se faseva Munia a Pordenon :
Mi me sintive el fouc de Sant Antone
Se saldo no corevo a sta funzion,
Soi stada donchia e mi ve lo pous dì,
Credemelo Marit, no soi pi mi.
Ulif.
Jode dulà che va a fini la istoriai
L'opera sta doman che tu as viodut
Archivio glottol. ital., IV. 2Ì
310 Joppi,
A te ha levat duta la to bakloria,
Vuoi mo dì che la ha fat in te del frut,
Madalena te pree de dì a malmoria
Come fan a fa Munie, che imbatut
A jode ste facende mai no soi,
Chel che fan no lo sai tan che in tei voi.
Maddalena.
La glesia ha una finiestra bassa e biella,
Dentre le Munie han la so chiasa santa,
De four e lassin vuoda una stradiela
Inter intor sierada duta quanta,
Bonsior Plevan soul pour passa par chela
Con la so compagnia che con lui chianta;
« E parchiè che la glesia era tant piena »
« Cui fruzava la panza e cui la schena. »
Ce te non è si sint lontan lontan
Chiantà lis laude sante benedetis,
Ce te non è si jot di man in naan
In prucision le Munie e le polzetis,
« A fevin riverenzia a Sior Plevan »
« E a sbassavin pò i vuoi che povaretis, »
La Nuvizza devant el Crucifis
A slatinavo che ere un paradis.
E la aveva i chiavei zu par le spale
Luncs e slis che parevin 'na palada,
Vistuda come fos là ca si baie
Cun abiz che valevin una entrada ;
Di flocs e flours, de viole rosse e zale
La avea la piturina infrisotada.
In soma a era, che bisuin in eis,
Dal chiaf una belezia insin ai peis
E daspò che preat ha tant di cour
In part in peis, in part in zenoglon,
Chel vistit cussi biel a giavà four
E zèrin flocs e flours in t'un chianton,
Una viesta ha vistit de un sol colour
Come chel verbigrazia del chiarbon,
E una goletta al cuoi in su voltada
Che i e platava mieza la fazzada.
E una di chele Munie che io'^ei
Co una fuorftì mentila a l' ha tosada,
Testi friulani: Secolo XVIII. 311
Pavchiò là entra no vuàlin chiave!,
« A si tira daspuò dongia la grada »
« Che fiona, serant i siò -vuoi biei, »
« E a se ha pognet là sot una sfilzada »
« Par fa jodi che al mont muorta liee era, »
« Ma che muart finta a ne pareva vera. »
No puoi dì '1 lagremà che lagremava
La int, ma in glesia lo faseva a piane.
Ma de four burtulà eh' a burtulava
Come un'armenta co l'ha'l mal del lane:
Planz a pensa sora sta tosa brava
Che me par proprio avela saldo al flanc,
Che par timp a è mituda a salvamint
Dal Demoni, dal mont e fin dal vint.
Ulif.
Femena, hai fan e io no puos pi sta
Che fan no vuol sentì predichiadura.
Maddalena.
Vai subit a fa fouc « ma prin ven cà, »
« Prometìn de no fa plui musa dura »
« E in santa pas vivìn d'ades in là, »
« Cussi nanchia del diaul no avìn paura, »
Che dulà che la pas ha la so stanzia
Idfia el Diaul el cuin aveir creanzia.
3. La Ricetta.
Strofe del secolo XVIII, attribuite a un prete De Canova,
di Liariis in Cargna,
[Da una copia che è nella Collezione Pirona, al Museo Civico d'Udine.
Dulà dulà sin sino
A dulà sino rivatz!
Cemot mai sì vivarino
Cusì mal disconsolatz!
Si pò ben dii ch'é finida
La ietat da buina int;
Che la feda jè fallida.
L'è finit dut il bon timp.
Alla buina d'una volta
Chiamiùava'l mont sancir,
312 Joppi,
E cùmd dutt si stravolta.
Non si chiata un bon pinsìr.
Benedetta V antigaia,
Benedet il timp passat,
Malignada sei la vraia
Che '1 forment ha dissipat !
E biel muarta la coscienza,
Il rimuars plui no si sint,
La justizia e l'innocenza
Si las compra a pees d'avint.
Da chest mont a jè bandida
La perfetta caritàt
E cun iè a è partida
Anchia la sinceritat.
La malizia soprafina,
Sot la spezia di bontàt.
Va gabant cui che chiamina
Par il troì da veritàt.
Ogni volta non è buina
La raoneda eh' è lusint,
Qualche volta è marcassita
E si crot che sei arint.
Cei'ta razza di gentaja
E cumò vignuda fur,
Come gran che nella paia
Fas lu neri e pierd il cur.
Puàrtin four dal cuarp de mari
Chest e chel che no i voi dì
La malizia, mi diclari,
Simpri cress sin al muri.
La passion par me tant granda
Plui di chel che no pues à),
È che di nessuna banda
No si chiata un bon ami.
Nessun ben plui in sostanza
No si chiata in chest pais ;
Sol il vizi ha fatta stanza,
L'è un gran savi che lu diis.
Trop si viod in apparenza ;
Ma se ben esaminìn,
Son cadavers in essenza
Lis virtuz che chiatarìn.
Testi friulani; Secolo XVIII. 313
Ogni chiossa è viziosa
E dut è falsificat,
Una lenga virtuosa
Me l'ha det par veritat.
Una lez dutg vuèlin fasi
A so mot cbestg quattri dls,
E cemot porrà mai dasi
Che chest mont plui steti in pìs?
L'ambizion, lis prepotenzis,
L'amor propri e l'interes
Son lis tristis conseguenzis
Che nei curs han fat l'ingres.
Si contenta il so caprizi,
Si soddisfa la passion,
E poi resta a preiudizl
Del dar lum della rason.
Una ment preiudicada
Da oggets peccaminos
No sa vó par camerada
Bong pinsii"s e virtuos.
In sin mai nel Santuari
Chest malor ha ciolt posses,
Cussi nò, che il Breviari
Si pospon all'interes.
E cui zug della basseta
Del trionfo e del trisiet,
Si traspuarta la completa
In sin mai dopo las siet,
Zazzarina cultivada,
Sottanin, abet frauces,
Azion trop afFetada
Chest' è poc, se noi foss pies,
Cussi va la vuestra Setta,
0 San Pieri benedet,
Ha la eros sulla baretta
E nel cur il van dilet;
La pazienza è dai Fraris,
Cussi dls il volgo sclet,
Ma io dls ca jè das maris.
Dai artisans, dai poveretz.
0 la gran biella pazienza,
No dirai di San Francese!
314 Joppf,
Nei conventz ogni licenza,
Si in Italia che in Todesc.
A gusta a son di chiampana,
Ese forsi povertat?
Poi alza 'ii[a] gran civana
lu sin mai che cor il fiat.
E la vestra Compagnia,
0 Gesù mio Redentor,
Di chest raont la signoria
Stima plui ch'I vestri onor.
Si sa ben che un Gesuita
No dovres tesaurizà,
Pur acorda trop la dita
Che al vores anzi regna.
Nellas cortz è fiera franchia
Cui cu ha betz vadi a marchiat,
10 parcè che betz mi manchia
No hai stola nò '1 quadrat.
Marcanzia condanada
Dallis letz del Paradis,
Simon Mago l'ha lassada
Ai plui dotz di chest pais.
La buttega e l'osteria
Son les maris dell' ingian,
11 mezzàt, la spedarla,
Dei paìs son il malan.
Nei convitz e sulla taula
No l'ha gust il trattament, -
Se non entra Donna Paula
A servì par cuudiment.
E la plui buina pietanza
Si la dispensa al grimàl,
A sares un' increanza
L'oiferila a un Cardinal.
La sbiraglia e soldateschia
Pies dal diaul il mal san fa,
Cusì la marinar eschia
Pies d' ognun sa blestemà,
Chesta solata di canaia
Se^a fede e religion
Testi friulani: Secolo XVIII. 315
È za scritta nella setta
Di Proserpina e Pluton.
In chest secul fìnalmentri
Dut il mont è malignai,
Us el dls sinceramentri
• Quasi dutg sin in mal stat.
Dio nus viod in so prisinza.
Sin ciadutz in criminal,
Vuoi par chest fa penitinza,
Vuei pensa pai di final.
Pàs cun Dio, o camerada,
E pintìsi nus conven,
Se volìn batti la strada
Che condùs al sommo Ben.
Se stais mal, chestis sanguettis
Accettailis par purga,
Se stais ben, saran ricettis,
Per podesi preserva.
Simpri mal fas che lancetta
Che sul \if si fas sintì,
Perdonait int benedetta,
Vivit miei par ben muri.
316 Joppi;
VI.
SECOLO XI X^
a. Costumanze e tradizioni della Valcalda in Cargna,
descritte nell'idioma del paese natio da Pre Leonardo Morassi di Monaio.
[Ms. autografo della CoUes, Joppi in Udine.]
L'Ascenso.
Vevi dis ang, lavi a passon cullas vachias tal bosc in companio di diviers
di lor 0 pin grang o pin pizzui di me. Tornatz viers chiaso la sero a oro di
niirindins, fermarin ju anemai tal paso in somp la Claupa spietant cui soreli
finis di entra. Fasino l' ascenso chest an? al disò un; o via! rispuinderin dug
t'una vos, fasinla. Ce vino di fa? Mesto quinzado, frittulas e sopos, e si im-
pegna ognun di provedò ce cu lava pa vicina joiba, ta qual debevo jessi la
fiesto. La nott da vizilia non vegniva mai dì. Si jevo, si ven a messo primo,
e dopo gustat a para four las vachias pin a buonore dal solit. Radunatz tal
paso cullas provistas, là vino di là a impianta la coglierla? Su dal Chiastell
di Vaschianazias, e si dirizè l'arment da che bando dulà che lats su pa
ribo, si chiato un grand pian cercenat da bosc neri. Diu vuejo mo che viu
bielo vito e che las vacchias no mosgi! Rivats dal Chiastiell, si pojà la fa-
rine, la frisorio, lu chialdarin, las scudielas e plateji, si fichio un pai di cà
e di là, si leo con tuartos in somp di chei una stangia da tigni su ilu chial-
darin cun l'ago per fa la mesto e dospò s' iraplo il fouc. Cuetto ca è, si la
cuinzo culla scuetta e cu l' ont e si mangio la mesto cuinzado. Si sbatt ju
ous, si mesceda cun lor farina di forment senzo cisum, si butta una sedon
alla volto jù pel ont buint, si giavo i boccons e inzuccheratz si ju chiafoltz
* Questo secolo vanta un poeta vernacolo giustamente famoso, Pietro Zorutti
(v. p. 187), i cui versi popolarissimi, e più volte divulgati per le stampe, possono
anche valere a rappresentare le condizioni odierne della varietà principale, cioè
dell'udinese. Le differenze tra la lingua di Ermes Colloredo e quella di Pietro
Zorutti si riducono tuttavolta a ben poca cosa. - Io qui mi limito a pubblicare,
per questo secolo, due componimenti in prosa, egregiamente scritti dall'ab. Leo-
nardo Morassi (morto nel 1863) in una curiosa varietà della nostra ling,ua, che
si parla a Monaio e a Solars, piccoli paesi della Valcalda in Cargna.
Testi friulani: Secolo XIX. 317
daveutatz fritulas. Si taja a grandas fettas lu pan, si lu intengs tei ouff, e
frittas ta menado cuu succher si davuelt las sopos. Si stè un atim a daupà
su l'Ascenso. Così pasutz, cui correva a zujà di bendol, di sitz, di purcito,
di altolà, di tricul tracul, di giato vuarbo, di von, di batt; altris stava dongio
las bulifas a conta ale. Culi diseva chel, al à dett gno cuignat, al era un
chiastiel dai Conts diLuint, come ch'an d'era un in Frata sott Zuviel. Chei
Contz erin tristg e bisugnà cu lu Patriarchia di Aquilea ju fases copà dai
siei soldatz. A lì là che buso ai ei-a rimagnutz ju betz. Il Predi Prezzo al
vigni una not cum omps di curaso a sconzurà i brauji, ju tuchuji, ju ^-
monis, cai stevo a possess. Fase primo lu cercen cun Ago santo, cun ulif
benedet, cun triangul. Fat lil cercen denti dal qual no podeva entra lu Giani,
né lu Grandinili, si metterin denti dutg quantg e lu Predi scomenzà ju scon-
zurs. Un tignivo lu Crist in somp la mazo cun tre ceris di Triangol impiatz
e chei altris sapavo, e quanta lu Predi ve benben lett sui ju Esorcismos, t'un
moment comenzà a trimà, a sbulujà lu terreng, vierzisi grandas gozzeuas e
andronas di ca e di là di lor, a sglevasi e sradicasi jui pezz, a vigni jù dal
bosc e dal mont maserios, cretz e dutg quant in ruvis. Joi! ce più più cai
debevo vò. E lor durs a preà, a sconzurà, a g1avà four tierro senza dà un
zitt, parcè s'ai ves chiacherat, o s'ai foss schiampatz, ju betz sares sparitz.
Intant ai scuvietz la chialderio dai betz culla laverò di fierr par soro. In
che volta ju tuchui ai si lassar vede neris comò lu chialin da fumario, cullas
giambos e ju peiss di vacchio, culla codo di madrac, culla bochia di lof, cui
cuars di cerflf, cun 'na gran forchia ta man, culla michia tal altra man par
schiarià lu canon, in fin pai voi, pas vorelas, pai nas, pa bochio ai sclizzava
lu fouc das fònderas dall' infierr. Las monts pareva cas chiades soro di lor:
la gran serpo e duttas las bestiatos eran par saltajur a dues e sbi^anaju coma
cnrdelas, e custors durs comò pai di clutorio, seben ch'ai vevo la trimarolo,
ch'ai streceava ju chiavei, la zazzera, ai travanava di sudor ju abetz pa
sbigulo e pa fadijo. Ma la chialderia ai giavar dopo dispossessat lu Braul; tun
lamp si cidinà dutt e ai lar a chiasa lor siors.
Savevei nuestris besavons cai era chei bezz? Sì, ai saveva. — Parcè no
giavaju lor? — No for migo bongs di resisti dur ai tucul, e lu predi non
vola vigni cun lor. Hai sintut che Toni da Duga al fo un an da tom cun
furetsg e ch'ai dovè schiampà da pouro: dungio and'è engimò bezz a chi chi,
e chei no ju portar via dug, parcè dut no le cidinat.
Salta su un: oh eh' a è bielo ve, jo mo i sai cemot ca è. Ai vignir cun
chel matt di Toni da Duga cui Crist, ai faser lu lor cercen, al comenzà a
lei una chiartata dutta infuraulado, ch'ai vevo comperado via par da Soclev.
Nard di Nont e altris di lor ai lavo devant di in mont culla jolza a tira fen,
ai sint a tal sit dal Chiastel a sapà, a brundulà, a mugnulà, a mungulà, al
si vicina pian pian enfi-a ju arboi e al si indacuarz ca l'èra Ju Magu Toneat
318 Joppi,.
da Duga cuq diviess forestg par scuuzurà, al si ritiro u cui coinpangs al
principia a bela di becc, a fa vosatos, a sberla, e chei lasar dutt impiantai
e ai schiampar come jevers e ai for struzinatz da dutto la vilo, e lu nuestri
Plevan al cridìi bea ben al Dugat, cai noi ven det Mago di bant.
Dista can seti striàs tu? eh altri c'andà. Son ches cas fas la tempiesto.
As van in Val Segia, ta ches fontanas fredas, dulà ca no sint la Chiampauo
grauda, e là as sbatt in che ago, as fas ches balos di glazzo e as van tas
nuvolas a butalas jù cui drazz. Dopo as balla, as mangia di biel e di bon e
as torna a chiaso. No si daccuàrzin chei di chiaso cas manchio no, parcè
cas lasso la inghernario a fa ju servisis par lor, e la inghernario intaut a par
una femeno comò lor. Ju predis tal orate fratres e ta benediziou ai las jouc,
ma ai no pon pandilas, si nò a ju fruzzarès corno lu tabacc.
Sastu nuja dal Vencol tu? Giani chi sai! al è stat sora di me e al no mi
lassava vigni il flatt quand chi dormivi. Me mari s'iraparcevè, mi strinzè
lu dett pizzul e al schiampà via. Me mari disè chi no stess ati a durmì colla
panzo in su, ma di boss.
Al è enchia lu mazzarot di bosc, ma chei noi fas mal, uomo cun t 'una ma-
zarota al batt ju claps e ju arboi, e al romp legnas e bruschias. E lu Or-
culatt? Eh lu Orcolatt ve, ai lu àn tant vidut. Al è un'omenon grand pin
che un gigant, al no chiamina mai pai pian, ma pai colms das chiasas lon-
tanas una dall'altra, al sta cun t 'un pè sul qual da mont di soro e cun chyl
altri sulla creta di misdl a mont di sott, e al ritt cai fas risunì las monts
corno cai tonàs.
E las Aganas? una volta as era. As stava in doi loucs, sott lu nuestri cret
das Aganas e sott la creta das Aganas di Ravasclett in somp Valchialdo.
Qualchi volto as si lasavia vede, as udava a fa fen, e pò a fulvo; quant cas
quejevo e trespedavo, as buttavo las popòlas lungias davur las schialas par
ca no jur ingredeàs ju peis.
Lassìn, ingludln chestos falopos, nus disè Tito, si no s'insumiln di nott.
L'ò mior fa la vento e rafanà, e al salta un cuc corno un chiamozz. AI chiappo
Toni pa piturino da.camisola, si butta jù devant devour, e chiadut culas spal-
las, alza ju peis, jeis pronta tal stomi, lu travuelt dall'altra banda, e chei cai
credeva di là soro, si chiata sott e vint. Lu viut volèvasi rimettisi, gira di
ca e di là, ma noi fo mai capazz.
Fatta la venta e rafanat, faserin la corso: vevin un biel cori e schiampà,
Tita di Banc nus chiapà dutg quantg.
Stracatz cusì, sentàrin ta ombreno di un lartz. Voròs, diseva un, un pochias
di zaresias cumò vò di mangia: eh, tu las slaufarès ben tu! disevo un altri.
Astu zinzàrios? sì, ma as son ingimò sedàs, las insedà gno fradi ce fa doi
ang. Jo i ài propri zinzàrios insedados cas an las zaresias di bott maduras,
Gno von al là a Zurzuvint a tueli ju pulius e las insedà. Intant las via noo.
Testi friulani: Secolo XIX. 319
Voi enchia jò metti zinzàrias, nujars, peràrias, e melàrias e insedàlas. Distu
cas vegno tu ? as veri tancu ce. Mettìn cumò chi sin zovins, e quant chi sin
grang, nus saran buinas. Ce gust alloro a fa most, a secchia su pai for, a
mangialas dapu cens e miriudins. Gno pari al dls che a Udin ai vent las za-
resias, ju pers e ju mei. Là jù ve, al è biell. Tas strados non d'è clevos, né
ribos, né claps; las chiasos son di tre ,di quattri puartaments, glesios grandos
e bielos comu lu Paradis, al è lu Vescom Lodi ' vistit da Predi con un bareton
sul chiafF e lu Pastoral in man; biei siors, bielis sioris cai dan da voro ai
nuestris cai van vintijìi d'invier a travajà di sertors, tessedors, chialiars,
marangons, pettenadors, faris, muradors, slossers, e laress anchie jò voluntiir,
ma a l'ha dett gno fradi cai sbefo, minchiono e stùzino s'ai nus a sint fa-
vela tal mot chi chiachei'in noo, e jo par chest no voi là gint. Cemot favèlei
lor pò? ai favelo pulit pulit fruzzò latin, un tic francin, un toc talian e un
poc venezian: un in t' uno lengo7 chel ati in che ata e ju nuestris a lajìi,
squen tignisi dur cui taliau. Lu talian mo esel un uomp di sest? Ma sì cusl.
Gno fradi a Udin al si ten dur a di chel, parcè quant cai fò lu Predi Pi-
rono- ta nuestra Ostarla al chiama gno fradi per chiacherà ale cun lui, e'
chel predi di Udin favellavo come noo, ma gno fradi svuelt, al voleva lui, al
disè dospò, tirami cui chiargnel, ma jo soi tignut dur cui talian.
Joi, grams mai no ! stin a chi e las vacchias saran ladas in dam. Anìn
anln a burilas four. Tu va su pa palo, tu pai agar, tu su pa biochio, tu su
pai vial das tajos, tu su pa questo; fait chiapajur la volta, fait rastiel e voi-
tailas jù. Jo a chi las fermerai. Radunat ju anemai, tolerin su armo e fagot
e vegnlrin viers chiaso cuU'ascenso fatto. Tal e qual a fo che bielo zornado
e maghari ca tornàs e chi ves cun me qualchidun di Udin da rafanà e chia-
cherà chestas e altras falopas cun lor, par cai stess enchia lor cui chiar-
gnel e no simpri cui fiirlau.
b. La parabola del figliuol prodigo,
esposta da Pre Leonardo Morassi nell' idioma di Monajo e Solars,
nella Valcalda di Cargua.
[Dal ms. autogr.; v, il num. l.J
Parla '^ Ambrogio delle Storie'' (lu storie): Ben, su contarai la storio dal
fii prodic.
Uo pari al vevo doi fiis, e lu pin zovin di culor disè : pari , dàimi in cà
* Morto nel 1845.
- L'ab. Jacopo prof. Pirona, autore del Vocabolario friulano, morto nel
1870.
203 Joppi;
chel cai mi ven. E lui fasó da so robo tre parlz. E da 11 a poos diis lu pin
zoven fagotà dutta la soo in t'uno, e là vio lontanon lontanon, e cun puems
plens di vizis e cuu puemos viziosas al fruzzà dut quant, un tic in zucgs, un tic
in danzas, un altri tic in pacbiocà a panzo pieno e trop ingimò in mil ma-
tedatz. Quant cai lassa so pari, al ero un biel funtat, vistit con t'uno bielo
camisolo, un ping biel pettoral di scarleet, braghessos curtos di pann fin
cuUos rincbios d'arint dapé, scufons blancs corno lu lat, scars lustros, la
zazzero ben sgredeado; da chiaf a peis al ero corno un biel dì '. Chialailu
cumò a no l'è ping a cheli. Ala lu chiapiell rot e da cragno, ju chiavei in-
gredeatz, la muso sporchio e magro corno uno strio, la camisolo slambrado,
lu pettoral rot e senza battons, las braghessas sbradinados, ju scufons plens
di buccbèros senza leams di tiguiju su, par cui al mostro las polpos das
giambas brusadas dal soreli e ju scars ai i sbeleo cun tantas di bochiatas.
Lait a là vede; a vede chel fiat cai volè a puesto impianta so pari par
no abadalu e par buttasi malamenti. Ma a no finis migo cusì par lui.
Al ve di vigni in chel ann disesiet di grandissimo miserio -, e abbandonat
da dutg ju sie colegos, sì ridusè, a preà un paron ca lu lassas là a pason
tal so bosc cui purcitz par magna grand, e a no i lassavin mangia avondo
nencbio di cbest.
Una dì pin dal solit sì lu vedevo malìnconi, sentat sot un rovol, pojat cui
comedons sui zenoi, cui cernelì in tal puing e denti di so al rumiavo: « Soi
« propri stuf di faa chesto vito. In cbiaso di gno pari son tang operaris cai
«han avondo ce mangia, e parcè àje jo di crepa da fan a chi chi? Curazo,
« disè, nujo poùro, voi torna da lui e voi dii : pai'i, jo bai fat malamenti, no
« pues pratindi di jessi clamat vuestì fii ; tignimi almancul comò un dai vue-
« stris lavorantz. » Al jevo su, si met in strado, e dopo qualchì timp e fadijo,
vedèlu za rivat da vicin alla cbiaso dal Pari. Lu pari che, o par gust o par
desideri dì vedèlu a tornaa una volto da lui, al stavo chiauland pa cam-
pagno da uno lindo da cbiaso, al vede nà sì né nò da lontan a avicìnasi un,
e par ordin cai si vicinavo, si daquartz e si imparces ca l'ero propri lui. Al
pensavo: saressel mai cbest lu gno fii? ven jù pa scbilinados, e va a ìncon-
tralu sulla strado. Il fiat al jouc che chel ca i ven al vìers a l'è propri so
pari: «cumò stoi ben ve, al disè, al mi ba sigur cunusut. » Al resto a 1
implantat comò un pai, ìmpalidìs, ai salto la triraarolo. Chialait doos per-
sonos pari e fii che van a incontrasi, il fii trimo da poìiro, il pari al è dut
alleri. Ma chialait il bon vieli cemot cai sfuarzo lu pass par incontralu, e
incoutrat ca lu à: «tu sees pur tornat o fii!», «Pari, disè il fii, soi stat
'Variante: la chiameso blanchio corno un dint di chian cullos tripos di
foor dal pettoral e cui manins cai cuviarzevin miez lu puing.
^ Il 1817, anno di carestia.
Testi friulani: Secolo XIX. 321
«trist, perdon. » « Jevo, i rispuint il pari, chi gi imbrazi. » E senza lassai di
dì uno peravolo solo, ai salto da pruf di lui, lu chiappo a braz a cuel, e lu
busso e lu torno a bussa, e lu bagno cullas lagremos. Po dopo, voltat ai ser-
vitors che erin biel a lì daur di lui, jur disè: « Lait in pressa, davrìt lu gno
«grand armar e puartait ju ping biei vistiment[s], parcè chi hai da vist\ lu
«gno fii. Lait in tal chiot, dispeait da trisef lu pin gras vigiel , mazzailu,
« squarteailu, fait un bun past di nozos e di sagro: farès gnocs, chialsons, lo-
«sagnos, joto di risis, rost, specs sulla gradelo, crostoi, frittulos e sopos.
« Prechiàt la tavolo in ta stuo, jo uee soi dutt in t' uno legrezo parcè cest
«fii l'ero rauart e a l'è risuscitat, lu vevi piedùt e lu hai chiatat.» L'or-
den ven pandut. Van dugh a ghioldi, a parechià pai gran past di sagro e di
nozo, tant ju servitors, che las voros, che ju lavoradors del Sior Paron.
Lassin di seà e di volta, lu reonaz, di spandi las solz e di trespedaaju
remìs, di implantaa lu midili da medo. In menuus implàntin las tajos e la lisso
al cridà, bauf ! dal lor condutor. Corrin viers la bergerio a pojà lu sapìn, lu
angheir, la lado, ju grifs; lu scotton lasso di fa la polento, ju pastors lògbin
las vachios, las pioros, las chiaras: van ta casèro e tal celar, pàrin da bando
lu musso culla gran chialderio pieno di lat, parin ben denti lu tappò tal sizzal
parcè cai no si spandi lu siz; voltin lu formadi e la scuoto sul tabio; im-
plàntin la fedario e di gnavà la menado da pegno, e dutg corrin viers la
chiaso del bon paron uzzinant da legrezo.
Las voros e las mamolos mettin su ju biei cass e fazzoletz, giàvin las dar-
bedos e metin ju scars e lu grimal ros. Ju fameis e ju zornadeirs si viestin
anchio lor biei biei colla robo das fiestos, e ju maridatz coi abetz nuvizzai.
Qualchidun e qualchiduno dai ping raorbinoos van a balaa tal stali là ca si
suno lu viulin e lu liron e si baio minuvetz, sbòlzeros, e sclavos tant ca si
voul. Qualchidun chianto bielos raganizzos ta cort e sot ju balcons; qualchidun
che san fa las bielos smorfios, stan a chiacherà cui Sior Paron e cui so fii,
intant ca si fas lu past. Eh! ce biel vedee chei cogus e ches cusinarios e
ches mamolos a fa dut biel in chiaso, e a parechià lu mangia e ju golosetz.
Sulla lars art un biel fouc no migo di legnos tarondos, o di sclausers, o di
bruschios, ma di legnos di vespol sclapados, secchiados sul legnar cas ar-
devo corno chiandelos e fasevau un biel borostaì ; ta gran rimino boi la chiar;
ta techio lu togh di vigel; suUas gardelos ai fumo iu specs, in somp pizouC
al cor attor lu rost. Menio, sul desc, sbat ju cocs par fa las fritulos e las
soppos indorados, Marto, sul taulèir, culla mescolo distiro la pasto di forment
par fa crostui, fritulos, gnocs e chialsons e losagnos e pizzacocoi. Mark),
culla ingernario biel novo no vial ingerno la stuvo, saldo con un coni ju peis
da lunghio tavolo e distiro su ju biei mantij e mett sore ju tonts di stang,
las furchitos e sedons d'arln. Par rivaa sulla musolero m.et lu bredol sot ju
peis, e tira jìi ju muzoui. Nissun ha padira e dutg han pouro di ingludaa
ale e di no fa content lu paron e ju invidatz.
322 Joppi,
Ven l'oro di gusta; a soh preparados ping di uno tavolo, uno pai Sior Pa-
ron e fii toriiat e pa fameO coi siors e sioros, l'altro pas voros e operaris e
pastors; uno altro pai sunadors e balladors. Oh si vessis vidut ce bons man-
giàs, ce legrezzos, ce fiestos e davuais!
Al torna intant da campagno lu grand fii dal Paron. « Ce batiboi'esel mai
« chest, al disè, esel negozi che gno pari seti daventat mat?» «No, rispuint
« un, dut chest al è par la reson ca l'ò tornat vuesti fradi, eutrait enchio voo
«a gioldi»; e lui noi volevo migo entra chel mattuzzel, e fo bisigno che lu
pari al vignis fourtacort a prealu! E lui rispiendè a so pari: « Ese chesto la
« maniero di tratta cun mee? Jò stàus tang ang simpri soget, strusià corno un
« chian la me vito, fa ogni je?"bo un fas par tigni cont, e mai da Diu no ses
« stat bon di dami un vigiel dispopat e gras chi ves podut gioldi cui mie col-
«legos; ce un vigiel? nienchio un zocul né una bimo; torno four chel straz-
« zou di vuesti fii dopo di vee dut davualdut cullas soos femenatos, si mazo lu
« ping biel vigiel e si met dutto la chiaso sot soro da vers matz. » No la verès
finido chest dottoron, ma so pari lo confond ; « Fii, ai disè, chiar tu, no staa a
« dii cusì. Ce cu è gno l'è enchio to; ma l'ero ben lu percè fa un bon past e
« fa legrezos; dapò che chest gno fii l'ero muart e al'è tornat a vivi, l'ero pier-
«dut e al'è tornat a chiatà. »
Vedeso fantatz, vedeso puemos dulà che la laressis a finì se volessis im-
pastanà vuesti pari, che ìnchimò dopo, par ve un poc di ben, dovaressis torna
pintitz e squìntiatz da lui !
Al disevo, vede, lu Razidiacono di Guart, chel bon vieli, che quant cai fas
la predichio se la torno a conta in filo, parco cai chiàchero par chiargnel e
no par latin, al disevo: Chel pari bon al è lu Signor, chel fiat sin no poc di
bons. Tornln da lui, pintìs, cai nus trattarà ben e al farà fa fiesto lassù in
Paradis.
Si chiatarìn chi chi Domenio dopo giespoi, e su dirai su ju proverbios che
disevin gno von e me vavo.
TJno degli uditori chiede a un altro di Stalis, che è dello stesso Comune di
Monajo: «E tu frutat, ai disè, parcè mo astu ridut quand chi disevi? » E un
terzo: «Parcè chi dìsln in as e lor dlsin in es. » « No voi chi si struzinais par
« chest, rispundè lu Storie. Ju nuestris vons e las nestras vavas nus han in-
« segnat a favela cusl. No altris Salaress dìsin par esempli, las nolas e las
«cocolas, vo altris Stalarees, seben nassutz un sol quart d'ora plui in là,
«diis: les noles e les cocoles; chei quinci su di Rigulat e Culina e Sigilet
«disia invezo: las nolos e las cocolos ', e chei dal Chianal di S. Canzian
«in louc di dii: noo, disin: wwo, in louc di dì: "ooo , disin vuo, cun un uu
«strett franceis-; chei jù pai Friul ai spudis lu is , js , iis come guselas^ e
* Cfr. Arch. I 502 n.
' Cfr. Arch. I 498.
= Cfr. Arch. I 502 n.
Testi friulani: Secolo XIX. 323
«par chest no Tè di ridi; par dugh quantg al è onor a conseivà la lor lenga.
« Quand chi si sia fatz intindi ce chi vin tal chias, via favelat beu avondo.
« Magari che a chei cai van pai raont no vessia dissipai lu nestri lengaz, me-
« sedaalu cui taliaa, cui furlaa, cui frauzeis, parcè cai disevo gno besavon,
«che a chi cM si chiacheravo una volto spagnool biel e bon ». '
* Poiché è accaduto che iu questa collezione di testi inediti non potesse aversi
alcun saggio della varietà friulana del mio paese natio, si condonerà che tra
i saggi del secolo XIX io qui ristampi un sonetto di quell'egregio pa-
triota goriziano che è Carlo Favetti. Fu scritto e pubblicato a Venezia, nel
1869. G. I. A.
Chel me pais, che l'Alpe Giulia siara
E cui Lisunz va fin nella marina,
Quand vioderai? Quand busserai che tiara,
Che nassi mi ja viodut e là in ruina ?
Lontan di te, o me Guriza chiara,
Uaa vita jo meni errant, meschina;
Quand finirà? E il leu della me bara
Dulà sarà tajat? Cui lu iuduviaa?
Le ver, soi esiliat nel paradis,
In patria me, cui mei, e li ber soi,
E speri simpri ia plui alegris dis ;
Ma tantis voltis che pensand io stoi
A chel che jai lassat nel me pais.
Mi chiatti cullis lagrimis nei voi'.
324 Joppi ,
VII.
APPENDICE.
Testi italianeggianti, scritti nel Friuli,
dal 1290 alla metà del secolo XV.
1. Statuti della Fraglia de' Battuti in Cividale.
[Da apografo cartaceo del secolo XIV, néWArchivio Notarile di Udine,
Varia Historica, Voi. I.]
1890.
Li infrascriti ordinamenti e statuti fati cura conseglo de savi frari minor e
predicator e de altri savi e boni horaini de Cividal in Millesimo ce e no-
nanta a df VII intrant Setembrio.
Enfra li altri ordinamenti e statuti fo ordinato e statuto ni nisuno no debia
esir rezevuto in la fradalia deli batuti de Sancta Maria sotto nisuno pato e
condicion si no lyberamentri queli chi voi observar ly statuti dela fradalia.
Item chi zaschaduno frari debia quant el pò batir lo so corpo ogna dorae-
niga e ly festi di tuti ly apostoli e per ogna fiata chi veu fata prosesione
dir XXV paternoster e sxv avemaria.
Item ogna fiata chi alguno dela fradalia mur u homo u femina dir xsv pa-
ternoster e xxv avemaria et esir personalmentri alo corpo del morto.
Item ogna domeniga chi ven fata prosesion per zascaduno frari u saror
dela fradalia chi sarà Io so anevual, dir v paternoster e v avemaria per I-a-
nima lor.
Item zascaduno frari e saror de' pagar ogna anno in lo df de Sancta Maria
de candeli denari ij in aiutoiùo deli poviri.
Itém ogna fiata quant alguno dela fradagla si è infermo ed eli sia comandat
a veglar, elo de' andar u mandar per si a veglar.
Item chi nisuno no debia esir revuto in la deta fradagla si inanzo no à la sua
capa cum la qual si de' batir.
Item chi zaschaduno de la fradaglia de' rezevir una ora in anno lo corpo
nostro Signor Jhesum Cristo.
Item chi zaschaduno dela fradalia de' aver pas e bona volontat cum lu so
comfrari e per quelo chi romagnes de aver pas e concordia sia dislito de la
fradagla e altri plusor ordinamenti chi é di grant consolacion e hutilitat aly
animi e al corpo.
Testi italianeggianti del Friuli: Secolo XIV. 325
2. Canzone in morte di Bertrando Patriarca d'Aquileja*.
[Leggevasi in fondo a un protocollo, oi^a smarrito, degli anni 1345 e 1346,
il quale faceva parte deWArchioio Comunale di Tolmezzo ed è ricopiato
neW Archìvio Capitolare di Udine, Voi. XXXII, Mss. Bini, Varia.]
1350-1.
AI nome de Christo e de Sancta Maria
Or m'ascholtate tenz in cortes] a
El lamento de la chasa d'Aquileja
tuti quanti,
D'una dolosa pena congrua e plana
Del nobel Patriarcha Ser Beltramo
De quel Signore ch'à lu so sangue sparto
sul camino.
' Bertrando di San Genesio, francese, succedeva l'anno 1334 a Pagano della
Torre nella sede patriarcale di Aquileja. Benché in età avanzata, diede prove,
durante il suo governo, di non comune energia, congiunta a saggezza e bontà
d'animo singolari. Volendo egli frenare le continue guerre che i Castellani del
Friuli movevano tra loro e contro il Principe comune, s'attirò l'odio di codesti
ribelli; i quali, uniti al Conte di Gorizia, attesero armati il loro vecchio Pa-
triarca e Signore sui prati della Richinvelda alla destra del Tagliamento, il
6 giugno 1350, mentre da Sacile egli ritornava a Udine, circondato da pochi e
fidi amici. Nel breve combattimento, restò ucciso il Patriarca con parte de' suoi
seguaci, altri de' quali, come Federico di Savorgnano e Gerardo di Cuccagna,
de' maggiorenti del Friuli, rimaser prigionieri. Il corpo di Bertrando fu rice-
vuto in Udine, dal clero e dal popolo, colla massima pompa e collocato nel
Duomo dedicato a S. Maria, ove ancora si venera col titolo di Beato.
Nell'ottobre del 1350, papa Clemente VI innalzò alla Chiesa di Aquileja Ni-
colò di Lussemburgo, fratello dell'Imperatore Carlo IV. Nicolò non ne pren-
deva possesso se non il 21 maggio dell'anno seguente; ma sua prima occupa-
zione fu di vendicar l'antecessore; e prima che finisse il 1352, molti castelli
de' nemici di Bertrando erano atterrati e molti de' suoi aggressori spenti dal
carnefice.
La lingua della rozza e toccante Canzone, che oggi vede per la prima volta
la luce, sa decisamente di friulano, e dovremo perciò attribuirla a autor friu-
lano. Fu composta sùbito dopo la nomina o la venuta del Patriarca Nicolò, e
quindi fra l'ottobre del 1350 e il maggio del I35I, prima che questi desse prin-
cipio alla terribile vendetta, a compir la quale, dice la Canzone, egli era stato
eletto dal Papa, per eccitamento dell' Imperatore.
Archivio glottol. itjxl., IV. 22
326 Joppi;
Cantar ve- vojp del Patriai'cha fino
Che fazea honore al gi-ant e al pizinino,
La sua persona sempre zeva alegra
A quel Signore
De li soi fratri lu bon redemptore
Per mantenirse in pase cum honore
Et del fomento a grant tradisone
A cum dolja.
Quando el fo presso de quella gente ria
Misser Beltramo pien de cortesia
El pregava Christo e la Vergin Maria,
A mi perdona.
Misser Fedrigo in d'avia grant dolore
Quant el vedea ozider lo so Signore
Lagremando el dise en fra lo so core
Ay me dolente!
Che de la Glesia sempre fo fervente
De mantegnerla amico chu la nostra zente
Sempre la mare de Christo el clamava
En veretade.
A quel de Chucagna comenzó a parlare
Misser Gerardo lo fyol en veretate
E chu la spada voglio esser liale
al mio Signore.
E de la patria sempre fo servitore
Da mantener le entrade a grant honore
La chasa d'Aquilea cum grant valore
a mya possanza.
Ed in quel di fo morto l'humel Patriarcha,
Quando a Udene zonse le novele
Duta zente allora lagremave
Lu so Signore;
Quel padre dolzo plen fo de cortesya,
Quant el fo morto de quella zente ria
Lu povul d' Udene chu la cheresya
Suspirava,
Cavalgaudo a quel nobel Signore
Del raes de jugno fo la tradisone
Quando el passò clamai a Dio Signore
Su lo camino.
Lu povul d' Udene si se pareclave
Per tor lu corpo suso in quella fyata
Testi italianeggianti del Friuli: Secolo XIV. 327
A Sancta Maria lu corpo portava
de quel Signore.
Lì prelati e li soy dependenti in quella
Cantar le vesperi cum devotione
Orava Dio e la Vergin Maria
che li perdone,
Che della glesia imperator corona
De la casa d'Aquilea terra bona
Per tuto'l mondo si fo rnenzonato
in ogni parte.
Quant le novelle zonse al pare Santo
Del Patriarcha ch'à'l so sanguo sparto
Li gardinali en fazfa gran pianto
e lamento:
Lu Santo Papa en d'avia dolya
De quel patron de la virgin Maria
Che delli tre del monto a quello d'Aquilea
era clamato.
L'emperadore disse al pare Santo
Un altro Patriarcha sia levato
Che li traditori vada gastigando
per rasone.
Imantinent el fo levat Signore
Misser lu Patriarcha Nicoloe
E de le glesie el manten rasone
cum posanza.
De la chasa d'Aquilea francha lanza
La plui leal che sia en Pranza
Che in questo porta nomenanza
de prodeze.
3. Poesia amorosa.
[È sul rovescio di tin atto d'ignoto notajo udinese,
della metà del secolo XIV, neW Archivio notarile d' Udine.]
Zovenita sta segura sei ti piaci alguna cossa ven a me senza pavura no star
malancuniosa di dinar io no ti digo darotini com'ostagi si chi ben saray
fornita raegl chi tu fossi zamai e si tu mi crederay, nata situ invia-
turosa.
328 Joppi*,
Camarelli puy di milli doneróti alto do milli e Castelli et palafreni quant tu
andaray per camini sì chi ben saray fornita di zo chi ti fay ministeri
e di barcheti e di speronerò deletando a ti zuyosa *.
Tropo mi retorna in noya T impromessi che tu mi fay e dinari no mi besugna,
arica son corno tu say, si duto '1 mondo tu mi dessi no mi tocheria za
may, in altruy som inamorat va cum Deo pensando lu vay [sic].
Tu mi passi [pasci] pur de rissi [risi] e di veti paroleti pasorete etu [sei tu]
deventata de li volta pluy di sete [sette] ben non crederia mintir se disesi
vintisete o creti che sia zudeu o cretu che sia menzonero.
Zovenita ora m'intende sei ta gravass' il venire doneróti girlandeta, vistiróti
ben vestita e sei ti piazanl corona e cofeneti, per cuvrirsi e caputo al fio-
rentina tosto ti farò aver soy ministeri si chi men saray fornita di zo
chi ti e di falcheti e di livreri deletando a ti zuyosa.
4. Celebrazione di matrimonio.
[Dagli atti del notajo Ermacora Bonomo, di Billerio, anno 1354;
neW Archivio notarile d'Udine.]
Verbum quod fit quando aliquis desponsat usorem.
In nomine Patria, Filij, et Spiritus Sancti amen. In prima mentre e lo si
e divignudo da Dio e dala sancta mare madona sancta Maria e de li xii apo-
stoli e di tuti li sancti e di tute le sancte e di tuta la cort di cel, da li
quali si diven tuti li donoi e tul [sic] beni e tute le gratie chi noi avemo
in questo mondo e pò si e stado piasamento dali amisi da una parte e dal
altra a qua al honor di Dio e dela mare soa congregadi e asunadi e si che
ve digo e prego chi sei fosi nisuna persona a qua od altro che savese per
nisun modo over causone d' enzegno, da rasone over di fato o per paren-
tado 0 per impromisioue che alguni de lor avese impromitudo a nisuna altra
persona: per le qual chose lu matrimonio non podese divignir, che Io debia
dir a qui et in presente di caschun omo e chi se lo lo dise da qua inanzi
e lo no li vignirà cridudo e dir noi pregaremo Dio e la soa mare vergine
Maria che lu dia gratia di viver un con l'altro a lungi tempi e di far con
le cose che sia honor dal corpo e salvamento da la anima e di far fioli e
fiole chi sia servidori di Dio. — Et tunc die sic : — Dona Berta laudavo
Martin fiolo di Sabadin per vostro legitimo sposo e marido segondo comanda
' A questa strofa sono aggiunte le seguenti parole, forse a guisa di varianti,
senza che si veda come debbano andare collocate : e di iascheti e di fiori da-
rotini milli paghi.
Testi italianeggianti del Friuli; Secolo XIV. 329
la rasone de la Cort da Roma e la Cha d'Agulea e la usanza di Friul un
ora, l'altra e la terza etc: et similiter de viro: — Martin laudavo etc.
5. Lettera
di Mainardo di Villalta ad Artrusino di Cividale,
sull'incendio della villa di Villalta fatto dai Signori di Uruspergo.
[Arch. Municip. di Cividale.]
1358 «.
Amigo so Karissirao Artrusino de Civitat.
Al amigo so Karissimo Artrusino de Civitat io Meginardo de Vilalta si ti
saluto cum bono amore e si ti mando mostrando sopra a qui de Wspergo
chi e stado in la villa de Vilalta bora trasora de note e si hanno brusada
e robada la villa e si anno presi li mei servitori io te prego per lu mio
amore chi tu lu debi mostrar a li boni homini de Civitat e che li faza con-
tra de mi si comò noi s'avemo impromesi e deba displaser a tuti voi.
Data in Vilalta di iiij de Bruma,
6. Lettera
dei Capitani Patriarcali,
scritta durante l'assedio del Castello di Ragogna.
[In atti di Leonardo di Gorizia, notajo in Gemona;
Arch. notar. d'Udine.]
1365, agosto o settembre.
Al Capitani e del Conseglo di Glemona.
Al Conseglo del cumun di Glemona, no chi semo in per lo patriarca ca-
pitani de la bastia - respondemove sovra una letera la qual voi mi mandase
per le arme e per le cose di Zuanuto e di Perozo, sovra questo ve respon-
* Manca in questa lettera l'anno, come si usava in que' tempi, ma lo si
desume dalla deliberazione del Comune di Udine, 4 dicembre 1358, di soste-
nere Mainardo di Villalta contro le violenze de' Signori di Uruspergo (Arch.
Mun. di Udine).
^ Bastia fatta per assediare il Castello di Ragogna.
330 Joppi,
demo chi noi no avemo cosa nisuna del loro salvo che una coracina e un
slopo lo qua! era di Perozo, sapia chi per lor zoe Zanuto e Perozo non
manca chi la bastia non fo presa chi siando dentro de la bastia intrambi
due eli si arenderono agli inimisi zoe a Cola de Regogna: no semo vostri,
voi save ben quel chi vo ave a far.
7. Lettera
al Comune di Cividale,
nella quale s'annunzia una scorreria degli Udinesi.
[Da una copia che è nella Collezione Portis-Guerra in Cividale.]
Nobilibus ac Sapientibus viris Gastaldioni, Consilio Terre Civitatis Austrie
Dominis meis carissimis in Civitate '.
Ogni debita recomandation inanzi metuda. Sapia che un vostro e mio amigo
si me manda her alle xxiv hore digant com lo marasalch ^ a Uden con una
grant brigada esf, debba entrar està notte in Cividal a fare non bone et
honeste cose a instantia de chui quel amigo soradetto e mi non lu savem:
onde io ve n'aviso. Se io pos far alguna chosa per vuy e per lu bon stado
comun di Cividat, io son sempre presto a ogni vostro chomandamento.
Dada in Chastelut a di xxviii de Setembre.
El vostro in dut Virgili di Cividat.
8. Lettera
del tempo della lega de' Veneziani col Conte di Virtù.
[Da una copia come sopra.]
1387 \
Al nobil homo Nicolò de Anzello in Cividat sia dada.
Nicolò di Anzello yo Ulvino ti saludo et sapi che yo ày favellai ad una
femina di Zucho, la qual si é stada in Udino, chi elio si diseva in Udino per
agli boni homeni chi gli Veniziani non volevin triuva ne pace per nissuno
modo e specialmente dopo chi fo fatta la lega chu lu Conte de Virtude del
qual gli homini da Udine mostra da esser grami e faravin volentiero triuva
' Risaliamo sicuramente al 1386-87, epoca delle grandi differenze tra Civi-
dale ed Udine.
* Maresciallo Patriarcale.
^ La lega risale a quest'anno. N
Testi italianeggiauti dui Friuli: Secolo XIV. 331
no fossi per discomplaser agli Veneziani; e disin gli boni homini si egli vor-
ressin a quegli da Cividado e di Savorgnano ti'iuva, no da Udino la conve-
gneressimo far pei* forza, e no varavi chi elgi facessin altro si no taglar lu
nasso di fin a X femini li quali esin di fora da Udino chi in chel hora nis-
suna femina no oseravi esir per paura chi elio no gli fossi tagliado lo nasso;
elgi no podevan ben seselar, ni legni, ni erba, ni carbon, ni nissuna chossa
in Udin portar e si disin a quelgi da Udino chi li poveri femini si hanno
mantignudo e mantegnino ancora Udino. Prego ti Nicolò, chi tu mostri que-
sta latira agli Deputadi chi egli pigliassino alguno arimedio s'ello ti par-
Prego ti chu tu mi scrivi chi triuva sia tosto. Dio sia cun tey.
Ulvinus de Chanussio.
9. Poesia, d'amore.
(Si legge appiè d'un atto di pugno del notajo Nicolò di CoUeprampergo, in
data d'Udine 27 febbrajo 1397; Arch. notar. d'Udine.]
Queli ochi honesti pien d-amore
Si m'àn ferito a morte en lu mio core.
Ed timi ferito d-un dardo mortale che m-à pasato
Nisuna midisina no mi vale che da amore son invelenato
Se no'l piacer dì voy viso arosato sempre m'apello servitore;
Queli ochi ecc.
Per mio servitor may no t'appellar de questo sono certa
Che se per me porti pene e guay di questo son contenta
Quasi per certo tu m'avia averta * far no sapesti
Unde porto pene e dolore.
Dolor ne voy portar dona poy che vi piace
May lu mio cur sempre é vostro servo veraze
May io vi prego dona se vi piace che perdonò a chesto peccatore.
Né-'l to dire, nó-'l to fare, né-'l to marze chiamare
Non ti vai niente, tu debevi l'atro ben pensare che io no era curente,
May volo che tu sapia certamente
Che deli ochf miei no averà rigore.
Queli ochi soa che m-àn conducto a morte unde non posso scampare
A mi non vale aiuto ni conforto ne anche marze chiamare
Se no la morte che me dò iudare, or mi lamento a Dio nostro Signore.
' Parole incorte.
332 Joppi*
Amor no ti poss-'io più celar lu nostro inamorameuto
Duta e son tua el no ti pò raauchar al to intendimento
Io farò se vivo che tu saray contento
Però ti prego non fare più remore,
Queli occhi ecc.
10, Parafrasi poetica dell' Aue Maria.
[Dagli atti di Gio. Paolo de Prioribus, notajo di Venzone; Arch. noi. d'Udine.
1430.
Ave Regina Celi superni celi
Maria voleste parturire quel fructo,
Grada per dar a tuti noi fedeli.
Piena tu fosti d'ogni don perfecto
Dominus volse per tuti noi salvare,
Teeum habitare nel tuo ventre delecto,
Benedicta sei sopra noi exaitata,
Tu produxesti vita si che simille
In mulieribus mai non fo trovata
Et benedictus ben se pò chiamare
Fructus producto senza algun peccato
Ventris tui ussl per morte portare
Ihesus superno el to fiol dilecto,
Sancta mazor tra li beati sempre
Maria vocata ananzi el tuo conspecto
Ora prò nobis o dolze mare pia
Nunc et in hora perfin a la partita
Che de la eterna vita ne dia la via.
11. Lettera d'affari
di un Cividalese al Consiglio di Cividale.
[Dall'orig. in carta, Collez. Joppi^
1437 '.
[A tergo.] Onorevoly e circumspecty Singory Provededory
e li Singory del Chonseglo in Cividal detur.
OnorevoUy e circumpechty [sic] Singory Pi'ovededori el ]y Sigory del Con-
seglo, o receuda una vostra letera '1 qual me face chomandamento che io
* La data di questa lettei-a si desume, oltreché dal carattere e dall' epoca
Testi italianeggianti del Friuli: Secolo XIV. 333
ilebja pagar el degan di Sent Stefano d'uni porcij li qualy e tolsi de Maur
de Sulcit. Singory e o fata la mia rason cum Maur e cliun lor in la chaneva
de lu Blanch presente Ser Tomas di Ser Adam, lu Blanch bechar, el lu
fiol Chulau di Blas di Burul Drega di Masaroly, Lorenc de Blacen; io Chu-
lau si restai a dar a Maur o a li merchedanty marche di soldi xi e for-
toni tre ed a questo si e lu vero e di questi denari si diey al Chranger marche
ij lu lor compango presente Ser Francil, Simion di Ser Pauly. Itera si diey
a Jancil lu fiol di Jost di Zegla marche ij per chomandament del det Degan
di Sent Sciefin el luni a fo prisint Ser Francil, Simion di Ser Pauli, Nicholo
0 Sar Daur bechary che io lur diey de lu resto io si lur hai vogludo dar ad
esso in Plez quando ely vengir de Sant Martin marche iiij in menary e Io
resto un vasel de vino e questo se fo de pato chel y devessy tuo menarii'.
Singorij de quel che io deba far mi per la parte mia zoe de marche vii e
fortoni tre non se ne partirà da me chel voglo pagar e li dise che li non
ano da far chun mi. Prego li gracij vostry sei ve piase che el vogla ricever
questi denary zoe marchi vii e fortoni tre venga soo che el voglo achordar
senza nesuna chustione. Singory e seravi vengudo chun luy su e speto lu
Retor de Rosacy marty de sera el me chonven esser chun luy per far ly pocs
di e per sentar a rason in perzo che so- lor Degan e se questo non se pò
chordar e sero de li poc dì lasù zoe Sabeda. Prego li gracij vostry che me
abia per schusado per questa rason.
in cui vissero i Signori Tommaso di Adamo e Simone di Paolo Formentìni
di Cividale, da note di mano di ignoto notajo di Cividale, fatte sul rovescio
e segnate: 1437, 19 decembre.
* Comperare (togliere = pigliare) mannaje.
=* Sono.
334 Joppi ,
Vili.
Aniiotììzioni e Frammenti.
1.
Le voci 0 forme, che qui si dichiarano, mancano per "la massima parte
al Vocabolario del Pirona. Le cifre e lettere richiamano il secolo e il docu-
mento a cui spetta l'esempio. S'omettono le riduzioni burlesche dei nomi
proprj ariostei (sec. xvi, num. 8, a e &), come Lizèr Ruggiero, Forecùl Fer-
rati, ecc.
dbetz abiti xix ò. alto là nome d' un giuoco xix a.
aganas Fate dell'acque xixa. * andoy ambidue xiv 13.
Agolea, Aulea, Oleja, Aquileja, aras rape xv 13.
XIV 3, 7. arasons ragioni xv 13.
al aglio XV 13. arefuidd rifiutare xv 13.
alhìarc albergo xv 3. arciavol, arciaul, arziavul, ar-
allàt andato xvi 8 a (10). donasi, arcidiacono xiv 5.
alUri allegro xix a. ares eredi xv 9.
almens almeno xvi 8 a (2). aribola riboia xiv 5.
almuesino elemosina xv 2. ariceu ricevere xiv 5.
* Questa denominazione mitologica è ben diflfusa anche fra le genti ladine
e semi-ladine della sezione centrale della zona. Se ne veda il beli' articolo :
aiguana, nell' 'Idioticon' dello Schneller {Die roman. volksmundart. in
Sùdtìì'., I 106), la cui ricostruzione etimologica (aquanae) ha nuova conferma
dalla voce friulana o carniella. Ma egli ha dimenticato il verso di Fra Gia-
comino da Verona:
Né sirena né aiguana né altra consa he sia
(MussAFiA, Monum. ant. d. dial. it., 30, 103), che a me è ricordato dal Rajna,
cioè dall'editore del 'Bovo d'Antona', nel quale è quest'altro verso;
Eia é più bela de fada ni d-ayguanà
(Rajna, I Reali di Francia, I 566). E l'Aquana si accompagna fra i Ladini
col Silvanus (v. Schneller, o. c, 106 173); il quale però ricorre anche fra
i Lombardi e i Subalpini (v. Flechia, Arch. II 10; e pur Mussafia, Bcitr. z.
kunda d. nardi t. mundart., 78 n.). A,
Testi friulani: Annotazioni e frammenti.
335
ariquile reliquie xiv 5.
ariziet ricevuto xiv 9.
aronc ronco xvi 26.
art: nu art (egli) ci guardi xv 15.
arudandg rovinacci xv 13.
aruvind rovinare xvi 8 a (6).
Ascenso festa dell' Ascensione
XIX a.
asgnervade snervata xv 18.
Aulea, V. Agolea.
aulta vogliamo xvi 18 a (20).
aventi, venti, là intorno xvi 8 a
(65).
Avenzonas Venzonesi xiv 5.
balfueriis bravate xvi 8 a (1).
hatem battesimo xiv 5.*
batt: di hatt, nome di un giuoco
('di battere'), xix a.
hauf: cridd bauf, grido usato dai
boscaiuoli della Cargna, a in-
dicare che un lavoro sì sospen-
de, XIX b.
bendol, giuoco che consiste nel
lanciar lontano, il più che si
può, uno stecco che si tiene tra
le dita di una mano, per mezzo
d'un altro stecco, tenuto dal-
l'altra; XIX a.
bette abita xvi 8 a (33).
bichirigis beccherie xiv 9.
biochio, beorchie, terreno incolto
XIX a. **
bochasin n. di stoffa xv 13.
borostai mucchio di brace xix a.
boss: di boss, di fianco xix a.
bosc neri bosco di abeti xix a.
bradoons, cosa mangereccia, come
si vede dal contento, ma è voce
oggi sconosciuta; xvi 2b.
brasagl bersaglio xiv 8.
brani, brauij, folletto xix a.
briglient accattabrighe xvi 8 a (8).
brisigkell furfantello xvi 8 6 1.
bruchidir brocchiero o scudo xvi
8 a (11).
bulifas pignatte? xix a.
bulpine martella xvi 8 b (1).
bus bue XIV 4; v. Ann. gramm.
caraduris carreggi xiv 7.
cechd mangiare? xvi 8 a (5).
chalzicie (la) calci xvi 8 a (74).
chargele cargnella xv 13.
chiaf sforadi, capo bucato o vuoto
XVI 8 b (7).
chialart sguardo xvi 8 a (41).
chidmire camera xv 23.
chierebaldan, erba o primo fieno
XVI 8 a (49). Leggo schiabal-
dana, per 'cosa di poco valore',
nella li Nov. del Sermiai.***
chió cosa XV 1.
chona, o ghone, cintura di pelle
XV 18.
chu che XVI 8 a (1).
chu 'l, che il, XVI 8 a (4).
chun con xvi 8 a (6).
churtigiduris quarti d'agnello?
XV 13.
cintri qui entro xvi 8 a (62),
dar: a dar, chiarificato, xvi 7.
cocs uova XIX b.
codér quaderno xiv 8, xvi 8 b (15).
con quando xiv 3.
corre correva xvi 8 a (32).
* Cfr. Ardi. I 24 64.
** Cfr. Arch. I 517 e 545 a.
*** V. Arch. I 298: chiahaldana.
336
Joppi ,
crosette un'arme xvi 8 a (7).
crous croci xiv 5.
cruvir coprire xiv 4.
cu quando xvi 8 a (34).
cuì^aso coraggio xix a.
daceuarztn accorgiamo xix a.
ddrbedas zoccoli xix 5.* ,
daupd mangiare in fretta xix a.
davuais scompigli xix b.
davualdut , dipanato , e metaf. :
dilapidato, xix b.
davuelt compongono xix a.
diespul vesperi xv 13.
dio dica XV 17.
disietdt nausea xvi 8 a (43).
dispantezavin, da pantez tritume,
XVI 8 a (52).
dispopat slattato xix b.
dispidarin disputeremo xvi 8 a
(20).
dividison divisione xv 2.
doneson donazione xv 2.
dui tutti xvi 8 a (62).
dus conduce xvi 3.
entrefado ingresso xv b.
[esendo uscendo xiv 1 ; v. gisint.]
faie fango xvi 8 a (61).
fedesor fideiussore xiv 7.
fertuli frittelle xv 13.
fiergis ferri xiv 7.
fitison affittanza xv 10.
flévar, fievole, debole, xvi 8 b (13).
fonderas fondi xix a.
frisachensi , danari aquilejesi,
XIV 2.
francin francese xix a.
franzùm^ frangio, metaf.: imba-
razzi, XVI 8 b (14).
fruzzó briciolo xix a.
fu fuoco XV 1.
fumario cucina xix a.
furchitos forchette xix b.
furimielg fornimenti xiv 10.
giani, diavolo o altro spirito ma-
ligno, XIX a.
gisint uscente xiv 3.
gnavd cavare xix a.
gozenas caverne xix a.
grand ghianda xix b,
grandinili, folletto che porta la
grandine, xix"a.
gustar pranzo xiv 4.
gustdt id. XIX a; in Cargna, il
'gustare', ossia il pranzo, si fa
alla mattina.
ibut avuto XVI 8 a (48).
iestri essere xvi 8 a (10).
imbertonat, innamorato, da ber-
ton drudo, xvi 8 a (2).
imparces (si) s' accorge xix b.
inculurU incollerito, xvi 8 a (25).
indacuarz accorgo xix a.
infanch, infanzat, giovanotti, xvi
Sa (1, 42).
infinte in fino xvi 8 a (42).**
infumidado affumicata xix a.
inghernario, granata, scopa (m-
ghernà scopare) ; xix b.
ingnostri inchiostro xvi 3.
innovai, ineval, anniversario,
XVI 5.
inoleid dar l'olio santo xv 13.
* Cfr. per ora: Pirona s. ddlmine\ Schneller o. c, s. dambra 137 e
ddrmole 232. A.
** Cfr. Arch. II 446.
Testi friulani: Annotazioni e frammenti.
337
injKntidor pittore xiv 2.
intantesim trentesimo xiv 5.
iottho, una certa broda (jote),
XV 11.
isgnot questa notte xvii 1 b (42).
ite gittó XVI 8 ò (10).
ittaaz, gettati, sdrajati. xvi 2 b.
jestrì V. iestri.
jevers lepri xix a.
Jolza slitta da fieno xix a. *
jouc vedono xixa.
ladOf ascia da squadrare travi,
XIX J. **
larts lardo xix a.
lartz larici xix a.
las Iato XV 11, xvi 8 a (21).
laverò lastra xix a.
tavureiacion lavoro xv 18.
legnar legnaja xixa.
lent legno xv 19.
letevane puerpera xv 13.
lippe fugge XVI 8 a (32).***
lìsso canale formato di travi, per
farvi scivolare le grosse piante
tagliate sui monti, xix 6.
littirum, Metterume', letteratura,
XVI 8 a (2).
lus l'uscio XV 1.
lus luoghi XV 1.
lutar luterano XVI 8 b (10); e di-
cesi d'ogni non cattolico.
mdmul (fem. nidmule)^ servo e
giovanetto, xiv 5, xvi 8 a (81),
XIX b.
may albero di maggio xiv 5.
raagl pes, cattivi o scarsi pesi,
XIV 8.
malmuerio memoria xv 2. f
marlup sciocco xvi 8 a (57).
matarusse mazza xvi 3 a.
mazarota mazza xix a.
mazzarot, mazzarul, folletto, che
si credeva vagare per i monti,
battendo gli alberi con una
mazza, xix a.ff
melg milium xiv 3.
mels meli xix a.
menade da pegno, siero da zan-
gola {pigne), xix a.
-menSf v. almens.
mesto cuinzado, pasta molle, fatta
con farina di melgone e aqua
calda, e poi condita col burro,
XIX a.
meytat metà xv 8.
wiecZri misura per l'olio xv2. fff
* II bormiese ha lolza slitta; e di altre voci, che consuonano, si veda per
ora lo ScHUCHARDT, TJeb. einige falle bed. lautw. im churw., 42. A.
** Forse T'ascia larga'. I riflessi del lat. 'latus lata' sono sempre ben
vivi nei Grigioni {lad lada ecc.), v. Arch. I 9 100 146 164. A.
*** Cfr. il com. slipà sdrucciolare, fuggir di soppiato, sguizzare, nap. allip-
pare svignarsela, e altre voci che consuonano, in Mussafia, o. c, 106n. A.
f Cfr. Arch. I 423.
-J-J- Cfr. Mussafia, o. c, s. mazaruol, e Flechia nel 1. e. A.
■\-\-\- miedri non può non corrispondere a 'metro', ed è ben notevole, com'è
ben regolare, questa elaborazione vernacola dell'antica parola (metro- aérpo-).
Quanto alle norme della riduzione, v. Arch. I 489 506-7. Vero è, che secondo
la regola dell'ultima evoluzione friulana, il d, poichò succede all'accento, do-
vrebbe tacere (viéri *vel[e]r-o, 2«'('''<' petra, allato a vedràn pedrctd, ecc.; ib,,
338 Joppi,
ìnirindins, merenda o refezione,
tra il pranzo e la cena, xix a.
moìiastet monastero xv 10.
Mori {Seni) San Mauro xv 10.
mosgi inf. ; dicesi degli animali
che prendono la fuga mentre
sono al pascolo, perchè mole-
stati dalle mosche ; xix a.
mot modo xv 1.
vnurlon zuccone xvi 8 a (6).
musolero rastrelliera xix a.
musso, grue di legno che serve a
sostenere la caldaja sul fuoco,
invece di catena, xix b.
muzoui piccoli bicchieri xix a. *
nòrie punto? xvi 8 a (6). In una
canzone di quel tempo:
Disé Toni in che norie,
Fradis stait a sinti dutte l'historie.
Olejo V. via e Agoleja.
orcolat, peggiorativo di orcul,
orco, XIX a.
oris fiate xv 13.
otom autunno xv 6. **
ouss uova XIX a.
oy. ch'io ylu pagarcs xv 1.
palo prato in pendio xix a.
pali, palit, palio, xiv 12, xv 15.
pagnarogl, fuochi di gioia che si
facevano col bruciare delle for-
melle bucate {colag), di sego,
XIV 8.
pan prendi, refezione, xix 5, xvi
8 a (81).
pani panicum xv 2.
pedonagla, compagnia di soldati
a piedi, XIV 8.
pers neri xix a.
picùl ceci XV 13.
pilot palo XVI 8 a (64).
piloz freccio xiv 8: fiate? xvi 8
a (80).
pin, ping, più, xix 5.
pirvidorio officio de' Provveditori
XV 1.
pizoue V. somp.
pit: in pit invece xv 1.
pividresso moglie del pivatore
XV 2.
pizzacocoi manicaretto in forma
di picecùl, il frutto della rosa
di macchia, xix b.
plantùm 'piantume', piante, xvi
8 b (10).
playt placito xiv 5.
plovijs, V. vigijs.
popólas mammelle xix a.
poschiale (si), si guarda indietro,
XVI 8 b 12.
prendi v. pan prendi.
prandi lunedì, v, Pirona; xv 1.
prindut preso xvi 8 a (67).
priolo de la zelo, Priora del Mo-
nastero della Cella, xiv 3.
privai preso? xiv 8 a (56).
527); ma è ben consentaneo all'età di questo documento, che il d ancora vi
persista (cfr. vyedri xiv 11, e così viadro, allato a viaro, nel!' antica Vene-
zia, *vet[e]r-o, Arch. I 455; e anche v. le analogie che ivi si adducono a
p. 513 n, e 514-15). Circa poi all'uso di 'metro' per misura di capacità, che
è quanto dire all' uso di 'metro' nel significato di metreta, si consideri per
ora l'esempio che è nel Du Gange: l'edimatur metro vini. A.
* Cfr. Arch. I 511 497.
** Cfr. Arch. I 507 520.
Testi friulani: Annotazioni e frammenti.
339
puing pugno xix a.
Puschido, villa di Colloredo, fuor
di Porta PoscoUe, una delle
porte d'Udine, xv 17.
guai da moni colle della monta-
gna XIX a.
quartueis quarti di agnello xiv 5.
raganizzos canzonette xix b.
raschos veleno? xvi 8 a {79j.
rassachai, sostanza medicinale
per levare i calli, xvi SS (11).
razidiacono di Guari, Arcidiacono
del Canale di Gorto, in Cargna,
XIX b.
recliinzat ecc., racconciato dalla
famiglia de' Candido, xvi l.
ressaltd assaltare xvi 8 a (6).
revoiant rosso xvi 8 a (70).*
riho riva od erta xix a.
riduic ridurre xvii 1 b (22).
rimino ramino xix b.
rimissine, metaf. per zuffa xvi
8 a (17).
rinzint ringhiando xvi 8 a (65).
rissurture scaturigine xvi 8 a (78).
rivesse ribrezzo xvi 8 a (34).
romanige vino di Romania xv 3.
romans rimase xiv 2.
rudellis rotelle o scudi xvi 8 a (62).
rumagnutz rimasti xix a.
sagint essendo xv 1.
saladic carni salate xiv 7.
sdrin serrino o chiudano xvi 2 b.
sbeche rompe xvi 8 a (49).
sbeffo beffano xix a.
sbólzeros pi. di Walzer* (walzer)
XIX b.
sbulujd, brulicare, qui di cose
inanimate, xix a.
scars scarpe xix b.
schialas spalle xix a. **
schilinados scalinate xix b.
schortés cortese xvi 8 a (16).
sclausers scheggie xix b.
scrinz, XVI 8 a (37), voce che piti
non s'intende; e parrebbe ricor-
rere anche in un madrigale di
G. D. Cancianini, che fa parte
d'una Raccolta in lode del luo-
gotenente Nicolò Contarini,
stampatasi in Udine nel 1598 :
Daspò cu fo mai Udin
E son staaz Lutignintz,
No fo, s'io dises scrinz
Un tal Culau divin:
Mu sì doman lu sie lauz Coutarin.^'^*
sedass, alberi innestati da poco
tempo e quindi non ancora da
frutto, XIX a.
sedo: man sedo, mano sinistra,
XVI 8 a (23).
selo secctiio xivll.****
sent cinto xv 15.
seri: in seri, ultimo dì di carne-
vale, XVI 2 b.
seseledó, mese di luglio in cui
si miete {seséle) il formento,
XIV 3.
* Parrebbe dipendere da ravojd saracinare, 'rubicare'. A.
** V. PiRONA s. s?hàble, e Arch. I 515 (513).
*** lu scrins, che è ne' 'Testi', è forse lu scrizz dell'odierna parlata
friulana: 'il pettirosso', uccello che ha il vizio d'esser molto curioso, come
tutti sanno A.
**** V. PiRONA s. sèle, e Arch. I 514,
340
Joppi ,
setdl, setimvm, settimo dì dalla
morte, xv 14, xiv 5.
setor di prat, estensione di prato,
quanta se ne poteva sfalciare
da un uomo in un giorno,
XV 10.
seugneli, santo vangelo, xv 1 i
(28).*
sglevà-si = sglovd-si xix a.
sgnaruese spada xvi 8 a (11); sa
di furbesco.
siel suggello xv 1.
sigela segala xiv 7.
signu signore xvi 8 a (3).
sinix sindaci xv 14.
sitz un giuoco XIX a.
siulin cordicella xv 14; cfr. soie.
slaufarés = slofarés xix a.
slingie fama? xvi Sa (7).
slossers fabbri da serrature (voce
ted.) XIX b.
soie corda xvi 8 a (24).
somp: in scmps pizouc, in fondo,
XIX b.
spanga, porre la 'Spanga' o croce
di legno, cioè un segnale che
si collocava sui beni seque-
strati, XIV 11.
specs lardelli (voce ted.) xix b.
spensaris spese xiv 3.
spernorigis, Contrada degli Spe-
ronarj, in Udine, xv 11.
speruàr astile xiv 8.
spiez petti XVI 8 a (25).
spinai dorso xvi 8 a (32).
spiot spiedo XVI 8 a (7).
stazons stazi xiv 9.
stomblart Ja lunghezza di un pun-
getto (stombli) xvi 8 a (22).
storiga stuoja xiv 8, v. ann.
gramm.
streceava^ gocciolava, da slregci^
gocciolatojo de' tetti, xix a.
strop tratto di strada xvi 8 a (64).
struzinatz^ da struzind, dar la
baja, XIX «, b.
stuvo, stuo, camera da pranzo,
detta così perchè ha la stufa,
XIX b. **
stùzino stuzzicano xix b.
su se XVI 8 a (2).
suarbonaz ciechi xvi 8b (18).
suanpugl punto di unione de' tubi
XIV 8.
Suez soccida xvJ.***
svinchie svincola xvi 8 a (32).
svuelt svelto xix a.
tace, sostantivo che va col verbo
taccia, tagliare a fette, far
strage, xvi Sa (47).
tappo o tapón, coperto, xix a.
tàs tanto xvi Sa (30).
terent terreno xv 19.
termit termine xiv 7.
tiet tetto XVI 8 a (37).
tom: da toni, d'autunno, xixa;
V. atom..
* Può vedersi il Pirona, s. v. ; ma vanno veramente confrontati l'ant.
padov. sienti guagneli e l'ant. venez sente vagitele, Arch, I 457. A.
** V. PmoNA s. stue; e tacendosi delle voci tedesche, sieno ricoi'dati: sttiva,
stiva, stanza, dei dialetti grigioai, e sitia, stanza calda, dei lombardi. A.
*** Suez è notevole e regolare elaborazione vernacola del lat. 'socio-'
non meno notevole e regolare di quel che sia il tose, soccio; v. Arch. I 496
5?3. A.
"
Testi friulaai: Annotazioni e frammenti.
341
trafuide trafugata xvi 8 a (7).
tramoolz terremoti xvi 6.
iravuelt travoglie xix a.
trejo, XV 10, voce estinta, che dal
contesto pare che dica 'sen-
tiero'. In Udine s' ha il borgo
di Trejìpo, e questo stesso
nome è di due villaggi friu-
lani,*
trichie tocca o punge xvi 8 ò
(12).
tricul tracul altalena xix a, -
triseef presepio xix h.
triuve, trivis, tregua, tregue, xv 3,
XVI Sa (21).
trizera treccia xvi o.
tronfìn = sironfìn xvi 8 a (44),
iuchw'j folletti XIX a.
tulmind sgomentò xvi 8& (11).
udava aiutavano xixa.
uldi udì XVI 8 a (46).
ustirige osteria xv 3.
usues V. sues.
uzzinant mandando grida di al-
legrezza [ucant) XIX b.
vaiulinte piangente xvii 1 a (70).
vamis vernice xv 1
vendemis il mese di settembre
XIV 8.
vento il giuoco della vincita o
lotta XIX a.
vescom vescovo xix a.
via d'Olejo strada o viaggio ad
Aquileja xiv 3.
vial das tajos, strada per condur
le taglie o fusti d'alberi giti
dai monti, xix a.
vyedri vecchio xiv 11,
vigijs 2ilovijs {e publicis) vie pub-
bliche XV 11.**
viglitum veglie (v. littirum ecc.)
XVI 8 b (18).
vignons mazzi xv 13.
viliis veglie xiv 4.
vintijil colà giti XIX a.
Vito (vita) : che no avin bielo vito,
che godiamo una bella gior-
nata, XIX a.
vognéli vangelo xvi 8 a (4).
vognian ogn'anno xv 2.
volò e podé vorrebbe e potrebbe
XVI 8 a (30).
von: di von^ nome di un giuoco,
* Il lat. 'trìvio-' poteva dare un friul. tì-cp, così come 'Quadruvio-' ha
dato Codróip, o, meglio, come 'Jovio-' ha dato Joppi (.\rch. I 510, 493); e
'trivio-' diceva anche strada o luogo pubblico in generale. La riduzione
toscana ci è offerta da trebbio^ di cui è sinonimo il moden. trep. Vedine il
MUSSAFIA, 0. e, 116. A.
** La forma dì questo aggettivo a prima vista apparo strana. Ma plóvie
è l'esatto riflesso friulano di plwbica (Arch. I 499 521 529), cioè della forma
metatelica di publica, cfr. napol. prubbeche eoe , tose, piilvico. Il mascolino
plìibico ha poi anch'esso la sua normalissima risposta nel fnul. piòvi che
ancora s'adopera col significato di 'opera pubblica prestata dai villici al Co-
mune od al Signor territoriale', o non ha nulla a che faro con l'omofono
2ìlóvi piovitojo (piovere), insieme al quale il Pirona Io manda. Quel piaci sta
a pHtbico così come micdi a medico ecc. (Arch, I 523), e il sinonimo
pióvego è alla sua volta l'esatto riflesso veneziano dello stesso plwb io o. A.
Archivio };lottol. ital., IV.
23
:^42 Ascoli,
nel eguale si tenia di far cadere vuming uomini xv 1.
una pietra messa a star ritta,
dietro alla quale son noci o zavelaaz cervellati xvi 2 b.
monete, premio a chi riesce zep ceppo xiv 5.
XIX a. zcsera cicera xiv 4.
vos volle XV 6. zinzarios ciliegi xix a.
vuant guanto xvi 8 a (59). ziriuz piccoli ceri xiv 3.
vicarfino orfana xiv 3. zuansalmm gesolmino xvi 8 a
vuidì'igd, par che dica 'guidare' (37).
XTi 3o. zucca correre xvi Sa (13).*
2.
•f*
Si vedrà a suo luogo, fra non molto, il profitto che possa ritrarre
dai 'Testi friulani' l'indagine che versa intorno alle forme***. Qui
intanto giova che si raccolga quanto ne guadagni la indagine che
versa intorno ai suoni, come a continuazione e a complemento della
descrizione che s'è avuta nel primo volume àeìV Archivio (pag. 474-
535), e già s'accresceva, nel secondo (p. 441-2), di qualche osser-
vazione ch'era suggerita da un testo venzoneso del secolo XV, puh-
blicato dal prof. Wolf ****. Ma tuttavolta non ci dorremo, se, come
suole, la fonologia ci condurrà a anticipare pur qualche osservazione
morfologica; e sarà in ispecie al num. 137 (e 235).
*Errata-Corrige: p. 189, 1. 13, d;- I. 19, Donat;- p. 193, 1. 36, Percut;-
p 204, 1. 1, novela;- p. 205, 1. 13, In;- p. 213, 1. 24, mens sol.;- p 225, l. 5,
mo sci;- p. 227, 1. 29, Quintre;- 1. 35, ch'ai (e cosi in più altri luoghi di que-
sto componimento);- p. 228, 1. 17, ch'à;- p. 229, 1. 17, chu'l;- 1. 18, discia-
re;- p. 231, 11. 17, 18, s'al;- p. 241, 1. 38, gioldèl;- p, 251, 1. 23, e'I;- p. 285,
1. 13, sares;- p. 335, 1. 11, aulln;- p. 340, 1. 7, xvii;- 1. 34, (26).
-** Le illustrazicni che ora seguono, son tutte del direttore ùeWArchioio.
^*^ Saggi ladini, C. IH.
****Nei 'Ricordi bibliografici' si mostrerà ancora quel che sia dato di
aggiungere per merito delle VilloUe friulane dell'ARBOiT (Piacenza, 1876) e
dei Proverbi friulani dell'OsTERMANN (Udine, 1877).
"
Auuotaz'oui ai * Tosti friulani'. 343
Occorre appena soggiungere, che pur nella composizione di queste
note si mira precipuamente a far chiare le ragioni storiche e coro-
grafiche della parola friulana; e altro piU non accade qui avvertire,
se non che sia una citazione del primo volume quella che segue sen-
z'altro ai singoli numeri delle presenti annotazioni, i quali rispon-
dono, alla lor volta, ai numeri progressivi di quello spoglio.
3 (486). Le vestigia dell' e' da a, s'accrescono in modo ab-
bastanza notevole \ Imprima abbiamo ségra {innovai de la se-
gra, annuale [anniversario] della sagra) xiv 5, sicuramente con-
fermato da ségri xvi 8 & 8, che è in rima, e altro non può dire
se non 'sacro', per 'battezzato'". Mercè i quali esemplari acquista
una qualche importanza anche Ve abbastanza ferma nella for-
mola atona, che è in segy^à sacrò xiv 5, asegràz sacrati xv
15, segràd sagràd sagrato (cimiterio) Pir., cfr. sagrament xv
21. Occorre poi due volte: sigéla segala xiv 7, che deve avere
l'accento, non già sulla prima (tose, segala ecc., mil. ségla sa-
gra, frc. seigle), ma sulla seconda, com'è nel venez. segala, e
nel friul, stesso: stallo xv 6, sijàle Pir. È tuttavolta da con-
siderarsi, per entrambi gli esemplari, la qualità della combina-
zione {àgr, 'gà). E l'avvertimento ancora ben più vale per gli
altri due che mi restano: fréiz fracidi xvii 5n (cfr. fràid Pir.),
hreida xvii 4 e poderetto chiuso [hràide Pir.).
9 (484-5). Notevole la vera elaborazione vernacola di 'con-
trario': contraar contrdr xvi G (228), 8 a 75, allato a con-
trari XVI 6 (231), 8 a 11.
10 (487, 545): scholz scalzo xvi 8 « 11.
23 (488-9): miérit merito sost. xvi 6 a, pi. miérijs 6 h; cfr.
num. 224, Per la forraola É + nas. : trlmo trema xix b (var.
cargn., cfr. nel I voi. i num. 22 e 23); e insieme stieno, co-
munque vi si tratti d'un antico i': smaf senape xv 14, e Dii.- >
mìni Domenico, num. 107-8n e 172 n (cfr. Mìni allato a Meni
' Circa contrést^ v. ora Arch. IV 122n.
- S'aggiunge, in un componimento poetico di Tomaso SabbaJini (scc. XVI),
segre per 'cucuzzolo', ma propriamente la 'sacra', la cherica:
Lis bellezzis ch'havees de i piis e segros
'Io bellezze che avete, dai piedi al cucuzzolo".
ZH Ascoli,
Boméni, Pir. 644 642). Quanto a trims triegue xv 3, iriuve
triegua xvi ^ a2\ (triuva append. 8), sto incerto se vi si abbia
una elaborazione veramente friulana, o non piuttosto la ridu-
zione di una forma veneta; cfr. Ardi. I 364 n, 453 n.
27 (490): dìscént scendi (imprt.) xvi S b 3, desséndi scenda
XVII 1 a 60, ascendi inf. xvii 4 e, cfr. Ve tose, di scendere ecc.
Ma ancora: tu comprénz xvii 1 b 2S, pent T^enàe xvii 2 d (inf.
pèndi Pir.);- e contént ecc. xvii 4 f.
28 I (490), cfr. 229 (531): gésir essere xiv 9 (bis); cfr. gi-
sÌ7it essendo xiv 3, iss'int xvi 4 e, gisisin uscissero xiv 5, ijssint
uscendo xvi 8 « 25; e il nura. 230. tiét tetto (cfr. teit Pir.)
xvi 8 a 37.
28 ìli (491): mini egli mente xvi 5, iit'l minz tu il menti
XVI 8 0 4. {tu Val mentz xvii 1 b 39); tu no mi sintz xvii 1
b 42, siìitsiu XVII 3;- la mini la mente e salvamint salva-
mento xviii 1 e e 2, pordenon., cfr. Arch. I 492.- E per la for-
mola ÉNJ: ti mantlgne xvi 8 a 52, tu mantlgnis xvii 1 b 39,
mi tigni xvii 3 (cfr. tégni inf. Pir. 438); chu vigne xvi 8 a
53, chu vigni xvii 1 b 38, ti vigni xvii 5 n {végni, in rima
con tigni xvii 3, e ancora végni xvii 4. e, ven 1. pers. xvii 5 m).
18-28 (492-3). Il dittongo seriore {ei) da é friul. di fase an-
teriore : teyn tiene xiv 5; fei/s feis fes fece ib. ; meis xv 20, vor-
neis (cfr. vomes xv 13)? ih., tre^j ib. pass., gleisia bis, gleysia
(e glesia), ib.^ ;- cum tey append. 8. Var. porden. (sec. XVIII) :
voleir D, aveiì^ 2, peis (peso) a 1, d, meis a 5, 12, d, paeis d;
deit dito D, ai peis (ai piedi) 2, in peis 2; penseir a 26. Var.
cargn. (sec. XIX): franzeis; peiss peis piedi (ma al sing. : pe,
cfr. tre, vede); zornadéirs 'giornatieri', tauléir.
55-5G (496). I. tuel toglie xvii 1 & 21, suez soccida, v. p. 340 n.
- II. qual colle, v. p. 339 ".
46-56 (497-8). Il dittongo seriore {ou) da ò frinì, di fase
anteriore, manca di esempj nei documenti qui addotti dei sec.
XIV-XVI, tolto il caso che spetta al nura. 61 ". La varietà di
* Notevole che si tratti di documenti gemonesi; e cosi ci rHCCOstiarao al-
l'ei del testo venzonese, Arcb. II 4-11.
- Cfr. Cuéll in Pir. vocab. corogr., e forse pur Cudls ib.
' V. all'incontro lo spoglio del testo venzonese, Arch. II 441,
Annotazioni ai 'Testi friulani'. 345
Spilimbergo (sec. XVII, 4), o meglio la ortografia di Eusebio
Stella, ci dà, per questo dittongo, il doppio o; e ne va princi-
palmente considerata la serie in cui l'udinese ha Vu da uà
(Arch. I 494-5). Alla quale spettano i seguenti eserapj: riisi-
gnool A, coor f, i, k, coors K,jo moor f, k, foor ii, looc h, l,
loocs H, zooc L, mood h [mod d), hrood a \ Del restante, lo Stella
concorda col tipo udinese in vuul vuole b, d, oltre che in [■^;]we^
voglio B, E, G, vueli io voglia b; a tacer dei casi di posizione
sentita, come ris^mesta e, quel collo k, jo puarii f, ecc. Ma
fors H, I, si sottrae al dittongo. Per la varietà pordenon.
(sec. XVIII) s'aggiungono ora alle liste del primo volume:
flours 2 (bis), colour 2; fouc 2; davour num. 126\ E una
varietà cargnella (sec. XIX) ci dà ou ff noYo, pi. ous, si voul,
muzóiii (v. Arch. I 511), ecc., ma insieme da prwfCda pruovo',
accanto) e zucgs giuochi. Ivi resiste al dittongo la combina-
zione interrogativa ge-mot come (che-modo); cfr. gemót, a so
mot, nel saggio cargnello del secolo precedente (XVIII 3), e 7not
XV 1. 'L'uó ( = iié fri.), finalmente, pel quale si distingue la
var. pordenon., ha qui nuovi esempj in cuòi cuocere, vuol, puos
posso; CUÒI, fuòrfe\ vuoda; xviii 2. Ma insieme ivi balena il vero
dittongo friulano: viié oggi, cuarpàt corpaccio, e anche vuàlin
vogliono.
61 app. (500) : crous xiv 5, e perciò ancora da un documento
gemonese; cfr. num. 46-56 e 18-28.
68 (93): chiolsis cose (cause) xv 14; s'oU s'ode xvii l b 8,
uldit 21, uldkle 32, uldl xvi 8 a 46, 48, uldirin 72.
70. vognèli vangelo xvi 6 bis, 8 « 4, cfr. seugnéli xvii l
& 28 e p. 340;- vodegnàt xvi 8 a 19, ecc.
71-72. Per l'affievolirsi dell'^ protonico, aggiungo : indegna
"^indamnjà- danneggiare xv 15, cfr. incondegnàt ecc. condannato
' Quando all'incontro siamo ad amoor b, pechiadoor d, sudoor d, sool a,
voos K, redroos k, l'ortografia dello Stella viene a coincidere con quella delle
scritture anche udinesi che danno oo per 5, ee per e, ecc.; cfr. xvi 2 b, xvi 6,
xvH 2, a, b, e, d. Ma i saggi di Maniago (Arch. I 497) ci davano nitidamente:
flour (sudour) ecc., come cour ecc. Quello di Spilimbergo che è in Pap. 528-9:
onov, mood; ma tra le strofe attribuite a Spilimbergo, in Leicht, Prima e
sec. centuria di canti pop, frinì., p. GG, G8: colour, flour, morous amoroso,
lacrimous, vous voce.
3-16 Ascoli,
X.IV 8; [cescìieduna xv lOj; ch'ai viis cJtierézzc carezza xvi 3 a;
m'inemóri xvii 2 b, nemoràdis xvii 4 h, ecc.
Quanto ai riflessi dell'-A e dell'-AS, va imprima notata la fre-
quenza con la (|uale \'-o s'avvicenda con V-a nei documenti ci-
vidalesi del sec. XIV e del XV; fra' quali documenti ora ve-
diamo che possano andare entrambe le poesie che danno co-
stantemente -0 = -A (p. 192-3, 205-7), onde già s'ebbero esempj
nel primo volume (502n). Lasciate or queste in disparte, qui
s'aggiungano dagli altri documenti cividalesi dì quei secoli:
aveno, la vigno, cero, uno vio, mcso (messa), xiv 3; la tiargo
paga xiv 9; selo d-arihuelo secchia di riboia, Gurizo, xiv 11 ;
Bono Ziiano, la vito so, mestìH dello schuello, afro chiarto,
la fontano, piero pietra, Bologno, xv 1 ; ^o intrado, uno chiaso,
soro lo braydo, xv 2; la clianpano, plazo, xv 4; ogno atro
chioso (bis), una chialdìruzo, la vachio, entello me chianivo,
XV 6; glesio, l-orno, iignevo egli teneva (bis), payo egli paga,
payavo, xv 10. Ma il plur. sempre in -is: setemànis xiv 3,
chiàsis XV 2. Anche in un documento gemonese, ma par-
camente: I-ago l'acqua, fadio, cliaso, la tavolo... soro indau-
rado, XIV 5. Nei testi di varietà cargnella (sec. XIX), fre-
quente quest'-o, e insieme V -os del plurale (cfr. p. 322): una
femeno, dutta in t'uno (p. 323 pr.), la sero, bochio; debevo,
si j evo leva, ecc.; cullas giambos, las vachios, ecc.; o altri-
menti s' hanno V-a e V-as, come già si sentiva per l'articolo
e ancora ci possono mostrare: fòrchia, bóchia, vizilia\vegnìva,
chiàras capre, vàchias ecc. (cfr. XVIII, 3). Nella varietà
spilimb. siamo fermi aW -a, ma il plur. va in -is: féminis, vi-
tis, ecc. Circa la pordenon., v. Arch. I 519 n, aggiungendo: no
altris grame 2, mimie monache ib. E finalmente si notino:
scrituras, las charaduras, las messas, xiv 2; rames de uli-
ves (allato a chandelis ecc.) xv 18, lires (bis) xv 22 \
76. siimltiire xvi 2; sirvi perf. xv 13, infin. xvii 1 b 45,
sirvirài xvii 2 a, stirpùz xvi 8 « 52 (dimin. di sterp, ib. 37),
rimìt eremita xvr 8 & 12; e insieme si consideri ij tassi gettarsi
XVI 8 6? 38 [iettai ib. 65 69; cfr. num. 28 I), e pur biut bevuto,
allato a befs bevi, ib. 78, malgrado che qui trattisi d'« lat.
* U -es anche a S. Daniele: las oféses fates, tànlcs, chestes campdnes,
puarld-les; Pap. 527, cfr. Arb. o. e. 191 segg-.
Annotazioni ai 'Testi friulani'. 347
86. catòrs cotorni xvi 3 &; anche in Pir. : cotòr catòr 534.
93. Per l'Ai neolatino che fuor d'accento passi in i, s'ha un
esemplare importante nel partic. perf. di 'avere'. Partiamo cioè
da ahiiito (cfr. l'ant. venez. ahiudo Arch. Ili 267 ecc., e ahhiuio
nel 'Saggio' del Nannucci, p. 185), onde aihùt, giusta il num. 235;
e questa forma occorre intatta : aybutxv 6 (bis). Le sta accanto:
cìbut XIV 3; e indi si passa a hWut xvi 8 a 48, ibut ib. b 9,
hibbnde xvi 6 (229) \
97 (508-509 508 n^ LJ. Questa combinazione si vede ben re-
sistere anche nel sec. XV {gì -Ig): muglir xiv 5, 7, II, xv
13, 17, cfr. num. 125, figle figlia xv II, nuglo *nùUia (v. Arch. I
546, e cfr. qui sopra il num. 71-2) nulla xv 6, melg milium
XIV 7^ iugl XIV 8, lugl ib. pass., famelg xv I, lu cìionselg ib.,
fìlg XV II, 14;- gli besognàvin xv 6;- magi pes mali pesi xiv
8, pesonalg (pi. di pesonàl, una misura di capacità) xiv 7, doy
chiavalg xv 1, bens mòbilg xv 14, chegl quelli xv I, degl
dalli XIV 8, alg alli xv 14; ecc. Solo nel sec. XVI vien preva-
lendo la risoluzione (J). Nel primo documento di quel secolo ab-
biamo ancora: jo vuégli io voglia, chystielg castelli, agi dagl,
Zugl lì. 1. (Pir. Ziij). Ma nel secondo: piirciei porcelli, ecc. E
nell'ottavo (a) : /igl 3, /Ij 12, 53, vulmt-gli volendogli 20, tuéli-
gli togliergli ib., miei meglio ib., par che vueie par che vo-
glia 38, ij par gli pare ib.; ecc.
105. TJ in e: ravuàrdi-chi ricordati xvi 8 a 27, chiàti-chint
(*càtta-te-nde) trovatene ib. 28; sfadij-chi affaticati xvii 2 a;
chi gi imbrazi che io ti abbracci xix (p. 321 pr. , cargn.). -
Quanto agli esemplari che si possano aggiugnere per il plurale
in i-i {tj e) anziché in i-s, avremmo imprima il sicuro infanch,
XVI S a \, XVII I a 66. I Saggi spiliraberghesi ci danno poi:
acc atti, capaci, k, face ib., vigìiuuc vidiiuc nassuuc ib., par-
tijc G, allato a tormentaaz dis'peraaz notaaz sfuarzaas ne-
moraaz h (e così miiarz mortes f, raortui h, tormenz f, k);
onde parrebbe avervisi costante la figura nominativale nei par-
ticipj che non sieno della prima conjugazione, e costante l'obli-
* iszàs aizzati xvi 8 è 5, è esempio tutt'altro che sicuro, la voce friulana
potendo dipendere dal verbo senaplice (-izzare) anziché dal composto.
- al = alj aglio, xv 13.
348 Ascoli ,
qua ili quelli della prima; cfr. Ardi. II 420. Pure, ia cosa è
tutt'altro che certa; poiché, a tacer d'altro, l'ortografia di quei
Saggi ci dà il -eh in duch dindi tanch, tutti denti tanti, k.
118. 121 (513-14): ti paregle *pariclat appariglia (t'assomi-
glia) XVII 2 e, cfr. Muss. Mon. 114.- Zegla n. 1., app. 11, rispon-
derà a Cele Pir. 589.- È gr = gl in grand xix b.
125. Son più esempj, nei sec. XIV e XV, del -r di -ór -àr
che taccia nel nome, sia all'uscita nuda, sia dinanzi al -s del
plurale: seseledó luglio (mietitore) xiv 3, allato a seselador
XIV 7; sirvidó xv 7 (fuor di rima; cfr. Arch. I 516 n) ; signó xv 1
(ter), allato a signoor xvi 6; saròs (serór-is) suore xv 14; dina
e dinar danari xiv 3, dinas e denàrs xv 1 ; cameràs came-
rarj xv 2. È -6 = -or = -ovri, in d-otò d'ottobre xv 1 (bis), al-
lato a d-otór xiv 8, cfr. Arch. I 529 ; ed è -ù = -ùv = -vors in
indaù XV 1, cfr. num. 126\ Ma anche accenteremo, pressoché
sicuramente, dello mogli della moglie xv 1 (bis), moglll ib. 'ò,
e sarà un esempio di -i da -ir nel nome; v. muglir al num. 97.'
La perdita del -r di 'signor' si continua anche nel XVI: signié
3 a, 8 a 3, 67.
126'': davór qui non si afferma se non per il pordenon. davóur
A 1 e pel cargn. devant-devóur rovescioni p. 318 (v. num. 46-56);
ma è frequente davùr: xiv 5 {daùr xiv 8), xv 2, 11 (ter), 19,
XVII 1 « 71, & 44, e pur cargn. p. 318. Di rs in ss sarebbe
esempio, non so quanto sicuro : diviéss diversi, allato a diviérs,
XIX cargn.; cfr. ib. scuviè[r'\tz e 'pie[r]dùt.
130. Vigelm Vugelm Vulgelmin ecc. xv 1, TJgelmin xv 4;
sui.zzaa xvii 4 k.
* I documenti dei sec. XIV e XV ia cui si tace il -r di -ór ecc., son tutti
cividalesi, eccetto uno che spetta a Tricesimo (XV, 14). — Non accolgo in
questo paragrafo : fra fratello xiv 3, 7 (bis), malgrado frari che dura nel si-
gnificato di 'frate' e l'analogia di otó = oto[v]ri. In tutti e tre i luoghi, se-
gue, o meglio si stacca, un di; e altro per avventura non si sarà voluto scri-
vere se non frodi, che è la voce friulana per 'fratello'. Circa la mancanza
della nota del genitivo che in due dei tre luoghi così resulterebbe, cfr. nevot
martiri nipote di Martino, e altri esempj, nel secondo di quei documenti, ellissi
che ha la sua ragione nell'uso notarile del latino. Una lettera 'italianeggiante'
del 1361, scritta a un charo fradelo udinese, dimorante a Trieste {Tresto),
porta tuttavolta la sottoscrizione Antonio io fra.
Annotazioni ai 'Testi friulani'. 349
13?. Questo del -s è il numero che implica, di continuo, più
questioni morfologiche, e di non lieve momento.
Doménis pistor , xv 6, s'aggiunge ora a Forhmàs e a un
altro esempio di Domenis, che ci occorrevano nel testo venzo-
nese (v.* Arch. II 448) ; e sempre si fa maggiore la probabilità che
in codesti esemplari si debban riconoscere dei nominativi fos-
sili. Altri importantissimi esempj sarebbero lu bus il bue xrv 4 ^
e lu lus il luogo XV 1 (cfr. num. 167-8). La forma dell'articolo
spetta sicuramente al singolare (cfr. p. e. xiv 6: lu plevan,
allato a giù apòstoli; xv 12: lu util, allato a gliu dinar s, gliu
qualg; xv 18: giù lens); e s'aggiunge che dos tutt' intero pas-
serebbe, come caso fossile, nelle derivazioni seriori, se corretta-
mente si legge, presso il Pirona: hos-àtt dos-ón bos-ùtt (cfr.
Arch. II 423 n). Nondimeno, non vorrò ancora mettere questa
bella serie di cimelj fra le cose appieno accertate ".
Ma dovremo noi reputare più certo l'esempio per il -s tema-
tico di sostantivo neutro, che or pare che si scuopra, e sarebbe,
per cotesta regione, il primo 1 Alludo a làs latus, che occorre
nei seguenti passi: dal las di sora, par del las di sot, xv 11,
ogni laas xvi 6 (229), d'un altri làs xvi S a 2\ , dal làs ib. 26
e h 14, m làs ib. a 67 ^ chel las xvii 1 h 10, dal so las 42,
* boi occorre quattro volte nel 7 del XIV, due in funzione di singolare e
due di plurale. Meriterebbe che l'originale fosse riveduto.
^ Sarebbe poi cosa avventata, almen per ora, l'addurre senz'altro, fra gli
esempj nominativali, anche chias capo (XIX &, cargn., p. 323), confrontandolo
coi nominativali cab-s chiés del provenzale e dell'antico francese. D' altro forse
non si tratta se non d'un mero sbaglio (cfr. ib. da chiaf a peis p. 320). Ma
all'incontro confesserò, che io pi^opendo a vedere una figura nominativale nel
friul. curtiss coltello. Questa curiosa voce risalirebbe cosi a curtiél-s (cfr.
prov. coutel-s). Circa Vie in U cfr. Arch.I 491; e circa il prevalere del -s
sul -Z-, il friul. us-uns Pir. 457 e tas in questo stesso nostro numero, e
ancora la pronunzia frane, fìs - fils - filius, pur questo, come ognun sa, un
isolato esempio nominativale. Un nominativo fossile che s'appiatti in un nuovo
derivato, e perciò un esempio analogo a quel di hos-àtt ecc. che di sopra si
recava, riconoscerei finalmente in infanzàt (infant-s+àt) giovanotto, xvi 8 a
42, h 6, che sarebbe un caso affatto parallelo a quello del tipo purtonza (pur-
tant-s+a) ne' Grigioni. Vedi, per ora, Arch. II 423 n, e di più nei Saggi la-
dini, III, 1, 2.
' S'aggiunge per questo secolo: d'ogni laas e par laas nella bella Canzone
del 1572, ristampata dal Leicht nella sua Terza Centuria.
350 Ascoli,
di chest las e chcl 51, dal laas xvii 2 d. Questa di Matus' nel
Friuli parrebbe così una vita nonainale più rigogliosa e pro-
lungata di quella che egli avesse, sotto le sembianze di lez o
latz , nelle Francie (v. Ardi. II 422). Ma qualche dubbio, e
tutt' altro che lieve, deve pur turbarci. Il testo venzonese ci
offriva a lat e doi las (v. Arch. II 442). Or dovremo noi am-
mettere che 4atus' vivesse a un tempo, e sotto la forma di lat,
nella combinazione preposizionale o avverbiale, e sotto quella
di làs nella funzion nominale? 0 non dovremo piuttosto pen-
sare che il -s di las sia d'aggiunzione neo-latina? Nella seconda
delle quali domande, si contengono due ipotesi diverse; poiché
potrebbe chiedersi se il -s di làs sia il fattore neo-latino di par-
ticole e in ispecie d'avverbj (p. e., nel friul.: domans di mat-
tina), 0 non sia piuttosto il generale esponente del plurale '.
Entrambe le ipotesi possono, a prima vista, parer singolari o
stentate; ma un fatto, il quale sùbito le lumeggia e legittima,
è intanto questo, che ladi, per 'lato' al singolare, sia' dell'an-
tico veneziano, come resulta assai nitidamente dagli esempj che
seguono e provengon dalla Cronaca pubblicata dal Fulin
(v. Arch. III 245, e cfr. IV 367): da l'altro ladi 22^ né da j
[un] ladi ni da l'altro 32% da ogno ladi 45''". Nella stessa
Cronaca si legge ancora: non obstante che li Zcnoexi da
nanzi e li Zenoexi che iera seradi in Cloza da ladi se affor-
zasse cum bombarde offender le galle nostre. Qui da ladi
appare contrapposto a da dianzi, appare insomma un avverbio ;
e avvien di chiedere se Y-i vi sia analogico, promosso cioè, contro
le ragioni della diversa base morfologica, dal^-^ avverbiale che
pur nel veneziano risuona per es. in tardi e davanti, o se non sia
piuttosto ^-^ di plurale. S'aggiugne, del resto, che le ragioni
dell'avverbio e quelle del plurale possono toccarsi e confondersi
(cfr. p. es. il friul. a-moment-s, venez. ecc. a-momenti, frap-
poco ^ ; e DiEZ gr. IP 457). Ma nell'ordine ideologico, è egli l'av-
* Circa làs, anziché laz (-t+s), comunque s'abbia a dichiai'are il ~s, v. Arch.
I 517.
^ S'aggiunge, in un'annotazione a 11'': meso el quinto ladi,messo al quinto
lato (lato, pagina, Ful.).
' Si noti in ispecie : di domans fine a di seris da mane a sera xvi 1 (cfr.
Annotazioui ai ^Testi friuluui'. 351
verbio od e il plurale che men difficilmente riesca a venire, in
un caso di tal sorta, alle funzioni di sostantivo singolare"? Par
manifesto che sia l'avverbio. Si consideri, a cagion d'esempio,
il friul, a-menz adamenz (ment-s), formazione avverbiale che
dice 'a memoria' {impara a mcnz ecc.), ma che poi in ve a
menz (avere a memoria, ricordarsi), e simili, riassurge vera-
mente alla funzione di sostantivo e di sostantivo singolare ^
Similmente potremmo porre: a-lat-s, da las, da ogni las ecc.
Ma e questo, e qualche altro fatto congenere, domanda ancora
nuova luce di notizie e di studj ".
Ben sicuro stimo intanto un esempio d'altra specie pel s
d'uscita neutrale, e nuovo anch'esso. E m^?2s = mi nus (prov.
raens, lad. e ant. frc. meins ecc.), che occorre nei seguenti
passi: mens 4 sot men quattro soldi xv 13, mens sol. V, xv 1-^,
un ducato in aur mens soldi 40, xv 17, ìnens soldi uno, xv 20;
mens di ce xvi 6 a (p. 231 pr.; il significato non m'è ben chiaro);
par lormens mal xvi 8 a 23, t'hàs mens fé 27, ne mens
sinti ib. h 2, pò mens 6; vee 'l ìnens avere il meno xvii 1 & 31,
mens fuart 44, né mens maiór xvii 5 a var.
Si vede che anche l'uso di codesta voce mal consentirebbe
di supporre nella sua desinenza il -s neo-latino fattore d'av-
verbj; ipotesi che sarebbe all'incontro stata ammissibile, e pru-
dente, quando non si fosse offerto alla nostra osservazione se
non il -mens del composto almens almeno xvi 8 a 2, 59, xvii
3, 5 a, h. Un avverbio in -5, che manca al Pirona (ma che
sere e doman xvi 8 a 44). Qui ancora traluce schietto il plui'ale. Ma domans
diventa schietto avverbio: uè domans oggi mattina (Pir.).
' V. Pir.- Nei nostri testi: no dei a-menz non diedi attenzione, xvii 1 h 26:
e in rima: ve ben ininimcnt ricordar bene, xvii 5 i.
^ Un caso al quale or si presenta molto analogo questo del friul. Ids^ ant.
ven. ladi, entrambi in funzione singolare, è quello del friul. fonz (fond-s), il
fondo, allato a fondi, fondo, di qualche odierna parlata veneta, che ha il suo
riscontro, come tosto vediamo, in un'antica scrittura (v. anche Arch. I 437
e IV 367). Dovremo noi rinunziare, malgrado le continuità storiche e geogra-
fiche, a vedere in fons un nominativo fossile (v. Arch. II 423 n), e pensare a
un anello avverbiale come a-fonds in-fondsì L'antico esempio, a cui allu-
devo, sa appunto d'avverbio: andeva una ora a fondi (Trist.). Il Canello pro-
pendeva, un tempo, alla sentenza che fonds e fondi fosser plurali, e s'ado-
perava a legittimare il trapasso del numero.
352 Ascoli ,
dee pur vivere ancora in qualche parie del Friuli), ò tarz =
tard + s, XVIII a in f. (porden.). Di ias, tanto, dice giustamente
il Pirona medesimo che fosse in uso frequente fino al tempo
d'Ermes CoUoredo (sec. XVII), e non sarà superfluo che ora in
nota si raccolgano gli esempj che ne sono offerti dai ^Testi'.
Ma circa la ragiono etimologica di questo tàs , mi par molto
dubbio che vi s'abbia a vedere tant+s. Malgrado il moderno
ian = iant, che il Pirona ci mostra, mi par difficile, e senza
esempio, che taccia, nell'antica forma, tutto il nesso nt. Sarebbe
come supporre un ment-s o menz che si riducesse a mes. Al-
l'incontro non presenterebbe alcuna difficoltà la riduzione di
tal-s a tàs (cfr. la n. 2 a p. 349, e anche /js=:*vuls vuoi); e,
nell'ordine del significato, ognun vede che 'talmente' si tocca e
si confonde con Hanto' in quant'è avverbio. S'aggiunge, in fa-
vore di tal-s, che questo è uno degli avverbj in -s che real-
mente occorrono anche altrove (catal. tals)^.
Non lasceremo questo numero, senza permetterci un'altra bre-
vissima punta nel campo morfologico, a proposito di 'uni une'
per 'alcuni alcune', o quasi per articolo partitivo, come avvien
nello spagnuolo, caso perciò ben diverso da quello di vuns chulg
atris XV 1 e 6, dove anche l'italiano direbbe 'gli uni cogli altri'.
Agli esempj che il testo venzonese ci ha offerto (Arch. II 442),
* Ecco gli esempj: tas lampizzanl e bielle^ tas contem, xvi 6 (p. 229 pr.,
230; allato a tan plui contenie, tant chi sai, p. 231, e appunto in questi due
luoghi non converrebbe 'talmente', e ci vuole 'tanto'), tas famoos xvi 6 b (al-
lato a ha tant slarcghiaat lamaan; e dello atesso secolo, nella Canzone già
citata in n. a p. 349: tas famose allato a tant sanguinose e tant potent), si
tas chu lui, tàs viéli, tas trist, xvi 8 6 4, 12, 13 (cfr. tant ib. a 19, 45), ben
tas inani xvi 8 « 50 (qui per vero ci vorrebbe proprio 'tanto' e non 'tal-
mente'); tas jur dilette tanto li diletta xvii 1 a 69, tas bielle ib. 72, tas discu-
viartz ib. & 11, 20), tas contente ib, 15, chiar jave tas caro era tanto ib. 18,
tas lontane ib. 20, tas mal i lave tanto male gli andava ib. 21, tas plui ib.
30, tas rar ib. 39, savi tas e ardii ib. 44, tas tormentai xvii 5 a (var.), tas
poc ib.; chu luus tant tas che riluce in tanta e tal misura xvu 2 &, ed è
una combinazione notevole. Ma più notevole ancora:
Qual chu vali plui tas jo stoi sospees
0 la belezze o la bontaat ch'havees,
'quale valga di piìi (più tanto?) io sto indeciso', che ò nel già citato componi-
mento del Sabbadini, insieme con buine tas buona tanto.
Annotazioni ai 'Testi friulani'. 353
or dunque si aggiungono: d-unis chopis e d-uns chiandilirs et
de unis hiifòlis xiv 10, per uns furimegl per alcuni forni-
menti, ib. Un testo italianeggiante del sec. XV ci dà analo-
gamente: d'imi porci) (p. 333 pr.) d'alcuni porci ('porcelli') \
150-1. Un buon esempio di ND in n, è sinicc sindaci, xv 14;
ed ha conferma dal dialetto dell'ant. Trieste (v. III).
154:. Di -n = -M che resulti all'uscita, sarebbe importante esem-
pio Von ( = om uomo) venuto a funzion pronominale in chi on
la debés méti xv 1, che altro pur non deve dire se non 'che
sì dovesse metterla'. Nello stesso documento è poco prima: che
si^debés tigne.
156. MN: cfr. incondegnàt ecc. xiv 8, e Arch. I 520 n.
167'': seiont avv. xvi 1 (bis), ordin. 5, seiont a seconda xvi 6 a,
seioont ordin. ib. &; ma segoond avv. e prep. ib. a, e segoni
avv. XVI 8 a 3, 63, 71.
167-8. La serie si compie bellamente per gli antichi esempj:
fu fuoco XV 1, he luogo XV 2: in bon lu, puesto in lu chi.,.., in
quel lu chu vul, e 11 : in lu det lu ;- cfr. lus al num. 137 ^ —
Poi s'aggiunge Jpan^ panico (v. p. 338); laddove Vo^WQvno panizz,
Pir, 504, è 'paniciura' anziché 'panicura'; e à'ipani si può chie-
dere s'egli vada nella serie di ami ecc. (tose, panico), oppure
in quella di salvàdi ecc., poiché i dizionarj latini metton pà-
nicum^.- Il nome di persona 'Odorico' ha ancora la sua gut-
turale nel testo venzonese: Bnrich^ ; ma ne' nostri documenti:
Sant' Adori xiv 2, Ser Udurli xiv 3, come Fidri xv 1. Così
' Ancora sia qui notato, come fenomeno non affatto privo di qualche va-
lore istorico, l'aversi ne' testi italianeggianti il plur. in -i di feminili della
prima, e vuol dire la forma friulana appena sfrondata del -s (cfr. Arch. I
518-9 n, II 405, IV 362 n; ecc.): ly festi, de candeli, I ; femini li quali, li po-
veri femini, 8; menary mendrii mannaje, li gracij vostry (bis), 11.
^ I doc. XV 1 e 2 son cividalesi.
^ Ma quale fondamento ha poi questa tradizione lessicale ? Non vedo che si
citi alcun esempio nel verso o alcuna testimonianza d'antichi grammatici; e
il tose, panico e il mil. panlg ci portano entambi a panicum. Lo spagn. e
ven. paniso, il fri. paniz e anche il frc. panis, rivengono a 'panicium'; e se
non possono far prova per l'i di panicura, pur lo favoriscono.
* rizut (ricevuto) per Durich e Dumini. Ma Indrj Indri, in quel medesimo
testo, anziché andare con Indrée Andrea (Arch. II 442), rivengono qui, e deb-
bon valere End ri co Enrico.
351 Ascoli,
la gutturale si regge ancora in Lauzàc xiv 7 (bis; oggi Lauzà
stando al Pirona, GOG, Lauzàc tuttora stando al Joppi); ma
già manca in Laijiiì xv 14, Montegnà ib. (bis)'.
172. Numerosi gli esempj di seni sente (san et- saint- sent,
V. Ardi. I 457, II 441). Qui ne diamo quelli, che portino seco
il loro pieno accento: la di d-ogna sent xiv 4, viners sent xv 2,
la vilia d ognisent 14, senz e sentis 16, di sent xyi 2 h, dei
siee senz 6 a, aghe sente xvi 8 & 2. Gli altri releghiamo in
nota^
173. alleri xix d cargn., ma alegri xvi Sa 41, alegro f., xv 7 ".
189-90. siél *sijél sigillo, xv 1; cfr. num. 230.
200. dr = TR in vyedri e miedrì, v. p. 337-8 n; col solo r:
indirer 4n-de-retro' xiv 1, voce forse non indigena, oltre il
solito fraris frati xvii 6 (ter), xviii 3-
224-. spiri XVI 8 & 15 (bis), xvii 6 (ter), hlasm xvir 1 a (SQ,
meri sost. xvii 6, cfr. num. 23, larlz larice xix a.
227. 229. Di a prostetico sono esempj a p. 334-5. Di s-\ spiéz
petti XVI 8 a 26, 40, secondo la traduzione del Joppi (p. 340) ;
schortès scuìHìsie ib. 16, 79.
230. Frequente nei documenti dei sec. XIV e XV, negli udi-
nesi in ispecie, un g {g, j) che s'interpone, o dopo o prima
àelVi nell'iato. Così avremo, almen nella scrittura: -ige -iga
' Pur Fregala, iu quello stesso documento, ma non vedo se debba qui stare.
- sento Mario 'Sy 2 pass, senta Lucia 11, senta Maria 11, la sente corone
15, sente Marige 18, de sente Trinitat xvi 6 a [santa Maria XIV 7, sante
Katarina XV 11, sancte Maria, sante Maria, 14, santa Lena, santa erose, se-
Umana santa, 2ò)\' sent Dumini, sent Filip, sent Dorat, sent 31artin, XIV
3, sent Cancian, sent Marc, sent Michel bis, 7, sent Jachun e Filip II,
sent Pieri XV 1, sent Pantaleon, sent Pieri, sent Dumini, sent Donat, sent
Michel, 2, 3 bis, sent Dumini 4, sent Pieri 5, sent Zuan, sent Blas, 6, sent
Mori 10, sent Jacum 11, sent Francese bis 13, sen Grior 14, sent Martin
15, sent Gervas 18, sent Pieri 22, sen Martin XVI 2 h, sent sermoon Q a,
sent Laurinz 7, sent Jeroni 8 & 12 {sant Adori XIV 2, sant Jacu 5, sanct
Donat bis 8, sant Jacum XV U, san — XVI 5). Nell'Appendice: sent Stefano
e sent Sciefin, allato a sant Martin^ II. E si ricordi finalmente: ssuegneli,
p. 340.
' S'aggiunge Ieri nel componimento rimato dell'udinese Sabbadini (sec. XVI):
Ch'avees la vite e'I zij plu chu mai leiù,
'che avete la vita e l'andare più allegro che mai'. Nello stesso componimcnfo
è il femiu. légre, in rima anch'osso (cfr. ìpgri ligrie, V'ivT).
Annotaziotii ai 'Testi friulaui'. 355
da -ie, in d-Ungarige d-Ungarlga\ signurlgc, iistirige, xv 3
(ustiria x[v 12), sente Marlge xv 18, bichirigis xiv 9;- sto-
riga storea xiv 8 {storia xiv 12), cópigis copie xv 3, vigijs vie
XV 11 (bis); e qui di certo spetta, oltre romunige, un vino xv
3, pur domenige xv 18, malgrado l'apparenza etimologica del
suo ^ (cf. Arch. I 521)". L'ortografia è diversa, ma il fenomeno
sarà il medesimo in einturge (od. ginthrie) cintura xv 13, o
in cliorgàm corame xv 6 {coreian xvi 8 a 18; cfr. Ardi I 504).
Più strano è fiergis de la chavala ferri xiv 7, poiché non si
vede che esista un sing. '£iér-ie', e neppure, in questa regione,
un verbo 'in-ferri[c]are' (cfr. inferadis in quello stesso docu-
mento). Ancora si notino lis gallegis, li galegi, le galee, xiv 8,
Meginardo Mainardo app. 5, e spendegy spendei xv 3 (pass.),
diegy (cfr. diey xiv 8) diedi ib., pagagg ib., e sin dogg per
'doi' due, ib. Pure in d-arigint d'argento xiv 5, xv 13, sarà
falsa l'apparenza etimologica del g, e vi avremo una rappre-
sentazione à'ariint (cfr. xiv 10, e Arch. I 526 491). Mi resta,
non chiaro, churtigiduris xv 13, cfr. p, 335.
Di SR in str è esempio importante iestri essere, anche per-
chè ci fa sicuramente risalire all'età in cui l'infinito ancora
manteneva l'antica sillaba finale. Ricorre nei doc. che seguono :
XIV 8, XV 1 (quater), xvi 8 a 10, 16, 48 (bis^), 56, xvir 5 e;
allato a iessi xvi 6 pass., xvj 8 <j 6, 9, 28, 33, 75, xvii 6, ecc.
L'epentesi di l nel noto esemplare /?oc?re xv 17, inflodrà x[v 5;
cfr. Arch. I 533 n.
SS'i''. S'aggiungono, per l'epitesi qui descritta : leni legno xv
18, terent ib.; quintregiamhit contraccambio xvii 1 & 14; e si
riproduce térmit X[V 7 (bis)*. Tlanc', piano, si riproduce
anche nel verbo aplanchà xiv 5.
' Per ga ecc. che si debban leggei^e ga ecc. o ja ecc., cfr. si garin xiv 8
(p. 196), che dovrà pur leggersi si jarin s'erano {no iarin xv 6), e gun giu-
gno XV 13 {iung xiv Q, jugn xv 14), gul Julius ib.
^ Anche sigéi sigillo xiv 5 potrà forse qui stare; cfr. siél num. 189-90 -E
giova qui ricordare anche gli es. di je- in gè- gi-, che sono al num. 28 I.
^ Il secondo esempio di codest'ottava è in funzione di sostantivo, la quale
si fa più notevole nel seguente verso del Sabbadini (sec. XVI):
Al non è dipentoor ciart in chest iestri,
'non v'è di certo pittore al mondo (non v'è in quest'essere)'.
* Non va confusa con cotesti esempi la particola finlc, infinte, xvi 8 rt 51,
42, e tergest. finta Vam pnsf^ó Main. 05; cfr. p. 33C.
35G Ascoli ,
235. Uno splendido esempio ora s'aggiunge per l'attrazione
deWu. Poiché Vob, che ricorre tre volte nel 3' doc. del sec. XIV
(Civid.), altro non può dire se non 'ebbe' : aube = habuit. È, per
qui limitarci a un solo e facile riscontro, il correlativo dello
spagn. hube Imho; cosi come lo spagn. siqie supo (prov. saup),
seppi ecc., trova la sua risposta nell'ant. venez. e lomb. sope,
Arch. Ili 267 n. — Per l'attrazione àeWi, v. aybut ecc. num. 93;
e si confermano: 7^àibe xvii 1 b 21, raibos xvi 8 & 8, xvii 5 n.
Ultima appendice ai 'Testi inediti friulani' non parrà inopportuno
che ora si ponga una modesta serie di cimelj tergestini, cioè di
reliquie, più o meno antiche, dì quella varietà friulana ch'era parlata
a Trieste e non poteva far mostra di sé nella collezione del Joppi.
I Dialoghi 'tergestini' del Mainati, sola fonte a cui i dialettologi
avessero potuto attingere sin qui (v. Arch. I 479), apparivano come
un anello divulso dalla propria catena, non solo nell'ordine dello spa-
zio ma ancora e più in quello del tempo. Nulla si conosceva di co-
testa varietà friulana che fosse anteriore ai Dialoghi o li seguisse;
e anche poteva parere alquanto singolare, che a così breve distanza
da noi, cioè nel 1828, ancora desse un saggio così sicuro e abon-
dante della propria vita un vernacolo che pochi anni pili tardi sì
sarebbe spento e come ignorato. Sorgeva perciò abbastanza legìttima-
mente, massime fra i lontani, un qualche dubbio che forse c'entrasse
un po' d'illusione nell'attribuire senz'altro quella parlata alla vecchia
Trieste; e se l'esame un po' accurato dei Dialoghi stessi e dei dia-
letti o dell'istoria dialettale delle contrade circonvicine, di Muggia
in ispecie, pur toglievano forza a ogni sospetto circa l'autenticità,
piena e perfetta, dei saggi del Mainati, e se insieme s' aggiungevano,
per coloro che non sono estranei a quelle terre, testimonianze tradizio-
nali ben valide che raffermavano il carattere friulano della vecchia
CimeJj tergestini, 357
favella di Trieste, ò tuttavolta una cosa molto bella che ora si possa
largamente risaldare nel tempo codesta friulanità della novella re-
gina dell'Adria.
Di ciò i dialettologi debbono saper grado, non già al direttore di
questo Archivio, ma all'ab. Jacopo Cavalli, l'autore benemerito della
Storia di Trieste*-. Nella quale essendo accennato alle scritture in
cui si contengono i cimelj dell'antico parlare tergestino e anche da-
tone un qualche saggio (p. 158 e segg.), V Archivio glottologico se ne
fece molto ghiotto; e l'egregio uomo s'è tosto compiaciuto di fargli te-
nere i preziosi suoi spogli, ed anche la copia integrale di qualche do-
cumento o squarcio, come ora in nota a parte a parte si vede^. Di
codesto materiale or dunque ci gioviamo, incastonandolo partita-
mente nel quadro che anche per la varietà tergestina era preparato
nel primo volume àQ\VArchivio\ alle pagine del quale pur qui si ri-
* La storia di Trieste raccontala ai giovanetti da Jacopo Cavalli, Trieste
1877.
* Alla descrizione di codesti spogli o documenti, aggiungo Tindicazione del
modo in cui son citati nelle pagine che seguono.
1. Estratti dalla 'Vicedomineria', a. 1325-1466; si citano per T e il num. e
foglio del volume.
2. Estr. dal 'Banclius MaleSciorum', a. 1327-1500; si citano per 31 e il
num. e foglio del volume. La corrispondenza fra i volumi e gli anni, è que-
sta che segue: I 1327, II 1338, VI 1354, VII 1359, Vili 1359 e 1381, IX
1384, X 1401, XI 1445, Xll 1473, XIII 1487, XIV 1496, XV 1500.
3. Estr. dai 'Camerarij', a. 1330-1550. Si citano per C e il num. e foglio
del volume: I 1330, II..., V 1366, VII 1387, XI 1426, XII 1440, XIII 1449;
poi per C, l'anno e il num. del 'regim.'
4. Estr. dai 'Testamenta', a, 1342-1485; si citano per T e l'anno.
5. Dal 'Liber Reformationum', docum. del 14 13; si cita per R.
6. 'Nomi antichi delle contrade della città e del territorio di Trieste, tratti
dai manoscritti dell'Archivio diplomatico'. Questo copioso e importante spo-
glio dell' ab. Cavalli, si cita per ctr.
7. Squarcio degli 'Statuti' del 1421 ; citato per st.
8. 'Lista di patrizj e plebei, coi loro sopranomi', d'intorno il 1550; citata
per L.
Inedite tutte queste fonti, tranne il num. 7, pubblicatosi nel 'Codice diplo-
matico istriano' (donde qui si cita anche un doc. del 1467), e tutte nell'Ar-
chivio diplomatico triestino. S'aggiunge ancora:
9. Un sonetto del 1790, riportato dal 'Caleidoscopio' di Trieste (anno quarto,
1815), qui citato per son.
Archivio ?lottol. ital.. IV. 2»
358 Ascoli,
manda con la citazione che segue, senz'altro, al numero correspettivo
degli articoli.
Non hanno tutte le fonti, alle quali qui si attinge, uno stesso ca-
rattere dialettale; ma anzi si divariano non poco, secondo la loro
tergestinità piti o meno spiccata. La corrente veneziana, che finì per
assimilarsi la tergestina o friulana, prevale intanto, pure a' vecchi
tempi, nel linguaggio dei cancellieri, in quanto esso non sia addirit-
tura latino; e così vene zi aneg giano grandemente o letterateggiano
le fonti che nella nostra nota portano ì numeri 2 (M), 5 (R) e 7 (st).
Duole che questo sia in ispecie della prima, nella quale abondano le
intiere frasi vernacole, dove nelle piìi genuine ci riduciamo a poco
piti di meri frammenti. Così quella jfonte (M) non dà pure un solo
esempio per l'una delle due piti spiccate caratteristiche tergestine o
friulane (v. il § 160-65), e ne dà due soli, e entrambi adulterati, per
l'altra (§ 137: -is di plur. femin.). Tuttavolta, qualche utile elemento
si raccoglie anche dai filoni men puri.
Ma poiché nella stessa Venezia, quando risaliamo a una certa an-
tichità, riabbiamo dei caratteri che son friulani o coi friulani coin-
cidono (così per es. il -s di seconda pers. sing., o il tipo zudeg zù-
dig giudice^), ne consegue che debba incontrarsi qualche difficoltà da
ehi aspiri a una continua distinzione fra quello che nelle antiche
scritture di Trieste provenga direttamente dalla fronte friulana e quello
che vi arrivi per la via di Venezia. Nondimeno, acuendo un po' lo
sguardo, ritroveremo che i dubbj, dove pure in qualche parte si reggano,
non portino un vero disturbo alla dimostrazione cui s'attende. Cosi
nelle serie o per una parte delle serie che son considerate ai §§ 87 ecc.,
e 114 ecc., ben v'iia coincidenza fra l'antico veneziano (o veneto) e
il friulano; ma son fenomeni che in Trieste si continuano integral-
mente sino all'età del Mainati; e perciò, cosi nella loro insistenza
come nella loro estensione, attestano una vitalità maggiore di quella
che da Venezia potesse rifluire sopra Trieste, o, in altri termini, fanno
testimonianza che nella region triestina fossero e durasser più co-
spicue, che non nella veneziana, le proporzioni del substrato ladino
o friulano.
La stampa distingue, col carattere più minuto e le righe piti brevi,
(guanto giovi notare di propriamente veneziano (proprio cioi dell'an-
• Vedine Arcb. I 418-73 (120-33), III 252 266.
Ciraelj tergestini. 359
tìca Venezia) in codesti documenti dell'antica Trieste*. E insieme si
mira a distinguere qualche importazione 'istriota'.
9 (485, 486-7, de. Ili 258): bandéria C pass.; cfr. nura. 18-23.
10. 57 (487). ALT ecc.: 'centrata Rivaiti' Rivu-alto Riv-
-auto Rivu-aut ctr., ed ecco a Trieste il 'Rialto' di Venezia {riau-
to, V. Arch. I 473); 'qui fecit mautam C I 53-'^; 'Valderivi Bal-
darivi' Valderif B andar iu Bauderiu ctr ; Bando Ubaldo (cfr.
Arch. I 473) V pass.; 'et .fauces feri', falci, M vr 49^; 'Calcara'
Chiauchiara ctr., 'Alberi' Alber (Albér?) Auher de-Audert
ctr.-;- poltron poiUron M vii 44^.
23 (489, 491): viénari bis C xii 26" {veìiere ib. 17^).
mìédego C 1537 III, liévor L, vitapkri M vu 98";- non te timo
Cd. dipi. istr. 31 lugl. 1467, cfr. Arch. I 142-3n, IV 343.
28 (490, 491-2). I. diei belli C xn 92^ Tome Ghiastiél T 1474,
Fontanellis Fontaniellis ctr., Farnadiél ctr , 'ctr. Iselle, Di-
selle' Disiella, Liguselli -usiei ctr., Musiella ctr., Chiampi-
delis -diellis ctr., 'ctr. Pradelli' Pradiél; Zanfaniestris ecc.
ctr., Salviestro C xii. II. a iiemene [sic] a termine M xi
147^ san Siarz Sergio ctr., cfr. s. Marie de Seris e de Sia-
ris ctr. III. riendém rendiamo son.
I. barcha viecha C xiii 130\ cfr. Arch. 1 454-5. III. vindi
vendo bis M ii S'^, si die vindj si dee vendere xi 83'', vinduda
st., singa senza M xi 16S'' e altrove; cfr. Arch. I 434 n, 443 n.
18-23 {4Q2-^)\ pleina M vii 98^ Vena Veina ctr., 'ctr. Arene
Reyne Rene', 'domina Leyna' T Ì46Q, santa Leyna eie ; Valese
-leis ctr., Marzes -geis ctr.; canei, farnei, C xiii, caneto, far-
neto, come traduce il Cavalli, e con questi andranno: Slerpey
sterpeto ctr. (centrata Sterpeti, Sterpej), Correi cerreto ctr.
' È un accenno storico in questa minaccia: e si io fosse denangi lo doxe,
io li difia... M X 73^(1401). Si tratta d' un' imputazione, che deve riferirsi
al periodo in cui Trieste era soggetta a Venezia. — Degli screzj fra Ter-
gestini e Slavi, è testimonio l'uso dileggiativo o anzi ingiurioso del nome di
'ilavo': M xn 80'', xiii 65'.
' Cfr. 'Carbonaro' Chaubonare ctr. - 'De aulenaro' C 11 136\ de aulenar
C 1543 II, ci conferma la ragione peculiare di codosl'cscmpio, Arch. I 487.
360 Ascoli,
(centrata Cerreti, Cerrei ; anche nel terr. di Maggia), Iiivicha~
stegnei Redechiastenei (contr. Rivi de castagneto)'; voy me
avey ter M ix 70^... e no voley ib. ; treij C xr 40*, 48^ ven-
titrei son.;- mugleir mogleir M ii 8% iv 47''; vein vieni! v
71'', hein xn 102* (e così occorre, come nome di famiglia: Del
Beine = Del Bene); stadeira, allato a stadiera e staldiera,
C xiii 139».
56 (496-7): I. nuestro nuestri son,, cfr. Main. 96, 97, 109,
113, Cologna Coluegna ctr. IL 'contr. Ri-vistorti Ristorti' Ri-
stuart. 46-56 e 61 (497-8, 500) : de foura C xiii 45", pou ^ pò
(può) M VII 132* e R; goufa M xv 247^- villa santa Crous ctr.,
Ziistol de santa Crous C xiii 86*.
fuora M vi ^&, che tu può x 161'', fazuolo xv 53% de nuovo,
muodo, C XII 56''; Griguór M xi 157''; lo muol il molo C xii
88^ (bis) e C 1543 P; tuo tuo, to', prendi, M xi 16P, li tuo
toglile XV 53''; e anche zuó giti (ven. zo) xii 61% e sin ruóvol
rovere C 1537 II {rovaio C 1541 III). Cfr. Arch. Ili 249. —
Maistro Aulif C xii 59% cfr. Arch. I 505, e a formola tonica:
denante la paurta de Riborgo T 1485, e una contrada ciamada
• S'aggiungono, raeu chiari: couti'. Spino'eti, Spinolei; contr. Sterneti -nei'^
contr. Stellei -lei.
- A proposito di questa forma, mi sia lecito avvertire che è uù po' strana
la sicurezza con la quale senz'altro si dichiarano dal lat. moles: l'it. molo,
sp. muelle, fr. mòle (cfr. Diez, less. s. molo). Già sotto il rispetto morfolo-
gico, vi sarebbe la difficoltà, tutt' altro che lieve, del doppio tralignamento
della desinenza e del genere. Ma nell'ordine de' suoni, saremmo poi a un com-
plesso d'anomalie, poiché l'italiano dovrebbe darci mgl-o e lo spagn. mol-o
e la base frane, non altro che tnol o meul. Ora io qui non intendo di risol-
vere, con poche parole, codesto problema abbastanza complicato; ma può es-
sermi concesso di notare, che un'antica base nominale mól-io (cfr. per ora:
dolio allato al verbo che nel paradigma popolare fa alla 1. pers. pres. dol-jo;
o voli a allato alla 1. pers. pres che in quel paradigma è vol-jo) darebbe
insieme buona ragione, cosi dell' it. molo (cfr. gloria ecc., e per il dileguo
dell'i: somaro ecc. e vangelo), come dello spagn. muelle (r=muélje, cfr. per
l'-e: miege ecc. Arch. I 78 e l'aut. sp. sago - sabio). Ma il frc. móleì Sa-
rebbe singolare che dovesse andar disgiunto dalla voce it. e dalla spagn.; pure
è manifesto, che mòle risponderebbe correttamente a modulo-, così come
rólc risponde a rotalo-. Ora c'è appunto un basso lat. modulo- nel signif.
di 'molo' (v. Du Gange, s, modulus, moles, molum).
Cimelj tergestiui. 361
denantò la puarla ctr. ^ Circa viijo voglio M xv 01'', huj
uova C XIII 4C", cfp. Arch. I 445 n.
68" (501): Chiilau Colau Nicolò C x[i 23^ C 1536 11,1541 III.
71-72, 76 {òOÌ, Ò03-4) limbasedór C xi 48^ ;inchóna C1539 I,
indrona C 1542 I e altrove (Main.: androna 69); siridura C xi
44% pilligàr C xiii 149", Piligr'm C 1538 I.
87-8. 92 (506-7).
Pieri C 1541 III, Pauli C 1540 II;
palasi sing. M ii 8=^, 47", C xni 50^, servixi sg. C xr 51*,
sarvixi xii 26^, Antoni M xi 157", el so salari C xiii 14-'^, vi-
chari sg. C 1541 III, cimiteri ctr. ;
Zw(/ (anche lugo) luglio C xr 48*, fameij famiglio M xi 76", lo
fi figlio C 1541 III;- Zorzi C xii 115"; Amh^os ib. 26*;
7ìies mese C xi 44% mess id. son., jja^t^s M viir 166*, tamis
'tamisi' stacci C 1541 III, vis M viii 92*, Trevis C xii 56*, ^os
(ven. zóso giuso) xi 44", grazios xi 44", rabios L, ì^edeglós
pidocchioso L, ros C xni 58*, sgl tignés s'egli tenesse L, 5-e^
/bs M VII 106", che jo te des ib. 109" (cfr. n. morfol.); farà so
cors M IX 30*;
dies dieci C xi 48*, óndis L, undis C xi 40" (ali. a diese),
dódis trédis quindis ib. 40*, sédis ib. 48*, 55*, làris larice
C 1539 I, zi'ides giidis M vii 55*, 106*, ziidis pi. R. pass.; ci-
riex pi. (?) C XII 71*; hahitadrls bis st., pas C xiii 10", plas
piace R;
hraz L, mustaz L, tavolaz C 1538 I, S02: sozzo M ir 7P;
me^ L;
cimiteri de san Francese sancti Francisci, ctr., Frances de
Venezia C 1541 III; s, Marc, s.Roc, C 1541 III, doy zone bis
C XI 48;
ho Mx 73% ùltem C xi 44"; tufo el gior C 1544 I;
soldi dixinou C xi 44*, ou uovo L (pi. huj C xrii AQ^), pre-
scriv son.; Codróip C xiri 60*, Codroy xii 116";
san Vi Vito C xii 22", 86", ctr.; brut M vi 59* {bruto ib. 55*);
adi sora dit C xr 40*, 49*, Monte sconfìt ctr., de lo matt M xr 37* ;
• • Mainati: puarta de Riborr/h 03, 64, pudrta 72, 79, ]0I, cfr. muàrt ib.
98; ecc.
3G2 Ascoli ,
Triesf M \\ 3&', ix 3C=^ (bis), R pass., st , Terrjesl ter M x 73''
{Trieste ib,); agosl C xr 42'*^, sor Zust ib. 42% 44''; pugulent
M IX 35*, luogotenent st., C xi 48'', Pinguent xii 87'', Satamont
ctr., 'Martiusius (?) -picol-infanV V vrrr 220*;
?m so^^ M VII 109% manigold ix 35*, Arnolt bis ix 56*, 2?;
^ grani consejo bis xi 126'', [sapiant la usanga st.].
91 (508): idó *aidó bis C 1542 I, cfr. iudó C 1544 I.
97 (509). L + I di pi.: liaij leali C xi 52'', badij allato a Z^g-
dili, C 1543 I.
105 (512): stagiera C 1544 III.
lU-22 (513-15): clave M X[ 157'', 'CI u già fons' ctr., Mi-
chael gerclar'Y ix 122% Zuam SchlafC 1548 1 ; glesigs chiese L;
ogli L, pedoglo T 1465, pec?g^fós L;- Glaga ctr., 'matheus de
inglerada' V x 29-^;- plas (allato a piaserà) R, plàdena C ir
45*, pleina piena plenia M vii 98*, ix 52*, vii QQ^, pluy ix 30*,
pluiR,plusor volte M XI \Q>2>^\- 'domina bellaflor'' n. d. donna
V IV 241*;- blanchaflor id. V xx 9'', 'unum guardacuor de
blanchet' T \48S, Jacho Blanc Cxm 43^/ ìacohus de la blonda'
V XI 26*, [la biestema C 1548 li].
137 (517-19).
Sopravvive qui di certo, in alcuni nomi di vie o contrade,
pur qualche -s di plur. mascol. ; ma non più inteso, sin da qua'
tempi, 0 come fossile, e perciò foderato di nuova desinenza nelle
forme raffazzonate alla latina: 'contrata Melarsii' e Melars
(friul. melar melo); 'contrata Cadinsij', Chiadinj Chadin Ca-
dins; contr. Corniglin Curniglins , Murtisms, Punzinins; e
vedi ancora più innanzi, in questo stesso numero.
Per V -i-s di plur. femin., abbiamo: glésigs chiese L, fant de
cliòpis L, 'Ciprianus de lis-molis' M v 86" (bis), vi 3% 'Mari-
nus de lis-bestiis* V iv 76% 'Cantius de lis-fontanis' xix 113*,
'Justus de jarbiiQulis' delle erbuccie (cfr. friul. jerbiigis bie-
tola da erbuccie) xx 31*. In -a-s: putànas puytanas, M viit
164% 165*% Ancora s'aggiungono in -i-s i seguenti nomi di
' È il -s male appiccicato dallo scriba veneziano o venezianeggiante. -
Plural feminile non appena spoglio del -s: doi maneri mannaje (?) C 1541 III;
y qui sopra, p. 353 n.
Ciuiclj teigestiiii. 3G3
contrade: Contrata Berdc', de li Berdis, lis Berdis; 'Calvule'
Chiarvule Chiarvulis; Fontanellis -niellis\ Giarizulis; Vuar-
dis Guardis ('centrata Guardisij'; v. sopra); Planegis\ Sca-
nuelle Scanuellis (e pure Scanuellas); Sesfontanis Sefontane
Sefonianis\ Tiv argini li s ; Orsenigo Ursinigis e Ursinins (cfr.
Urginins Urcinicco, nel Friuli; Pir. 633); 'fons Zanfanestras'
Zanfanieslris; 'fons Zudecharum' Zudecliis (la Zudcca di Ve-
nezia). E fra le contrade di Muggia: 'in loco qui dicitur la vai
de li monigis; e 'contrata sonaglis\ che pare pur questo un
esempio di plur. mascol. (cfr. friul. sunàjs sonagli).
Quanto al -s di seconda persona, la qualità e l'età delle scrit-
ture da cui proviene la maggior parte degli esenipj (M, 135 1-84),
già farebbero inclinare ad attribuirli alla corrente veneziana
anziché alla friulana; e l'intrinseco degli esempj stessi, non
solo non s'oppone a questa sentenza, ma anzi in parte la suf-
fraga. Di certo, l'età d'un altro documento congenere che loro
sì aggiunge, è un po' troppo bassa perchè s'abbia a consentire
senz'altro che il -s d'una seconda persona bisillaba d'indica-
tivo presente vi sia di schietta e diretta provenienza veneziana
(cfr. Arch. I 461-3); ma questa è tal considerazione cronolo-
gica, che punto non basta a farci ricredere dell'anzidetta sen-
tenza. Vorrà dire, che qui s'avrà un complesso di nuovi esempj
di -s veneziano fuor di Venezia, tra' quali è più d'uno che an-
che merita considerazione per l'età inoltrata cui egli arriva.
L'incrociarsi della corrente veneziana con la tergestina o friu-
lana, si fa poi ben manifesta per la seconda pers. di 'esse'.
Quella porta il suo tu es (Arch. I 462), questa dà il suo tu
sons (friul. sos; Main. : ti sos-to): tu es vi 31", 59', es-tii ix.
29^*; tu soìts VII 42% 44=' , 45% vm 167' ^^ tu sos xv 364 "^ E
passando agli altri esempj, poniamo prima i bisillabi di pre-
sente indicativo: tu es poltron et hixls de fradel e de sorela
(esci, V. Arch. Ili 280) vi 3P; tu mentis per la golia (Cod.
.dipi, istr., 31 luglio 1467; cfr. ant. friul. ment-s ecc., Arch. IV
' tu ei VII 6», tu e ix 63% xi 154*.
* tu son IX 31". — sons due volte anche in vm 164'', e la prima pare iu
funzione di seconda plurale, cosi com'è neir'italianeggiante' ooy som ib. 165\
Cfr. sonèm siamo, Main. 67, allato a seni 62.
364 Ascoli*,
314, e anche v. 1.-109 a), dove mal si regge il dubbio che sia
da leggero mentis (■= mentissi = mentissis) e vedervi il paral-
lelo di 'mentisci' piuttosto che di 'menti'. Ancora appar bisil-
labo digis dici, in tu no cligis vero ix 63\ Ma senza il -s le
altro bisillabe di pres. indicativo: tu me pari bis ix 19% se tu
credi che io aibia 30% che tu ari che tu eri xi 95", e pure il con-
giunt. che tu vegni ix 30", oltre l'imperf. tu no devevi andd 48\
Torna il -s in una trisillaba di congiuntivo e nelle monosil-
labe dell'indicativo: che tu fecessis bem ix 48*^;- tu no pos vii
C% tu vos IX 29% 30% [te vos 30"*], tu no vos 29% tu non vos 30%
tu vas , tu mal de vas (ne vai), 52* , tu. me as invola vi 33'',
l-as fat 36% tu-te as fat viu 92*, tu as muda viii 166", se tu
as arme ix 28'', 30"^^; onde si passa all'-as di futuro: ni tu
no faras vii 44% tu vigneras ix 29^, torneras 52*; e nel docum.
del Cod. diplom. citato qui sopra: tu me has chasado m'hai
cacciato, tu non saras judecce. Per la combinazione col pro-
nome enclitico, mi limito a aggiungere: ma no ves-tu (che deve
dire: vedi-tu) ix 25*, fastu vastu 56*.^
144 (519n). Il caratteristico -m da -n s'avverte di continuo:
cha77i M VI 22% bem vri 44=^, ix 48% vilam ix 36*; citadim ecc.
R; taliam italiano C1536 III, Udem Udine C 1541 III; sUn-
góm L, Ijochóm L, Bastiàm L; ecc.
150-51 : sinichi sindaci C xi 50*, v. lo spoglio dei 'Testi friu-
lani' (p. 353).
160-65 (521): chialcina C xii 56'% dei Mei chiavai xii 92^
Tome chiastiel T 1474, chiadrega C 1548 1% Fieri Chiar^
gnel C, Zuam Chiavalin C 1545 III, Zuan Chiaritoi C;- be-
chiar C 1541 III, bruchia (sarà la 'brocca', bulletta, friul.
hruce) ib., casachia casacca (fri. gasace) ib.; banchia ib., man-
chia L; bar càia C 1542 I ; peschiedor C xi 46\ todeschia L,
schiaffa (ren. scafa, scaffale, scolatojo ecc.) h"^]- predigedor
* tu a IX 63".
- Del -s che passa alla 3. sg. del cong. pres. (Arch. I 518 n), è nuovo esempio
che lo consérvis sou.
' chiadiol, C xiii 111"?
' Nello stesso documento s'aggiunge schiama de pessi, e sarebbe nuovo esem-
pio di ca =: CA- QVA, cfr. Arch. I 524-25.- Di QVA in ga è esempio carat-
Cimelj tergestiui. 365
C xi[[ 117''^; domenia soii. Ora seguono esempj che per que-
sto paragrafo sono offerti dall'elenco dei nomi di contrade ecc.:
Calcara Cliiauchiara , Malchianton, Barhachiaìi, Chiastel,
Chiasilom, Chiampidiellis, 'contr. Campi marcij' Chiamarz,
dia Chia Chya, 'contr. Cauriani' ChiaicìHan, Chiavorleg, Chia-
novela, 'contr. Cavane' Chiavana, Chiarpidulis, contr. 'Rivi de
castagneto' Redechiastenei, Sporchiavile ; e altri. 181-2. Blas
del gilinar T 1470, Gatinara Giaiinara (e Catinara Chiati-
nara) ctr.
200. viàrio vetro, M xi IST'*, non è senza valore pur sotto
il rispetto morfologico ('vitreo-'), cfr. friul. vedredr Arch. 1 527,
e vérie Pir., oltre lo spagn. viàrio,- Di laro lara M viii 166%
167% XV 4^ [laàró xiii 17^), ix 156'', non toccherei, se non fosse
per avvertire che anche nel Mainati si continua la forma spo-
glia: laro lari AQ.
215-16 (529 n). Il caratteristico au, habet, ritorna in che l-au
la gola, che egli-ha la gola, L.
Le osservazioni d'ordine propriamente lessicale, a cui da-
rebber luogo pur questi frammenti tergestini, si debbono riser-
vare ad altro posto. Ma possono qui stare alcune voci, che, nel
loro insieme, son caratteristiche abbastanza, e non ripetono la
loro specialità se non dalle particolari determinazioni fonetiche.
Duto ecc., tutto ecc. : duti Mvii 106'', a duti doi x 135^ duti R bis,
duto duti (ter) dute st. (cfr. Arch. I 445 446 n 526);- desnem-
brata dis-merabrata M ii 14^ (friul. némbri); Wulneravit cum
uno stomblario vr 15^ (fri. stómbli Arch. I 520); fradi fra-
tello C XIII 43* (unico esempio; friul, id.); pustoyma postema
M vili 119", 120% cfr. Arch. I 488, gerolicho chirurgo C xi
54''\ L'uso piuttosto che la forma si considera in vedrana vec-
teiistico: 'purgatura fuit agarium ripe comunis' C va 7', cfr. Arch. I 524
e aga Main. 14, 80.
* 'Altrove giroicho\ Cavalli. La forma addotta nel testo, accennerebbe a
rgi in ri (cfr. arint)^ piuttosto che in ;t, cfr. Arch, I 500 510; mail r si tace
anche negli spagn. cinigia cirujano. — Sia ancora notato in quest'incontro,
ch'era più che legittima l'esitanza con la quale il friul. plina si registrava
sotto Ve (Arch. I 488). *In un istrumento di locazione del 1335: locavit....
^ad quatuor pluynas camporwn. Il Kandler dice la plina trieaiìtia. (=256
3G0 AscoH,
cllia 'veterana' M i 4.7'', vi 9'' (cfi-. Ardi. I 527); e filialmente
si nota avcmo favela abbiam parlato M ix 03*.
La messe morfologica che da questi frammenti si ritrae,
non è abondante; ma è all'incontro molto rimescolata, e non
è sempre facile lo scernervi il grano dal loglio, o la provenienza
dei grani diversi.
fatturadressa fattucchiera, quasi 'fatturatrice', M i 43% xii
107*, è di tipo friulano (cfr. fri. menadresse, hrazzoladressé) \
E tor è maschile come nel friulano (Cavalli; cfr. Pir. : torr m.
campanile, torr f. torre). Voi proclitico, 'egli', in che ol no
pò M 711 76*, quando ol stava C 1539 I, ricorda la forma del-
l'articolo che ha il Mainati nella combinazione int-ol nel, 112
{in tol 84, 102).
In mezzo agl'infiniti in -r alla veneziana, fa pur capolino la
forma senza il -r che è del friulano e si continua nel Mainati
(cfr. Arch. I 436^). Cosi: tu-te as fat remenà M viii 92*, vaie
a lamenta ix 30*, tu no devevi andà 48*, vate a nega, niegà,
XII 23*, va-te revoltà 59*. Occorrono non pochi esemplari
di 3. pi. del perf., ed escono prevalentemente in -reno -ren. Tutto
considerato, potremo qui ripetere dalla vena friulana, così la
distinzione del numero, come la qualità della desinenza (tipi
friuL: amàrin s intir in ecc. ^). Ma s'aggiungono anche gl'inne-
sti letterarj. Citiamo intanto: fóren (friul. fórin) M x 73'', fó-
reno C xi 48*, 51*, M xr 127*, mandàreno ib., mondàreno C xi
48*, zuràreno 52\ portàreno xiii 48*, distudàreno ib., e in-
sieme portòren xi 44'', aidóren ib. ; ecc. Anche devesseno de-
buissent M xt 126''. La prima del futuro in -ai ha due esempj,
'pertiche) perfettamente uguale a un Jieredium o due jugeri, e che poi le pline
'si dissero campi. Questa voce -vive sempre, oltre che nel friul. plina^ pur
'nell'istriano piomna^ che significa aratro:, e ritorniamo al piò dei Lom-
' bardi, ecc.' Cavalli.
' È tuttavolta anche nel Tozzo', testo veneziano: gente plaidressa 71, pia-
titrice.
* E anche 465 n. Antico esempio veneziano per l'infinito di base sdrucciola
che abbia perduto il -r, sarebbe disiroso de acrese el ben comun, iscriz.,
Gamba 14.
' Cfr. nel Mainati le 3 pi. di pres. in -em - ~en (num. 144) = fri. -in: pa-
tissem patiscono 14, sónem suonano 110; ecc. E nei suoi testi italianeggiauti :
careno corrono 131, patisseno patiscono 133.
Cimelj tergestiui. 367
e sono abbastanza antichi perchè anche si possano attribuire,
senza molto stento, alla corrente veneziana (cfr. Arch. I 464 n,):
jo te farai insh^ fuora de triest M vi 30'', jo te impageray pa-
gherò VI 51^. Ma così risolato ai 'habeo', come la combina-
zione fiiturale dirai dirò ecc., son sempre del friulano, e pur
nel Mainati: f hai mandai, insegìiarài insegnerò 6, vedarài
vedrò 27, ecc. Affatto estraneo al veneziano, e proprio al-
l'incontro del friulano, il tipo che è rappresentato da il ma-
gnarés ei mangerebbe, L (e cosi nel Mainati : bastaréss baste-
rebbe 19, bisognaress bisognerebbe ib., ecc.) E mi resta la
sec. pi. d'imperf. cong. metissa {che vuy ne melissa R), la quale
ci dilunga dal Friuli e anche dallo schietto veneziano, ma ha
larghe attenenze, e andrà in ispecie studiata con queste forme
che sono nel Mainati: metissià 102, imprestissià 34, dovis-
Siam (1. pi.) 102. Vedine, per ora, Arch. I 442 n, 454 n.
Delle forme schiettamente veneziane, come ave habuit C xii
24% pordve potrebbe M v 47""^ ecc. , non accade che partita-
mente si parli in questo luogo. Ma giova che si noti, come
pur qui ricorrano, con significazion di singolare, ladi e fondi
{de sto ladi bis C xii 59% un fondi C 1545 l)\ delle quali forme
si è appunto parlato piti sopra, a p. 350 seg.*
* Da antichi testi venez. aggiungeremo in quest'occasione : da un ladi al
altro. Atti dell' Istit. Ven., XV 1623, e con accezione preposizionale: da-ladhi
la nostra prison, ib. 1603. Cfr. Mussaf. Beitr. 18, dov'è da aggiungere che
petti, con significazione di singolare (Bovo ed. Rajoa: peti v, 124 131 1316),
occorre anche in Fra Paolino (ed. Muss.: pecti 145). Finalmente sia notalo
questo modo: Teris da un di ladi so pare clama, Bovo, ed. cit., v. 1981.
YARIETA,
Storia della preposizione a e de' suoi composti nella lin-
gua italiana, con le orig inazioni de' piii oscuri componenti
e de' loro afflili, con le ragioni de' significati e de' più diffi-
cili costrutti. Saggio di un dizionario etimologico e sintattico
della lingua comune e de' dialetti toscani, dell' avv. Bianco
Bianchi. — Firenze, 1877, di p. 452 in-S."
Come appare dal titolo, questo scritto dell'avv. Bianchi tratta
principalmente dell'italiana preposizione a, considerandola nelle
sue varie funzioni ed applicazioni. È lavoro di molta e varia
dottrina, il quale chiarisce l'autore per uomo di raro ingegno
e già molto bene addimesticato colla nuova scienza delle lin-
gue; e dee pigliarsi per buono augurio il veder qui la prima
volta trattate, col metodo scientifico, da un Toscano, da un nipote
del già academico e segretario della Crusca, quistioni stretta-
mente connesse colla storia della lingua e dei dialetti italiani,
e segnatamente toscani. Noi non potremmo in una breve e ra-
pida recensione, quale è questa, seguire passo passo l'autore in
tutte le sue varie indagini e dichiarazioni; ma ci piace intanto
notare, com'egli, in genere, padroneggi assai bene sotto i suoi
varj aspetti la propria materia. La trattazione dei composti gli
presenta non di rado problemi etimologici più o meno difficili,
che il Bianchi afifronta quasi sempre confidentemente e la cui
risoluzione, sussidiata principalmente dal criterio fonologico, gli
torna non di rado più o men verisimile. Ma questa, uopo è pur
dirlo, ci sembra la parte nella quale il Bianchi, pur mostrando
oculatezza e perizia singolari, riesce men bene che non nelle
Del libro di B. Bianchi sulla prepos, a. 369
altre. Egli si studia di mettere in sodo fenomeni fonetici di cui
taluni non ci pajono gran fatto probabili e altri crediamo che
YOgliano essere ricisamente contraddetti, tenuto specialmente
conto degli ambienti dialettici in cui tali fenomeni avrebbero
luogo. Al qual proposito ci permetteremo di fare alcune obbie-
zioni, dichiarando però innanzi tratto che in questo libro la
parti buone superano a gran pezza le raen buone, e che noi
qui non intendiamo se non di ristringerci a talune di quelle
che fra le men buone ci pajon più prominenti.
E cominceremo dal notare come improbabile la derivazione
della prep. lat. ad, che a p. 9 il B. fa venire dall' indo-europeo
«jad (1. jàt), abl. sing. del pronome relativo jas. » La perdita
di j del pron. ariano ja-, normale pel greco, nel latino si rende
molto in verisimile, come appare da janitrices, jecur, j ungere,
jiigum, jus, juvenis, juvare, in tutti i quali vocaboli si man-
tiene il / iniziale, notoriamente d'origine ariana. Lo stesso
pronome ariano ja-, nei pochi casi in cui si presenta ancora
nel latino, non perde /; quindi Jam, etiam {et+jam), quoniam
[quoìn-jam). Può anche essere assai dubbio se Y at à'ataviis,
atavia (p. 362), e lo stesso ad di adnepos per atnepos, sia eti-
mologicamente identico colla prep. ad, perchè questo at ac-
cenna piuttosto all'indo-eur. ati, 'trans', '^ultra', 'super' che non
alla prep. indo-eur. adhi, alla quale da taluni si volle connet-
tere il lat. ad.
A p. 97 il B. fa venire andare da adeo che, in tempo ante-
riore alla nascita delle lingue neo-latine, sarebbe passato in
andeo come reddere in rendere, con inserzione di nasale, se-
condo lui analoga a quella di cumbo, linquo, tango, pango,
Xay.^àvo), àvSàvw; e quindi in andao, colle successive forme d'in-
finito andóere, andàere, andeire, andaire e finalmente andare,
promosso dall'assonanza con dare. Noi crediamo che questa sia
una delle meno probabili congetture circa l'originazione d'«n-
dare. Notisi primamente come la nasale inserta in rendere e
nell'ipotetico andeo dovrebb'esser fenomeno meramente fonetico,
e non possa perciò avere alcuna analogia con quella degli altri
verbi citati, in cui la nasale è infitta nella sillaba radicale, ed
ò, per un principio verisimilmente già proprio del protoariano,
un elemento formativo del tema presenziale; dovechè in *andeo
370 Picchia ,
(da ad-eó) e in rendere (da rcd-dere) la nasale verrebbe inserta,
non più nella radice del verbo, ma nel prefisso. La serie poi
delle forme, per le quali è fatto passare cotesto andeo per giu-
gnere ad andò, anda7-e, non troverebbe alcun riscontro, e le
forme che il verbo andare venne poi ad avere sul tipo speciale
di dare, onde p. e. nel perfetto andiedi, andetii ecc., non possono
provare la formazione à' andare subordinata ad influenza del
verbo dare, essendo che tali forme siano d'origine comparati-
vamente recente e ristrette solo ad alcuni vernacoli. Quindi è
che per noi l'origine più verisimile dJandare sarà pur sempre
quella che trae questo verbo da aditare (cfr. Ardi. Ili 166).
A pag. 113 vuole derivar vuoto da vacuiis passato «in *vo-
cuo, *vokjo, onde ant. sanese votio, ant. ven. voido, srd. hoidu. »
L'ant. san. votio non potrebbe appoggiar punto questa deriva-
zione, stante che qui Vi sia una mera epentesi (o forse meta-
tesi'), essenzialmente propria di questo dialetto, onde p. e. san-
Ho, contio, pretie, ontia, giiatio', bontid, metià, etià, santià,
scudio ecc. Quando s'avesse da rigettar l'etimo poco verisimile
di volo, vuoto- volto, votare = voltare (cfr. Diez, Et. io W 80
e seg.) e connetterlo col lat. vacuus, vagare, mi "{^'wq che la
più verisimile derivazione sarebbe quella del farlo venire da
*vacifus, * tacitare (cfr. ant. umbr. vagetoni - *vacifum, vaca-
tum), mutati in *vocitus, *vocitare (cfr. lat. vocatio, vocuam,
vocivas da vacatio ecc., Corssen, Ausspr. etc. Il' Q>Q), donde,
come da placitum 'placitare si svolsero Tit. piaito, piato, fr.
' Dico metatesi, poiché la più parte di queste forme in altre antiche va-
rietà toscane presentano un i, di carattere organico, nella sillaba anteriore,
onde p. es al sanese votio, metià, pretie, guatio vengano a rispondere voito,
meità (da mejetà, medietate), preite, guaito. Quanto ad etià, e contio accen-
nerò al mp. aita, ajetd, ajetate, al piem. (var. ast. ecc.) eità, all'ant. fr. coint.
Si possono ancora citare ladio per laido dello stesso ant. sanese e balio, balia
da bailo, baila (:=lat. bajulo, bajula).
^ Così leggo, e non guatio (per 'guato', 'agguato', nomi), come nella ver-
sione dell'Eneide fatta dal sanese Ugurgeri erroneamente legge l'editore
Aurelio Gotti (pp. 287 e 379), e dietro lui il Fanfani {Voc. it. s. v.), che
v'aggiugne un esempio cavato dai fatti di Cesare (p. 20); dove però lo stam-
pato ha guatio; se non che l'editore Banchi, nel glossario, sotto questa voce,
riferendosi senza più ai due esemj'j dell' Ugurgeii, mostrerebbe di leggere
anch' egli gun'io.
Del libro di B. Bianchi sulla prepos. a. 371
plait, plaid, plaidet\ sarebbero potuti uscire l' it. voito, voilarc
(ant. ar. pis. ecc.), vuoto, votare, ant. fr, voit, vidi, voider, vui^
der, poi vide, vider (cfr. Ascoli, Arch. I 80 e segg.). Tenuto
conto delle forme *vogito, *plagito, *vojito, *plajito ecc., di fase
intermedia, verremmo ancora ad avere più esempj analogi, sì
pel finale dileguo della palatina e si per la fusione delle vocali
contigue, come in fate, fatte, facìtis; colo, coito, cotare {ra-
cotare), coitare, cogito-, cogitare-, frale, fraile, fragile ecc.
Circa ì'iio di vuoto, cfr. arruolo, arruola = *arrògilo, *arr6gita,
connessi con arrogere, arrogare', e così in ambo i casi un
normale riflesso dell' o tonico e breve. Già s'intende che qui
non accettiamo la derivazione à' arrogere da adaugere , come
vorrebbe il Delius (cfr. DiEZ, Gr. IP 136 e seg. n.) e molto
meno da arreor, come vuole il Bianchi (p. 117)\
A p, 117 fa venir noja non già da odio (per via d'm odio,
in odia), ma da inedia, osservando che odio per noja dice
troppo; eh' è poco naturale il composto in odio e che inedia
neir uso popolare vale anche 'tedio'. Primieramente qui non
s'avverte che già i Latini usavano odium in senso di 'tedio',
'fastidio', 'molestia' e che perciò, a citarne un solo esempio,
Terenzio per dire « io non m'annojo mai né in villa né in città »
ha neque agri neque urbis odium 7ne unquam percipit. Ag-
giugni le frasi plautine odio ahigere , odio enecare per 'am-
mazzare, far morir di noja' (cfr. Porcellini, Voc. lai. s. v.).
' Un articolo del Forster «sulle vicende dell' ti lat. nel francese» (Rom.
Studien, III 180, n. 10), favoritomi ultimamente dall'autore, mi conduce a no-
tare come l'etimologia di vuoto, votare ecc. = *vocifo, *vocitare sia già stata
proposta dallo Schuchardt e dal Thomsen {Romania, IV 25G e sgg.). La for-
tuita coincidenza di tre compagni di studio nella deduzione di questa cei'-
tamente riposta etimologia, mentre da un lato potrebbe dirsi quasi una
vittoria del metodo, dall'altro parrai debba accrescere al sommo la verisi-
miglianza di questa originazione. L'Ascoli non parla, è vero, di questa etimo-
logia, ma si direbbe ch'egli l'abbia subodorata; e la miglior dimostrazione
di essa risulta per l'appunto da quanto nel luogo da me citato egli dice circa
l'evoluzione di placitum in piato. Il nap. non ha nò il nome, nò il verbo, che
in questo dialetto sarebbero, secondo ogni verisimiglianza, viiojetr, vojetd^
cfr chiàjetc = placito, scojetate-=* excogitato, 'scapolo', propriamente 'senza
pensieri' (cfr. spensierato , ^serìzdi. cure', come scapolo - ex-rapulo, 'senza
lognmi'; rU\ fìc. va^ca scnpula, 'v. senza cappio').
372 Flechia,
I costrutti m odium alicujus irrueve, venire alieni in oclium,
Ì7i odium alieni 'pervenire, esse alieni in odium, incurrere in
odia ìiominwn, in odium alicujus quippiam facere, già tutti
proprj della buona latinità, rendono tanto più probabile che da
in odio, in odia venissero nojo, noja, nojare per quella stessa
guisa che da in abisso vennero nabisso, nadissare. Altre varie
ragioni starebbero ancora contro questa origine da inedia, come
primieramente Ve tonico mutato incondizionatamente in o, di
che neir italiano non si conoscono esempj ; le forme maschili
dell'ant. nojo (v. Voc. della Cr., s. v.), ant. gen. inojo (v. A7'cfi.
gì., II 255), sic. annoju, prov. enuei, enoi, fr. ennui, sp, port.
enojo; il riflesso della forma semplice d'odio neWojo di fra
Giordano da Ripalta {Pred. ed. di Boi., II 189), e ncìVode bresc,
entrambi col senso di 'noja'; nel participio dell'ant. ast. oglià
(per ujà = odiata), in senso d'^annojata' (Allione, ed. di Mil.,
p. 99), e l'accordo morfologico (oltreché di tutte le citate forme
con odio, pi. odia), anche tra odioso e nojoso, annojoso, no-
dioso; odiosaggine e nojosaggine; odiosità e nojosità\ odiare e
innodiare, nojare, annojare; odievole e nojevole; mentre dal-
l'organico inedia non si deriva alcuna forma né verbale né
nominale (cfr. Diez, Et. io. I 290 s. noja).
Senz'intendere assolutamente di combattere l'origine d'am-
mainare che il Bianchi, insieme col Diez e altri etimologisti,
connette con menare (p. 160), citando l'equivalente francese
amener, credo tuttavia bene d'osservare come le forme nap.
ammainare, 'mmainare, 'mmajenare dal lato fonologico po-
trebbero raddursi normalmente ad invaginare, it. inguainare
(cfr, nap. ammentare = inventare, 'mmideja = invidia ecc.), e,
che più è, il calabrese del Cusentino mi dà nuaiinanu le vele
(per 'ammainano le vele', Gerus. Uh. II 77). Sarebbe mai que-
sto un verbo passato dal dialetto di Flavio Gioja al linguaggio
marinaresco'?
A pag. 241 fa venir madia da *'maUja, "mactla, tnactra e
a p. 242 da *magdlja, "mactlja. Quanto più ovvio il farlo ve-
nire da magida che è in Varrone o da magis, magidis che è
in Plinio e in Marcello Empirico, il quale ha rasamen pastai
quod in magide adhwret. Da magida, normalmente *majida
maida, quale nell'ant. pisano, poi madia come da laido ladio,
Del libro di B. Bianchi sulla prepos.: a. 373
da baila, balia. Il sic. majidda, maidda riterrebbe l' accentua-
zione dell'equivalente greco [j-v.^i; y.ayL^o;; donde il raddoppia-
mento della consonante.
A p. 197 vuole che mattone sia da mactus con senso di 'duro',
^denso', 'compatto'. A questa etimologia, come pure a quella del
Diez {Et. toórt. 269, s. v.), che lo vorrebbe dal ted. ?natz, inatte,
'forma di cacio', mi par preferibile la muratoriana, che fa venir
mattone dal lat. maltha e sarebbe grandemente appoggiata dal
nap. mautone. Confrontinsi però ancora il luce, matone, il sic.
maduni, il madón del friulano e di alcuni dialetti lombardi,
l'ant. gen. e piem. maón\ oggi man, che farebbero a ogni modo
contro l'origine da mactus.
A pag. 242 e segg. non vuol sapere di quell'm derivativo col
quale secondo il Diez , l'Ascoli , ecc. si foggiano verbi dedotti
principalmente da participj passivi alla maniera dei frequenta-
tivi, come p. es. alzare = alt-ia-7^e da altus, cacciare = capt-ia-re
da captus, pertugiare = pertus-ia-re da pertusus, pigiare -pis-
ia-re dàpisus ecc. (cfr. Diez, Gr., IP 402), e in così fatti verbi
egli si studia di spiegare pel toscano l'evoluzione di ce da et me-
diante fenomeni fonetici {e, có-jij,jt, et, cfr. Asc, Arch. I,
num. 172 e pp. 304-305), che proprj, anzi normali per dialetti
gallo-italici, francesi, provenzali e spagnuoli, non possono di
niuna guisa ammettersi pel toscano né per altri dialetti del-
l'Italia media e meridionale. Quindi è che se p. e. il mil. speóà
si dee tenere per derivato solo foneticamente da una base ex-
pectare o adspectare, donde il tose, aspettare, il mil. strasd
e il toscano stracciare non possono foneticamente svolgersi da
extractare , ma bensì solamente da un sustrato extract-ia-re,
cioè da un verbo che proviene da extractus mediante un ia
derivativo. Già le sole discordanze fonetiche, a cui qui si riesce
fra toscano e lombardo, vietano d'ammettere quella comparte-
cipazione di fenomeni che per la teoria del Bianchi si vorrebbe
attribuire al toscano. Nell'evoluzione della palatina sorda da et,
i dialetti gallo-italici, che presentano questo fenomeno, sono più
0 meno coerenti a sé stessi, cioè in essi et viene normalmente
' Per l'antico gen. maòn non ho alla mano testimonianze, ma vive ancora
per es. nel Ventimigliese; e quanto al piem., s'incontra negli Slaticta Tau-
rincnsia.
Archivio glotlol. ital.. IV. jr;
57'4 Flecliid,
riflesso da e cosi ne' verbi come ne' nomi, quindi per es. mil. spe-
cà = expectare , fac = facto , pecen = pedine , viciìra = vectura ;
e le deviazioni da questa legge che oggi vi si potrebbero no-
tare, sono più 0 meno recenti e vanno principalmente recate
all'influenza dell'italiano, per cui, massime dal ceto colto, si dirà
anche, verbigrazia, lett per lec {= lecto-), la quale ultima forma
era ancora comune nel secolo scorso. Il tose, all'incontro sarebbe
stato, contro la natura dei dialetti, assai incoerente, facendo p. e.
da expectare aspettai^e, da traofare trattare e, secondo la teo-
ria del Bianchi, tracciare, e da extractare stracciare, da im-
pactare impacciare, e non presentando mai un'evoluzione ana-
loga a quella di stracciare = extractare ne' riflessi nominali, come
p. e. di pectus, lectum, tecium, ecc. Se non che il Bianchi, ben
avvedendosi come la teoria di questa sua evoluzione fonetica non
potrebbe applicarsi a buona parte di verbi foggiati mediante l'ele-
mento ia ch'egli rigetta, cerca di spiegarne la derivazione ri-
ferendosi a forme nominali e principalmente a forme, in gran
parte ipotetiche, del nominativo de' nomi di azione in -tion
{-Sion), come già fece il Canello {Riv. di fll. rom.,l 274), ondo
p. e. aguzzare non verrebbe già da acutus per via ò!*acut-ia-re,
ma da *acutio, -onis, scoì''ciare non da curtus per via di *excurt-
ia-re, ma da excurtio, -onis. ecc. \ Anche questa teoria ha per
noi troppo raen verisimiglianza, perchè ci dobbiamo staccare dalla
molto più probabile dell'm derivativo, analogo aWio, ia de' nomi,
quali p. e. in aguzzo {-acutio), nidio, cervio, alia, poccia { = pii-
' Noa essendo più vivo in latino il verbo di cui curtus è forma partici-
piale, passata a valor d'aggettivo, si renderebbe assai inverisimile un nome
d'astratto o d'azione *curlio, -onis e molto più poi un *excurtio, -onis, quale
viene iraaginato dal Bianchi per la derivazione di scorciare. Così pure mal
si potrebbe intendere morfologicamente, come con un quartus, non participio, si
possa connettere uno squartio (sic), -onis, donde egli cava squarcio, squar-
ciare. È poi strano che per render probabile un sost. fem. concio da *coìn-
tio (1. *comptio) citi l'esempio di resurresso = resurrectio, rimandando al Nan-
nucci {Teoria de' nomi italiani, p. 134), il quale fa venire senza più resur-
resso da rcsurrcxit (1. rcsurrexi, e cfr. Riv. di fil. class., I 397 n, II 195,
IV 352 e seg.; Riv. di fil. rom., 1 135 e 274 n). S'aggiunga che resurresso
generalmente mal lascia vedere in che genere si debba prendere, usandosi
senz'articolo :pasgMa di resurresso; e se qualche rara volta ha l'articolo, è fatto
maschile; che non dovrebbe parer singolare quand'anche venisse da resur-
rectio, come si vede per es. in prcfazio da incefalio, i-iassio da passio.
Del libro di B. Bianchi sulla prepos.: a. 375
2na àa.piq)a). Del resto questo fenomeno morfologico di verbi de-
rivati mediante ia si dovrà pure ammettere p. e. nel mil. mognà
{ = *)nund-ia-re da mundus) y 'potare' 'rimondare', che non si
potrebbe foneticamente ripetere da mundare e molto meno poi
da un nome ^mundio, -onis. Lo stesso, per ristringerci ad esempj
italiani, dobbiamo dire, verbigrazia, di olezzare { = *oltd-ia-re
da olidiis, 'odoroso' 'puzzolente'), donde nel primo senso olezzo,
nel secondo l'aferetico lezzo; e forse anche di frizzare quando
s'avesse a dedurre questo verbo da frigidus come congettura
il Canello {l. e. n. 2), che io trarrei, non già secondo l'egregio
professore di Padova, da frigi{cl)are , che più probabilmente
avrebbe dato al toscano friggiare , ma bensì da frigid-ia-re,
con riduzione d' -igi- in -i, quale ha luogo p. e. in dito - digito
(Cfr. ASC, krcU. I 20-23).
A pag. 255, dopo connessi etimologicamente coi lat. humectus,
humectare il nome mezzo 'stramaturo' e ammezzare, amez-
zire 'divenir mezzo', 'essere tra il maturo ed il fradicio', sog-
giugne in nota: «Di 7nezzo manca nel Voc. il senso proprio
àHm'bevuto di liquido, loingue d'umore, nel quale è più comu-
nemente usato, sebbene l'esempio di Dante (Inf. 7, 128) por-
gesse occasione di notarlo. Il significato di qualità tra il ma-
turo e l'acerJjo (sic), parlandosi di frutte, è secondario ed è
stato cagione che ha indotto il Diez a trarre mezzo da mi-
tius, forma supposta da mliis, cui il nostro agg. non corri-
sponde per la vocale. » Che il senso proprio ed originario di
mezzo sia imbevuto dì liquido, pingue d'umore, deve natural-
mente ben crederselo chi, come il Bianchi, vuole derivar questo
nome da humectus; ma nell'uso degli antichi scrittori toscani
tanto il nome quanto i verbi, che ne son derivati, si riferiscono
a frutta e valgono 'stramaturo', 'stramaturare' ; e lo stesso
mezzo di Dante allegato dal Bianchi non è ben chiaro se valga
fradicio o non piuttosto mezzo = medio, secondo che pare l'in-
tendessero, tra gli altri, il Buti e il Boccaccio; sicché male non
s'apponevano nò il Diez, né, prima di esso, il Cittadini, il La-
pini, il Ferrarlo, il Minucci, il Menagio, il Salvini e altri rad-
ducendo mezzo a miiio da mitis. I Latini già usavano questo
nome anche in senso di 'tenero', 'ben maturo', quindi mitescere
per 'ben maturare', quindi mifia poma, sorba, milcs uvas , uvoj
37G Flecbia,
mitescunt, miiis vindemia ecc. (Cfr. Porcellini, Voc. s. vv.).
Lo stesso verbo mitigare, che propriamente vuol dire milem
recidere, vale anche 'far diventar ben maturo, mezzo', onde il
Forcellini, dopo di aver detto che mitigare significai etiam
plus aliquid quam maturare, nempe qualitatem illam in-
ducere quam hadeni poma et fruges inier maturitatem et
putredinem, reca l'esempio d'Ausonio:
Discolor arboreos variel Pomona sapores ;
Mitiget autumniis quod niaturaveril cestas.
E soggiunge come un egual significato abbia in un luogo di
Varrone il yevho miiescere: àoNQe detto che «il sorbo prima
che diventi mezzo (priusquam mitescat) vuole essere lasciato
maturare, non già sull'albero, ma in casa. » Notisi infine come
l'antico volgarizzatore di Palladio (Genn. tit. 15) traduca, a
proposito delle sorbe, con immezzare il latino mitescere. Non
si può dunque menomamente dubitare come l'etimologia di mezzo
da mitis sotto il punto di vista logico sia la più ovvia. Pas-
sando ad altre considerazioni si può notare che "miiio- (donde
mezzo) sta a ìnitis come *rudio (donde rozzo) a rudis, *ievio
(donde nap. liegge, legga, sic. leggu, sardo mer. lehiu) a levis,
e *vilio (donde il tose, vilio) a vilis. Circa poi Ve di mezzo
che il Bianchi dice mal corrispondere ViWt di mllis, si può ri-
spondere che qualunque possa essere la spiegazione di questa
anomalia fonetica, certamente non unica nel toscano (cfr. elee,
freddo, detto), presentano per questo lato un normale riflesso
di mitio la maggior parte dei dialetti italiani, mantenendo
intatto ^^ lungo di mitis (cfr. ven. mizzo, nap. nizze ecc. ^).
E poiché a combattere mezzo da mitis, il Bianchi ricorre ad
argomenti fonetici, se gli può bene ancora osservare che Ve di
mezzo, in quanto è chiuso, sarebbe contro l'etimo à." humecius ,
0, come ora viene corretto, umectus, il cui e, secondo ogni veri-
simiglianza, dovrebb' essere breve di natura e dare per conse-
guente un e aperto ^
A p. 2G1 fa leccornia astratto di *leccorno. Anziché porre
* Circa n = m e il vario significato ne' riflessi italiani di mitio, cfr. la mia
tlissertazione : Dell'origine della voce sarda Nuraghe, p. 10.
* II suono chiuso che ha Ve tonico àhimettare, si è verisimilmonte svolto
Del libro di B. Bianchi sulla prepos.: a. 377
innanzi un ipotetico leccorno, che morfologicamente sarebbe un
poco problematico , non ostanti musorno e il dantesco inorno
(da *piojorno ; r.fr. pìoja - *plovia), sarebbe da vedere se leccor-
nia e ghiotiornia non fossero alterazioni di lecconeria e ghiot-
toneria che, sincopandosi in leccon'ria, ghioitonria, avrebbero
dato per metatesi leccornia, ghiottornia. Il non esservi alcun
vestigio di leccorno o ghiottorno, e d'altra f arte le forme assai
comuni ed antiche di leccone e ghiottone (=lat. gliUone), che
rendevano superfluo leccorno, ghiottorno e da cui venivano cosi
lecconia e ghiottonia come lecconeria e ghiottoneria (cfr. ca-
stroneria, minchioneria, ecc.), debbono rendere, parmi, anche
men verisimili le ipotetiche forme di leccorno e ghiottorno.
Leccornia e ghiottornia potrebbero poi anche essersi originate
per una confusione della doppia forma di lecconia, lecconeria, e
ghiottonia, ghiottoneria', e a cosi fatta originazione volea forse
accennare il Salvini dicendo: leccornia da leccone, quasi lec-
coneria {Ann. sopra la Fiera, p. 402).
Non credo che ghiado, quale p. e. nell'espressione 'sento un
ghiado al cuore' propria del lucchese ed equivalente al modo
fiorentino 'sento un ghiaccio al cuore', possa essere, come vuole
il Bianchi, derivato da *glacidus (p. 264). Questo ghiado non
può essere etimologicamente altro dal ghiado {= gladiiis), quale
p. e. in 'esser morto a ghiado' cioè 'essere ucciso di coltello'. II
senso, dirò cosi, figurato di 'brivido' 'ribrezzo' 'freddo' 'ghiaccio',
dinotanti un'afi"ezione istantanea dell'uomo, è anche proprio di
varj riflessi che ha gladio in varj altri dialetti, come p. e. nel
nap. jaje, ant. prov. glai, esglai, piem. sgai ecc. (cfr. Diez,
Et. w. P, s. 'ghiado', dove però mal si confronta il parm. ghia,
'pungolo' che non può essere se non riduzione à'aculeato; e Riv.
di fil. class., I 385 e seg.). Certamente da *glacidus sarebbe po-
tuto al toscano venir foneticamente ghiado', ma per noi questo
nome è morfologicamente troppo problematico. Il nap. agghia-
jare che il B. vorrebbe in conferma della sua etimologia pur
trarre da "glacidus, risponde troppo normalmente ad aggla-
per essere stato questo verbo formalmente confuso coi verbi in ettare, d'ori-
gine analoga ai nomi diminutivi in etto, ne' quali tutti l'è suona normalmente
chiuso come nato da i.
378 Flechra,
diare, ad-gladiare, conie il pur nap. jaje a gladio. Da 'glacidus
il nap. non avrebbe verisimilmente fatto se nonjajete, agghia-
jeiare (cfr. chiajete, chiajeiare da placitum) o jacete, agghia-
cetare (cfr. fracete, 'nfracetare). Si potrebbe ancora aggiugnere
che de' varj nomi latini in -cido non havvene alcuno che nel to-
scano 0 nel napoletano segua, circa la palatina, l'analogia di
lilacitum; e che inoltre sarebbe ad ogni modo singolare, data
cotesta origine da *glacidus, che ne il nome né il verbo non
vengano mai a significar 'ghiaccio' 'agghiacciare' nel senso pro-
prio ed originario.
A pag. 271, per la diversa pronunzia dell' <?, aperto in dor-
mènte, dormiènte e chiuso in addormenta, vuole che questo
verbo non venga dal participio dormènte ma si da *dorménto
per *dormiménto, cosicché abbiavi accordo nella profferenza dei
due e chiusi, come è fra torménto nome e torménta verbo che
ne deriva. La discordanza fonetica che è tra Ve di dormente
e Ye (Raddormenta non può far contro la derivazione di ad-
dormentare da dormente. Nella storia dell'e aperto o chiuso
s'incontrano dissonanze tra vocali etimologicamente identiche,
cagionate da una specie di attrazione morfologica che porta
seco un'agguaglianza fonetica. L'<? tonico in posizione, il quale,
come chiarito breve dalle ragioni storiche del latino dovrebbe
normalmente sonare sempre aperto dinanzi al gruppo nt, venne
ad avere una singolare eccezione nei casi in cui è immediata-
mente preceduto da m, che, secondo fu già notato dal Citta-
dini [Opere, 18G), ha virtù di render chiuso Ve di ent che gli
vien dietro ; ond'è che Ve tonico venne a sonar chiuso in tutti
i nomi foggiati col suff. -mento d'origine sì latina come ro-
manza (p, e. tor-ménto, argo-ménto, parla-ménto) e nella ven-
tina di verbi che ne derivano (p. e. torménta, argomenta, par-
lamenta); nei nomi menta, mento, semente., sementa; nel nome
mente, ne' verbi che etimologicamente vi si connettono, come
p. e. in mentova, diméntica, rammenta, sgoménta, e ne' mol-
tissimi avverbj che se ne compongono, come p. e. in allegra-
mente {= alacri mente). Si sottrassero a quest'influsso di m i
nomi cadenti nella categoria dei participj in -ènte, quali p. e.
fremènte, gemente, temente ecc., come quelli che non poterono
foneticamente discordare dalla serie a cui morfologicamente eran
Del libro di B. Bianclii sulla prepos.: a. 379
legati; se ne sottrasse demènte che, oltre all'essere vocabolo let-
terario, potè anche confondersi coi participj in -ente, coi quali
già si confondevano per la forma nello stesso latino i non ben
chiari d'origine clemènte {clemens) e veemènte {vehemens), an-
dati perciò anch'essi esenti dall'influsso fonetico di m; e se ne
sottrasse il verbo mentire che ha mento, ménti ecc., forse per
influsso dei verbi pentire e sentire e fors' anche per trattarsi
di forme men popolari di mentisco, mentisci ecc. Ma il verbo
addormentare che movendo dalla categoria de' participj in -ènte
veniva a confondersi con più verbi in -mentare, i quali tutti
avevano chiuso Ve tonico di -ment-, non potendo più avere dalla
categoria participiale alcuno ajuto pel mantenimento dell'e aperto
dopo m, come l'ebbe dormènte, si connaturò anche fonetica-
mente colla propria serie morfologica.
A pag. 283 vuole che rugiada non venga già per via di
"rosjata *rosiata da ros, ma si connetta, come nome verbale
analogo a grandinata, 7ievicata, ad un verbo rorare, donde
mediante roriata sarebbe venuto rugiada. Il fenomeno già {ga)
= rja è inammissibile per il toscano; né sta l'analogia che il
Bianchi vedrebbe con feggia-feriat, aduggere- adur[])ere.
Feggia non è già immediate da feriat, ma sì da fedja{i) (cfr.
fìede, fedire ecc.), alla qual forma sta feggia come chieggia a
*quedia {*qua;riat\)er quadrai), ve g già a *vedja {*vidiat, videat),
seggia a "sedja insediai, sedeat), reggia a * radia {*rediai, re-
deat)\ caggia'n *cadja ("cadiat, cadat), se non che il d di dja
riflesso in feggia, chieggia è d'origine romanza, e nelle altre
forme è primitivo. Tutti questi verbi hanno analogia di forma
in fieda, chieda, veda, sieda, yneda, cada. Quanto all'a^^M^-
gere fatto venire da adurio, trattandosi d'etimo molto in-
certo, per non potersi questo verbo staccare dal più comune
ed equivalente aduggiare (cfr. Diez, Et. io. 11 77, s. 'uggia'),
noi non potremmo vedervi un esempio sicuro di già [ga) da rja.
Del resto il doppio g che hanno e feggia e aduggere e adug-
giare, già ci vieterebbe di connettervi fonologicamente rugiada
che accenna al fenomeno proprio di pigiare - *pisiare, pertu-
* Dante (Inf., x, 82), pei^ la 2. p. siag. del sogg., ha regge (redeas), ma
la forma normale dovette essere reggia por tutte e tre lo pors. singolari.
380 Fleclifa,
giare = *periusiare, cagioìie = occasione, provvigione = provvi-
sione; e ad un riflesso normale di sja, e pei* ninna guisa di rja,
additano le forme dell'equivalente Yocabolo ne' dialetti d'Italia
e d'oltremonti, onde p. e. nap. rosata\ ven. e lomb. rosada, gen.
riizà, piem. rusci, friul. rosàde , prov. rosada, fr. rosee ecc. Che
da ros siasi potuto originar rugiada ecc., lo dimostrerebbero
anche il prov. arrosar, fr, arroser, il sardo mer. rosu, arrosu,
'rugiada', arrosiai , 'irrorare'; e sarebbe forma nominativale
fatta fondamento di derivazioni, come per es. cinis di cinisia,
donde cinigia, nap, cenisa ecc.
A p. 387 fa venire il tose, orinolo da orologio 'passato, dice
egli, probabilmente per le forme orolojo, oroiloo, oriloo, oriolo'.
Più verisimile, forse, il dedurlo da horariolum, forma diminu-
tiva d' horarium, già usato da Censorino, in senso d'orologio,
fin dal principio del sec. III. Horariolum, per quell'assimila-
zioni di vocali che occorre non di rado intorno a r, potè farsi
hoririohtm, donde, senza stiracchiature, orijolo, orinolo; ov-
A^ero si trasformò normalmente in orajolo, contrattosi poscia in
oriolo, orinolo, come p. e. il nome locale Ancharianum (da
Ancharius), passato in Ancajano, quale trovasi questo nome
nell'Umbria e nel Sanese, venne poi a contrarsi in Anchiano,
secondo che suona nel Fiorentino e nel Lucchese.
Non posso andar persuaso della teoria espressa dal Bianchi
con queste parole (p. 317): «Il suffisso diminutivo -ciilus ci si
« mostra in varie voci mutato in -quulus, quindi in -pulus e
« poscia in -pio -fio, -pjo -fio, -ppo -ffo. » Per quanto non possa
negarsi come una qualità di gutturale indoeuropea nel latino
si trovi ridotta normalmente a qu (cfr. Ascoli, Corso di glott.,
58 e segg.; Fick, Die ehem. Spracheinh. d. Indog. Eur., 62 e
segg.) e come anche in qualche dialetto italiano sorga qu da k
(cfr. p. e. Arch., III 174), credo però che né di questo fenomeno,
' Il nap. ha non solo ia, ma anche sa = sja, sia, quindi mentre da un lato
p. e. cortesane ■= corte(n)siano (Arch. Il 15), bosarde = bausiario, dall'altro
Ambruoso - Ambrosio, cerasa = cerasia, pertosare = pertusiare ; e così rosata
= rosi ala. E il toscano pure ha, com'è noto, insieme con già [ga), anche altri
riflessi di sja, onde p. e, bacio e bascio, Ambruoscio {ani. san.), chiesa; e in
analogia di quest'ultima forma Ristoro d'Arezzo, secondo il codice riccardiano
(cfr. Arch. II 381 n. 1), mi dà rosada; ma poi p. e. fasciano, cascione.
Del libro di B. Bianchi sulla prepos. : a. 381
né perciò del conseguente svolgersi dell'esplosiva labiale, quale
avrebbe avuto normalmente luogo nel greco, in antichi dialetti
italici e, tra gl'idiomi neo-latini, nel rumeno e nel sardo, non
si possano recar sicuri esempj per l'idioma toscano. Abbiamo
nell'italiano molti nomi i quali tutti si radducono con certezza
a tipi in -acido, -iculo, -oculo, -uculo, già proprj della lingua
latina o del romano volgare, ovvero foggiatisi dipoi in quella
cosi 'feconda ricreazione di forme diminutive, ma nissuno ve
n'ha che od insieme coi loro consueti riflessi (p. e. miracolo,
pericolo', pecchia , cavicchia, ginocchio, agucchia; spiraglio,
artiglio, germoglio ecc.) od anche isolatamente presenti in si-
curo modo un'uscita in -polo, -px)io, -fflo, -ppo, -ffo. Tutte le
forme di nomi o verbi, nelle quali il Bianchi vedrebbe questi suoi
fenomeni, sono fatte risalire a tipi ipotetici, alcuni dei quali, per
un periodo più o meno antico, sarebbero anche morfologicamente
problematici. E cosi per esempio in casipola, casupola, che, se-
condo il Bianchi, salirebbero per via di casiquula, casuquula
a casicula, casucula, quando dovessimo pure ammettere queste
pel latino morfologicamente anomale forme di diminutivo pel
normale casula, piuttosto che cercarvi un'origine fonetica di
p = cp, cv, qu, vorremmo vedervi \xnp nato da e per un principio
di dissimilazione quale il Bugge imaginava che potesse avere
operato in discipulus da disciculus (1. diskiculus; v. Zeiischr,
f. vergi, spr., XI 73, XX 144 n). Ma casipola, casupola pre-
senterebbero piuttosto per noi un suffisso sporadico, formativo
di diminutivi o spregiativi, qual-i s'incontrano qua e là per la
derivazione di nomi e di verbi in alcuni dialetti, massime del-
l'alta Italia. Tali sarebbero per es, manopola, quasi manaccia,
mano falsa : piem. vinapola, 'vinello'; verb. vissopola (= biscio-
ipola), lucertola', berg. sgrignapola e raant. sgargnapola, 'pi-
pistrello', e var. coni, grignapol ('chi ride, grigna, per niente',
Monti, Voc. com. s. v.); cantepola, 'cantilena', col verbo can-
tipulare, 'canticchiare' 'cantar sottovoce' (v. Spatafora e Ba-
RUFFALDi, s. vv.). Nella Fiera del Buonarrota è stanzibolo,
'stanzino', il cui suflF. -bolo non può certo essere il -buio del
latino (p. e. vestibulum, iuribulum, cunabulum, ecc.); e il ferr.
psaula, 'pesciatelli' parrebbe accennare immediatamente ad una
forma *pesciavola, che forse viene da *pesciabula, *pesciapula.
382 Fk'chiù,
Nel lat. manipulus, propr. manata, fasccLLo, il suff. -pulus, che
venne connesso col pie- (indo-eur. par, prò) di -plcrc {replere,
im-plere ecc.) e interpretato per manum implens o manus
piena, ted. handvoll (cfr. Corss. Ausspr., P 2GS; Vanicek, 91),
potrebbe non avere se non un valor morfologico ed essere anti-
chissimo esempio di suffisso sporadico, già proprio del romano
volgare e riprodottosi negli odierni nostri dialetti.
Un altro esempio di siffatto suffisso propenderei ancora a ve-
dere nel toscano fatappio, adoperato dal Pulci [Morg., xiv 54),
che la Crusca definisce per 'sorta d'uccello poco noto' e che il
Bianchi (pp. 272, 322) radduce, secondo la sua teoria, a *fata-'
quulo, *fataculo. Quanto a me, cercando la base originaria di
questo vocabolo non vorrei andar più su di fataplo, fatapulo,
verso cui starebbe fatappio, come p. e. coppia a copia, copula,
cappio a capto, caputo, stoppia a siupla, stupula (da stipula).
Il Bianchi, dopo toccato dell'ignoranza che circa codesto uc-
cello mostrano tutti i vocabolaristi giù fino al Fanfani, non
definendolo altrimenti che per 'sorta d'uccelletto poco noto', dice
che forse aveva colto nel segno un cacciatore, supponendo che
potesse essere il nottolo del Valdarno superiore rispondente al
caprimulgus europa3US di Linneo. Or bene io non dubito di af-
fermare che quel cacciatore aveva veramente colto nel segno,
come apparisce assai chiaro dall'etimologicamente identico nome
che i dialetti emiliani danno appunto al caprimulgo, conosciuto
dai Toscani sotto le varie denominazioni di succiacapre, cal-
cabotto \ stìaccione, piattajone, fottivento, nottolo, nottolone e
squarquascia (cfr. Savi, Ornitol. tose, I 158) ^ Cotesti nomi
emiliani sono adunque parm. fadabil, mod. faclahi, regg. faclapi,
boi. fìalap, i quali tutti ben mostrano di poter essere raddotti
* Nel Savi questo nome di calcabotto è scritto calcobotto. È manifestamente
un eiTore di stampa, essendoché una tal forma sia al tutto contraria al prin-
cipio di formazione per questa soi'ta di composti, il cui primo membro è la
seconda persona singolare dell'imperativo. Ciò nondimeno cotesto errore tipo-
grafico fu ciecamente ripetuto per es. nel Vocabolario romagnolo del Morri
per la traduzione di bucazz, e, che più è, dal Gherardini nel Suppl. ai Voc.
it. s. calcobotto e nottolone.
^ Il nome squarquascia, che io ebbi, or son più anni, da un cacciator fio-
rentino, non è nella sinonimia toscana del Savi né nell'italiana del Salvadori.
Incredibile come di tutti i sovrallegati nomi toscani non se ne trovi pur uno
Del libro di B. Bianchi sulla prepos. : a. 383
ad un tipo in -apulo (cfr*. raod. pabi = pahlo, padido; regg.
capi = caplo, capuló). Il boi. fialap risponde a fìadapo, forma
metatetica di fadaplo, fataplo, fatapulo, come nello stesso dia-
letto copa = clopa da copia, copula e ì\q\V ìt. pio'ppo = plopiio da
poplo, populo. Il digradamento della labiale sarebbe pel parra.
e pel raod. analogo a quello di cubia, cubbia, cobbia da copia,
copula, proprio dei dialetti dell'alta Italia. Ora il volere da que-
sto *fatapulo assurgere ancora a fataculo, per via di fataquulo,
mi parrebbe troppo forte; tanto più che i dialetti emiliani, i
quali sono appunto di quelli tra cui dal lat. suff. -culo sareb-
besi svolta, come già s'accennava di sopra, la gutturale im-
pura, onde per es. il boi. miraquel da miraculo, periguel da
periculo, non presentano poi mai in così fatti nomi alcun esem-
pio d'ulteriore evoluzione, onde sorga p = cu, gif o b = gv,gu.
Noi crediamo adunque di doverci fermare nell'ascensione fono-
logica a fatapulo, che considereremo come vocabolo derivato
mediante lo sporadico -indo, già stabilito sopra per casipola ecc.
Venendo poi all'etimo di questo * fatapulo, nome di uccello,
noteremo innanzi tratto come intorno al succiacapre i popoli eb-
bero ed hanno tuttavia erronee credenze. Una delle più estese
e molto antica è che quest'uccello poppi le capre; la qual cre-
denza venne probabilmente ajutata dall'avere esso la bocca larga
per modo che ben vi possa entrare il capezzolo delle mammelle
ne' vocabolarj né del Faufani (compreso quello Bell'uso toscano), nò del Ili-
gutini. Il Fanfani registra, gli è vero, fottivento, ma solo come sinonimo
d'acertello, che ò il nome sanese pel gheppio de' Fiorentini (falco tinnuncu-
lus, Linn.). Ma in questo senso egli lo avrebbe malissimo descritto, dicendolo
'uccello di palude, che per lo più sta per i fossi, campa di pesciolini', ecc.,
perocché il gheppio viva, non già nelle paludi, ma bensì sullo torri (e i Pi-
sani, i Romani e altri chiamanlo falchetta eli torre), ne* campanili, ne' ca-
stelli, nelle alte fabbriche e anche sulle rocce ; e si cibi di topi, di pipistrelli,
d'uccelletti, di lucertole ecc. Registrano entrambi nottolone, il Fanfani di-
cendolo semplicemente 'specie d'uccello silvano' e il Rigutini 'specie di pi-
pistrello'. Il Fanfani ha ancora nottola, ma per lui questo nome non vaio
se non 'pipistrello'; e nell'Appendice ha agótile (ilfor^^antó, xxv, 32G), che
non può essere d'altronde che dal gr. «r/o^-^Xvic. Il Rigutini poi, non regi-
strando il letterario caprimulgo, non ha in tutto il suo Vocabolario della
lingua parlata neppure un'appellazione per un uccello che nella Toscana,
anche non contato fatappio, forse ancor vivo negli Apennini, avrebbe oggidì
per lo meno otto nomi diversi.
384 Plochia,
caprine. Quindi il greco nome di alyo^-nAr,:, 'poppacapre', il lat.
caprimulgiis, 'miignicapre', che parrebbe quasi una versione del
nome greco, e i varj nomi moderni, come il tose, succiacapre,
rom. succhiacapre , sardo siicciacrahas , pav. tettacrav, ver.
bass. latacavre, svizz. rom. allaite-tzivra, fr. ietechevres , sp.
clioiacahras, cat. (ruelacahras, ted. ziegenmelker, ingl. goal-
suoher. In cambio delle capre gli si fanno anche poppar le
vacche; quindi i nomi tarant, zinnavacche, lomb. (mil. com.
pav.) ieitavdc, ven. cucavache, teiavache. Lo si connette va-
riamente colla botta; quin-di il tose, calcadotto, boi. calcabót,
piera. carcababi, gen. carcabaggu, cuabaggu, mil. scalcasAt o
scarcasat, fr. crapaud-volant, ecc. Vola cacciando gl'insetti a
bocca aperta, sicché pare che ingoji il vento; quindi il nome
tose, fottivento (fior.), mod. ingojavént, pieni, angujavént, fr.
engoulevent. Lo starsene tutto il giorno appiattato per terra
gli fece dare il nome di covaterra (rom. e romagn.), siiaccione
(fior.), piattajone (rom. e san,), spiatterlàn (mil.); la bocca
larga quello di boccalarga (march.), boccaccio, boccaccia , boc-
calone di varj vernacoli; le abitudini crepuscolari i nomi to-
scani di nottolo (pis.), nottolone (fior.), e ted. tagschlafer (che
dorme il giorno). Circa varj altri suoi nomi può vedersene la
sinonimia volgare del Salvador! {Fauna d'Italia: uccelli, p. 47);
dove mancano però, oltre squarquascia, anche le citate forme
emiliane di fadabi e fadabil.
Ora il nome fatappio, cogli affini de' dialetti emiliani, io non
dubito di porlo nel novero di quelli che si connettono colla botta.
È da notare prima di tutto che il nome di questo batraco, mas-
sime se applicato a rospacci grossi e vecchi, ne' dialetti emi-
liani (parm. boi. ferr.) e nel mantovano è fada (fata^); sicché
fatappio , fadapi ecc. ricondotti a *fatapulo ci darebbero ap-
punto un nome che, secondo il valore di questo suffisso dimi-
nutivo 0 dispregiativo, verrebbe a sonare rospetto o rospaccio,
rospastro; e cosi noi avremmo in questo nome una quasi iden-
tificazione del succiacapre colla botta, secondo che ciò avviene
^ Il nome di fata (fada), dato al rospo, si connette colle varie credenze po-
polari, per cui questo rettile veniva e viene tuttora considerato come dotato
di qualità soprannaturali.
Del libro di B Bianchi sulla prepos : a. 385
per l'appunto nel fi*, crapaud-volant, 'rospo-volante'. Una tale
identificazione dovette essere assai ovvia all'intuitiva popolare,
stantechè e il color cenerino di questo uccello e quel suo star-
sene lungamente appiattato per terra, ben devono fare che quasi
si scambi per un rospo. E lo stesso nome di calcabotto cogli equi-
valenti sopracitati, piuttosto che voler dire 'che calca la botta'
potrebbe essere interpretato per 'botta che calca', 'botta calcante',
'botta covante' e sarebbero composti analoghi per es. al piem.
caì^caveja, 'incubo', significante non già 'che calca la vecchia' ma
bensì 'vecchia che calca', 'strega che preme', 'str. che soffoca';
e cosi in tutti questi nomi noi avremmo pur sempre una spe-
cie d'identificazione del succiacapre col rospo, de' cui supersti-
ziosi attributi avrebbe ancor egli partecipato; sicché, per via
del nome fata [fada], dato al rospo, il verbo affata pigiare de-
rivato da fatappio, uccello identificato, come s'è visto, col ro-
spo (che è quanto dire colla fata), venne a significare 'amma-
liare', 'afi'dscinare', 'stregare', non già perchè, come dice il Bian-
chi, il fatappio sia del genere stì^ix (che non è, e, quando fosse,
non basterebbe), ma perchè, confuso col rospo, personificazione
della fata, della strega, importa naturalmente la nozione della
fatagione, dello s ir e g amento.
Teniamo per non impossibile l'evoluzione di fda qu, di cui si
parla a p. 317, ma non crediamo che si debba passare per la
forma intermedia di pj ^ onde p. e. da deliquio ne venga poi,
per via di dilepio, dilefìo, dilefiare. La serie evolutiva più
verisimile, in ordine a fìa = quia, per noi sarebbe deliquiare,
delicviare, delie fiare, delifflare, dilefiare. Il suono di cfì per
qui mi ricordo d'averlo udito da bocca toscana, se non erro,
sanese, come per es. in le leggi di cfì per le leggi di qui, cioè
'di questo paese'. Anche in farquetola, farchetola = querque-
dula s'avrebbe verisimilmente un'analoga evoluzione di /'da
qu-, forse non del tutto indipendente da influenza dissimilativa.
Lo svolgimento immediato à\ f in v l'abbiamo del resto ancora
in pii^i altri casi, come per es. in dolfi, dolfe, dolfcro da dolm
= dolili ecc., schifo da schivo, Tafarnelle ni. (pad.), e principal-
mente, per alcuni dialetti italiani, in v rimasto finale, come, ver.
bigrazia, nel berg. caf= clave, nóf= novo, novem, nerf- nervo,
liif- liivo, lupo, ecc. Quanto ad innaffiare, annaffiare, che qui il
386 Picchia,
Bianchi fa venire, por via à'*inapjare, da inaquiare, inaqucare,
noi ci atterremo pur sempre all'etimo ò." in-afflare, sì perchè
foneticamente più ovvio, e sì perchè afflare si trova pure usato
per aspergere. Il nuovo prefisso in qui non avrebbe nulla d'in-
solito (cfr. p. e. innascondere, nascondere da in-abscondere).
Ci pajono al tutto inverosimili gli etirai à'avaccio da ocius
(349) e di agio da otiiim (p. 402), massime per la strana mu-
tazione d'o tonico in a e, quanto ad agio, anche pel riflesso
normale di un -sio {*asio), che darebbero tutti 1 dialetti neo-
latini, in alcuni de' quali, p. e. nel nap. e sic, mal si potrebbe
risalire a -tio.
Qui pure, a p. 402, il B. fa venir ragia da resina, notando
r irregolarità di a tonico da e. Ma ragia non può venire d'al-
tronde che da *rasia, alterazione morfologica di rasis, a cui
sta *rasia, come p. e. a rudis stanno *rudio, "rudia, donde roz-
zo, rozza.
Quanto a gomena che il Bianchi fa venire, prima da acu-
mina (p. 368) e poi da copula (p. 451), mi permetto di riman-
dare a ciò che dissi nella Riv. di filol. class., II 195 e seg.,
connettendo questo vocabolo con ligumina per ligamina. Ag-
giugnerò solo che il b di gombina, dal quale principalmente, a
quanto pare, fu suggerita la sua derivazione da copula, non
potrebbe essere se non una lettera epentetica, come in gòm-
bito da vomitiis, rómbice da ruìnex, cimbice da cimex, siòmbaco
da stomachus ecc.
Non ostanti gli appunti che qui ci parve di fare allo scritto
del Bianchi, ripetiamo che esso rivela nell'autore non solo in-
gegno e dottrina non comuni, ma anche disposizione partico-
lare agli studj glottologici. Nelle sue conclusioni (pp. 408-415)
il Bianchi accenna ad alcuni lavori di linguistica comparativa
che potrebbero certo giovar grandemente alla storia della lin-
gua e dei dialetti d'Italia, Uno di questi lavori, per cui ci pare
che il Bianchi, e come nato e vivente nella Toscana e come
educato alla scienza delle lingue, dovrebbe aver meglio d'ogni
altro attitudine e comodità, sarebbe, al parer nostro, la com-
pilazione del glossario specialmente proprio della Toscana, il
quale, come già s'intende, non avrebbe punto che fare col Vo-
cabolario dell'uso toscano del Fanfani. Questo glossario, cri-
Dui libro di B. Bianchi sulla prepos. : a.. 387
ticaraentc ordinato, mentre da una parte non sarebbe forse sen-
z' utile per la risoluzione di problemi etnologici, riuscirebbe
dall'altra una delle prove più lampanti, se ancora ne fosse bi-
sogno, della toscanità della lingua italiana; perocché ben si ve-
drebbe come un tale glossario sia già tutto o quasi tutto parte
del vocabolario italiano, mentre si può affermare già fin d'ora
che quasi del tutto estranei ad esso vocabolario risulterebbero
i glossarj specialmente proprj di dialetti non toscani. S'accinga
dunque il Bianchi a simil lavoro; e come già la Toscana ha
dato all'Italia la parte piìi naturale e più viva della lingua
nazionale, cosi per opera d'un Toscano abbia essa ancora la
storia di essa lingua, massime in quanto s'origina da fonte vivo
e s'impronta da favella parlata ancor naturalmente oggidì.
G. Flechia.
2» Manipoletto d'etimologie.
amòscino.
'Qualità di susino, prunus domestica', Fanfani; amòscino
'der Damascener-Pflaumenbaum', Valentini. Verrà da damasce-
nus. Plinio ha damascena prima, Marziale damascena senz'al-
tro; in francese è damas, nell'ingl. : daynsin, damson, sempre
per il 'prunura damascenum'. Nel greco medievale e moder-
no, oaj^.y.cx.'/ivóv è la prugna domestica. L' italiano rende 'pru-
num damascenum' per susina damascina, dove Vi riflette Ve,
come in Saracino, pergamina, pulcino (pullicénus). Da dama-
scino s'ebbe poi amòscino, amòscino, cosi per il prugno da-
mascino come per il domestico. L'aferesi del d si spiega per
l'illusione che vi si avesse la preposizione di (prugno d-ama-
scino); cfr. 1' ant. spagn. almàtica almàiiga dalmàtica, tùnica
(Sanchez).
baccano.
'Fracasso, bordello, romore sformato; usossi pure dagli scrit-
tori per Bricconeria, Furfanteria: e tali usi vennero dal Bosco
di Baccano, là presso Roma, infame per assassinj.' Fanfani. E
piuttosto l'appellativo che ha dato nomo al bosco. Il Valentini
388 Storm ,
ha inoltre: Baccana, heitola. , 'kneipe'. A me par probabile che
queste voci sieno scorciate o quasi estratte da daccanale, per
modo elio, si conseguisse come un nuovo primitivo; e lo stesso
procedimento credo riconoscere in più altri esempj. Tra i quali
per ora mi limito a citare l'it. settentr. dac baculum (onde l'it.
bacchetta e il dialettale baca bacchiare), e vinco vinculum, i
quali, secondo il Flechia, Arch. II 36, 'rifletterebbero le due for-
me, forse primitive, di "bacum e *vincum\ Ma da bacalo vincolo
si potevano facilmente indurre, come per illusione etimologica, i
semplici e quasi primitivi baco vinco, sull'analogia di saccolo da
sacco, vicolo da vico. Così anche baccano baccana potevano ri-
cavarsi da baccanale, sull'analogia di settimanale accanto a set-
timana, comunale allato a comune (ant. comuno comuna), ecc.
bettola.
'Osteria... dove capita solamente gente di bassa mano' Fan-
fani. E pure strano che tutti i lessicografi ripetano l'assurda
derivazione dal tedesco bctteln mendicare, dove invece la parola
viene semplicemente da bevere, bere e sta per *bevettola, dimi-
nutivo di *bevetta che si è conservato nel fr. buvette. Calza qui
Ve stretto: béttola, non béttola.
bietta.
Conio, zeppa, 'di origine oscura' Diez II a. Nel nordico antico
c'è blegdi, in dialetti svedesi moderni : bligd, collo stesso va-
lore; in norvego mod. hlegg. Allato a blegdi, che suppone un
tema primitivo germanico "blegedan, potremmo porre una forma
parallela *bleg-ti, *bleh-ti, ant. ted, *bliht, onde bietta come
schietto da {sliht) scliht, ted. mod. schlicht. Ma finche codesta
parola non si trovi, la dichiarazione rimane incerta. Giova però
considerare, che, stante la scarsezza delle fonti, noi dell'antico
tedesco non conosciamo se non una picciola parte.
borchia.
'Scudetto colmo, di metallo, che serve a varj usi, e sempre per
ornamento' Fanfani. 'Il significato (dice il Diez) è precisamente
'quello di bulla, ma la derivazione da bulla è dubbiosa, poiché
'*bul'Cula per bullacula è difficilmente ammissibile. Si confronti
Etimologie. 3S9
anche l'ant. alto-ted. holca = lat. bulla' A me questa voce pare
il riflesso di Imccida, che si ritrova in altre lingue romanze: fr.
boucle, ant. fr. hocle, blouque, prov. bocla, bloca, ant. spagn.
bloca 'erzbeschlag in der mitte des schildes', onde il fr. bouclier,
Vìi. brocchiere 'specie di scudo che nel mezzo aveva uno spun-
tone'. BuGCula sarà prima diventato "bluccula, come */lacula,
fiaccola da facula, e come per avventura anche inchiostro da
*inclaustulum, incaustulum, cioè per ripetizione o meglio an-
ticipazione dì l, e non per la mera metatesi che ha luogo in
bloca (v. sopra), ftaba fabula, pioppo populus, fiasco vasculum,
fionda iv. fronde fundula (Arch. II 56), spagn, blago baculura,
prov. fiorone furunculus. Da *bluccula poi *bidcida, onde bor-
chia per dissimilazione, come rimorchio da remulctdum. Il -r-
si ritrova anche in brocchiere, discendente diretto da "bluccida
e preferito a *biocchiere per l'influenza di brocco spuntone.
cerbonèca.
Vino cattivo, citato senza spiegazione dal Diez, gramra. IP 306,
come esempio del suffisso -eco, a lui oscuro. Questa voce vien
senza dubbio da acerbus e sta per *acerbonèca, da un basso lat.
"accrbomca. 'Acerbo' dell'uva anche fra i Latini: Uva primo
est PERACERBA gustatu, Cic. Sen, 15, Nondum matura uva est,
nolo ACERBAM sumerc, Phaedr. IV, 2.^ Il suffisso -eco, -òca sarà
il latino -ìciis romanizzato, cioè accentato; nello spagn,: -cca
accanto a -ego, -iégo; cfr. prov. talcca = s^. ialega. L'ital. ha
p. e. moccèca 'uomo dappoco che quasi non sappia nettare i
mocci', parola che evidentemente è da combinarsi coli' aretino e
pistojese moccico moccio, cfr. moccicare, smoccicare, lasciarsi
cadere i mocci. Poi spizzéea {splzzeca ha il Diez, che probabil-
mente seguiva il Valentin i) 'mignella, spilorcio', da confrontarsi
col fare a spizzico = a stento, spizzicare gustare a piccoli saggi,
da pizzicare e pizzico. Tutti questi derivati in -òca fanno da
soprannomi di disprezzo; la desinenza feminile è caratteristica
in questa funzione e si ritrova nello spagn. babieca bàbbèo,
sciocco, propr. bavoso, mentre il prov. ha bavec = ii\bavard.
S'aggiunge il milanese busecca budellame, ital. biisccchio, com-
' 'Qui l'uva ha iu fiori acerba, e qui d'or l'avo', Tasso.
Archivio ulot'.ol. it;'.l . IV
390 Storili ,
parato dal Diez (v. bozza) all'ant. gehuzze exta. Esempj spa-
gnuoli di -ego son poi crisiianégo che altro non può essere se
non *christian^cus, niego "nidecus , lahrego *labor«cus. Molto
istruttivo per la trasposizione dell' accento è il suffisso porto-
ghese -adcgo da -attoiis, Diez gramm. IP 310. E ancora giova
che sia addotto lo spagn. huì^rico, ital. bricco, dal lat. huricus,
sebbene Vi qui non diventi e.
f acch ino.
Se fagotto viene da fax nel senso di fascio di scheggie (Diez),
anche facchino ne potrà derivare, come quegli che porta i fa-
gotti, con la desinenza del fiorentino lustrino, che lustra le
scarpe. Il raddoppiamento del e come in bacchetta, macchiìia ecc.
f anfano.
'Vano, che anfana per poco, millantatore' = fanfarone. Il Diez
connette fànfano e lo spagn. fanfarron coU'ant. spagn. fanfa
jattanza, e crede queste parole 'wohl nur naturausdriicke'. Fàn-
fano si trova con trasposizione d'accento nella Tancia del Buo-
narroti, p. 889 ed. Fanfani: Tu se' una fraschetta, ima fanfàna
(: villana). C'è una locuzione avverbiale a fànfana vanamente,
per cui si dice anche a fànfera che ha accanto a sé anche a vàn-
vera. E c'è il verbo sfanfanare: Mi sento sfanfanar d'amore,
Tancia p. 876, 'struggere, disfare, consumare' Fanfani, propria-
mente 'avvampare', come benissimo lo spiega il Salvini.
Connetteremo queste parole con fanfaluca favilesca, 'onde il
'fr. fanfreluche cianfrusaglia, e probabilmente per iscorcio il
'm\\din. fanfulla [baja, celia, fanfaluca, frottola], com. fanfola, sic.
'fanfonf. Cosi il Diez, il quale giustamente trae /a?2/(2?itc« dal gr.
7:o|xoó}.'j;, nelle glosse ^lovQniìne: famfaluca. Da fanfòla = ~o[j.-
9ÓA'j; si è fatto in prima *fànfola, *fànfala come sàgola, segala
da secale, poi fànfana come mòdano da modolo, mòdulus, indi
fànfera come cécero = cecino. Fors'anche: vànvera, o per in-
flusso di vano, o per mera alterazione di pronunzia.
Anche affanno par che abbia influito su questa famiglia di
parole. Indi forse la pronunzia fanfàna della Tancia ; e dalla
fusione delle due parole può parer nato il verbo anfanare, nel
presente anfano, voce contad. significante un girare ozioso, un
Etimologie, 391
parlare vano, e 'dicesi pure di 'que' furbi affannoni, i quali fanno
'credere altrui di pigliarsi continuo pensiero e briga delle cose
'del prossimo' Fanfani. Ma intorno a anfanare, il prof. Sophus
Bugge mi dà la seguente annotazione : 'anfanare, anfania fa
'pensare al lat. affaniao dieta futilia, gerrae, usato da Apulejo',
la qual derivazione è per avventura la migliore.
mucchio.
Come corrisponde nel significato al lat. cumulus, cosi gli può
rispondere anche nella forma. Da accumulare potea cioè aversi,
senza molta difficoltà: * ammuculare - ammucchiare, onde muc-
chio; men facile che direttamente da cumulus s'avesse *mucu-
lus, la metatesi effettuandosi più agevolmente in sillabe atone.
V'ha un certo rimescolamento nei riflessi del lat. cumulus, come
ha fatto vedere la dotta signora C. Michaelis nella Bihliogra'
phia Critica del Coelho, p. 377 ; e anche noi tenteremo or qui
di chiarirlo un po' a modo nostro.
Da un lato si confondono cumulus, culmus e culmen; dal-
l'altro si divariano i riflessi tra l {colmo ecc.) e r {ingom-
bro ecc.). Tutto ciò proviene dalla difficoltà di pronunziare sia
7nl, sia i suoi possibili prodotti *mlj , mj , essendo le labiali
più restie delle altre consonanti a palatalizzarsi o unirsi con
suoni palatalizzati, come anche si scorge nelle lingue slave.
L'italiano suole evitare questa difficoltà, serbando la forma non
sincopata, come pòpolo, tàvola, nùvola, màmmolo, tremolo;
ma qui ebbe, oltre cumulo accumulare , anche la forma sin-
copata, per la quale è ricorso a più spedienti. Cwnlus, com'lo
diviene colmo, così confondendosi con culmus, ovvero com'ro,
-gombro, come sembrare da simulare, similare, cosi forse
confondendosi anche con cumerum, cumèra, dato che questa
voce fosse ancora in uso. Per isfuggire a ogni omonimia, la lin-
gua è finalmente ricorsa anche a un nuovo mezzo, cioè alla
trasposizione delle sillabe, facendo di accumulare *amuculare,
onde ammucchiare e mucchio.
peritarsi.
'Esser timido, vergognarsi, non avere ardire di far checchessia'.
Fanfani. Il Diez chiede se possa andare con lo spagn. apretarse,
392 Storm, Etimologie.
sic. apprllarisi strignersi. Ma un'origine ben piti legittima ci
è offerta dal basso lat. iriciritari òz-vstv: Ne pigriteris venire
usque.ad nos Act. IX, 38; Ne pigriteris visitai^e infìrmum,
Sirac VII, 35, v. Rònsch, Itala und Vulgata, p. 1G8. Il prinao
significato è dunque: esser pigro, indugiare, tardare; indi: esi-
tare, stentare a fare qualche cosa; ed è un trapasso molto ana-
logo a quello che ci offre il verbo esitare. Il 'deponente' latino
è reso anch'esso dal 'riflessivo' italiano; e abbiamo er = igr come
in nero nigrum, spagn. pereza pigritia. Il Bugge mi fa notare
l'albanese pertoj 'ich faulenze' (poltroneggio) =2^/r/ri^or, citato
dallo Schuchardt, Kuhn's Zeitschr. XX 247; e aggiunge lo
stesso Bugge: 'lo sviluppo del significato si conferma anche
'dall'uso seriore àiinger: triste, abbattuto, infastidito, e viepiù
'dall'uso ù'xpiget nel senso di 'vergognarsi': faterì pigebat Liv.
"VIII, 2; Hic loro vitio mihi vortchat, quocl me nec sordidiora
'dicere honcsie pigeret, Appul. Apol. p, 472 Oud.' — Il Rònsch,
che tanto bene ìWmsìyq. pi g ritari, cerca poi (JahrbuchXIV 342)
di derivar peritare da pavoritarc o veritare, etimologie tut-
t'e due bene infelici.
retta,
nella locuzione di da,r retta, non sarà dal semplice reggere,
ma da dare arrectam se. aurem.
screzio.
Parola antica clie significava: I." Varietà di colori, o di fregi.
2." Cruccio, discordia tra due persone state familiari tra loro
(Fanfani). Verrebbe, secondo il Caix, da "secretium; ma que-
st'etimologia non si combina affatto col senso del lat. secretus.
Risaliamo piuttosto a *discrepitiare , forma ampliata del lu-
creziano discrepitare, e questo, com'è noto, da discrepare,
stonare, essere discorde, differente. Per la forma, si confronti
cretto fenditura, da crepitus, e crettare screpolare, da cre-
pitare, Riv. di Fil. Rom , I 12.— Affatto diverso è l'antico
screziane per discrezione,
CristiaDia (Norvegia). G. Storm,
II participio veneto iu -esio. 393
Il participio veneto in -é-sto.
Accadeva testé, che si toccasse degli effetti del principio ana-
logico nell'ordine dei suoni (Ardi. Ili 254 n). Or sia concesso
che brevemente si discorra intorno alla genesi e alla diffusione
analogica di una terminazione che potè parer singolare e fa
ripetutamente considerata in questi fogli. E lo -sto del parti-
cipio 'debole' di perfetto dei parlari veneti.
1. Giova anzitutto ricordare i limiti che questa formazione
ritrova nel tempo, nello spazio e nella ragion grammaticale.
Nelle più antiche scritture veneziane o venete, questa ter-
minazione è molto rara, e gli esempj se ne fanno tanto men
rari o tanto più frequenti, quanto più si discende nel tempo.
La sua odierna diffusione nelle varietcà veneto di terra-ferma
è ben maggiore ancora che non sia nel proprio dialetto di Ve-
nezia, dove è pur molta. Al di là del territorio veneto non
s'è finora incontrata se non in un solo esempio, il quale s'insi-
nua in Lombardia, pur con funzione di sostantivo feminile, ed
è appunto l'esemplare più antico, o almeno uno dei più antichi,
che nelle scritture venete occorra: movesto movesta (v. Arch.
I 431 459, II 405-6, III 267). Nel veneziano, non vedo che
questa formazione s'estenda mai al di là dell'ambito delle con-
jugazioni in -ere, e vuol dire che ivi slam limitati ai tipi ta-
sesto savesto, cr edesto (taciuto saputo, creduto). Ma tra le
varietà dell'estuario e più ancora tra quelle di terraferma e le
istriane, ben s'oltrepassano codesti confini. Vi incontriamo lo
-STO anche nella conjugazione in -ire; preceduto però ancora
in molte varietà, o in parte della serie, dall' É, che accenna
all'essere codesta formazione più antica e costante nelle con-
jugazioni in -ere; e finalmente s'arriva a accettare lo -sto pur
nella conjugazione in -are, ma solo a patto che prenda seco l'È
[o l'i], e vuol dire a patto che il participio traligni ad altra
conjugazione che non sia quella del suo infinito. Siamo cosi ai
tipi: vegnesto vegnisio, dormesio\- magnesio [portisio]\ circa
394 Ascoli,
i quali si può pei' ora consultare il I volume déìV Archìvio, a
pp. 402, 40G, 409, 415, 419, 431 e 444.
2. Qual sarà la ragione o la storia intrinseca di questa forma?
L'esperienza ci porrà sùbito, e come 'a priori', sulla buona via,
suggerendoci di cercarvi un fenomeno di diffusione analogica,
da mandarsi con quello dell' -m^o di participio, cosi per tempo
divulgatosi fra i verbi delle conjugazioni in -ere (cfr. Diez IP
134), 0 dell' -ac ecc. che alcuni esemplari di frequentissimo uso,
come fac die, fatto detto, riescono a imporre anche all'intera
serie in qualche dialetto dell'Alpi occidentali (vedine per ora:
Arch. I 258).
I participj neo-latini in cui occorra uno -sto etimologico o di
ragion latina, sono pochi; e anzi son due soli, se io vedo bene,
che si possano considerare utilmente in questo luogo : posto po-
szto- e chiesto quaeszto-. Il secondo è anzi già tralignato dalla
ragione letteraria del latino, come anche ne traligna il perfetto
chiesi quaeszvi. Abbiamo un '"quaesui "quaesz^tum' tirato sul mo-
dello di 'posui posz^tum', e questa livellazione si riproduce anche
dal provenzale: po5, post; ques quis perf., qiies quis quist part.
Son due soli codesti esempj, ma uno dei due, e il pii^i genuino,
fa per molti: ^osto, anteposto, apposto, composto, contrapposto,
deposto, disposto, esposto, frapposto, imposto, opposto, posposto,
preposto, proposto, riposto, sottoposto, sovrapposto, trasposto.
Il quale potentissimo verbo deve avere attratto assai per tempo
nella sua analogia anche l'antico 'respondére' (respondi respon-
sum^), 0 meglio il popolare 'respondere', in ciò ajutato e dalle
congruenze fonetiche (re-pónere, re-spóndere) e pur dalle con-
nessioni ideologiche (proposta, risposta). Onde s'ebbe, oltre
l'analogico ri-sposi (cfr. es-posi ecc.), anche l'analogico ri-sposto
(cfr. es-posto ecc.). Taluno forse chiederà se questa e altrettali
riduzioni non vadan piuttosto ripetute da un invalere del -to,
quasi nota generale del participio di perfetto. Ma se è vero che il
-to etimologico di tutti i participj 'deboli' [amato finito ecc.), e di
molti participj 'forti' [unto ecc.), s' introduce per espansione ana-
logica in esemplari neo-latini quali sono offer-to spar-to span-to.
' Curioso errore del Diez il credere neo-latina la base responsum e l'af-
fermare insieme un latino responditutn ; gr. IP 215, cfr. 161.
Il participio veneto iu -es(o. 395
è vero insieme che l'antico participio in -so non solo non ri-
pugna al neo-latino in genere e all'italiano in ispecie {i^reso
messo ecc.), ma anzi vi si estende oltre ai confini antichi, cosi
come fa anche il perfetto in -si (cfr. reso valso ecc.). È quindi
ragionevole che si cerchi una particolare spinta, cioè un parti-
colar movente analogico, per la trasformazione del -so etimo-
logico in -sto. Ora, per il caso di 'rispóndere', trovammo che
il movente appare manifesto; e la storia conferma il raziocinio,
mostrandoci che il provenzale abbia anch'egli l'analogico respost
{respos respost; perf. respos) allato a.\V etimologico post re-dost.
Ma la prima riduzione ne poteva promuovere dell'altre. In-
sieme coir analogico risposto cor-ri-sposto, dev'essere lunga-
mente vissuto il genuino ri-sposo cor-ri-sposo, come in ispecie
s'addimostra per le letterature dialettali (v. per es. Arch. Ili
268) ; e similmente l'etimologico rimaso venne a avere accanto
a sé l'analogico rimasto, o ancora più facilmente fu promossa
l'altra copia congenere nascoso e nascosto ('riposto'), come ha
appunto anche il provenz. : rescos, escost rescosf. Insieme potè
aversi la coppia nella quale fosse più genuino l'esemplare collo
-sto che non quello col -so, che è il caso di chieso {con-quiso,
prov. ques quis) allato a chiesto (prov. quist, o anche allato a
ac-qiiisto); il quale esempio ci conduce all'ultima delle coppie
italiane che qui spettino, cioè a viso visto, nella quale torna a
essere etimologico o latino il solo esemplare col -so. Ed è ugual-
mente, nel provenzale, l'analogico vist allato a quist.
Il provenzale fa poi anch'egli un altro passo per la via che
a questo modo s'era aperta. Crede il Diez (IP 215, cfr. 217)
che il prov. somós eccitato, rivenga senz'altro, per anomalia,
a 'sub-monere' ; ma quest'è sicuramente un'illusione. Si contes-
seranno, nel provenzale, 'sub-mo?iere' e 'sub-mouere', e somós
riviene di certo al secondo di questi verbi, insieme col sost. so-
mosta, che equivale all'ital. sommossa 'istigazione'. Così ab-
biam anche la coppia -mosso -mosto, e l'esemplare con lo -sto
ci ritorna al di qua dell'Alpi nel comosta di Bonvesin da Riva'.
* MusSAFiÀ, Darstell. d. altmail. mundart nach Bonv.'s schrifc, § 120.
'Bemerkenswerth (dice l'illustre romanologo) ist comosta I 139, das •wie it.
^nascosto rimasto risposto die zwei enduugen -stim uud -ti/m combinirt; vgl.
396 Ascoli,
3. Ecco (luiique una serie d'esempj italo-proveuzali por lo -slu
analogico allato al -so etimologico (e uno insieme di -sto d'an-
tica ragione che s'avvicenda con -so); al cospetto della quale
sùbito sorge la ragionevole ipotesi che il fenomeno veneto, ora
l)roposto al nostro studio, altro per avventura non sia se non
la dilatazione del fenomeno, probabilmente bene antico, che
l'italiano ed il provenzale ci venivano mostrando. Ma i parti-
cipj italiani o provenzali in -sto son però tutti del tipo 'forte',
come è appunto proprio dello stesso tipo il -so al quale lo -sto
in quella serie subentra e col quale s'avvicenda. Può dunque
parere che una differenza intrinseca e molto grave disgiunga
affatto il fenomeno italo-provenzale dal veneto; poiché sempre
è all'incontro di tipo 'debole' il participio veneto in -sia : savé-
sto ecc., e non può egli essere stato promosso direttamente da
alcuna forma in -so {*savéso o simili; cfr. nascoso nascosto ecc.)-
Non s'arriva perciò alla persuasione che lo -sto della serie ita-
lo-provenzale vada effettivamente congiunto con 1' -é-sto -l-sto
della veneta , se non si riesca a vedere la leva morfologica per
la cui virtù questo esponente siasi potuto comunicare dalla se-
rie, nella quale ebbe ragion di nascere, all'altra serie, nella
quale non sarebbe spontaneamente mai nato.
Questa leva è nel perfetto dell'indicativo. Nelle letterature
dialettali, e in ispecie nella veneta, ci è mostato come il tipo
%rte' di perfetto si venisse largamente risolvendo nel tipo 'de-
bole' ; e v'abbiam così : oppone, vive ecc., cfr. p. e. Arch. IH 268,
Ora, ognun sa quanto sia stretto il vincolo fra il perfetto in-
dicativo e il participio di perfetto, e quanta in ispecie sia l' in-
fluenza che il primo eserciti sopra il secondo (v. per es. Arch,
II 428 n); e se, dato codesto tralignaraento del perfetto indi-
cativo, la produzione di un nuovo participio si rende, dall' un
canto, pressoché inevitabile, avvien dall'altro che in questa
nuova aberrazione analogica il linguaggio tenti varie vie e va-
riamente vi si inoltri ; poiché tanto più egli è sensibile alle at-
trazioni dell'analogia, quanto meno lo avvince la ragione storica
'movesto noch in heutigeu mundarten.' Ora in queste parole sta come in
germe tutto il ragionamento che qui si fa.- Anche il Boehmek, mentre que-
sti fogli si stampano, ritocca di codesto participio {Roman, stud. Ili 76), ma
con minore fortuna.
Il participio veneto iu -esto. 3y7
delle sue forme. Siamo a quella categoria di fenomeni che ben
si rappresenta per le serie tolsi toló Metto (tolecto), po5^■ po??^
jìomito e ponctto, ed è ristudiata nei 'Saggi ladini', C. Ili, 3.
Cosi vede, allato a vide visto, promosse un vedésto, nel quale
succede alla tonica, quasi fosse l'esponente del participio, tutto
il volarne fonetico che alla tonica sussegue in visto (cfr. dato
amato doviito ecc.); e similmente: j9(35e pósto pone ponésfo,
rimase rimasto rimane rimanésto, i quali esemplari appunto
occorrono nei testi o ne' dialetti veneti. La spinta analogica,
che, dopo aver promosso il 'debole' vede, ci porta, per secondo
lavoro, da vede a vedesto, o da rimane a rimanésto, opera so-
pra antichi participj che già alla lor volta avevano sùbito una
operazione analogica (viso visto, rimaso rimasto), h' -esto di
op-ponesto vedesto rimanésto s' accomuna poi facilmente agli
antichi tipi 'deboli', e così tasesto savesto ecc.; ma trattasi in
effetto d'un esponente che imprima sorge per una o più d'una
operazione analogica (una in ponesto, due in vedesto rimanésto),
e poi analogicamente s'apprende a nuove serie {tasesto ecc.), nelle
quali più non ha, né la ragione primaria {posto), né la seconda-
ria {visto), per la quale si svolge ed esiste {poné-sto vedésto).
Il gruppo in cui entrano viso visto vedesto, rimaso rimasto
rimanésto, ecc., può essere stato più numeroso che oggi non
paja, e quindi tanto più facilmente avere immesso V -esto {-isto)
in tanta parte della conjugazione veneta. Posti ora sull'avviso,
riusciremo forse ad aggiugnergli qualche altro esemplare; ma
intanto vediamo intiera la bella importanza di quell'esempio lom-
bardo-provenzale di cui s'è prima toccato: so-mosta e co-mosta.
Poiché pur qui ci occorre il perfetto 'debole' : move (Arch. Ili
269), e pur qui riabbiara dunque la progressione intiera: mòsse
mòsso mósto move movésto. Né vorrà essere un mero caso, che
il solo esempio, sin qui veduto, di -esto in Lombardia, o in ge-
nere fuor dei confini delle Venezie, sia appunto questo che ha
accanto a sé uno -sto di antica scrittura lombarda.
A\V-isto s'arriva ancora per la via del perfetto indicativo,
cioè per le oscillazioni fra il tipo in -é e quello in -i {venzé
venzi ecc., Arch. 1. e). E la ragione per cui manchi il parti-
cipio 'debole' in -asto è ora pronta é lucida. U-esto ripete le sue
origini da verbi 'forti' che tralignano: e nella' prima conjuga-
398 Ascoli,
zione son tutti verbi 'deboli' sin dalle origini loro. Non c'è, a
cagion d'esempio, un perfetto come scìnse sdsc da 'sanare', e
quindi un participio come sr'iso o sasto, onde poi avvenga che
si ricavi un perfetto 'debole' sana e un participio sanasto; ma
siamo costantemente e ab antico a 5anfl[uit] sanà[io].
G. I. A
4,
Altki ablativi d'imparisillabi neutri.
xVnche questa breve esercitazione muove in parte dallo stu-
dio delle spinte e dei modi pei quali il principio analogico eser-
cita la sua azione potente.
Ricordo in prima, con grande mio conforto, che lo Schu-
chardt più non si pente d'aver riconosciuto degli ablativi nei
nomi spagnuoli in -imibre -ambre -imbre; e ora slam tutti
d'accordo, io credo, nell' affermare che i tipi 7iome e nomne
{=nombre) nella penisola iberica, o vhne vimine nella penisola
nostra, rappresentino la compiuta declinazione del volgare la-
tino: nome[n], ad nome[n], de nomine, a nomine; cioè,
in altri termini, ci mostrino due diverse forme, originali e po-
polari entrambe, appunto perchè una delle forme oblique origi-
nali era foneticamente irreducibile a quell'unità di tipo vol-
gare che per es. s'aveva in dono[m], ad dono[m], de dono,
a dono; v. Arch. II 429 segg., Zeitschr. f. rom. philol. I 123 n.
Appena poi occorre che sia qui rammentato, come la ricostru-
zione dell'antica flessione volgare si possa ormai dir conseguita
anche pei tipi pipe[r] piperò e glomu[s] glomere; Arch.
II 426 segg., 423 segg. Ora rimane che a poco a poco sien ri-
conosciute 0 correttamente affermate le intiere serie di codeste
coppie di forme.
Al fem. lat. lens lendis si risponde in gran numero d'idiomi
neo-latini per forme che suppongono un antico lendine (*len-
dinis *lendine). Il Diez dice nel lessico (P 247): 'lendine ecc.»
'da lens lendis, per la qual forma il popolo sembra aver detto
Uendinis, sedotto da casi consimili.' Imagina dunque il Mae-
Ablativi d'imparisillabi neutri. 399
stro, che questo nome soggiacesse fra il popolo a un'attrazione
analogica, per la quale il tema degli obliqui s'aggiungesse V-m.
Ma dove son gli esemplari feminili, o sia pur maschili, i quali,
0 per il loro numero, o per la particolar frequenza nel discorso,
0 per la particolare congruenza degli elementi fonetici o del
significato, potessero esercitare sopra lens lendis codesta at-
trazione? Confesso di non saperli ben vedere; e ognuno di leg-
gieri concede, che è vano e pericoloso il ripetere la ragion
d'una forma dall'analogia, quando non si veda chiaro il come e
il perchè la parola sia stata attratta fuor della sua orbita ori-
ginale. Ora noi non vediamo, a cagion d'esempio, un frons che
dia *frondinis, o altri esemplari consimili che avessero potuto
sedurre lens lendis a farsi lens lendinis; ma sempre siamo
uniformemente a glans glandis, frons frondis, frons
frontis, mors mortis, dos dotis ecc. \ o pur nei mascol.
a raons montis, pons pontis ecc.; e anche passando al
tipo navis sitis vestis restis pei feminili, o civis panis
piscis pei mascolini, non riabbiamo l'obliquo che s'aggiunga
Y-in se non nei soli due esempj a cui tosto s'arriva e che
sono entrambi 'sui generis'. Superfluo poi avvertire, che ai tipi
dal nominat. in -o (-on), come virgo virginis, homo ho-
minis, non può attribuirsi alcuna forza d'attrazione sul tipo
lens lendis, poiché la disformità dei tipi nominativali (lens
virgo) importa che manchi il punto di coincidenza dal quale
abbia a muovere la spinta analogica. E vale viepiìi questa ra-
gione per escludere femur feminis. I soli due esemplari che si
possano citare per -is al nominat. e -ìnis al genit., sono san-
guis sanguinis, pollis poUinis". Ma sono appunto solo
' Non dimentico glando {-glans), onde s'infei-isce glandinìs , sì che ne
verrebbe la coesistenza dei due genit. glandis e glandinìs. Ma lasciando che
glando è solo di Avieno, e che negli idiomi neo-latini non si vede nessuna
conferma, né di glando, né di glandinìs, sarebbe a ogni modo stato un gen.
glandinìs che aveva accanto a so il suo nomin. in -o. Di ghis ecc., v. qui
appresso.
- Appena occorre notare che il tipo greco delphis (delphin) delphìnis per
doppia ragione qui non c'entra. Nà gioverebbe qualche indizio di spes spe-
nis (v. ScHUCH. vok. I 34, II 279n), poiché il tipo ò riraoto a ogni modo, e
sarebbe d'altronde quest'esempio medesimo un problema .da sciogliere, piutto-
sto che un argomento da adoperare nella soluzione d' un problema.
400 Ascoli,
due, e anzi il nomlnat. pollis non è negli autori. Perchè dun-
que avrebbe dovuto lens lendis sentirsi attratto da una cosi
piccola forza, quando una tanto salda e numerosa schiera di
esemplari lo teneva all'incontro fermo alla sua norma originale?
Sanguis, lasciando anche andare la molto diversa entità fone-
tica del tema e il diverso genere, non aveva del resto con lens
lendis alcuna specie d'attiguità ideale; e pollis, dato pure
che questa forma, maschile o feminile, veramente corresse, ancora
si stacca troppo, nell'ordine de' suoni, dal tipo lens lendis,
né una qualche esteriore siraiglianza fra le cose indicate dai due
nomi potrà mai farci persuasi che pollis pollinis valesse a
alterare la ragione morfologica di lens lendis.
I due esemplari ultimamente citati ben però ci possono con-
durre allo scioglimento dell'enigma. Poiché, dato pure che vi-
vesse un nominat. pollis, egli aveva accanto a sé il neutro
pollen, come sanguis ebbe allato a sé il neutro sanguen,
e anguis il neutro anguen. Ma anche a vermis s'accom-
pagnava un vermen, attestato dal pi. vermina, dolori di
ventre, e all'ablativo di questo vermen rispondono l'it. vermine
e altre forme neo-latine che tosto adduciamo. Similmente si
rinviene un circen (il cui ablat. è Tit. cercine, mal raddotto
dal Dìez a 'circinus') allato a circes circitis; e la stretta
parentela che è fra limen e limes limitis si sente molto
bene nel nostro uso di limitare per limen; e ancora ve-
niamo a scoprire un tarmen allato a tarmes tarmiti s. Poi-
ché l'it. tarma non é tarmes, né pel genere, né per la forma ;
ma é un feminile proveniente dal plurale neutro tarmina
tarmna (cfr. 'pecora ecc.), al quale sta, nell'ordine fonetico, come
lama a lamina (lamna); e parimenti riviene a tarmna an-
che il lad. tarna (?z = MN, cfr. Arch. I 69) \ V'ebbe dunque
un'intiera serie di neutri in -en -inis allato a mascolini del tipo
vermis vermis o del tipo circes circitis. In una delle coppie,
è masch. e femin. l'esemplare in -is, cioè in anguis anguen;
e anzi in due, se combiniamo le sentenze circa pollis pollen-
e ancora ci resta il fem. gius glutis allato a gluten gluti-
* Rivedi ora Mussafia, Beitr. 114, e Diez less. s. tarma P 410 e ama II j
207. Circa fa mi ne, v. Arch. II 432.
Ablativi d'imparisillabi neutri. 401
nis. Ora, sarà egli troppo ardito lo stabilire, che anche allato
al fem. lens (il quale anche poteva avere accanto a sé un no-
min, lendis), gen. lendis, vi fosse un neutro lenden lencUnis%
Fra i neo-latini troviamo ugualmente diffusi il tipo lendine e
il tipo lendina; e come quello potrebb'essere l'ablativo del neu-
tro, cosi questo è manifestamente il plur. neutro e par mettere
fuor d'ogni dubbio la ricostruzione alla quale riusciamo. Il vo-
cabolario italiano ha lendine insieme e lendina (un altro plu-
rale sul gusto di pecora, o del tarmi n a che testé ci usciva,
0 del sardo imhena fem. sing., = inguina); e a lendina insieme
rivengono: Icndena ecc. di tanti vernacoli italiani, il rum. lin-
dine e il portogh. leìidea. Lendine, considerato come ablativo
del neutro, dovrebbe, secondo le analogie, esser primamente un
mascolino in -e (cfr. it. fùlmine ecc.), che poi dall' un canto
potesse trascorrere, in dati idiomi, al tipo mascol. in -o (cfr.
sic. gìdommaynt, it. rudero, ecc., Arch. II 424 segg.), e dall'al-
tro confondersi col feminile, stante V-e ambigenere (cfr. it. fol-
gore ecc.). Or cosi è appunto di lendine. Nelle scritture ita-
liane prevalse anticamente il lendine, come il sardo ha mascolini
i suoi lendine lindiri, e il sicil. il suo lénninu, passato alla de-
clinazione in -o; laddove è feminile lo spagn. liendre, e anche
fra i Toscani dee oggi prevalere il fem. la lendine. Di più ne
dico altrove, in ispecie per la riproduzione del nomin.-acc. ^; ma
intanto mi pare che sarà ormai difficile porre in dubbio pur
l'esistenza di lenden lendinis, e che per questa ricostru-
zione si sarà guadagnato un bel gruppo d'altri belli esemplari
della serie fulmine termine ecc. Né spiacerà che sia considerata
anche sotto il rispetto della congruenza ideale questa serie che
or si ripristina: anguen, vermen, tarmen, lenden.
Di vermen, che nella latinità vedemmo darci il pi. ver min a,
vive l'ablativo vermine, oltre che nel vermine italiano, an-
che nel mil. vermen e nell' ant. spagn. bierven (il nora.-acc.
vermen altro non avrebbe dato se non verm[e] ecc.). Pro-
babilmente vi riviene anche l'ant. frc. venne {-vermnc, cfr,
lame ecc.), che per V-e non si può ripetere da vermis. L'it.
verme potrebb' essere la riduzione del masc. vermis (cfr. nel
' V. intanto una bella raccolla di foi-mc in Muss. Beitr. 03,
402 Ascoli, Ablativi d'impaiisillabi neutri.
sardo: berme e non bermene)', ma, tutto sommato, rendesi molto
probabile che anche l'ìt. verme provenga dal neutro vermen,
e così r intiera declinazione del neutro si riproduca negli ital.
verme vermine, come si riproduce in vime vimine ecc. Più an-
cora è probabile, ed è quasi certo, che siccome sanguine si
riproduce appunto in quegli idiomi che prediligono l'ablativo
neutro (sardo nomene ecc., spagn. nomhre ecc.), cosi il sardo
samhene e lo spagnuolo sangre riflettano piuttosto l'ablativo
neutro, che non l'obliquo omofono del paradigma mascolino;
cfr. Arch. II 429 n.
Daccanto al milan. vérmen, che vedemmo sicuramente rive-
nire all'ablativo vermine, avremo poi il poschiavino lumen.
Nel quale nessuno vorrà più vedere un caso anomalo di con-
servazione del n di uscita latina (Muss. Beitr. 17); ma tutti
all'incontro or vi riconosceremo l'ablativo lumi ne, spagn.
limine Iwnbre.
Chiuderò per ora con un esemplare della serie più preziosa,
che è quella dei neutri in -us -oris. Lo spagn. estiercol altro
non è se non l'ablativo stercore. Uè prostetica e il dittongo
sono in regola; i due -r- sono dissimilati, cosi come in màrmol,
càrcel, miércoles mercoledì, e ancora per l'identico esempio in
estcrcolar stercorare. Il portoghese esterco, all'incontro, ri-
flette il nom.-acc; e lo spagn. estiercol sta cosi al port. esterco,
come lo spagn. lumbre {lumne) ecc. al port. lume ecc., cfr.
Arch. II 432. Nessuno vorrà pensare che estiercol provenga
da estcrcolar, anziché risalir direttamente a stercore; ba-
sterebbe il tipo di terza declin., che è in estiercol, per dimostrar
fallace codesta ipotesi. Ma ben sarà vero che le due voci si
sostengano a vicenda; e così se lo spagn. ha estcrcolar allato
a estiercol, il port. alla sua volta ha estercar allato a esterco^',
i quali verbi staranno poi fra loro come colmcnà a colma, ecc.,
Arch. II 430.
G. I. A.
* A proposito dei glossografici sicrcur glotner Arch. II 424, giova notare
che glomer occorre anche in Diefenbach, Novum glossarium lat.-germ. med.
et inf. aet., Francof. s. M., 1867.
403
GIUNTE E CORREZIONI.
DI
F. d'OTidio.
Studiando il lavoro che il Morosi ci ha regalato sul vocalismo leccese,
e rileggendo il mio studio sul dialetto di Campobasso, m'è occorso di faro
alcune osservazioni, che mi si condonerà di qui riferire, come in appendice.
Alle povere osservazioni mie, ho poi la fortuna di potere intrecciare alcune
note, che il prof. Flechia ha avuto la molta bontà di mandarmi.
Pag. 119. Sotto il num. 7 il Flechia non vorrebbe veder riferito
ucceri beccajo. Egli lo crede un francesismo, proprio del leccese,
come d'altri dialetti, p. es. del siciliano, che ha bucceri e vucceri,
bnóóaria e vuccaria (frane, boucher, boucherie). E qui io noterò come
un francesismo assai evidente sia pure il campobassano e napoletano
cemmenera camino , che sarà proprio forse di tutto il Mezzogiorno
(anche il sanese però ha cimineja). E a proposito di CA- non intatto,
come mai s'avrà a dichiarare il chia- del meridionale comune diiap-
pari chiapparelli 'capperi (capparis)'?
Pag. 120. A proposito di cerasu -a, mi sia lecito insistere su que-
sto: che certamente tutti gl'idiomi romanzi, anche quelli che alla
prima parrebbero mantenersi fedeli al puro cerasiis latino (chi non
badasse però all'accento, che in tutte le voci romanze è nella penul-
tima, mentre il latino è cc'msits ^xspaaot;), s'accordano nel riflettere
la base aggettivale ^cerasjo -ja (*ceraseus -ea). La quale, in codesta
forma senza il j attratto, diede luogo, p. es., al ccrace -òa di Cam-
pobasso (p. ICO), e al cerase -sa di Napoli e cerasu -sa di Lecce,
giusta il diverso modo come codesti dialetti trattano il -sj- (camp.
vace basium ; nap. vase, lece, asu), E qui spetteran pure il san. saragia,
il vai. cirase, e il roman. cerasa: forma, però, quest'ultima, assai men
regolare di quel che parrebbe, giacché veramente a Roma ci aspet-
teremmo ceraca (come baco, scritto comunemente bascio); né il s di
chiesa vale a rassicurarci, poiché in una tal voce ò evidente l'in-
flusso del latino liturgico. Al tipo invece col J attratto *ceraisjo -a
van riferite certamente le altre forme neolatine. Dalle quali però non
sempre si riesco ad argomentare con sicurezza, a quale epoca nei sin-
goli dominj linguistici l'attrazione abbia avuto luogo. Il toscano ci-
4Ù-1 D'Ovidio,
lic(jio -a, per es. , ci riirianJa con sicurezza a ccrccajo -a, con l'at-
trazione consumatasi già in età antica, sì da aver dato luogo ad JE,
continuatosi poi per ic, come fosse ^'E originario (cì'clo), al pari clic
in -iero =-ARIO (Ascoli, I 485). E col toscano andrà il romagnolo
zrisa (MossAFiA, Ring. § 20), che ò pur bolognese. Ma per contrario,
il ccrcsa dell'Alta Italia, e il cercza spagnuolo, se non ò impossibile
raddurli ad un tipo egualmente arcaico, ò pure ben più probabile ac-
cennino ad un ceraujo -a, ove l'attrazione siasi consumata più tardi,
cosicché l'ai (romanzo) siasi poi semplicemente chiuso in e, come ne-
gli spagn. bcso, hecho, trecJio ecc. Il portoghese cereja {^cereija) sta
allo spagnolo ceì^eza, come il pg. beijo allo sp. beso. E il francese
ceriseì Vi si ha a vedere un antico cercef^ja, fattosi *ceriesQ (cfr. del),
e quindi, propagginatosi un j" avanti al suono palatile (I, onde ^s-)-.
^cerieise, e quindi ceriss; con iei in i, come nel rmg.pjis {=pjeis =piés ==
placet; Msf. Rom. pag 9), nel frane, git gist [^gjeigt^gjaìgt<='jacet),
e, meglio di tutto, come in dix {^ dieig '=' dieg ^ decem; Asc. Ili 72)? 0
si tratta dell'altro tipo meno arcaico ceresja (ceraisja), venuto a cerise,
come ecclesia a cgliseì E il provenzale cereira {^'Cereisa) starebbe al
francese cerise (e pur prov. sofista) come il prov. gleisa al fr. églisc.
Pag. 120n. A proposito di cara (/.xpx) mi sia lecito accennare a
qualche suo probabile derivato meridionale. La voce meridionale-co-
mune caruso, che è Uesta rasa' ('farsi il caruso' per dosarsi', e
carusarsi) , e che a Napoli è anche aggettivo [caru^e -osa), mi pare
che molto verisimilmente possa considerarsi come derivata da cara,
mediante il suffisso -oso. E la voce napoletana scaruse, che vale ' a
capo scoperto' sarebbe la stessa voce, con premessovi quel s inten-
sivo, che è p. es. in scamiciato per Mn maniche di camicia', scollac-
ciato, e simili; e che dev'essere pure nel merid. com. scucciato 'calvo^
da cocca testa (anche cucca).
Pag. 126. A proposito del leccese smtjrsa °*exinversa, ricordo i na-
poletani a la smerza, e il verbo smerzà. E per la identità del processo
fonetico e formativo, ricorderò il napoletano smn^tere urtare, ossia
*exinvestire. La forma più semplice 'investire' è pur rappresentata
nel Mezzodì (iscliioto 'mmestcrg, e sicil. 'mmcstiri, Asc. I 51Gn).
Pag. 131, e la nota. Io non riesco a persuadermi di ciò che il Mo-
rosi sostiene, che Vù del leccese figgliiiihc e simili si debba ripetere
dall' entrar che abbia fatto l'o, così condizionato, nell'analogia del-
Vó (*filiolo-)-, e sempre più invece mi persuado della verità deU'opi-
niono, dal Morosi combattuta, dello Schuchardt, che in cotest'n vedo
un semplice affilamento del dittongo {uo, uè), norma! riflesso dell'o. —
In prima, se dichiarassimo !'?'( del suffisso -ùln (-iolo -?'j1o) al modo
Giunte e correzioni. 405
voluto dal Morosi, dovremmo rassegnarci ad ammettei'e una solenne
discrepanza, in questo particolare, tra il leccese (e i dialetti che con
esso concordano) e le altre favelle romanze; poiché queste trattano
tutte l'd li (juel suffisso alla pai-i di ogni altro 6 lireve (toscano figliao-
lo, lomb e piera. fidi e non full, spagn. h jud'\ soprasilvano Uoizul
lenzuolo e non lamini, e pel frane, v. Faris, S. A lexis, p. 70). -la se-
condo luogo, se il Morosi eccede affermando che l'it, che ci presenta ia
quel sufBsso il leccese, l'abbiano nello stesso suffi^sso tutti i dialetti
meridionali (che molti di questi vi hanno invece uo , e basta citare
il campobassano: 154), egli è pur vero però che l'hanno piti altri
dialetti; p. es. il napoletano, che dice fìjliiile, lenzùle ecc. Senonchè
a Napoli To' lungo si continua normalmente per o, sebbene in dati
casi pur si continui per u (vedasi, a pag. 153, il cam[iobassano, che
col napoletano concorda in ciò quasi a capello); quindi col dire che
l'd di -eolo -iolo sia passato nell'analogia dell'o lungo non si darebbe
piena ragione dell' ?(. napoletano, ma soltanto dell' ti del leccese, dove
Vó si continua veramente sempre per u. Anzi il feminile napole-
tano {figliola), col suo d aperto, non può riportarsi che a -wla (cfr.
i fem. nova, bbona ecc. di contro ai masch. nuove, bbuo^ie ecc ); che
se fosse vero che -iòlo sia stato trattato come un -lolo, al feraimle
v'avremmo l'd stretto, che è il costante riflesso napoletano dell'o»
quando la parola termini per -a {sola, snO^a ecc.). E finalmente la
chiusura del dittongo [ie, uo), che continui vocale breve latina {e, d),
è un fatto tutt'altro che inaudito e strano; e basti ricordare i boi. e
rmg. P,r Petrus, livar livra lepore-, zug jocns (cfr. MsF. Ri^ng. §§ 20,
41), e il friul. -■> = -/ero ='-ario (I 485), e l'ud. u da uè ([ 494-5), e
l'aiit. frane, iée in te. E men che mai può parere strano l'w da uo nel
Mezzogiorno. Poiché, se il Toscano pronunzia speditamente l'u, e ar-
riva subito all'o, apertissimo e vibratamente accentuato, tanto che Va
finisca per esserne assorbito {buòno bóno), nel Mezzogiorno invece Va
è pronunziato strettissimo, Vu è strascicato (per poco che s'esage-
rasse, s'avrebbe subito una pronunzia che andrebbe trascritta per uwq:
bbutcQve), e l'accento è come distribuito tra le due vocali*; onde devo
parer naturalissimo che nella combinazione j«r; {ìecc. juc) molti nostri
dialetti sentissero il bisogno di restringersi àju^.
* Di quest'ultimo fatto s'era già accorto Io Schuchardt, condottovi dai suoi
bei raflfionti albanesi; Zcitsclir. di Kuhn, XX p. 283-4.
* [Il fatto stesso, a prima vista ben singolare, à' e per o nel dittongo lec-
cese 0 spagnuolo dell'o, va manifestamente ripetuto da una fase accentuale
in cui più spicchi la vocale acce-ssoria che non la principale; e avremmo
pressappoco: u6 tlò ilo ne né. G. I, A.]
.archivio elottol. ital.. W. ".'7
lOr^ D'Ovidio,
Pag. 131. Circa resir/gJnulu orzaiuolo (cfr. 140), si può osservare
che lo s (da dj] v. Indice I. s. clj), dovutosi la er^u hordeura (p. 133)
fare // perchè preceduto da consonante, è rimasto intatto, mercè la
metatesi che lo ha fatto riuscire mediano tra vocali, in cotesto re-
sigghhdu, che è quasi un 'orzigliuolo' più probabilmente che l'^orzo-
gliuolo' proposto dal Morosi.
Pag. 132. Al sursu leccese va unito il surze campob. e napol.; e
tutti, col sorso toscano, accennano a una forma sorpso- (cfr. -sorpsi),
che viene a porsi allato a sorpto-. Benché di solito il campobas-
sano e il napoletano concordino col leccese, nel modo di riflettere To'
di posizione, dando o od u dove il leccese ha, al modo suo, w; ed uo
od n dove il leccese ha uè (ed e) od o (p. es. sii,rze, chiuppe, canosche,
come i leccesi sursu, chiuppu, canuscu\- cuglle, voglie, come i leccesi
cueddu, ogghiu); tuttavia vi sono delle divergenze. Per esempio, il
campobassano ha suorve sgrva di contro al leccese sùrvia, forze di e.
al lece, farsi, costa di e. al 1. custa, puoste respuoste di e. al 1. pustu
respustu, nonne nonna di e. al 1. nunnu nunna, conde di e. al 1. cunte^;
e viceversa il campobassano ha vote io volto e vota di e. ai 1. otu ota,
mucceche di e. al 1. mozzecu, tome di e. al 1. tornii, spgTia di e. al 1.
sponzOf acconge di e. al 1. conzu. In queste divergenze, il napoletano
concorda le piti volte col campobassano, ma concorda col leccese per
vote e vota, mvgrze, tome. Il napoletano poi discorda e dal leccese e
dal campobassano (e dal toscano) per ponc?e {).qcq. punte, camp. ^^onfZf,
io^c. ponte); e dal campobassano (e dal toscano) discorda per l'ag
gettivo aecvonge (camp, accunge, tose, acconcio), concordando però col
leccese (verbo conzu, cit. qui sopra).
Pag. 135. Il Morosi trae 'ntorzu, io gonfio, da un *inturgi[d]o. Ma
il dileguo di un ~d- nell'ambiente meridionale, sia pure in penultima
di voce sdrucciola, è cosa affatto inaudita. L'esempio di fraima { = *fra-
iima) cioè 'fratelmo' (p. 137), dove s'avrebbe perfino -t- dileguato,
non proverebbe nulla, né certo il Morosi lo addurrebbe. Si tratta di
un titolo domestico, di continuo uso, e soggetto quindi ad abbrevia-
ture e storpiature volontarie e consapevoli. Io credo che in quell'm-
torzare, che è meridionale comune, e si usa soprattutto impersonal-
mente {m'iìitorza per 'resto ingozzato'), si contenga semplicemente
tuvze thyrsus, usitatissimo nel Mezzodì (anche per improperio, nel
senso di 'tanghero'). Si dice difatti anche me sende nu turze 'nganna,
'mi fa nodo alla gola' (cfr. lece, me nutecu 140).
' Il toscano, che ha forse, posto, risposto, conte viene a concoi'dare per
essi col leccese; come per nonno -«, torno, spugna, acconcio viene a con-
oordare piuttosto col campobassano
Giunte e correzioni. 407
Pag. 136. 11 Fiocliia non avrebbe posto il leccese sera sarà come
esempio di a atono in e; nulla assicurandoci che non si tratti invece
della persistenza della fase primaria: [es]serd.
Pag. 139 (lin. 8-9). Il Flechia non avrebbe posto accanto al lece.
ertidusu il tose, 'vertudioso', quasi nella voce leccese s'abbia -l- da
-d-. Si tratterà, egli dice, semplicemente di 'virtuoso' con un -l- epen-
tetico, come quello del napoletano véclola vidua ecc. (cfr. Wentrup,
Neap. p. 17).
Pag. 140 (num. 79). Anche il napoletano ha se {sk) per schj, ma non
così cQstante come a Lecce. Ha p. es. vasche raschio scaracchio ,
'mmescd mischiare ecc.; ma ha però schiave, schiatta ecc. A propo-
sito del leccese scamu io schiamazzo (exclamo), noto che il napoletano
ha scamazzd per 'ammaccare, pestare'; che è forse lo stesso verbo, da
'far rumore' passato a significare 'far rumore rompendo' e 'rompere'.
1 due significati si trovano certamente riuniti, però per un processo
inverso, nei latini fragor, fragosus. A proposito, poi, di rascu, noterò
il campobassano rache scaracchio, col suo verbo rachejd (-eggiare),
e con racanella volontà di scaracchiare, da aggiungersi alla copiosa
raccolta del Flechia (III, 124). A proposito, finalmente, di naca
culla, noterò che a Campobasso abbiamo navechejd barcullare (cioè
'navigheggiare'), ed ò probabile che da un simile verbo *navecd *nacd
significante pur barcullare, siasi estratto il naca culla, anziché pro-
venire questo da quel *navica supposto dal Morosi.
Alla importante nota, che ò a pag. 144, vorrei aggiungere una con-
siderazione. Nella combinazione TR, il leccese, come altri dialetti ad
esso afiìni, dà al t una pronunzia spiccatamente linguale ( t), non meno
di quel che sia quella del -dd- per -II-, E quindi il tr leccese an-
drebbe veramente trascritto per tr; ne mi pajono punto acconce le
trascrizioni té ts, proposte dal Morosi. Ora, col passare, come il lec-
cese fa, rapidissimamente dal t al r, si viene a determinare come mx
unico suono, che rasenta il e. E quindi avviene che str {str), volto
quasi a sé, finisca a s, come ben si stabilisce in quella nota.
Avvertirò ancora che, sebbene sia parso altrimenti al Morosi, a me
sembra indispensabile il tener ben distinto, anche nella scrittura, quel
suono s leccese, che risulta da sce, sci, str, e che è identico al suono
iniziale del toscano sciame, e al suono mediano del toscano coscia,
dallo s che in leccese (e in tanti altri dialetti appuli e lucani) risulta
da ffy dsLJ e da dj (p. es. sdu gelu 125, socie jocmh 131, ose hodie 137;
e V. Indice I, s. (), s. j e s. dj), e che ò eguale al e toscano e romano
(ed anche di alcuni dialetti meridionali; pag. 171n) tra vocali, e al ó
di Campobasso risultante da -5/-, ed ò di minore intensità dello V
vero 0 proprio (ofr. f^anipob. vaóe bacio, rispetto a vaso basso).
408 D' Ovidio,
Colgo questa occasione per avvertire pure che ilj campob. cioè gh,
la sonora della spirante eh) non ha nulla che fare col Jf usato dal Mo-
rosi pel greco-calabro, che è un^' molto intenso (come a dire la sonora
del suono sordo che è nel ted. ich).
Pag. 1 17. Ai casi di é da d (iium. 2) aggiungeremo manneja e man-
i'ì^'jga (napol. mannaggia).
Pag. 149. Il soslaniivo jenìtere dev'esser trasferito dal num. 12 al
13, e considerarsi come jiennere.
Pag, 151. Potevo notare anche il merid. com. picce piagnisteo, con
l'agg. piccuse -Q^a e il verbo j^ecce/a (quasi 'picceggiare'). Ma donde
provengono codeste voci ?
Pag. 154 (num. 45). A suQ'^ce eguale (socius) va unito il verbo as-
succà agguagliare, soprattutto nel senso di 'arrotondare o rettificare
con le forbici i contorni frastagliati di qualche cosa'.
Pag. 155. Il Flechia non avrebbe posto tra i riflessi di u la tonica
delle voci campobassane per 'tuo -a, suo -a'. Egli crede che quelle voci
si debban ri[)ortare a tòoo- sóco-, forme che stanno a base delle ana-
loghe voci della maggior parte dei volgari italiani.
Pag. 155 n. 11 napol. cupielle mastello, che qualche vocabolarista
riconduce a xutcóXXov, ha senz'altro ragione dal latino cupella {cu-
pula, cupa).
Pag. 158. L'affermazione con cui si chiude il num. 79, è eccessiva.
Vò pure una serie di dialetti meridionali (la avellinese, di cui si trat-
terà piti particolarmente altra volta), che non solo non aborre dall' -o
finale, ma se ne compiace anzi moltissimo ('o libbra ecc.). E sotto il
num. 81 mi pento di non aver collocato anclie merricule 'piccole more'
(morum).
Pag. 162. Assieme ad acchiand, appianare, avrei dovuto mettere anche
ìigldand ('impianare') che è forse meridionale comune e vale '.salire'. Il
lessico latino ci dà un irnplanus [ser 'non piano, diseguale' [mter im-
plana urbis, Aur. Vict. Caes. 27). Ma il sicil. dice acchianari. Tutto
dunque si ridurrà a un 'portarsi al piano, a livello, di un luogo alto'.
Pag. 165. Un esempio di rs in ss ci fornisce probabilmente anclie
il napol. sguessa, che vale 'mento sporgente, bazza', e 'bocca irrego-
lare' e dev'essere *sversa.
Pag. 167. Io ho citato pozze, posso, come unico esempio di -«ts- in -zz'.
Ma certo nò io, né altri che per altri dialetti allegarono codesto esempio,
potevamo dissimularci la improbabilità di una tale evoliizione, consi-
derata come evoluzione meramente fonetica. Non [luò dunque essere
se non assai ben accetta a tutti la bella dichiarazione clie il Flecliia
ci dà di questo po;se pozzo pozzu, del sardo, del siculo, dei dialetti
meridionali, del romanesco e dell' umbrico. Notato come l'influenza
Giunte e correzioni. 409
analogica siasi fatta molto sentire nella ricostituzione del paradignoa
di questo verbo, del quale molte voci, specialmente in certi dialetti,
sono state riconiate so[ira un tema pot- (ricorderò le voci potere, po-
tuto, ■potendo, il comune errore potiamo, e i napol. nuje ptttimme, love
po'ene ecc.', né certo io dimentico pere ò la corrente inversa, rajipre-
sentata da possente, possanza, possuto, dal milanese posse, dai bolo-
gnesi psair infin., pso partic, pseva inipf. ecc. ecc.); ciò notato, adun-
que, il Flecbia s'induce a credere clie anche la prima persona singo-
lare dell'indicativo presente si sia riconiata sul tema pnt- (e qui mi
pare opportuno richiamare il milan. e friul. podi posso). E la voce
nel Mezzodì sarebbe stata *potio , donde pozzo, con l'intervento di
queir -i-, che è in caggio (*cad-i-o) da cado, in dileggio ecc. (e cfr.
pure il crisiA =*credjo credo, del leccese: 125), e in pezzente rispetto
a pefens. E alla dichiarazione del Flechia, è superfluo il dirlo, s'ac-
concia benissimo il congiuntivo meridionale pKOzze possa tu, pozza;
puzzarne, puzzate, pozzenc) che ha valore d'ottativo, e il congiun-
tivo romanesco [pozziate ecc.).
Pag. 171 n. A proposito à\ per ancor a, osserviamo che esso ci rap-
presenta un bel per lume lioram.
Pag. 178 n. Del resto le forme iddei, iddea, iddee, non sono mere
ricostruzioni mie. Il lessico della nostra lingua le registra; e ([ler citare
uno scrittore) il Pulci nel Morgante Maggiore né fa larghissimo uso.
Pag. 182n. A proposito del costrutto napoletano 'nUimiche dù mje
esimili, il Flechia vuol che ricordi l'analogo costrutto inglese: a
friend of mine. E a compiere ciò che nel testo e nella nota dico
colà dei pronomi possessivi, avvertirò che a Campobasso, come in
molti altri paesi meridionali, il possessivo che faccia da predicato ò
sempre accompagnato dall'articolo: ssu libbre je lu mie' codesto libro
è mio, je la toma sta penna? è tua questa penna?
Pag. 184. Tra gli appunti morfologici mi pento di averne omessi
due. Avrei cioè dovuto notare come nel campobassano rustico restino
ancora, benché si faccian sempre più scarse, le tracce di voci verbali
derivate direttamente dalle voci di piucchepperfetto indicativo latino,
ed usate in senso d'ottativo: magndra mangerei, ivuléra vorrei e si-
mili. Ed avrei inoltre dovuto richiamare l'attenzione degli stu-
diosi sopra una curiosa preposizione, che del resto non è solo cam-
pobassana, ma di piìi altre favelle meridionali: cala; la quale, per
quanto possa ciò parere strano, par proprio che sia un grecismo (xocTdc).
Dicono a Campobasso jiede cala pede 'mettendo [)iede innanzi piede*
'pian pianino'. Dicono pure fuQsc e ccata/'"0<se M'ossi sopra fossi', e
così piezze e ccatapiezze. E [larrebbe saldata con a (ad) in accata clie
Yale il francese chez : voje accata Ce'^eje vo dai Cerio, vo a casa i C,
410 D'Ovidio, Giuutti e correzioni.
Pag. 387-8*). Il prof. Storni ebbe una felice ispirazione ricoiiucl-
tendo baccano a baccanale, ma non l'ha seguita, parmi, fino in fondo.
Invece di considerare baccano come estratto da baccanale^ sull'ana-
logia di settimana-settimanale ecc., bisognerà riconoscere in baccano
un tipo nominativale: bacchdnal. Più anni sono io spiegavo tribuna
da tribunal. In questa, la finale -a ha finito a tirare il nome al ge-
nero forainile, e così in baccana\ in baccano invece, il genere persi-
stente ha piegata la finale.
Pag. 395. In dialetti merid. mosto è normale (camp, muoste mosto).
Nel leggere le pagine sul leccese, mi son venute in mente alcune voci
analoghe campobassane, da me omesse, che qui ora raccoglierò. Pag. 1 1 9
(num. 7): anche a C. felera. Pag. P28 (num. 27): anche a C. vacandia.
Pag. 128n: a C. recheta. Pag. 129 (num. 32): anche a C. treglia, e appret-
tare stimolare; e al lece, cìt^settu (vuol dir proprio testolina?) sta accanto
il noótro cuzzette collottola, nonostante che al lece, cozza noi contrapponiamo
cocca. Pag. 130 (num. 34»): a C. si ha proprio il verbo ^jesd = pinsare (pesa
tu sale), benché ora riesca indiscernibile da ^jcsd^ pensare, cioè 'pesare'.
Pag 134 (num. 42): a C. 'ngruocche uncino. Pag. 136 (num. 60): anche a
C. laure e (num. 63) anche a C. devacd (a Nap. addevacd); e (num. 65)
anche a C. mandasine grembiale (e a C. 'coprire' si dice le più volte con
'ammantare': 'mmandd). Pag. 137 (num. 71): a C. e a Nap. tijella-, e (num.
74): a C. vasenecgku Pag. 139: a Cfressora. Pag. 140 (num. 79): a C.
irispete (cfr. Arch. II 408). Pag. 141 (num. 86): al lece, felinia (che sarh
*fiilijina col j trasposto) risponde il campob. con felineja, e con un'altera-
zione ulteriore, fclimeja; dove si tratterà di mero scambio fonetico, non già
di quella confusione di suffissi onde dan sentore altri dialetti (Arch. I 369-70).
Aggiungerò qui che a disetu *d(e)excito (125) del leccese (lomb. dessedd)
risponde il napoletano con sete seta excitare.
Nel notare accanto al riflesso neolatino il tipo latino cui vada riferito, o
nel ricostruirlo, siamo incorsi qua e là in qualche svista. A pag. 7n, ca-
searium non doveva aver l'asterisco. A pag. 119 'pollicario-' andava pre-
ceduto dall'asterisco (il lessico lat. non ha che pollicaris)\ e così 'excapulo-'
a pag. 371 n. A pag. 131 (num. 38) piuttostochò *favareolo andava rico-
struito un *fabariolo (il 1. l. ha fabarius), e anziché *Torculareolo un *Toi--
culariolo (il 1. 1. ha torciilarius e -ium), e anziché ^pireolo un *pxriolo (di
cui v. Flechia, Il 316-7). A pag. 140 (num. 80) anziché un forficola, per
spiegare il lece, ftirfecicchia , andava posto un *forficicula; se pur quel di-
minutivo leccese non è di formazione assai più recente. A pag. 141, anstila,
asola, non doveva aver l'asterisco, poiché è già in scrittori latini (Valerio
Massimo ecc.); e così rotulus; né sta bene sampstichus , ma sampsuchum
-aù.\j:h^yjj'^. Ed io ho mal fatto a ricostruire, a pag. 159 (num. 88) un abraic-
catus,' méntre il less. lat, ci dà ohraucatus {vox obraiicata, di Solino). Piace
poi cui spetta ch'io avverta, che per un mero caso la voce dulu è capitata
al n. 34^, dove non può stare (poiché il lat. è dolo).
*) Il tempo non ha consentito che questa e la susseguente annotazione si concordassero
coi rispettivi autori; ma la qualità specifica delle annotazioni stesse par concedere, per questa
volta, uiia cosa allatto eccezionale.
411
ERRATA (cfr. p. 342n).
Pag. 119, riga ultima, iu cambio di 'vederia' leggi 'vederla'.
» 121, riga prima, in e. di 'in a' 1. 'di a\
» 122n, riga ultima, in e. di 'fìccdula' 1. 'ficedula.'.
» 125, riga prima, in e. di 'gelus....generus' 1. 'gelu....gener'.
■» 126, riga 19.a, in e. di 'mpresssa' 1. impressa'.
» 128, riga 21.a, in e. di Hnchin' 1. Hnchiu\
» 129, riga 4.a, in e. di Hsta -a' 1. Hstu -a\
» 131, riga 4.^ dal basso, in e. di 'resigyhiuM 1. resigghiuM.
» 131 n, in e. di 'filiulu'' l 'figliule\
» 140 (al num. 83), in e. di 'a in aw' 1. 'o in aw'.
» 141, riga 7.a, in e. di 'iuturboleggio' 1. 'inturboleggio'.
» 143, riga prima, in e. di 'Per 'o ed o' 1. 'Per e ed o'.
» 146, riga ultima, in e. di 'meridionale' 1. 'settentrionale'.
5> 148, riga 4>, in e. di 'domattina' 1. 'stamattina'.
» » riga 18.a, in e. di ^melsa' 1. 'meisa\
» 158 (al num. 75), in e. di ^Fcrrazsane^ l. 'Farraszanf.
» 166, riga 13-'i, in e. di 'mmogliaddje' 1. 'mmogliaddijf.
» 167, riga 12.^, in e. di 'orzo' I. 'orso'.
» » riga 5.a dal basso, in e. di '*avissj' 1. ''avissji".
» 173n., in e. di H~aeunej(V 1. racunejd.
» 179, riga 13.», in e. di He' 1. 'de\
■» 181, riga 5a, dal basso, in e. di 'stacco' 1. 'stracco'.
» 183, nota 2, in e. di 'averne' 1. 'averne'.
» 243, nella intestazione, in e. di 's. XV' 1. 's. XVI'.
j> 358, riga, 22% in e. di 'fronte' 1. 'fonte'.
» 397, riga penult., iu e. di 'è lucida' 1. 'e lucida'.
INDICI DEL VOLUME
F. D'OviDio.-
I. Suoni.
d intatto: 118-120, 144, 147; in ci: 144;
in e: 147, 343, 408; in i: 118: iu o:
118, 147; cfr a in w: 3
a fuor d'accento, intatto: 136, 156; in
e: 136, 345-6, cfr. « in e: 5; in e:
156; in i: 143, cfr. a in i: 5; in u:
136, 143, 156, cfr. « in o e iu m:
5-6; «fin in o al friul. 346.
Accento, conservato, io parole lec-
cesi d'origine greca, nella stessa
sillaba che in greco: 138 Ifuddó,
asinicni), 141 {sdnsecu)', cosi nel sic.
maidda 373 n; e cfr. 387 Osservata
invece la rigorosa accentuazione la-
tina, contro altri idiomi romanzi, nel
leccese san'i-pu: 139 Reliquie pos-
sibili e pi'obabili dell'accentuazione
latina arcaica: 126n 141, 141 n, 151,
151 n, 167 (fi'iissem). La varia posi-
zione dell'accento, secondo ch'esso
sia in penultima o in terzultima,
determinante una varia vicenda della
tonica: 146, 147-8, 149, I49u, 153,
155. Varia vicenda d'una protonica
secondo la varia sua distanza dal-
l'accenlo: 139, 139n Spostato l'ac-
cento da i a vocale seguente: 128n.
Spostamenti d' accento nel greco-
calabro: 29-30.
ae tonico: 135, 1"6.
ae atono: 141, 159.
A fere si, di a: rina 152: nemula, me
nnecu 121; nlinna 125; perla, resta
126, nieddu 127; scusa 130; tlen-
sione 130n, ccortu, murca 134; 137;
nicchiarecu 138; ì~eare 139; io6,
16Sn; 178; di ae: stati 143, è'iafe
14'J; di au: ricrhia 12^; cie> e 159;
di e: ducazione 130n, ssuttii 134,
bbreu 135; 157, 178; di i: mperiu
124; nterna. mpressa, mpendere
126; nnucent' 127; me nnamuri 130;
157. 167, 168, 178; di o: leitu 122,
ccedeniientu 127; ccisu 128; rienu
128n; ttime ttru 130; Ronzu 134;
di u: rgulu 131; 159; di d: 387.—
'Essendosi il Morosi limitato alla trattazione del vocalismo leccese, ho
procurato di dare nel 1.° Indice quanto dalle voci leccesi da lui citate si po-
teva raccogliere anche intorno alle consonanti. Di qui l'abondanza, che po-
trebbe parere eccessiva, di una tal parte dell'Indice Quanto al greco-calabro,
ne ho spigolato tutto ciò che poteva riuscire più utile ad illustrare indiret-
tanaente i dialetti italiani.
Indici.
I. Suoni.
413
Aferesi nel gi-eco-calabro : 31, 32,
107.
di all'uscita, in ce: 144.
ai rom. at. in e al friul. : 354; in i:
347; cfr. c/.t atono greco-cai. (e),
in i: 10, 100.
àl + cons.: 118-9 (e cfr. 142, 144;; i62,
359.
Apocope: 174n; cfr. 32; di r: 348;
di -co: 353-
-Cirio -a: 119, 147, 359-
Aspirate soi'de in sonore nel greco-
calabro di Cardeto: 101.
Assimilazioni: nassia 136. uccida
UOu , marvancja 137, tebberazeia
173, pruebbiu 127; mpupicare 138;
174 5, 174n, 178. E v. ì-c E pel
greco-cai : 8, 17 8, 19 20, 22, 23, 24,
26, 30, 102, 103.
Attrazione di i: 182, 403-4, 356;
cfr greco-cal : 35; di u: 356.
du latino, inlatto: 136, 156; in o:
135 6, 156.
du romanzo, intatto: 118 9, 136, 162;
in a: 162 (napol. a/e = altroj.
du latino e romanzo, in óu (e óou)
e ó: 142, 144, 343; in doi: 144.
alt latino afono, intatto: 141, 159; in
a: 142, 159, 162; in u: 142, l.ó9;
in uà: 142.
au romanzo atono, intatto: 142; in uà:
142.
-dvit: 174-5, 175n.
b iniziale av. %'ocaIe,in v: 176, 177;
e poi dileguato: andera 119, asu
120, astemientu 127, eddiculu 128,
anarola 13i; eàta ucca 134; ursa
ammace 135; aula, atlia 136, asi-
nicói 138, uccala 142. E v. u. E j8
anche nel greco-calabro è v: 22-3,
102.
b iniziale av, r, in »: vrocca 154, ere.
ecc.; e poi dileguato: riiculu 134.
-b- in -V-: arveru 118; 164 ecc.
b in f: farcene 130 n, iaratiiffulu 137.
b iniziale in ni: Minijentu, minimien-
2U 137; mamminieddu 138; 177. E
V. s. ìrib.
b- e -b- in p : apitu 123, pescuelli 139,
cussuprinu 146.
ò- e -ò-, se resta, ha pronunzia intensa:
subb tu, bliu 139; 177.
bb in }n&: 130.
bj- e -bj- a sempWce j : jatu 137; ICO;
od in g(y: ragga 118, 160. Un j'ij in
i: 102.
JZ- ili j: jancit lì ddu \29,jastemu 143;
163; in gghj-: 163; dilegu^ito af-
fatto, forse pel tramite di gì g, in
asiemd 163.
-òr: 163.
-bv- in -75^-: «jo/Jz, ippi 118.
e- e -e-, intatto: 170; cfr. 134 (fdleca).
e- e -e-, intatto: 171; cfr. 127 (ceuòu).
-e-, per ^ e j", dileguato: 371.
e- (5'w-), dileguato: uttisana 138.
-e-, pel tramite di -g-, dileguato: 23M(^a
123, rdulu 136; 171.
-e- in /•: 171, 171 n.
ca- in c/i/a: 364-5, cfr. chiappari 136,
403; ucceri 119, 403.
/.o greco-cal. in vd: 11.
ce cf: 171-2. E /.e, /.i: 11-12.
eh (k) da anteriore c/ij (kj): chesia 123,
schettu 13), ricchrìledda 13S; scaw»
scat^M, SfrtiiiM, scuppetta, rascu, mi-
scu 140; chesura 141; checu 143 (e
c/iecaw 139); 407. E v, e/, p^.
kh {;/) greco-calabro: 12-4,101-2. E v.
poi S. 0-T.
-cj- in -jj-: lazzu 118; winej^'M 122,
W2'm3'M/M 125, /ìàsw 128, tre^sa, CM2-
4re«M, cozza 129; ferrezzulu (e
rgulu) 131; on^a 135; celizzu 1395
satizza (e awfare) 112; 172.
c^ in c^;: Turchiarulu 131; 162-3. Ma
V. s. c/i. E xX intatto: 11.
con: 169.
•114
Indici.
1. Suoni.
Gonsouatite «ordu in sonora,
dopo nasale o liquida: ngensii
127, surge 128n, 140, surgicchiu.
Frangiseli 129, fungetu 130n, sar-
geniscu, creiate 137; 156, 102, 167,
171, 174, 177. E V. mb, nel. E cfr.
il greco-calabro: li, 12, 16, 19.
rr: 171.
^'s, in ss: cassa 133, lassarne 136,
lessìa 139; 167-8. E ? in ~6: 21, e
in s: 21 n, e in fs: 102.
cfj: 161.
d: 175-6; cfr. greco-calabro: 18-9, 102.
'd- tra vocali in -t-: catu 118, muni-
tula Ì22, facetula 122n, tutiscii 129,
catafaru 137, etrobbeca 139; nute-
care 140; 176; dileguato? 125n,
174 n, 406.
Dissimilazioni: aeulaì'u 119, ne-
mula Ì2i, pruebbiu 127, dechiddecu
(che è insieme un'assimilazione)
128; suluri 130;_;osrt (per sosa) 135,
lerenzia, prudiceddi 138; rannula
140n; satizza (per sazizzaì) 142;
KcZ/ejTa 161; 164; cfr. 30-1.
dj in i: 25siw^w 131-2, >?tenia 127;
in z sordo: miezc 161.
dj in j: 161; e quindi in s (e): crmt
125, isu 129, ose 137, uttisana 138,
resigghiulu 140; o, per consonante
precedente, in r/ : ergu 133. Cfr.
406, 407.
^ lunga, ine: 123, 147; in e: 123, 148,
149; incei'ta tra e ed e: 143; in i:
122-3, 143, 148, 387, e v. ens; in ei:
147-48, e cfr. 344, 359-60; in ie, per
effetto d'i finale, 148.
(f breve, in e: 142, 149; in e: 149;
incerta: 123-5; inze: 124, 149; quin-
di in i: 359; in ei: 125 (dejcc), 344,
360; in i: 343. Ed é in a: 3-4; in
o: 4; in i: 4.
^ di posizione, in e: 142, 150; in e 150,
e cfr. 378-9; incerta: 120, 127, 143;
in i: 125, 143, 150, 344, e v. ect;
in ie: 127, 142, 149 50, 344, 359;
in a?: 126; e cfr. 3-4.
e atona, intatta: 137, 139; ine: 156-7;
in a: 130 n, 137, 142, 156-7; in i:
137, 142, 143, 346; in u: 137-8, 140n,
143, 157; nell'iato: 137, 157. E cfr.
il greco-calabro, s in a: 8;£ ini:
8,100; £ in 0 ed vj in u: 8-9, 20.
e toscana in casi di posiz., come trovi
sue analogie: 125, 149; e cfr. 344.
ect in itt: 125-0, 150; e v. e di posi-
zione.
Et in a e in u: 10.
ens: 123, 148; e v. e.
co ea ei: 125, 149.
Epentesi, di a: taratuffulu 137, sca-
rapielle 162, ciaravello (e cfr. ma-
ramaglia) 165 ; di e ed e : palemìentu
127; 164, 165, 181; di u: 181; di
r: tresoru 136; 164, 174; di nasale:
141 D, e V. bb, nt^ nz; di j: 171,
173, 181, 183n; di g : 354-5; di l:
407, 355; di t: 355. Epentesi gre-
co-calabre, di vocale: 33, 108; di
nasale: 19, 23, 34; dì y: 33-4; di v
e m: 34; di d: 34.
Epitesi, di e: 122 (mie, tie ecc.)»
174-5; di i: 143 (jui, tui); di t: 355;
di e: ibid.; di -de: trcde 123; di ne:
purcéne 138. Epitesi greco-calabre,
di e ed i: 36n, 53, 63, 102, 104,
105; di ne: 34 n.
Ettlissi, di r: rasta 118; 164; di e:
mauritte 162; dì u: 131, e cfr. 141
{sencu). Ettlissi greco-calabre : 32,
103, 107.
f in p: mprettu^ spriculu 129; pa-
sulu 131, spilare ì'ò'è, posperu 140;
166, 169. E cfr. aw greco-cai. in
sp: 14, 15, 22.
ij) in 5f : 20; in s, av. t, 5: v. s. st\
in >', av. f: 21.
Indici. -
fi, in j: junda 134; in e (e 5'), 1G3-4,
e cfr. 161.
ff dileguato, iniziale avanti vocale:
attara 119, addina 128, arrofalu
132, ula 134, ammaru 136, e cfr.
143, ulusti 141; 173; iniziale avanti
r: rasta 118, resta 126, addina 123,
rosia 133, roi 134, rutta, riecu 135,
raulu 136; 173; mediano tra vo-
cali: preulitu 122, rcw^a 124, suu,
austu 134, /aw, fraula 136, fja?2?c
137, casolare 138,rm?t« 139,rettmmM
141, sbraunatu 142; 173. Cfr. -7-
greco-cal. dilegu. : 14-5.
5' risoluto in u: léune liune, niuru
128n, aunu 136; in jì: 173.
p in e: litecu, naecu 139; 173. E cfr. 7
in x: 14.
^ dileguato: tiedda 137, curza 140.
<7 in j: 173, e cfr. 372-3; e quindi in
s (e): sennaru 119, se/w, sennene
125, disetu fusetia \28, sigghiu 128,
cusetu 130, currisulu 131 e 138,
/msm 134, selata 137, sangia 142,
resiri 143.
^ in e: affrici, ponci 143; 173n.
ye yi: 15.
Geminazione, protonica: eddanza
118, trappitu 119, arrofalu 132,
nzarragghia 137, uttisana 138,
cammtsa 140, mucca <««'« 141 (mac-
ca^wre 158), muttillc 154, mellicule
15S, pemmarola 159, tremmnja 161,
-annj'a 165, ammore, 'wwammwra^c
169, cM^owne 174, seppuldura 176,
Mabbelloneja ìli (e anche in mer-
WcM^e piccole more; e notevole come
invece manchi in /ma strena 122,
Rafeli 137, capgune 176; e come sia
solo apparente in ^rw^jpcy'arejc, i?a(-
frwmcje 164, metat. di turp- che nel
fatto si pronunzia turpp- ecc.); pos-
tonica: simmenu, racimmulu^ sen-
neru 125 (Jennere 149), omwiecw 131,
1. Suoni.
415
2')ummece xucummeì't' (cummarella
156), tumììienu 134, camwjara, ajn-
ninrul36, taratuffulu, ommere 127,
fimmena (femmena 147), etrobbeca
139, re!/M?mM 141, cuccuasa 141 n,
fuddaca, ommini 142, ^i Cinniri e
^a cenncri 143, simmcla, pinnula
150, }72p<<era 154, miccula, jutta ino
161, gliommcre 163, fummo 1G9,
maidda 373; e v. u in 56, u in jJJ?,
(mancata invece in pinatu 138, che
dev'esser merid. comune). Gemina-
zione spontanea della iniziale: 178-9,
409; 0 determinata dalla parola pre-
cedente : 178, 179-81. E un numero
portentoso di geminazioni d'ogni
maniera ci dà il greco-Calabro: 34-5,
108.
gì: 163; e cfr. 129 (tregghia). E 7).
greco-cai. intatto : 14.
yu: greco-cai. in mm e m: 14-5.
gn: 173.
gv: sangu 118; 173.
i lungo, intatto: 128, 150; in e: 128,
150, 375-6.
i breve, intatto: 128, 143, 150; in e:
128, 143, 150-1; in et: 151.
t' in 0: 3; in e: 3.
i di posizione, intatto: 128-9, 143,
151, 152; in e: 129-130, 143, 152.
i a tono, intatto: 138, 142; in a: 139,
142, 157; in e: 138-9; in e: 157;
in u: 139-40, 140n {rannula\ 143,
157; dileguato, protonico: 119 {sur-
tieri) , 140 (farnaru, erdate, tre-
stieddu), e postonico: 140 {arma,
nasche, surge), 157-8; nell'iato: 140,
158. E t greco-cai. in e: 6; in w: 6.
Iato: 128, 134, 137, 150, 154 (strujc),
157, 158, 159, 181.
-icare, -igare, 172, 173; cfr. castiare
138; e v, s. j in s.
-té- (da iS) in i: 123, 348.
-inde: 176.
416
ludici.
Intluouze varie dell'i a tono de-
sinenziale sulla determina-
zione della tonica: 124, 127,
131, 133 1, 143, 146, 148. 149, 150,
151, 152, 153, 154, 155, 156; del-
l'-w: 121, 127, 131, 133-4. 143, 148
(al num. 8i, 149 (al num. 17), 153
(al num. 42), 154 (al num 45); e
cfr. 158 (al num. 79);dell'-a: 119,
124, 131, 132, 149, 150, 152, 153,
154, 155.
Influenze varie delle conso-
nanti sulle vocali a loro at-
tigue: 118, 131, 133-4, 137, 138,
139, 142, 147, 151, 156, 157, 158,
159 E cfr. il greco-Calabro: 3, 6,
8, 9, 10-11.
io (dà fò), in ito: 131-2, 344-5.
-io atono in -i: 119, 119a.
j\ intatto: 159; in g(/: 159; in s fé):
pesu 123, swamientu ^ sumentu
127, socu 131, segghiu 133, suru,
suu 134, sudili 135, sennaru 136,
sufF. -isaye {-eggiare) 138, 141, su-
vvdiu 139, sucare 140, suramientu,
sencu 141 ; e v. dj in s, e ^ in s.
j complicato, v. (/, rj ecc.
j piostetico, V. 'Piostesi'.
j e gghj: 159, 173, 181.
l in n: tummenu 134, asinicói 138;
162.
l iniziale, o mediano tra vocali, in »':
161-2. E greco-cai. X in r: 2S.
l interno, avanti consonante, in r; av.
e: surcu 134, ^ncarcare 137, e cfr.
164; av. f: darfinu 142, sur fé ecc.
162; av. p: curpa 134, vorpi 143;
av. t: surtieri 119, urtemu 134,
curtieddu 141 e curtielle 162; av.
v: sarou 118, puroere 134, purgula
140n. E v. aZ + cons, o^-fcons., ecc.
y greco-cai, in l: 27.
1. Suoni.
Ij in n: nemmaru 131.
Ij 0 Uj inj: 159, e cfr. 347; in gg^j:
agghiu, pagghia 118, mug ghiere
123, sigghiu, figghi't ecc. 128, ecc.
ecc. ; cfr 159. Pronunzia intensa
del toscano ìj , e come gli {UJi)
venga a Ili: 160n.
Is in s: 349 n, 352.
Il in cld: padda 118, gaddinaru, pvd-
decaru 119, stidda 126, suff. -tdda
ecc. 126, pudditru 128, ecc. ecc.
E co>ì il greco-calabro -).>- (pur da
-).-): 27-8; e cfr. 103, 113.
Il da t'I: reddu 141, spalla, fella 163.
-m- tra vocali, in -mb-: vomharu 142»
camberà, cambumilla 169, 386.
m da v: 166, e cfr. 177n. V. b in m.
E cfr. greco-calabro: 23; in p: 24.
mb in wim fé >n): ncammiii 128, trum-
metta 129, jimmu summu 130,
chiummu 134, rtmmace 135, ^em-
miccu 136, mamminieddu 138; 177.
w/^; in n: 161.
Metatesi, di r: crapa 118, frebbaru
119, preulitu 122, permateu 128 n,
«erufjcw 129, ^«ru 130, sarcedote, tro-
viate^ trenu 131, trubbu 134, ytcra-
store 136, prvmintu, Irumpare 138,
fersura 139, uncMedia, sbraunatu,
frabbacu 142, craoni 143; 164, ^sro-
jcre 173 ; ghiottornia 376-7 ; cfr. gre-
co-calabro: 35, 103-4, 108; di/: 389;-
di s: stintinu 143 (napol. e canipob.
stendine ecc.) ; - di t: 370 n, 372-3;-
tra re/, iniziali di sillabe contigue:
fala'iru 131, scalerà 132 ( merid.
Cora, scarola, tose, scheruola, frane.
escarole; e v. Littré, Deci s. v. ),
palora 133; tra Zen: ponnula 139;
putresinere 157; tra ne m: cwr-
MiMnMsa 136; e così, tra iniziali di-
verse di sillabe successive nel greco-
calabro: 38, 108.
Indici. — I. Suoni.
417
mj in n: endivia 125, sina 12S; 161.
E pure il //j greco-cai.: 24.
mm da nv: mmertecu (e smersa) 126,
ciimmentu^ tie 'mmenti 127, mmece
12'?, 'mmizsu fuvvHzzo, quasi 'in-
vezzo') 129; 166, 404.
m'n in m : 400
uv in mni'. 24, 102.
-n- tra vocali in nd; 1G9, 170 n.
-n in w: 364.
'■> in ^: 23: in p: 23-4.
«(?, intatto nel leccese: indu^ sindu,
prindu 125, -endu gerundio 126
ecc., junda 13t, rindina, mendula
135, mandalu 136, sprandure 142,
ì'espondu, fiondala , scanditi 143;
in «n, nel leccese annisare: 138,
e nel campobassano: 176; quindi in
-«-: 176, 353, 364.
nghj in j~: 163.
nj: 160-1, 160n. Anche greco-cai. vj
in n: 23.
n'm inrm: armulidda 128, arma 140.
nn {rtd) in n: 169.
non: 158.
ns in ss: cussuprinu 140; cfi*. 166,
167.
nt, m da <<, 22: pruìnintu 138; menza
127, minimienzu 137. E v. 66,
v5 in ^^: 17-8.
nu: vedi mm da n».
d lungo, intatto: 130 1, 143, 153; in
u: 130, 1-43, 153; in ou: 153. Ed w
greco-cai. in u: 5, 100
6 breve, intatto: 131, 132, 142, 153,
154; in uo: 153-4; in uè (ed e :
131, 341; in u: 131-2, 404 5; in oa:
360. Ed 0 greco-cai. in m: 4. 99 100.
6 di posizione, intatto: 133 134, 142,
154; in uo: 151; in uè (ed e):
133-4, cfr. 3 0; in w. 132 3, 154,
155n; in a?: I32u.
0 atono, dileguato: 140, 158; in a:
140, 158; in e: 140, "'58; ine: 158;
in i: 143-4; in u: 140, 158; in au:
140. Cfr. 403. E greco calabto, 0 in
a: 9, in i: 9, in e: 9-10, in ?' : 100-
101 ; ed w in e: IO, in m: 10, 101.
o toscano in ca.'^i di po-izione, come
trovi sue analogie: 132-3, 154, 406.
oe tonico: 135, 156.
et greco-cai tonico, in e: 5.
0^ -r esplosiva dentale: otu ota 133,
sodu 134, utare 140; 162. Cfr. o^-t-
cons. , e l av. cons.
ou campobassano da o: 153; da u:
155; ou {00) fr-iul , anche da ó: 345.
c'j greco-cai. tonico, in 0: 5.
p in b: etrobbeca 139, bbrile 176-7.
-pj- in cc', accu 118, Sicra 125, re-
s'uccu 134, Lecce 135; 161.
pi in c/ij: chianca, chiarita 1 18, chinu
122. c/iicM 128, chiuppu 132, chium-
mu 134; e v. c^ da c^j Inoltre:
163 E greco-cai. ttI intatto: 19,
25; e cfr. 103.
Prostesi, dì j: jeu 124, jiii 143,
181 2; di v: 181; di l: lenazze
139; di a nel friul. 334 5; di g nel
friul. 344; nel greco Calabro, di a:
32-3, 108.
ps: 168. E -^ in ^: 22; in fs: 102,
in sp: 22 n, e sf: 102.
^u- in e, nel pionome: ci ce 138, 139,
172, cieddi 138n; Ceree 172; in f:
385.
5Mt atono in cu: secutu 124, cunta-
decima, dcula 140; 172.
r: V. s. 'Apocope', 'Dissimilazione',
'Epentesi', Eltlissi, 'Metatesi'.
r \n d: 165
r di per: 164 5. Cfr. le vicende di
dnh nel greco-cai.: 19.
p in /" av. 5: 103.
re in ce: 164.
418
Indici. — I. Suoni.
rj: V. -Cirio -«; e stoni, cueru 131; e
153. rj in y al tose? 379-^0.
rs: 165; cfr. 408,
5 meridionale: lGG-7. Ma pel greco-
calabro: 24-5.
5 in s, avanti a date consonanti:
16G-7; avanti a vocale: 151 n. An-
che al greco-calabro in s e 2 av,
i: 102.
se e: 160, 337.
ò- in 2: 167; dopo «, in i; 167.
(j^/ in s: 13-4.
sj, ridotto a solo s : asu, casti, cerasti
120, mastinu, ctisu 130, pasw^M 131,
cusetura 134; o fattosi e: 160 (e
cfr. busei 128). E cfr. 380, 403-4,
E nel greco-calabro, aj a u: 25, 31.
ss in s: 167; in ^^?: 167, 408-9,
st in ts : 169, e cfr. ps e ^^ ; in ss? 168.
st greco-cai, da f^, yr (u.3-, ut, ttt),
^•^, X^ (/-t): 20-21. Ma cfr. 7.
str in s": sowzc 118, sina 122, fenesa
126, cam's'^M, capisu, sittu , mesu,
riesu, menesa 129, e via via 133,
136, 141, 143, 144; e pure in greco-
calabro: 28-9. Sulla genesi di que-
sto s da str, v. 144 n, 407.
-t- in -d-: pedata 136; e dileguato in
uu caso affatto speciale: fraima
ecc. 137, 406; cfr. 125 n, e 174 n. E
pur greco-cai, t in d: 16.
/, dopo n 0 r, in cZ: 174; e pur greco-
cai.: 16.
t finale: 174-5.
th (5) greco-calabro, intatto (cioè p)
16; in -d-: 16; in ;;^: 17; in y: 17,
101, in T, dopo Xi fi ""' Pi ^•' 1^-
tj in f: scorga, setter gti, consu 133;
161, 165; in e: 347-8. E v. cj.
j?: 163, E V. Il da </.
«r leccese: 144.
tt in ni: v. nf, 1x2.
ù lungo, intatto: 131, 151; in ù :
154.
ù breve, intatto: 134, 143, 154-5;
in 0: 134, 143, 155, in ou: 155,408.
a ài posizione, intatto: 134, 143^
155; in 0: 135, 143, 155; riflesso
come un 6: 135, 155; come un «';
135, 155.
Il da uo, uè, 404-5,
u atono, intatto: 141, 158, 159; in fl;
134 [còccahi, cfr. 154), 141 {chia-
sura), 158-9; in e ed in e: 141, 158,
159; in aM:141 ; dileguato: 141, 159.
uo da o, 0 da d di posiz, : v. s. questi.
E cfr. 405 n,
ulc, iils, ult: duce 134, ìnulu 134,
stuetecu 135; 162. Cfr. a^ + cons.,
o^ + espl. dent., ^+cons.
V dileguato, iniziale: ina 122, elénu
123, inni, endina, indù 125, ersti,
erme, estu ecc. 126, ecchiu, i! idi!
ilu! 127, acaìitia, essica, itru, idi,
ide, ina 128, ulateu 128n., entrisca,
enisti, istti, iticu, inti, enditta, iziii,
isu, Ergene, erde 129, tii, eziusu,
uce, titu 130, ettoria, ohi, ommeu,
ueli 131; 133, 137, 138, 140, ecc.;
166; - primario, 0 da b, mediano tra
vocali: chiae, lati 118, aire, leitu,
-ia (-ebam) 122, -itiu e enistiu
122n, siu 122-3, leu lea \2\, jernti,
cernijentti 127, acantia, nie, fuse-
tia 128, -eu (-ivus) 128 n, maraeg-
ghia 129, caaturu 130, deotu, neii
noa, tnóere, ce, proa, fara'ilii 131;
135, 136, 139, 140 ecc., 166; a con-
tatto di u: 165; a cont. di r nel
friul.: 348. Cfr. greco-cai.: 23.
V vocalizzato: 23; cfr. 165.
V in. bb: de bbiru sinnu 123, bbinni ,
bbue 133 n; 165.
V in f: fungetu 13 Jn, calafaru 137,
furteciddu 133, 385; cfr. b- in f. E
1-) [8) greco-cai. in « ? 23.
Indici. —
e in -pp-: Grippi 125; in ^J dopo s:
spergunatu 118.
V in m: v. vi da u, e m?n da jzu.
ty: caggùla 132; 160.
-?;?/« (-y«-) greco-cai., in mm : 8.
io: 165-6.
V tonico greco-cai. : 3.
II. Forme.
419
y: 135
■j atono greco-Calabro, in w: G-7, 101 ;
in i: 6; in a: 7; in e: 7.
</ atono: 141,
2Z in n.^ : v. nt, ns.
z meridionale: 167; cfr. 160. Ma v.
pel greco-calabro: 102, 103.
? in /: 103.
II. Forme.
Nome.
-en che s'avvicenda eoa -is ecc.: 400.
Jdte -tei: 174 n.
■etisi-ano-: 160; cfr. 47.
-puhi-s, -polo : 380-82.
-èco -eco 389-90.
Sostantivi da forme aggettivali: 119-
122n, 158 {zijano zio), 365, 305-6,
403-4.
Tipi nominati vali: 125, 125n, 167
(Zembliceta), 349, 4 1 0 ; cfr. greco-cai.
A'jelléo 9n.
Tipo neutrale in -s (latus, minus) ben
conservato? 349-51; cfr. 367,
Obliquo latino ben conservato: piperà
128, 137, oìnmene^ nemmaru 131
(gliomrnere 163, cicere 137 (cfr.
142); 39'8-402.
lens lendis: 398-401.
Estensione analogica dell'-o (-ii) e del-
V-a desinenziali nei sostantivi: apu
118, reità 148, poca ecc. 151, tosa
167; e negli aggettivi: 182,
Conservazione ed estensione analogica
della desinenza neutro-plurale, in -a:
139, 143, 149, 151, 154, 172n, 173; in
-óra : 140, 149, 150, 158, 182 (casera).
Altri plurali latini ben conservati: su-
turi sorores 130; sarós 348.
Plurali interni : 146, 148, 149, 150, 151,
153, 154.
Plurali fossili: 302-3.
Mozione interna degli aggettivi; 146,
149, 150, 152; dei pronomi: 152.
Aggettivi da forme participiali: sum-
mutu 134, nettccutc 171 ; cfr. napol.
arruiiuie rugginoso, nap. e camp.
cecate cieco, pundute aguzzo; e pel
greco-calabro: 46, 55.
Pronomi neutri: 152, 172 n, 182.
Pronomi possessivi: 149, 155, 182, 408,
409.
Pronomi possessivi suffissi al nome :
1.30 n, 137, 138, 153, 156, 182.
ilio- il la- suffisso al verbo: 182.
quid: 176.
ssu ssa, ipso- ipsa-: 168.
ci per la terza persona: 182.
cieddiy quem o quid velles: 138n.
Greco-calabro.- Articolo: 36.
Suffissi nominali: 39-44, 108.
Composizioni nominali: 44-5, 47.
Declinazione: 36-9, 104-5.
Terminazioni neutro-plurali estese ai
maschili: 38, 108.
Accusativo con v, ancora discernibile
nel greco-cai. di Cardeto: 104.
Aggettivi: 44.
Numerali: 47-8.
Pronomi : 48-9.
Verbo.
Forme analogiche:
172.
18, 117, 157, 167n,
420
ludici.
II. Forme.
Forme con pronomi personali suffissi:
122, 129 l-istiu), 152, 167.
Modificazioni interne (della vocale to-
nica), indici delia seconda persona
singolare: 146. 148, 149, 150, 151,
152, 153, 154, 167, 1H3, 1-^4; e della
trrza plurale: 148-9, 150, 151, 152,
V>3, 154, 184.
La sec. pers. sing. in -s a Trieste :
363 4.
Scambio tra gli ausiliari 'avere' ed
'essere': 183.
Perfetti forti: 118; cfr. 396-8. Perfetti
con -si: fase \òo, stesuru 'stettero'
143; con -\i: 155, 184, e cfr. 125
(crippi).
-àu e -àtt da -àvit: 137, 139, 174-5,
175 n.
Il 'Futuro' meridionale: 136, 139,
183.
Il 'Congiuntivo' meridionale: 183,
409.
-ss e ni, -sses: 152
Antico accento ben conservato nel tipo
legissèmus legissètis ecc. 148. Oltre
la forma tr-adizionale un'altra forma,
nuovamente coniata, della seconda
plurale: 167.
Reliquie di piucchep. indicativo: 409.
L' 'Imperativo' meridionale, eclettico:
168, 183.
Una prima persona singolare d'impe-
rativo: 168.
Il 'Condizionale' meridionale, eclet-
tico: 168, 183 La Seconda singolare
e la plurale, composte con voci di
-acessi (hibuissem): 163; cfr 367
a (ad) interamente fu.so con le voci
dell'ausiliare 'avere', nelle forme
perifrastiche come Zio a fare {aja
fa) ecc. 179. 183n.
Paradigmi campobassani di 'avere',
'essere': 183; della conjugazione in
-dre: 183-4; della conj. in -ere -ère
ire: 184; di 'stare', 'dare', 'ire' ecc.
184.
Participj italo provenzali in -sto = -so,
394-5, 410.
Il pai'ti("i|iio veneto in -esto ed -isto,
393 98.
Cuiio.so composto, verbale, di verbo
con nome: 150n, e di nome con
verbo: 32. V. pure Indice IV.
Il derivativo verbale in -ia- [altiare
ecc.): 373 5.
Suffissi veibali del greco-calabro : 49-
52. 105.
Flessione: 53 61, 105.
Reliquie dell' 'Aumento': 53, e cfr. 105.
Particelle.
'propria' come avverbio: 182.
'su' e 'giù': 165, e cfr lo5n.
'taudo' formato per antitesi a 'quando'*
172.
lloche. llnnìiela: 154.
-inde, -ènne: 176.
-5 desinenza avverbiale, 350-52.
q uomo do 181; a (ad) od e (et) ab-
barbicàtovisi in fine: 180-1.
q u am, ca: 172.
'in': 169.
cala (y.xzx) : 409.
'dove' come preposizione: 155.
Particelle greco-calabre: 61-64, 106.
Sintassi.
L'oggetto espresso con la prepos. a,
anziché col solo accusativo, nei pro-
nomi, nei sostantivi di parentela col
posse.?sivo suffisso (182 ecc.), e nei
nomi proprj. Cfr. 183n, 409.
Indici. — III. Lessico.
481
abòeld 148.
acantia 128, 410.'
acucilla 170.
adglutire 163.
adlutulare 161.
agótile 383 n.
ald 147.
alacer 118, 354.
alluterà 161.
ammainare 372.
amoscino 387.
anche 171 n.
andare 369-70.
anfanare 390-91.
animulilla 128.
annicularicus 138.
annisare 138.
ansula 141.
appulsare 162.
appusd 162.
aquana 334.
armulidda 128.
arresela 148.
asinicói 138.
asola 141.
astimare 122, 163.
awca 136.
a«?rt 136.
avica 136.
axungia 134, 168.
baccano 387-8, 410.
bajula 136.
beta (betula) 147,163.
bettola 388.
bietta 388.
borchia 388-9.
broccus -a 154.
bucato 158.
III. Lessico^
Busso n. loc. 163.
cq/era 119 n.
calpesd 168.
ca??zmtna)'e 177.
canatu 140, ca/f nate 158,
173.
canoscere 140.
capare 176 n.
capisale 138.
cara 119-121 n, 404.
carreggiare, 138, 147.
carMso 404.
caulis 136, 142, 156.
cencio 125.
cera e ci'era 119-122n.
ceraseus -ea, 120,
160, 403-4.
cerboneca 389-390.
Ceree n. loc. 172.
cercine 400.
cerea 11 9-122 n.
cerise 404.
cernijentu 127.
chesia 123, 'cchieseja
157, 160, 178.
chianca 118.
chianchiere 119, 147.
chidppari 136.
Chiejja 147.
chiugta 163.
cicum 171 n.
cieddi 138 n.
ct<M 136, cito 148.
clavus 118, 147.
coccaht 134.
coccola 154.
cogito 130.
collyra 135.
colonna 135.
come 181.
compellare 126.
concheola 154.
conchulo- 134, 154.
consobrinus 140.
consuo (*cosio) 130,160.
conto, racconto 133 n.
contrastare- e con-
testari 122 n.
coppola 155.
covelle, cavelle 138 n.
cozzeca 169.
cras 167.
crcn^e (ji we) 167.
crep(i)tus partic. 127.
cubitus 181.
cucchiu aggett. 132.
cuccuasa 141 n.
cuddura 135.
cuffejd 173.
cummareUa 156.
cunula 170.
cugcchelc 154.
cuottc 161.
cupielle 348.
curia 140.
cusetu 130.
cussuprinu 140.
d(e)excito 125, 410.
derlampare 136.
devacuare 136, 410.
digitus , digitale 128 ,
151, 173.
dilefìare 385.
disetu nome 128.
disetu verbo 125.
* Ricordiamo come il greco-cai. e il friulano abbiano loro speciali lessici
nel corpo del volume: il primo a pag. 64-71 e 106, il secondo a pag. 334-42.
Archivio glottol. ital., IV.
422
ego 124, 143, 182.
ellum 150.
encaeniare 135.
erinaceus 157.
erteciddu 138.
exinversare 12G.
facchino 390.
facetula 122 n.
falaùru faraùlu 131.
fanfano 390-91.
fatappio 382-85.
ferge 138.
feria 147.
fersura 139.
fervere 126.
ficedula 122 n, 176.
fiezsu, fleto 125 n, 135.
fig ghiulisatu 138, 140.
-focare (-faucarej 131,
136, 156.
foeteo 135.
foetor 125n, 135.
fame 118 n.
forfex 133,140,165.
frigidus 128.
fringillus 128.
frizzare 375.
frixorìa 139, 410.
frondea 133.
fucete 130n.
fuMó 138.
fumesia 141.
fumiere 147.
fungetu 130 n.
furteciddu 138.
fusetia 128.
ghiado 377-8.
gibbus 130.
glastrura 118.
glomere- 163.
glycyrriza 141, 158.
golioso 153.
gomena 386.
Indici. — Ilf. Lessico.
gondola 170.
graculus 136.
baiare 147.
hirundo 135, 155.
Ilicetum 157.
immu 130.
impulsare 162.
infrictare 129.
insemul 128.
intesare 139.
interzare 346.
inturholeg giare 141.
inuxorare 143, 153.
inverticare 126,
jeta 163.
josa 135.
la gè nulo- 156.
largio- 173n.
laurus 136, 142.
Lecce 135.
lendine 398-401.
levio- 126.
Lucito 157.
Luppiae Lypiae 135.
maddemane 148.
madia 372-3.
magida, magis 372-73.
mandahc 136.
manicula 163.
maniere 147.
maniglia 163.
mansione-, admansio-
nato- 130, 160.
mantesinu 136, 350.
marranga 137.
massaru 119.
masseira 148.
mattone 373.
maszecà 169.
m6M^(t 162.
melo- 0 milo- (ma-
lum)? 147.
mensa 148.
metrum 337-8 n.
mezzo 375-6.
micula 159.
miedri 337.
minimienzu 137 .
miniininieddu 133.
m,m,ertecare 126.
molo, mole 360 n.
raonèdula 122.
Tnpupicare 138.
mucca turu , macca ture
130, 158.
ìnucchio 391.
munitula 122.
««ca 140, 407.
nachiru 122.
nannrfsem' 132 n.
nasche 140.
nassia 136, cfr. greco-
cai. 32.
natare 118.
nauclerus 122.
«cmM?a 124, 140.
nfurgare 137.
nfurra 132.
nghiaccate , nguacchiate
181.
nghiand 408.
nghiaste 157, 163.
nguajd 161.
«iccZiiarecM 138.
m'TOM^M 4.
«o/a 371-2.
«{rame 118.
n«wn<M 132.
nurus 134.
wMfócare 140, 406.
nzireja 157.
w^jwrnre 143, 153, 159 .
obraucatus 159, 410.
Ognissanti 180 n.
origanum 128 n, 410.
orinolo 380,
Indici. — III. Lessico.
423
uvura 131.
pandeche 169.
panici um 353.
panlcum? 353.
papusa 141 n.
paramenti 137.
pedata 136.
peditum 148, 149.
pennaluru 131.
peritarsi 391-2.
pertusum 154.
pettula 152.
picce peccejà 408.
picchi 136 n.
-piccare 151.
pictare 151.
pinsare 119, 130, 410.
plotus 163.
plubico- o41n.
ponnula 139.
populus 132 n.
post-cras 140, 144, 167.
pozzo possum? 408-9.
praegno- 155.
pusilla 167.
puzella 167.
quadragesima 123, 173.
querquedula 385.
rara 160.
rasea 160, 386.
rasta 118.
ràulu 136.
reddu 141.
renaccg 157.
restuccu 134.
retta {dar) 392.
rezza 125.
riénu 128 n.
riesu 129.
rubi e are 339.
rugumare 141.
rungielle 156.
Salgite n. loc. 148, 162.
Salicetum 148, 162.
sampsuchum 141.
sànsecu 141.
satizza, 142 (e cfr. In-
dice I, s. Dissimilaz.).
shelà 148.
sbuterd 161-2.
scalora 132.
scamazzà 407.
scapolo 371 n.
scippare 151 n.
scojetate \scuitate\ 37 In.
scortea, scorteum 133,
161.
screzio 392.
scucciato 404.
scutellarium 158.
SfZarras'ia 156.
solate 167 n.
sencu 141.
sepali 137.
seralia 137.
sfincetu 130 n.
sguessa 408.
sili 128.
smerda 126, 404.
smestere 404.
socius 154, 340, 408.
some 118.
sor bea 132.
sorbiculare 154.
sor[i]cula 164.
sorores 130, 348.
sorso 406.
spandecd 169.
spara 147.
spingula 141, 141 n,
151, 159.
spula 157.
stuetecu 135.
siMtore 153.
subta 134.
subula 163.
swez 340.
suffundare 176.
suluri 130.
sMmmw 130.
suocce 154.
surchid 154.
surpd 158.
survia 132.
ta mende (ji) 150 n.
tampanu 141.
taranola 137.
tarma 400.
tarmen 400.
teganum, izanM, fe-
Jane 137, 169.
te geli a, tiedda, tiella
137.
tìnchiu 125.
torpidus 155 n.
transire 160.
trapetum, trappitu 119,
122.
freca 170,
fre/) 341.
irestieddu 140.
tricari 170.
tóvio- 341 n.
trumpare 138.
truppejdreze 164.
<M>nM 135.
twpanara 162.
Turchiarùlu u. loc. I31*
<Mrde 155.
turpeggiarsi 164.
tymus 135.
ustulare 140, 163.
uttisana 138.
vacantiva 128.
vadiare 161.
vagiuella (vaginula),
vajenella 173.
urfnuera (a) 930-91.
varoletta 139, 157.
verticulo- verticillo- 138
163.
424
Indici, — IV. Varia.
vincido 130 n.
viria 139, 157.
vomicare 165.
vritte vretta 155.
vrocca 154.
vuoto 370-71.
vute (gomito) 181.
zeffunnd 176.
zica 171 n.
zòcchela 164.
IV. Varia.
Cenni geografici intorno al greco-ca-
labro: 1; cenni storici: 71-78, 110-15.
Bibliografia del greco-calabro: 2.
Testi greco-calabri: 79-99, 116.
Cenni storici e geografici intorno al
leccese: 117, cfr. 142-4; al campo-
bassano: 145-6.
Bibliografia del leccese: 117-8.
Bibliografia friulana: 184-7.
Testi friulani: 188-333.
Cimelj tergestini: 356-367.
II 'basso latino' ('mlat.'): 120 n, 122 n,
125 n.
Reliquie dell'arcaica accentuazione la-
tina: T. nell'Indice I, s. 'Accento'.
II principio analogico: spinte e inten-
sità dell'azione sua : 394-97, 399-401 .
Assimilazione fonetica per paralleli-
smo ideologico: 123, 147 n, 149.
Divariazioni fonetiche adoperate a mag-
gior distinzione ideologica: 122, 146.
Scambio di prefissi verbali, e prefissi
ambigui: mpisu 123, mmizzu 129,
ndoru 131, ntuntu 132, mmoddu,
ncordu 133, ncustare Ìé0,nfocu 131,
135, 158 (num. 75), e cfr. 178.
Composti notevoli: 176, 385; e v. pure
Indice II ; e pel greco-cai. : 32 {sca-
lapenno), 44-5, 47, 70.
Fusioni curiose di due voci sinonime
in una: 167; 46 n.
'Paganino' per 'bimbo non ancor bat-
tezzato', 43 n.
'sacro' per 'battezzato', 343.
'calderajo' per 'zingaro', 119.
'uomo di mare' per 'lavorante al fran-
tojo', 122.
'milanese' per 'catenaccio', 138.
'dalmatica' per 'tunica', 387.
'pane schiavonesco' (impastato col mo-
sto cotto), 152.
'damasceno' per 'fico', 387.
'signore, signora' per 'padre, madre',
130 n; cfr. 3n (greco-cai. curi-
y.yptoc).
'nonno, nonna' per 'signore, signora',
132.
'canità' per 'crudeltà', 174.
'nero' per 'majale', 70 (s. kuni).
'culla' e 'nave', 140, 170n.
'tosco (parlare)' per 'pulito, colto', 168*
'parlare a spiovere' per 'parlare a
caso', 167.
'temperare' per 'impastare', 138.
'scegliere' per 'sbucciare', 176 n.
'sonno' per 'sogno' e 'tempia', 161.
'sacra' per '^'cbierca' e 'cocuzzolo'
343.
'doppio' per 'spesso', 163.
'impiastro' per 'inezia', 157, 163.
'spendere' come il contrario di 'appen-
dere', 123, 148.
'per-a-mente' per 'a proposito', 137.
^tispo (TtcTTroTe) e tipote' per 'niuno,
niente', 49, e cfr. 19.
'tale' per 'tanto', nella funzione av-
rerb., 352,
'uni' per 'alcuni', 352-3.
'uom' per 'si', 353.
Una 'fata delle acque' 334.
Il 'caprimulgo': sua onomastica e sua
mitologia popolare, 382-85.
Nomi locali desunti da nomi di piante .
40, 148, 157, 168, 172, 359-60.
APPELLO AGLI STUDIOSI ITALIANI,
ft
CONCERNENTE
LA 'FONDAZIONE DIEZ
Com'è noto, in Alemagna s'è da qualche tempo introdotto l'uso
lodevolissimo d'onorare gl'illustri trapassati, piuttosto che con ista-
tue o altri siffatti monumenti, con delle 'fondazioni', le quali , inti-
tolate dal loro nome, giovino in qualche modo al progresso delle
scienze o discipline in cui quegli si furono segnalati, o tornino co-
munque in qualche benefizio dell'universale. Tale è, per esempio, la
'Fondazione Bopp', istituitasi, alcuni anni sono, per promuovere gli
studj glottologici in generale.
Ora, da molti fra i discepoli e ammiratori dell' illustre romanologo
Federigo Diez, morto il 29 maggio dell'anno scorso, si è sentito il
vivo desiderio d'intitolare dal suo nome una fondazione che abbia
per iscopo di promuovere studj e lavori nel campo di quella filologia
romanza della quale egli ben può chiamarsi il fondatore, e, incorag-
giandone il progresso sulla via tracciata dal gran Maestro, giovi
così ad ampliare e fecondare le nobili resultanze da lui conseguite
e serbi a un tempo ognor viva e presente la memoria de' suoi meriti
imperituri.
Quindi è che da alcuni dei principali filologi e romanisti alemanni
volendosi mandare ad effetto questo pensiero, già nato pur nell'animo
di parecchi studiosi anche fuori della Germania e particolarmente in
Italia, s'ordinò dapprima un Comitato in Berlino, poi un altro in
Vienna, facendosi appello da entrambi (l) a quanti v'hanno, in qual-
(1) La circolare del Comitato berlinese porta la data del 1** febbrajo 1877
e le firme dei professori Bonitz, Ebert, Gròber, Herrìg, Mabn, Màtzner,
Mommsen, MùUenboff, voa Sybel, Sucbier, Tobler, Zupitza. Quella del Co-
mitato viennese, la data dell'll aprile 1877 e le firme dei professori Demat-
tio, Hortis, Marlin, Miklosich, Mussafia, Schuchardt.
426 Fondazione Diez.
siasi paese, discepoli e ammiratori del gran romanologo, per l'isti-
tuzione di una
«FONDAZIONE DIEZ',
e invitandosi a prendervi parte anche tutti coloro a cui in generale
sta a cuore il progresso del lavoro scientifico, siano essi di stirpi
latine, le cui lingue il Diez insegnò primo a rettamente conoscere
nelle loro reciproche attenenze e nella loro intima natura, siano essi
suoi connazionali, che per opera di questo illustre concittadino vi-
dero cosi notevolmente accresciuto l'onore degli studj alemanni.
Non s'è ancora definitivamente fermato il modo in cui dovrà essere
usufruttuato il capitale che si vuol così raccolto al fine di promuovere
il lavoro scientifico nell' àmbito degli studj romanzi. Ma l' intento
principale è di conseguire un reddito con cui premiare, a determinati
periodi, quelle piti meritevoli opere che si pubblicheranno nel campo
degli studj neo-latini, e ciò sempre senz' alcuna distinzione circa la
nazionalità degli scrittori, e, per quanto sia possibile, pur facendo
che ai giudizj prendano parte de' periti d' ogni paese. Si vorrebbero
anche assegnati dei premj alle migliori Memorie intorno a temi da
proporsi. Chiusa poi la raccolta dei fondi, pel che è fissato il 31 di-
cembre 1877*, la 'Fondazione Diez' sarà annessa a uno dei primarj
Istituti scientìfici, da cui ne dipenderà ìndi innanzi l'amministrazione.
I sottoscritti, docenti italiani di filologia neo-latina, costituitisi in
'Comitato per la fondazione Diez', rivolgendosi ora come fanno an-
ch'essi ai loro concittadini per invitarli a concorrere a codesta bel-
l'opera, non dubitano punto che questi ben sentiranno come incomba
alla primogenita fra le stirpi latine di mostrare in quest'occasione
la sua viva gratitudine e la sua profonda venerazione a quel glorioso
che fondava la scienza delle lingue romanze, e di contribuir così ad
un tempo all'incremento d'una disciplina, la romanologia, che dovrà
far parte essenziale della coltura de' popoli neo-latini. Essi tengono
per fermo che gli studiosi italiani, in questa nobile gara internazio-
nale, risponderanno degnamente alla fiducia espressa negli appelli
che ci vengono d'oltr'alpi e che già hanno trovato pronta adesione
anche in Francia, in Inghilterra ed in Rumenia.
II contributo al quale sono invitati gli studiosi italiani, sarà in-
cassato dal librajo-editore Ermanno Loescher (che ha casa a Torino,
a Roma e a Firenze), pregato dai sottoscritti a far da tesoriere.
Chiusala colletta con la fine dell'anno*, e previa pubblicazioQe di un
' Il termine è stato poi prorogato a tutto il luglio del 78.
Fondazione Diez.
427
^onto particolareggiato di quanto si sarà raccolto e dei nomi dei
singoli contribuenti, i fondi saranno trasmessi al Comitato di Berlino
lai quale è partito il primo impulso e col quale non può dubitarsi
che abbia a procedere di pieno accordo anche il Comitato di Vienna,
comuni essendo gl'intenti e diventando perciò come necessaria anche
la piena concordia nei mezzi. Se però qualche offerta o promessa
fosse vincolata a particolari condizioni, non per questo i sottoscritti
l'accetteranno con minor riconoscenza.
Milano e Torino, il 20 aprile 1877.
Geaziadio Ascoli (Milano). •
Napoleone Caix (Firenze). ;
Ugo Angelo Canello (Padova). \
Francesco D'Ovidio (Napoli), ;
GriovANNi Flechia (Toriuo).
Arturo Grap (Torino).
Ernesto Monaci (Roma).
Pio Rajna (Milano).
SOSGRIZIONI (1).
Direzione della Rivista di
filologia romanza, sin dal-
l'ottobre del 1876 . . . L. 100
Amministrazione e Dire-
zione deW Archivio glottolo^ -
gico italiano » 100
Contessa Ersilia Caetani
Lovatelli » 50
Domenico Comparetti . » 100
Giovanni Flechia . . » 50
Elia Lattes . ...» 20
Ernesto Monaci ...» 20
Pio Rajna . ...» 30
Graziadio Ascoli . . » 50
Vigilio Inama ...» 20
Paolo Ferrari ...» 10
Riporto L.
550
Bernardino Biondelli . »
20
Carlo Baravalle. . . "
5
Giuseppe Morosi . . »
5
Carlo Giussani ...»
5
Carlo Landriani . . »
10
Leone Weill-Schott . »
50
Barone B. Castiglia . »
10
Francesco D'Ovidio . »
20
Alessandro D'Ancona . »
20
Arturo Graf .... »
20
Fausto Gherardo Fumi »
5
Pietro Canal, cento esem-
plari delle Sentenze di
Publio Siro, da lui vol-
garizzate, e ... »
10
Si riportano . L. 550
Si riportano . L. 730
(1) Le offerte sono quasi tutte state fatte sotto la condizione: che per lo
Statuto della Fondazione Diez abbia a esser chiesta e conseguita l'appro-
vazione della R. Academia dei Lincei.
428
s .
Fondazione Dlez.
Riporto . .
L.
730
Riporto .
L.
915
G. B. Gandino. . .
»
20
Fausto Lasinio
»
5 .
Gaspare Gorresio . .
»
10
Ugo Angelo Canello
»
15
Michele Amari . . .
»
25
Conte F. L. Pullò .
«
10
Giosuè Carducci . .
..
20
Pasquale Villari
«
20 ;
Angelo De-Gubernatis
»
10
Napoleone Caix
..
20 '
Giuseppe Chiarini. .
tf
10
Pietra Dazzi . . .
»
10
Tulio Massarani . .
«
50
Demetrio Camarda .
..
10
Bonaventura Zumbini
»
10
Carlo Hillebrandt .
»
20
Augusto Franchetti .
»
10
Giovanni Tortoli .
. »
5
Leone Fontana. . .
>t
20
R. Acad. della Crusca
»
50
Si riportano .
L.
915
L.
1080
Da S. E. il signor Ministro della Pubblica Istruzione,
per recente suo decreto
(luglio 1878)
. "
1500
L. 2580
fta^l^aixW:. , JMIM ^ y |y^g
PC Archivio glottologico italiano
A7
V.4
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